LA CATTIVA ABITUDINE ALLA FERROVIA ITALIANA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Certi impiegati che rientrano a casa al tramonto servendosi delle stazioni e delle locomotrici italiane, hanno intorno un’aurea eroica, una luce negli occhi che mi ricorda certi santini di San Sebastiano.

Le Grandi ma anche le piccole Stazioni rappresentano l’odierno supplizio di un poveretto che paga le tasse ma non sa come pretendere in cambio, servizi efficienti che gli spetterebbero.

Senza dubbio il treno è un mezzo di trasporto che viene subìto da tutte le etnie, in Italia ma, non so perché, l’etnia dell’impiegato italico mi provoca maggior tenerezza.

Sono tutti tra i quaranta e i cinquanta, grondano di sudore e di stanchezza mentre si arrampicano dentro a un vagone rovente o ghiacciato, a seconda della stagione.

I miei occhi ne hanno fotografati tanti nell’esatto momento in cui, dopo dodici ore di lavoro, la fila al bar per il panino a pranzo e i bimbi che li aspettano a casa col coltello tra i denti, ricevono la comunicazione dall’altoparlante che il treno è stato soppresso.

Quasi mai il maledetto altoparlante dice che fuori troveranno addetti preposti a somministrare informazioni rassicuranti o assistenza.

Quasi mai i diabolici megafoni dichiarano che gli sventurati potranno trovare sui monitor gli orari dei treni che sostituiscono la tratta morta o che semplicemente, se vorranno recarsi all’ufficio assistenza, rimborseranno a tutti il biglietto.

Il più delle volte, quella bestia di altoparlante dice solo che il treno è annullato e che ognuno deve cavarsela da solo, come meglio può.

E io me ne sto lì, seduta sulle piccole pedane delle passerelle che introducono i binari, a guardare la loro reazione facciale, così identica e identificabile nonostante la svariata moltitudine di pendolari: un tic che fa alzare loro un angolo della bocca in segno di disgusto e abbassare gli occhi in pesante, sonora dichiarazione di abbattimento.

Di abitudine a subìre la sventura pubblica.

E di abitudine si muore.

Quando la locomotrice entra in stazione, sia io che il dipendente martire, abbiamo il dejavù di aver già visto fotogrammi simili in quelle pellicole d’epoca girate all’epoca del vapore, dove tutti sventolavano i fazzoletti con le valigie di cartone e il fumo nero.

Al posto della nera locomotiva di ferro c’è un rottame verde pieno di cacche di uccelli, rovente come un elettrodomestico in tilt e in tragico ritardo.

Saliresti più volentieri su un carretto che entra in una miniera abbandonata, almeno ti lascia il brivido del Luna Park.

L’aria condizionata, su questi treni, cambia a seconda della carrozza passando da -26° a +45° e tu non hai scampo, devi adattarti come fece la tua razza, milioni di anni fa.

Il prezzo per un tragitto di quaranta minuti senza o con troppa aria condizionata, coi cessi serrati o da disinfestare e i sedili che trasudano sifilide, è di dieci euro, inclusa l’avaria consecutiva di due treni e il ritardo del mezzo sostitutivo.

Per me c’è una chance perché il treno è un’eccezione ma chi vi si lascia sodomizzare ogni giorno, come potrà difendersi?

I pendolari santi sono stanchi, sudati, col collo della camicia marrone e col capo che forse oggi li avrà redarguiti per un ritardo di cui sono vittime e non responsabili.

Ma la cosa peggiore è che questi agnelli al macello sono ormai abituati a questo non-servizio.

Quando l’altoparlante comunica che il treno è morto e si salvi chi può, loro non riescono a fare altro che non sia guardarsi a vicenda e dirsi “Eh, cosa vuole, siamo in Italia!”.

Così scendono stanchi come vitelli dopo un lungo viaggio che porta alla mattanza, in cerca di qualcuno che li aiuti o che canti insieme a loro lo struggente brano “Eh, siamo in Italia”, simile a quello che cantavano i raccoglitori di cotone qualche secolo fa.

Il mio di canto, s’intona coi Vaffanculo e vuole essere un canto epico che dia voce a tutti coloro che non ne hanno più manco un fiato perché l’hanno perso a causa della stanchezza secolare, del cartellino timbrato da anni, dei pochi soldi che non riusciranno a garantire la gita scolastica al figlio, della vita di provincia che li costringe da generazioni, ad affidarsi all’ingrato mezzo che non ha competitor sul quale un cittadino possa riversarsi speranzoso.

Peggio di noi, parlando almeno a livello di mezzi pubblici, miei devoti conterranei, forse restano solo alcune regioni della Cina, dell’Africa e dell’Europa dell’Est.

Peggio dei cessi di taluni treni regionali sui quali si viene duramente redarguiti perché non s’è timbrato il biglietto, dopo che si è cercata un’obliteratrice funzionante fino alla stazione successiva, peggio della sensazione che pervade la mia e la vostra persona quando si apre la porta del gabinetto ferroviario, non c’è nulla, a parte la morte sotto a quel medesimo treno.

Quando viaggio sulle affascinanti slitte di ferro che, a onore del merito, ci trastullano per tutta la penisola riuscendo a infilarsi tra le rocce liguri e le sabbie adriatiche, forse distraendomi col panorama, sono in grado di tenermi la pipì anche per dodici ore.

Forse dovrei informarmi se esiste un guinness a riguardo.

Oltre alla vescica contraggo anche i denti mentre penso ai miei cento euro che verranno evidentemente usati per pagare i cestini di Natale ai direttori e non per comprare nuovi gabinetti.

Di fronte a me c’è ancora l’impiegato stanco, salito finalmente su una carrozza sostitutiva e di fortuna.

Eccolo che prova a rilassarsi e si abbandona lentamente al sonno dei giusti, all’abbiocco scomposto che dimentica ogni dignità donando al dipendente affranto, pace apparente e i particolari sintomi della mestizia secolare che si merita: bocca aperta, mani lasciate libere di fare ciò che vogliono, borsa o zaino spalancati e disponibili ai ladri purché non creino problemi e occhi tremolanti che combattono contro il sonno eterno.

Il sonno che farebbe perdere al dipendente martire la stazione di casa, se non ci fosse ancora un altro altoparlante a silurare la carrozza con venti messaggi pubblicitari che proclamano quanto sia buono l’aperitivo italiano alla carrozza 6, che delizioso l’aperitivo alla carrozza 6 e che, qualora non avessi capito, alla carrozza 6 c’è l’aperitivo italiano, regalati l’aperitivo alla carrozza 6.

Se alla fine di un viaggio con l’alta velocità il nostro dipendente martire può trovarsi vicino alla dignità, sull’intercity o sul regionale non avrà né scampo né aperitivo.

Non ci sono taralli, non c’è costiera amalfitana né gelato, né tantomeno cannolo siciliano o camicetta di alta moda che basti a ridare dignità ad un paese dove uno paga e indietro riceve l’arrabbiatura del capostazione che dice alla folla in cerca di un treno sostitutivo, “Guardate, state chiedendo a quello sbagliato, io non so niente”.

I vini toscani, le fontane barocche e i musei vaticani non bastano a ripagare la pessima qualità di vita della giovane stagista che paga un abbonamento che non prevede garanzie come il suo posto di lavoro, che non eroga un filo di aria condizionata e un sedile con la tappezzeria pulita, non intrisa di acari dove la sua giovane gonna corta (perché così vuole il capo) possa esimersi da funghi della pelle o ancora peggio, dalla stessa malattia dell’impiegato martire: l’abitudine.

BREVETTO LETTO VIAGGIANTE

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Poesia e sogno possono vendere più di quanto si creda, perciò il Design spadroneggia.

E il mercato è ancora vivissimo perché tanti settori mancano di design applicato ai loro servizi.

Prendiamo i mezzi di trasporto pubblico o privato.

Non c’è molta inventiva se escludiamo il settore automotive.

Eppure alla domanda “come vorresti che ci si muovesse, tra 50 anni?” , sono convinta che tantissime persone non vorrebbero rispondere “co’ la macchina”.

Tra cinquant’anni vorremmo tutti che la macchina fosse un concetto di movimento sorpassato, anche perché il concetto di sorpasso, è nato proprio con l’automobile.

E con il coatto e la Peuget 205.

Ma, ecco, alla domanda proposta, c’è chi sogna la macchina elettrica, visto che in Italia è ancora utopia; c’è chi sogna la navicella spaziale, il motore jet installato sotto a piedi oppure ar culo, su certi soggetti che più in fretta se ne vanno e meglio è.

Per quanto mi riguarda, se dovessi spostarmi per il mondo tra 50 anni, non avrei dubbi: con un grande, fottuto letto a baldacchino.

Ho in mente vari modelli e, visto che stasera ci sono un sacco di designer, condivido questo sogno affinché diventi realtà, senza timore che possiate copiarmi l’idea anzi, con l’invito a farlo!

Pazzesco eh?Bedknobs and Broomsticks, 1971

Dunque, immagino il modello invernale, imbottito per essere sempre a tuo agio come fossi in casa la domenica mattina, dopo una sbronza senza precedenti, avvolto in morbide coperte naturali.

Immagino la testiera con confortevole tavolino da viaggio col bollitore, una selezione di infusi e il catino per vomitare, se per caso tornassero brutte cose dal passato.

Poi ci sarebbe il futon per la stagione estiva, con tele di lino bianco su tutta la struttura per filtrare i raggi solari e un ologramma del giamaicano della pubblicità del succo Oasis che appare, a chiamata, col succo vero però eh.

Chiaramente il futon è pensato anche in versione gonfiabile, per le escursioni fuori marine: quelli col materassino verranno umiliati come delle merde.

Si viaggia al di sotto delle nuvole con il tetto di vetro infrangibile, ultra leggero e con una visuale a 360° sulle nazioni toccate.

Ai lati abbiamo la possibilità di tirare su e giù i finestrini, facendo attenzione ai gabbiani.

Il letto viaggiante può alzarsi da terra fino a cento metri e raggiungere velocità a seconda dei modelli, anche oltre i 200km/h, senza spettinarvi.

Dotato di radar e pilota automatico, il letto viaggiante raggiunge qualunque posto attraverso energia solare a pannelli.

Si può parcheggiare sui tetti o atterrare direttamente in spiaggia senza affittare ombrelloni e lettini sudati da altre persone.

Con il letto viaggiante puoi andare a fare la spesa (le corsie del supermercato ormai lo consentono) e portare il cane al parco, senza bisogno di metterti scarpe e giacca ma restando in pigiama, sotto le coperte, con la sola mano che regge il guinzaglio, fuori.

C’è il modello 4 ruote motrici per il rally della domenica, il picnic o le adorabili sveltine campestri per un concetto diverso di camporella, più elegante, di design.

Insonorizzato e coi vetri oscuranti, vi consentirà esperimenti niente male, sotto questo aspetto.

Oppure c’è il modello con scafo montabile e motore del gommone, se ami andare in ufficio via fiume.

Munito di passaporto, te ne vai il venerdì sera a Marrakech col tuo letto viaggiante, passando a razzo sull’Etna perché le coperte sono tutte ignifughe.

I bagagli, nell’apposito vano, sotto il materasso, ideale anche per trasportare materiali o sostanze illegali.

Rimani in pigiama tutto il giorno e senza muoverti dal tuo soffice Letto Viaggiante!

Puoi fare shopping, andare alle terme e rimetterti sotto le coperte ancora sudato dal bagno turco.

Puoi tornartene a casa, dopo la serata in discoteca, iniziando a dormire già dal parcheggio del club, basta impostare il pilota automatico e vaffanculo agli alcool test.

E poi quanti optional possibili!!

Braccio di sostegno per tv al plasma frontale, se esiste l’autoradio, perché non può esistere la lettoradio?

L’impianto di riscaldamento e di refrigerazione delle lenzuola renderebbe il prototipo del letto viaggiante, la ragione stessa per non scendervi mai.

E poi c’è il modello erotico, con uno specchio montabile sul tetto rinforzato per notti esagerate, minibar con set per preparare il Negroni, dispenser di contraccettivi per non farsi prendere la mano.

Il nano però va acquistato a parte.