QUANTE VITE HA UN CORRIERE?

SINFONIE

L’ossessione per la pratica dell’acquisto pazzo e forsennato online ha comportato parecchi cambiamenti nella nostra vita ma uno, in particolare mi sembra molto divertente: l’eliminazione definitiva della distanza tra trasportatore e cliente finale.

Un tempo delegato prevalentemente alle consegne negli uffici ove si rapportava con gente metodica e retribuita per ricevere i suoi colli, oggi il corriere è obbligato a depurarsi attraverso il fuoco sacro e terribile dell’incontro col privato cazzone che ha ordinato porcherie su Amazon.

Il privato maledetto ha mille scuse per mettere alla prova anche la pazienza del corriere più duro e puro.

Il privato non ha il citofono, abita al quinto piano senza ascensore, sta lavando il bambino, è in pigiama, ha l’acqua aperta, il nonno disabile, l’ernia e mille altri espedienti che costringeranno il corriere a scendere dal mezzo, lasciandolo in settima fila, acceso per non morire asfissiato al rientro e carico di altre sessanta consegne da fare entro la successiva mezz’ora.

Nel nostro immaginario, il corriere resterà sempre Renato Pozzetto nella straordinaria interpretazione in Grandi Magazzini eppure oggi il corriere che affronta l’Italia dei privati col vizio dell’acquisto compulsivo non è italiano ma sudamericano.

Perché certi lavori gli italiani non li vogliono fare neanche quando dovrebbero farli anziché aver l’ambizione di voler governare il paese.

L’individuo sudamericano ha per indole, come chi governa il paese, un filo di indolenza, è vero, ma anche immensa resistenza alle prove più faticose che la vita gli propone e poi guida come se il furgone l’avesse rubato dunque è perfetto per questo tipo di professione che, al giorno d’oggi è pura impresa eroica.

Eppure, di fronte all’epopea di una giornata di consegne, persino il corriere sudamericano barcolla, suda e non comprende perché il cliente privato non sia collaborativo oppure lo sia troppo e pretenda di salire sul furgone, in mezzo ai pacchi per scovare personalmente il suo e lamentarsi di come sia stato posizionato malamente e di quanto sia fragile il contenuto e di come si lamenterà con chi di dovere.

Anche in questo preciso momento, da qualche parte c’è un corriere sudamericano che inveisce a las putas che hanno concepito l’albero genealogico che ha generato te, cliente privato.

Anche in questo preciso momento, da qualche parte, nella tua città c’è un tizio che si strapperebbe la pelle dal caldo che sta montando un Ducato e sta sbranando la strada verso di te, schiacciando qualsiasi cosa incespichi sul suo tragitto mentre con la mano destra imbraccia il piccolo computer per gestire le consegne, con la mano sinistra masturba il proprio cellulare per rispondere ai suoi centomila parenti e con la rotula direziona il volante della sua bestia gommata verso il tuo loft.

Questa mattina sii gentile col corriere.

Scendi sul pianerottolo, abbraccialo anche se è tutto sudato e scusati. Scusati perché lui sa benissimo che dentro a quel pacco che gli ha fatto attraversare la città intera c’è, senza ombra di dubbio, una puttanata inutile che serve solo a lenire la tua solitudine.

NON SONO PRONTA PER IL FUTURO DIGITALE

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Pezzo scritto per AFTER FESTIVAL – Futuri Digitali

Modena, 1 Ottobre 2017

Com’era la vita prima del digitale? Come facevamo a geo-refenziarci e a condividere? È proprio vero che oggi siamo diversi da prima? Ed è proprio vero che il digitale ci fa essere migliori, più capaci, più performanti, più tutto?

***

Visto che in questi giorni di Festival avrete innumerevoli possibilità di capire come il digitale ha migliorato la nostra vita, ho pensato di darvi qualche veloce spunto su come il digitale abbia rovinato la mia di vita.

Sono convinta che i futuri digitali vi copriranno di vantaggi e progressi ma sappiate che io me ne starò qui a guardarvi, incazzata e malmostosa, combattendo contro certi strumenti invadenti e imbarazzanti, che vado ora ad elencarvi, prima che arrivi il servizio d’ordine del festival:

Prima di tutto mi sfogo con voi riguardo le basi, i rudimenti delle tecnologie.

Il telefonino.

Mi vergogno a chiamarlo così ma non ho mai iniziato a chiamarlo smartphone perché, secondo me, da quando gli abbonamenti telefonici dilapidano il mio conto in banca da sempre, a prescindere dalla compagnia, l oggetto di smart non ha un bel cazzo.

Se avessi risparmiato tutti i soldi delle bollette del telefonino, oggi sarei arrivata qui con la Jaguar coi sedili in pelle di giamaicano.

Invece sono arrivata coi punti della cartafreccia.

Inoltre non so come si chiami quella malattia per cui, se sono con gli amici o ad una riunione e qualcuno, ad un certo punto tira fuori per sbaglio il proprio telefonino, per una qualche sconosciuta legge gravitazionale, la mia mano inizia a muoversi verso la tasca della giacca e, senza che io possa oppormi a questa reazione che proviene dal mio corpo posseduto, devo per forza tirar fuori anche io, il mio telefonino.

Anche se non ci devo fare un cazzo, anche se nessuno mi scrive o chiama da una settimana, io devo prendere l’oggetto telefonico e sentire che ce l’ho, che ce l’ho anche io quel bene di lusso lì e inizio a smanettarci in maniera compulsiva e ad aggiornare le notifiche con la faccia impegnata.

A volte sbuffo per fare quella oberata dai contatti.

E poi il telefonino è un oggetto invadente e promiscuo ai limiti della legalità.

La sera riposa sul comodino accanto al mio letto a spiare cosa leggo, che musica ascolto, che fidanzato ho per le mani.

Se ne sta lì, con la sveglia a lancette che lo guarda in cagnesco sapendo che prima o poi mi deciderò a venderla al mercatino dell’usato perché a che cazzo mi serve la sveglia a lancette ormai, se ho il mio telefonino.

E poi in bagno.

Ho una pila di libri intellettuali e di giornali di arredamento che sono lì oramai solo per far scena con gli ospiti perché sulla tazza mi distruggo di social.

Sono solo io a sentirmi a disagio quando se apro un social mentre sono sul cesso?

Voi che siete esperti, lo saprete se esiste o no una app che ti spia mentre sei alla toilette e vede benissimo che non stai leggendo i giornali di design ma sei su twitter.

Sono ossessionata dal dubbio che qualcuno dal facebook faccia un post taggandomi, scrivendo cose tipo “Arianna, non vergognarti e fai check-in sul cesso che ti vedo, con la mia nuova app discovering-wc ”.

Mi sento così violata.

Con tutto l’impegno che applico quotidianamente per far credere ai miei contatti quanto sia figa, con un solo post i miei follower verrebbero a conoscenza del fatto che anche io defechi.

Andiamo oltre perché esiste un mare di tecnologie che mi rovinano la vita:

Le automobili automatiche, che non ho mai saputo guidare e che fanno mormorare alla gente dietro di me “Lo sapevo che era una donna a creare la fila” mentre io son lì, a capire che stracazzo voglia dire N.

Le videoconferenze: non sono adatta.

Passo tutto il tempo della call a controllare che effetto faccio in video, mi vengono i tic nervosi da insicurezza cronica, inizio a toccarmi i capelli, mi asciugo la fronte unta di crema e poi controllo la scenografia di casa mia che la gente vede dall’altra parte della camera, mi alzo per spostare lo stendipanni o la fila di bottiglie di birra vuote della sera prima, che non sta bene e così non sento mai un cazzo della call e risulto una perfetta inetta.

Poi, andiamo in ambito medico:

La macchinetta per la voce dei muti, il cosiddetto laringofono:

un’invenzione tecnologica straordinaria per permettere a chi ha perso le corde vocali di poter parlare.

Purtroppo però le tecnologie non hanno ancora dato la giusta evoluzione a questo strumento, che è rimasto un riproduttore di suoni artificiosi da Commodor64, con una sola tonalità di corda vocale a disposizione che mi mette a disagio perché non capisco mai cosa diamine dicano questi vecchietti e allora provo a improvvisare risposte per non offenderli ma chiaramente uno si offende per forza se, dopo avermi chiesto dove sia Piazza Grande e io gli rispondo che non sono sua nipote e che forse si è confuso.

Infine, per non tediarvi e terminare un elenco che in realtà non avrebbe fine, mi sfogo con voialtri citando Siri.

A proposito di laringofono.

Com’era bello quando Siri era alla sua prima, rudimentale versione.

Mi divertivo a dirle Vaffanculo e lei mi rispondeva “Non credo tu abbia una App chiamata vaffanculo ma se vuoi posso provare a cercarla sull’App store”.

Oggi la versione 2.0 di Siri è inquietante: le dico Vaffanculo e mi risponde “Non credo di meritare questo trattamento”.

Guardate che se le tecnologie ci tolgono l’umorismo, è finita per l’umanità.

Voi continuate pure a divertirvi con le tecnologie ma sappiate che c’è gente che soffre per non riuscire a stare al passo coi tempi, con gli aggiornamenti del software.

C’è gente come me, piena di complessi, nata nell’epoca sbagliata, che la tecnologia non ce l’ha nel sangue, non ce l’ha nel dna e non c’è niente da fare.

E non provate ad uscirvene anche con un vaccino per indurre la tecnologia, che ne abbiamo abbastanza.

 

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