Ecologia Umana

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Un estratto del monologo “Ecologia Umana” scritto per il Festival delle Idee, Mestre, 2021

“Not Enough Brains to Survive” di Thomas Lerooy

L’equivoco è la chiave di qualsiasi testo comico.

Tanto si viene comunque fraintesi per qualsiasi cosa, tanto vale fingere che la cosa sia divertente.

Fingere di aver capito il contrario di ciò che si è ascoltato oppure prendere un dettaglio di ciò che si è ascoltato e stravolgerlo a proprio favore non fa solo sorridere: approfittarsi di un equivoco, fingersi scemi o quantomeno sostenere fino all’ultimo, fino a quando ci è possibile, di esserlo, apre porte a carriere ed amicizie (che poi, in Italia, le due cose sono interdipendenti: se non hai amici non fai carriera e se non fai carriera non hai amici).

Fingere di aver compreso altro rispetto a ciò che è stato detto preserva i rapporti coniugali: fraintendere è alla base della sopravvivenza in questo contesto sociale così sofisticato.

Fraintendere conviene ma ripeto, in ambito satirico, il fraintendimento è sempre stato una vera panacea, l’antidoto per risolvere situazioni spiacevoli, la chiave per comprendere un concetto troppo chiaro, troppo cruento per poter esser digerito.  

Quante volte, in Italia, quando esisteva la satira, abbiamo compreso fatti storici e personaggi politici ascoltando le parola di un comico che si fingeva sciocco per poter dire la verità senza essere linciato?

Adesso invece la verità sembra essere così alla portata di tutti che io non mi fido neanche più dei comici, figuriamoci della verità.

Son cambiati i tempi.

Adesso l’equivoco e il fraintendimento sono diventati strumenti di demagogia.

Sono diventati come Bruno Vespa.

L’equivoco è il protagonista, lo spunto per affrontare questo aspetto malvagio insito del fraintendimento.

E qual’è il tema più frainteso (ma purtroppo senza alcun fine comico) del momento?

E’ il tema più caldo che ci sia, il tema che sta surriscaldando pianeta e tastiere: la sostenibilità!

Il punto focale della discussione accesissima sul nostro impatto ambientale è stato vergognosamente frainteso.

Noi non siamo tanti sulla terra.

Noi semplicemente facciamo schifo alla terra.

Anzi, facciamo schifo sulla terra.

Non è l’incremento delle nascite che dovrebbe preoccuparci (anche se un po’ dovrebbe, visto che facciamo bambini che poi ci possiedono come divinità pagane).

La dimensione sempre più ingombrante del nostro ego è più pericolosa delle emissioni di Co2.

La superficie occupata dal nostro ego abnorme supera quella degli oceani, di fatti la gente ci nuota dentro al proprio ego e spesso ci affoga oppure, ancor più spesso, ci affoga i propri simili.

Il nostro ego ha un impatto mostruoso sull’ambiente e sugli altri.

La maggior parte degli ego fortunatamente si può distruggere con relazioni sbagliate ma l’ingombro iniziale è sempre più che massiccio.

Sono certa che in un minuto di tempo, così senza preavviso riuscireste a stilare, in questo momento, la top-ten della gente che conoscete munita di ego ciclopico.

Ecco la mia:

10. Amadeus. Ormai conduce anche il traffico

9. Chiara Ferragni. Si presenta ai festival dedicati ai settori più bizzarri pur non avendo alcuna competenza comprovata in quei settori, in nessun settore. Perché ci vai al festival allora?

8. Mia nipote Elena. Quando facciamo i pranzi in famiglia, non abbiamo modo di dire la nostra ma dobbiamo restare muti ad osservarla mentre fa la ruota. Quattro ore di ruote di merda.

7. Il mio cane che non mi consente di toccare nessun’altra creatura che abbia pelo, neanche me stessa.

6. Maria de Filippi. Colpevole purtroppo non solo di egocentrismo.

5. I maestri di yoga sui social. Non ne posso più. Ovunque c’è un pelato vestito da Hare Krishna che pensa al mio benessere.

4. Francesco Totti. Speravo fosse andato in pensione e invece mi insegue al supermercato con le sue palline di detersivo.

3. Burioni e i virologi. Muniti di un ego più sfrontato delle attrici romane quando vanno alle feste per lavorare.

2. Tutto ciò che proviene dagli Stati Uniti D’America.

1. Mia madre che mi telefona ogni giorno per dirmi cose tipo “Con tutti i soldi che abbiamo speso per farti studiare, che vergogna!”, “Ma non ce la fai a trovarti uno straccio di uomo?”, “ Io sono stata inviata direttamente da Dio, se hai qualche problema con me, lamentati con lui”, “A frequentare i teatri finirai drogata”.

Magari. La droga rende sostenibili un sacco di cose.

Il nostro ego ci vuole pettinati, col lavoro bello, la macchina costosa, la cultura cinematografica ineccepibile, i social pieni di seguaci ma più cerchiamo di stare appresso a tutte le sue richieste come degli stagisti retribuiti col buono pasto, più diventiamo brutte persone.

Ora: diventare brutte persone per sé stessi, poco male, conosco un sacco di persone che si stanno antipatiche e non si frequenterebbero.

Diventare brutte persone per gli altri però non è bello perché gli altri hanno già un sacco di problemi e oramai non hanno voglia di farsi rovesciare addosso la lettiera dei cazzi nostri, come si faceva una volta.

Ma c’è una soluzione.

Avete mai sentito parlare di ecologia umana? Potrebbe essere un nuovo movimento sostenibile per davvero.

L’ecologia umana: la capacità di una persona di riuscire a farsi sopportare dai propri simili.

La possibilità di renderci conto di quanto siamo difficilmente smaltibili dagli altri può migliorarci all’istante.

Non si tratta soltanto di non disturbare la quiete pubblica, di non diventare quelle persone orrende che parlano al telefono come fossero rimasti soli al mondo, che mettono la musica del momento, tipo “Labbra rosse/coca cola” e, come se ciò non bastasse, la mettono a tutto volume in spiaggia.

Non si tratta solo di non essere come quelle persone orrende che giocano a racchettoni sul bagnasciuga rompendo le tempie alla gente che prende il sole, insomma, non si tratta di non diventare come diventiamo tutti in vacanza.  

L’ecologia umana è qualcosa di più intellettualmente alto ma anche di estremamente pratico: è quell’atteggiamento per cui prima di cercare uno stile di vita sostenibile, comprare la cascina e le caprette tibetane, ti fermi a riflettere e ti chiedi “Ma io, invece, sono sostenibile? Gli altri riescono a sostenermi? Oppure quando mi vedono arrivare fanno gli occhi bianchi e consumano combustibili acidi nello stomaco?”

Come possiamo fare per ridurre questo incredibile impatto che abbiamo sull’ambiente?

Semplice, con l’ecologia umana.

Isolando, lavando e differenziando il nostro carattere insostenibile e diventando davvero delle persone ad impatto zero perché stare sulle palle alla gente inquina molto più di quanto si pensi.

Anziché fare i summit con Draghi che stringe la mano a Greta pur sapendo che la stretta di mano sia proibita, facciamo un processo a tutto ciò che diventando insostenibile nella società:

La burocrazia italiana è sostenibile?

La digitalizzazione per un anziano che, poveraccio deve procurarsi uno SPID altrimenti per lo Stato è morto, è sostenibile?

La quantità di persone che guadagnano migliaia di euro raccontando la propria routine di bellezza sui social, è sostenibile?

Le femmine di tutti mammiferi svezzano il proprio cucciolo scacciandolo a morsi.

Le femmine italiane, umane ormai partoriscono solo in acqua e preferiscono elettrificare il cordone ombelicale e mantenere sotto sequestro il proprio cucciolo fino ai sessant’anni, a meno che non chiudano l’affare con qualche femmina più giovane che possa proseguire il sequestro ehm…sposarlo.

Le madri italiane sono sostenibili?

In questo momento, in Italia 1 padre separato su 2 vive in stato di totale povertà.

Nel 94% dei casi di separazione giudiziale, alle madri vengono affidati figli, casa coniugale ed assegno di mantenimento.

Si parla di privilegio maschile intendendo la prevalenza dei maschi nei ruoli di responsabilità aziendale ed è verissimo e conclamato. Me too!! Me too!

Nessuno però sembra parlare di prevalenza di suicidi fra i maschi (3 volte maggiore, rispetto alle donne, secondo la Onlus Samaritans), nessuno parla di prevalenza di morti maschili in occupazioni pericolose, nella carpenteria pesante, ad esempio, occupazione dove noi donne ci defiliamo con grande stile. Le gallerie in autostrada fatele voi, noi solo prime ministre!

Tutto ciò è sostenibile?

L’uso continuo, compulsivo, malato di parole come “PAZZESCO” e “QUESTO”: è sostenibile?

Sostenibilità.

Una parola più violentata di resilienza, di ordinanza, di vaccino.

sostenere ha un etimologia importante: viene da sustinere ed è composto da sub (sotto) + tenere (tenere).

Tenere sotto.

Effettivamente, in questo tempo siamo sotto ad un sacco di cose.

Siamo sottotono, sotto in banca, sotto schiaffo ma soprattutto, come si dice dalle mie parti: siamo sotto a un treno.

Impariamo dunque l’arte di restare al di sotto: è difficilissimo in un mondo che vuole vivere al di sopra delle proprie possibilità e si sovrastima ed è proprio questo lo stile che inquina.

Ridimensioniamoci perché è davvero il gesto più sostenibile che si possa fare.

Il pianeta ci ringrazierà.

E pure chi ci dorme accanto.

COSE CHE HO IMPARATO DURANTE IL LOCKDOWN

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE
Claudio Silighini

Non tutti possiedono case vivibili.

Esiste gente che soffre per non poter andare dall’estetista.

Esiste gente che soffre per non poter andare a lavorare.

I tedeschi governano l’Europa.

La governano perché coi loro camper sono sempre stati in grado di andarsi a ficcare in posti sconosciuti anche agli abitanti di quei posti.

Si ficcano ovunque, come un virus. Perciò governano.

I virologi hanno un ego se possibile più importante degli attori.

Non è vero che in Italia la prostituzione è illegale, esistono i giornalisti.

La mia professione è un bene di lusso: non necessaria e molto costosa da professare. Quindi potete lasciare un’offerta all’uscita.

Il vaccino è l’unica cosa obbligatoria che gli italiani amano fare.

Il vaccino sembra facoltativo ma non è vero: è obbligatorio se vuoi essere accettato dalla società come avere le Stan Smith.

C’è gente che pensa che i Maneskin siano rockers solo perché fanno le linguacce nelle foto e suonano strumenti.

Se non sei gay sei retrogrado.

C’è gente che riesce a gestire il poliamore senza prendere goccine per i nervi.

Le goccine per i nervi.

Giletti fa dell’ottima tv: dove andremo a finire?

Come essere umano sono in grado di sopportare tanto ma non il ritorno di Orietta Berti.

Se non fai una diretta sui social ti cancellano dall’anagrafe e smetti di esistere.

Il corriere che mi consegna è un medico senza frontiere.

Una società in pigiama può esistere.

Andare a letto alle undici è meraviglioso.

Andare a letto da soli, alla lunga rompe un po’ il cazzo.

C’è gente che fa jogging con la mascherina pensando di morire anziana.

La gente è un potenziale nemico.

Ma questo lo sapevo da un pezzo.

Però il fatto che ora lo dica lo Stato, quasi me la fa piacere.

BIGLIETTO (E) PREGO

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Esiste una parola che viene giornalmente nominata da tutti come se niente fosse ma che ha tutti i sintomi della parolaccia!

Quando la sento nominare e capisco di doverci avere a che fare rimpiango di essere italiana e di aver pensato, anche solo per un attimo che il servizio che questa parolaccia abbraccia e giustifica potesse essere una buona soluzione per me, cittadina onesta col biglietto acquistato.

Vi è una parola che indica l’azienda che da sempre coopera allo sviluppo di tutti i peggiori sentimenti germinali ed insiti nell’animo umano, specialmente in quello del pendolare stressato già per la sua condizione, figuriamoci quando essa viene ulteriormente screditata da una parolaccia.

E’ una parola che ti fa pentire di esserti deciso ad andare a trovare quell’amica al mare o di aver scelto il meno affidabile dei mezzi per presentarti in orario a quel colloquio di lavoro che aspettavi da anni proprio come il mezzo che ti ci dovrebbe portare.

Non esiste sistema pubblico che mortifichi maggiormente il viaggiatore rendendolo vittima di un servizio acquistato con libera scelta e con meno libero mercato poiché non esiste ancora nessuno in grado di fare adeguata concorrenza a questo enorme, umiliante mostro parastatale; un servizio dal quale, subito dopo la vidimazione del biglietto, il viaggiatore resterà sequestrato, senza nessuno che gli venga in aiuto, nessuno che lo difenda, che gli suggerisca quanto non convenga salire a bordo se non si ha la certezza di arrivare, che potrà correre il rischio vicino alla garanzia di accumulare ottanta minuti di ritardo, il pronostico di contrarre malattie della pelle nei bagni non degni di esser chiamati tali, la minaccia di accettare condizioni di trasporto che non prevedano recupero della dignità del consumatore, in caso di disservizio.

Non è ancora nato chi dica al viaggiatore che forse, la soluzione migliore è restarsene in stazione, al bar, a godersi i vantaggi che derivano dall’assenza di un disservizio al quale non ci si può abituare.

Deve ancora arrivare il Salvatore del viaggiatore, è in ritardo.

Deve aver perso la coincidenza.

AUTOCENSURA IGIENICA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

 

“Arianna, perché non scrivi mai di Salvini?!”

 

La nostra ossessione mediatica per Salvini ci ha puniti tutti.

Questo giornaliero buon proposito di far da cassa di risonanza sui social ai fatti spiacevoli di questo ragazzo ha fatto in modo che il suo volto replicato su milioni di bacheche divenisse un volto di cui, nostro malgrado, ci si affezionasse (un po’ come avvenne con il signor Berlusconi, se non sbaglio), ed ora eccoci qui.

Eppure, se è vero che si possa e si debba sempre apprendere da qualsiasi lezione, a livello sociale questa punizione ci consente una riflessione che potrebbe ancora risultare costruttiva.

Nel mio piccolo, ad esempio ho ricevuto moltissime richieste dal pubblico di questo tipo: “Perché non parli di Salvini? Parla di Salvini!”

Perché chiedere ad un autore comico di parlare di Salvini?

Forse perché si sente con prepotenza, la necessità di sdrammatizzare riguardo un argomento, di per sé drammatico?!

Da quando quel ragazzo è diventato ministro, tutti i comici si son lanciati in siparietti che lo disprezzassero come persona e come istituzione ed è piuttosto facile farlo poiché questo ragazzo è il soggetto perfetto per qualsiasi drammaturgia satirica (nel caso in cui ce ne fosse davvero, in Italia, di drammaturgia satirica).

A livello personale, il soggetto ha sempre mostrato di fare scelte bizzarre e di basso profilo che ben si prestano ad esser sceneggiate;

mi viene in mente, ad esempio, la sua copertina per un rotocalco di gossip, in cui si fece ritrarre a letto, vestito solo di una cravatta verde bosco oppure della sua attitudine a fidanzarsi con gente discutibile od ancora tante delle innumerevoli fregnacce raccontate da pubblicazioni che dovrebbero fallire, se Dio amasse davvero l’Italia.

A livello istituzionale ha incentivato tutte le peggiori pulsioni del cittadino italiano medio, spunto di partenza eccellente per qualsiasi scritto umoristico.

Meno per qualsiasi strategia politica volta a migliorare il paese.

A livello ideologico è riuscito a far leva sul ceto che manca di preparazione storiografica per proporre questa storia indigeribile che il vero problema in Italia sia l’immigrato e non l’italiano corrotto e contestualmente, col suo potere ed il nostro consenso, continua a sovvenzionare le carceri libiche e le torture contro esseri umani considerati di seconda categoria rispetto a noi.

Poi c’è la parte soubrette di Salvini (tipica del politico italiano a partire dagli anni novanta), coi suoi concorsi a premi, le sue brutte figure, sintomo della mancanza di educazione di cui soffre il paese tutto, non soltanto lui ed ecco che il personaggio comico c’è già.

Non v’è alcuna necessità di crearlo da nulla: Matteo Salvini è lì per i comici, pronto da scartare come una caramella e facile da raccontare.

E’ facile fare un siparietto con questo ragazzo.

Meno facile proporre un siparietto che schernisca il tessuto sociale, la tragicomica decadenza di costumi e della morale degli italiani che ha causato l’ascesa di questo ragazzo.

Complicato far ridere dandoci dei coglioni, ignoranti, pigri, razzisti, corrotti e con le felpe con la bandierina dell’Italia sul petto.

Molto difficile per un povero comico italiano di oggi riuscire a far sorridere con un tale reportage di merda sul nostro paese e perciò meglio accanirsi sul politico specifico e non sulla cittadinanza che aderisce ai suoi principi lontani dalle altezze culturali di un paese che si vanta di essere ancora ciò che fu secoli orsono.

Funziona così da sempre: ci piace sorridere delle persone che governano, non delle cazzate che facciamo come elettori.

Così, comici ed elettori continuano a fare cabaret di basso profilo ed il nostro futuro è l’unica tragedia presente in palinsesto.

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AVVENTO ELETTORALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Proprio come durante l’Avvento ci si prepara affinché tutto evochi e celebri il Natale, quindi ci si maschera da Babbi, si nascondono i regali negli armadi, si pensa a come cazzo fare per diventare più buoni di quanto già si sia, si comprano le lucine colorate e le candeline, ecco che anche il tempo precedente alle elezioni amministrative è un tempo ricco di piccoli rituali di preparazione che fanno brillare gli occhi agli addetti ai lavori.

E allora si asfaltano le strade, ci si ricomincia a salutare nel quartiere, si fa amicizia con gente improponibile, che non si sarebbe mai salutata, se non fosse che manca solo un nome per completare la lista elettorale.

Si organizzano un sacco di cose, appuntamenti sociali impensabili, concerti in piazza, sagre, corsi gratuiti ma soprattutto cene.

Poco prima delle elezioni si cena moltissimo e un po’ in tutti i modi possibili: formali e scomodi sopra alle sedie chiavarine in un bel palazzo antico oppure sotto ad un tendone davanti ad un tavolo di pizzette, poco importa perché si cena; si torna a casa e si può dire “io ho già cenato”.

Ci si mette la spilletta e si va alla cena elettorale perché si mangia gratis e tale proposta resta ancora, per l’italiano medio, in prima fila tra le priorità di vita.

Nel centro storico iniziano i rastrellamenti agli stand. IMG_4756

Se devi andare da un punto A ad un punto B e per farlo devi attraversare il centro, nel periodo che precede le elezioni dovrai contare quaranta minuti in più che ti serviranno per schivare la settantina di volontari che cercheranno di prelevarti dalla strada col fine ultimo di trascinare le tue spoglie al gazebo del loro partito e sequestrarti per poterti spiegare perché è ora di finirla.

Ti offriranno un bicchiere di succo ed una pizzetta perché sanno che sei italiano e mentre ti iniettano il nettare di ananas, con l’altra mano ti infileranno i santini del loro candidato nella tasca della giacca in modo che, quando riuscirai a divincolarti e sarà tardi per sbrigare la commissione, te ne tornerai verso casa pensando a che carini che son stati quelli del gazebo X che non ti hanno lasciato cartacce da buttare.

Poi, una volta a casa mentre appenderai la giacca penserai che il Fato ha voluto indicarti il nome di colui che dovrai votare poiché hai trovato il suo volantino elettorale miracolosamente accoccolato nella tua tasca.

Come un messaggio dei biscotti della fortuna cinesi.

Noterai con sollievo che non c’è la foto del candidato nel santino e che preferisci così perché costa caro stampare una foto a colori su carta e che il candidato, a quanto pare, sembra sia sensibile allo spreco del denaro pubblico, avendo rinunciato in maniera eroica a far stampare la sua faccia là sopra.

Non realizzerai che se vi fosse la foto sul bigliettino giammai lo voteresti perché il muso fortunatamente dice ancora molto.

Sti cazzi che mi asfalti la strada.

IL MESTIERE DEGLI SCARTAPACCHI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Nella mia vita passata ho avuto spesso a che fare con la pubblicità nelle sue sfumature più turpi ma sempre all’interno di contesti dove al pubblico era chiaro che si trattasse di messaggi pubblicitari.

Mica come oggi che aprono le scatole.

Quale ingerenza economica e psichica porta una persona di bell’aspetto e in apparente buona salute, a farsi mandare dei pacchi dalle aziende produttrici di cosmetici, prodotti per la casa e per la cura della persona (ma evidentemente non dal punto di vista neuro-psichiatrico) e a farne pubblicità facendosi riprendere da qualcuno con una telecamera mentre apre la porta al corriere come fosse il suo amato appena tornato dalla guerra e poi, perfettamente truccata, pettinata, a suo agio e leggera fluttua e volteggia nell’aria verso il divano ove si tufferà mantenendo la piega dei capelli impeccabile e gridando cose tipo “Eccolo!”, “Finalmente è arrivato!” oppure, se parliamo di un testimonial americano, visto che certi focolai di germi nascono sempre lì, nelle Americhe, gridando cose tipo “I’m so excited!”, “Here we are!” ed altre cose da fangoso entusiasmo infantile, da faccende tipo “Scarta la carta!”

E noi, povero pubblico, restiamo ipnotizzati a guardare ma non certo perché ci interessi il prodotto bensì perché ci comanda l’antica piaga della curiosità, di sapere come finirà e cosa ci sarà mai dentro a quel cazzo di pacco che si sta scartando.

Ed è a causa di questo nostro insano comportamento che è nato il mestiere di quelli che scartano i pacchi e, di conseguenza è aumentato il mestiere di coloro che i pacchi li incartano non aumentando però il di loro stipendio.

Persone talmente esauste che a Natale, se per caso non fossero di turno e dovessero trovarsi a passare davanti ad un albero coi regali belli ed incartati che attendono lì sotto, rischierebbero l’attacco di panico per la paura di doverli incartare di nuovo, una volta scartati.

Etichettati, imballati e consegnati.

Bisognerebbe contattare qualcuno di qualche brigata, un esperto in ordigni postali, in modo da far terminare questa corsa spensierata verso il divano.

Si potrebbe fare una convenzione con quelli che imballano i pacchi affinché il siero detox venga sostituito con un più congeniale idraulico liquido, a disgorgare la massa informe di scartatori oppure affinché lo spremiagrumi di ultima generazione salti in aria alla prima accensione come attentato contro il personal shopper.

IL DIO SONNO CONTRO SHIVA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

La meditazione è ormai ben radicata, in Occidente ma l’Occidente non è affatto ben radicato alla meditazione.

La maggior parte di noi, infatti, occupa la propria vita urbana con l’insana iscrizione a questa od a quell’altra pratica orientale non ammettendo però di non essere geneticamente portata a sostenere tutto questo fottuto e minaccioso equilibrio.

Yoga, pilates ed altre pratiche ancor meno vicine al caro vecchio sudore da palestra di merda di una volta, si presentano all’occidentale sotto la sgradevole forma di una sfida a non addormentarsi.

Con la bava agli angoli della bocca e gli occhi bianchi.

Una sfida a non terminare la giornata sdraiati sopra ad un tappetino come sul tavolo dell’obitorio, cuciti dentro ad una tutina che può farci morire di trombosi da un momento all’altro.

Siamo stressati fino alle vertebre, coi minuti contati ( se non bastasse già il conto alla rovescia della vita stessa) e la mente sempre in funzione come un’impastatrice di tortellini industriale però tra le mille imprese e peripezie giornaliere, non solo pretendiamo di essere belli, stilosi ed equilibrati ma vogliamo anche arrivare alle diciannove in punto alla classe zen e lasciar fuori da quelle maledette tutine da mimi slabbrati che siamo, tutti i pensieri e lo stress del nostro albero genealogico.

Ma se la tutina forse ne ha (e questo potrebbe salvarci) il relax invece non ce l’ha il bottone quindi noi dell’Occidente si paga e si attende che il maestro ci dica come raggiungerlo e se non ce lo fa raggiungere non siamo noi ma il maestro che è incapace perché noi, nel frattempo, ci siamo addormentati come delle merde quindi non potrebbe esser colpa nostra anche volendo, pensiamo.

Alcuni hanno ammesso la propria incapacità nei confronti del relax ma la maggior parte di noi lotta ogni sera durante “la pratica” per sopravvivere all’occhio pendulo e alla figura di merda coi compagni.

Esisterà senz’altro ed è di urgente esigenza, un’applicazione che registri l’appropinquarsi del dormiveglia e che ci desti attraverso piccole micro-scosse elettriche come si fa coi recinti al bestiame.

Per il momento però, continuiamo a subire, ad indignare milioni di maestri che nel mondo, vedono crollare, ogni sera, nella propria platea di discepoli, migliaia di manager, mamme, cuochi, architetti che confondono la posizione shavasana con l’adorato Dio sonno.

Converrebbe dunque ripristinare la modestia e accettare che il proprio corpo, in tale circostanza, si risvegli due ore dopo la fine della pratica quando discepoli imbarazzati e maestri stizziti saranno andati via e noi, nella semioscurità delle luci al neon di emergenza ci contrarremo dalla vergogna come dei bruchi schiacciati ma avremo la grande occasione di realizzare una delle nostre priorità: non conseguire per forza il nirvana ma il semplice, agognato ed idratante svenimento dell’impiegato contemporaneo.

 

 

PICCOLO SEGRETO INDUSTRIALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho trovato, in fondo all’armadio, un cioccolatino industriale.

Appartiene alla mia vecchia vita, ora mangio solo cioccolato prodotto da piante italiane registrate all’anagrafe e stagionato per anni nelle culle delle cliniche pediatriche, in Svizzera.

Cosa devo farne?

Quale potrebbe essere la cosa migliore da fare?

Divorarlo e annegare nei sensi di colpa oppure raccoglierlo e riporlo tra i rifiuti non riciclabili, chiamare quelli che ritirano i rifiuti pericolosi, in modo che la sua materia organica temibile non contamini l’humus del mio orto?

Un’altra possibilità è quella che poi è la nostra missione, quella che spetta a noi, guerrieri della luce, nati in questa epoca post-industriale: buttare il cioccolatino chimico nella pattumiera lanciandogli contro mille maledizioni.

Mi avvicino quindi allo scaffale dell’armadio e allungo la mano verso il disgraziato fagottino avvolto nel malefico cellophane colorato.

Più mi avvicino e più salivo come un mastino napoletano di undici anni.

Cerco di darmi un tono.

Cerco di nascondere al mio ideale, la bocca piena di bava e lo stomaco che urla desideri immondi.

Piglio il cioccolatino, spingo col piede sul pedale del secchione e mi scaravento nella trachea il demoniaco, squisitissimo snack.

Non respiro per qualche minuto, ho un Nirvana.

Poi torno in me, mi sistemo, mi lavo i denti, esco di casa guardinga, controllo che nessuno mi abbia vista e scivolo fuori dal pianerottolo verso il mercato contadino.

LETTERA AGLI ARCHEOLOGI

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Carissimi,

so perfettamente che la vostra categoria è oberata di impegni, dividendosi tra coloro che non troveranno mai lavoro ma seguitano a cercarlo mentre si dilaniano i maroni al call-center e coloro che invece il lavoro lo hanno trovato e lo conservano gelosamente servendosi di doppi turni e di straordinari non pagati; so tutto benissimo sulla vostra straordinaria, sottovalutata professione.

Ma quando sarete tristi ed affranti, devotissimi archeologi, quando la notte di una busta paga insufficiente e della panoramica di tanti siti archeologici divenuti depositi illegali d’immondizia sovrasterà il vostro buonumore, non vi abbattete.

Non vi affliggete, archeologi.

Pensate, piuttosto, ai vostri colleghi del futuro, allo scenario che troveranno i professionisti del vostro settore fra mille anni.

Non potrete non gioire dell’opportunità che vi è stata concessa, di operare la vostra professione durante gli ultimi tempi felici e di scoprire civiltà davvero meritevoli di essere scoperte.

Pensate a quei poveracci che, tra mille, duemila anni, scaveranno e troveranno i bastoni per farsi il selfie.

Pensate a quei miserabili che scaveranno per trovarsi in mano mutande in ecopelle col buco per lo sfintere, libri di cucina della Lambertucci o qualche disco di Giuseppa Gaetana Ferreri.

La buona notizia per voi non è soltanto quella che non troverete, nei vostri scavi, le migliaia di stronzate che vengono prodotte oggi ma che, ancora oggi e nonostante tale produzione, ci sia ancora qualcuno capace di apprezzare le scoperte ed i reperti che rinvenite oggigiorno.

La buona notizia che ha dell’incredibile è che c’è ancora qualcuno che da retta al vostro lavoro e che va alla domenica gratis nei musei, finché continua ad essere legale.

Dunque, carissimi e stimabili archeologi, a questo punto penso che la cosa migliore sia rivolgere un paio di righe ai vostri colleghi del prossimo, lontano, pesantissimo futuro, sperando che queste riescano ad arrivare alle loro mani, conservandosi nei secoli…

 

Stimabili archeologi del XXX secolo: scusate.

Abbiate pazienza, non siamo stati tutti dei coglioni.

La maggior parte di noi, in effetti, ha eccelso in tal senso ma sappiate che una piccola parte dell’umanità vissuta nel nostro millennio, ha provato in tutti i modi a resistere al declino e non ha mai coraggiosamente acquistato pullover da uomo color fucsia né fatto giammai uso di occhiali con le lenti specchiate da Righeira né tantomeno fatto consumo di crocchette prodotte con zampe e becchi di pollame nato morto.

Molti di noi non hanno mai apprezzato certa musica pop di merda, seguita da moltitudini di nostri contemporanei nonostante l’inequivocabile epiteto di “tormentone”.

Tanti noi hanno lottato per cercare di vietare la presenza in tv di personaggi come Malgioglio, qualora trovaste reperti del suo parrucchino e, infine, si è provato in tutti i modi ad eliminare dalla faccia della terra i braccialetti con le lettere del proprio nome in acciaio.

Abbiamo fatto ciò che abbiamo potuto, non disprezzateci tutti ma soprattutto, smettete di scavare.

Perché più si scava più si scende in basso.

Vi imploriamo, in nome della nostra memoria, non scavate! Non c’è un cazzo da trovare.

 

AI CADUTI SULLE STRISCE PEDONALI

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Il pedone è, nella catena alimentare della mia città, l’ultimo, disprezzabile anello.

Se sei in motorino puoi schivarlo prendendo la mira, come fosse un bersaglio mobile che, per una volta, decidi di graziare.

Se sei in auto è il fastidioso fuori-programma che ti fa consumare i dischi dei freni ed i pneumatici.

Perché i pedoni non fanno il salto di qualità di usare la macchina o non se ne restano a casa, anziché intralciare il traffico?

Perché a Roma esistono ancora, in certe zone, strisce pedonali visibili sull’asfalto?

Facciamogli paura a questi maledetti fannulloni che hanno il tempo di passeggiare, facciamo finta di non vederli.

Facciamoli sentire soli.

Sfioriamo le loro membra molli coi nostri specchietti lucenti.

Fissiamo i loro occhi di cerbiatti impauriti, da dietro i nostri parabrezza infuocati.

Schiacciamo i di loro cani profumati di toletta, facciamo cadere a terra le loro buste della spesa con la potenza del vento provocato dalla nostra velocità.

Che si vergognino e se ne restino alla fermata dell’autobus ad attenderlo sino alla morte naturale oppure al bar o dove vogliano ma non in mezzo alla strada, disorientati come ciechi in un labirinto, incapaci di avanzare o retrocedere oppure spavaldi nel loro inadeguato, anacronistico senso civico del cazzo, consapevoli di un ipotetico diritto di precedenza che è, con evidenza, morto e sepolto da secoli.

E’ la strada che comanda e la strada, a Roma, è dura, come la vita a cui ti costringe questa città: c’è il traffico che ti divora, la ricerca del parcheggio che ti strema più di una spedizione sul K2, le file negli uffici pubblici senza la macchinetta del numeretto, c’è il lavoro che passa per amicizie, l’immondizia che si mangia sempre più terra ed i gabbiani sempre più grossi.

La vita a Roma è già tanto dura ed arrabbiata per poter aver pietà dei pedoni: abbattiamoli.

E’ la selezione naturale.

Ci hanno tolto il diritto di essere sovrappensiero.

Ci hanno derubati della concentrazione da Gran Turismo che si accende insieme ai nostri motori.

Ci hanno spaventati, sgridati, hanno inveito contro le nostre famiglie e, in certi casi, si sono persino accaniti contro i cofani delle nostre auto per far valere i loro diritti: cosa aspettiamo a neutralizzarli?

Cancelliamo le ultime strisce pedonali ancora visibili sul manto stradale e riprendiamoci la città.

Non lasciamola in mano a questi depravati perdigiorno, ripetiamo insieme e diciamo “levate dar cazzo, ‘mbecille”.

Sprofondiamo nella più depravata inciviltà ma sprofondiamoci con lo scooterone, che se fa prima.

 

TRISTE STORIA DEL PACCHETTO BASE

BRANDED PARODY CONTENT, FAVOLE DI MADAME PIPI'

Ho noleggiato una macchina online per le mie vacanze.

Ma non volevo fare del male a nessuno.

Anzi, ho pensato di far del bene: ho pensato che poi lì, non avrei dovuto far la fila, che avrei alleggerito l’impiegato e lui ne sarebbe stato felice.

Questo ho pensato.

Invece no.

Molto gentile, l’impiegato, eh; ma non felice.

Arrivo in agenzia col mio codice di prenotazione, consegno la mail stampata all’impiegato che, senza manco alzare gli occhi dal foglio, contrae il sorriso di benvenuto in una smorfia di disgusto.

Poi, rivolge su di me uno sguardo grave, severo, alla John Wayne quando qualcuno, nei suoi film, ha ormai i minuti contati.

Mi guarda come fa Ken Shiro prima di punire il gigante cattivo ma anche come un attore di soap-opera sudamericana, con la bocca serrata, gli occhi piccoli e il volto pieno di rughe da smorfia di dolore.

Mi guarda e mi ha dice: “Lei, signora, ha preso il pacchetto basic”.

Questa sentenza dell’impiegato contiene due sostantivi offensivi.

Da quel momento, cambia tutto.

L’impiegato non mi guarda più negli occhi, fugge il mio sguardo, mi dice “Abbia pazienza, se si accomoda un attimo, io, intanto, servo i signori che hanno la premium”.

Dice “hanno tutto incluso, faccio subito con loro e poi vediamo con lei…”, dice, senza finire la frase, come per dire “poi apriamo la sua pratica che puzza di merda di bambino che adesso, altrimenti, mi appesta l’agenzia”.

Io mi giro e guardo i signori che hanno la Premium: sono fichissimi.

Sembrano appena usciti da uno spot di gioielli, di deodoranti: la famiglia perfetta.

Lei coi leggings dorati e due metri di gambe, lui pare Top-gun ed i loro figli, i puttini sulle scatole dei pandori ed io sono brutta da morire, mi sento una blatta: ho il pacchetto basic.

Mi siedo sulla poltroncina con gli occhi bassi e, dopo qualche minuto, sento gridare l’impiegato “Lei, col Basic, signora, venga!”

Si girano tutti e a me sfugge un “Si, ma faccia piano”.

L’impiegato mi guarda con pena mentre inizia:

“Signora” (stronzo)

“Il pacchetto basic non include la copertura pneumatici, cristalli, cinture di sicurezza, sedili, battistrada, casello, semaforo, parcheggio, anche se gratuito, col basic paga anche quello.

Non ha la copertura anziani: non può caricare in auto vecchietti over80 perché, in caso di decesso per morte naturale, dovremmo farle pagare le pulizie straordinarie, gestite dalle pompe funebri del luogo del decesso.

Stesso vale per il trasporto bambini, borse frigo, merendine, scarpe con la suola da trekking e, oltraggio maximo: cani.

Col basic le preleverò un suo capello a campione che alleghiamo a deposito sulla pratica così, al suo ritorno, facciamo le analisi e con un laser ad infrarossi, se troviamo in auto un pelo che non è suo, il pelo viene inserito direttamente nella categoria “cani di grossa taglia” e c’è una penale di duemila euro e due notti di carcere.

L’auto del basic è una Uno Bianca intestata ai fratelli Savi, si…quelli della banda, ora gestiscono un’autocentro convenzionato.

Ovviamente, nel pacchetto basic non sono inclusi bollo e assicurazione, se ha bisogno della chiave del portabagagli, c’è un extra di 81,22 euro al giorno + iva”.

Ho come l’impressione che l’impiegato voglia ottimizzare i tempi dicendomi “Insomma, nel basic non è incluso un cazzo di niente” ma che non me lo dica per educazione perché, comunque, sono una signora.

Invece, ad un certo punto, contro ogni previsione, dice: “MA SE VUOLE…”e si interrompe.

Come faceva Gassman, nel punto più critico dello spettacolo, anche l’impiegato s’interrompe un attimo e poi dice “SE VUOLE PUO’ FARE L’UPGRADE”.

Ed io gli dico di si.

Non aspetto manco che finisca la frase perché sono stanca, umiliata e voglio uscire di qui con la dignità: voglio l’upgrade.

“E allora, firmi qui” mi dice, con gli occhi spiritati, mentre compare sul desk, lei: la lavagnetta.

La lavagnetta che non vedevo dall’asilo, con lo schermino liquido e la barretta con scritto FIRMARE QUI.

Ed io sento un coro da stadio che si diffonde per tutta la città: FIRMI QUI-FIRMI QUI-FIRMI QUI.

L’impiegato, ormai vestito da sacerdote, mi porge IL PENNINO.

Ora: passi l’umiliazione per il continuo Signora, passi la lavagnetta ma il pennino, cazzo, no dai.

E poi il contratto, penso, neanche mi fa leggere il contratto?!

L’impiegato mi legge nel pensiero e mi sgrida: “Non rovini tutto! Il contratto lo trova sul nostro sito!! Non sprechiamo carta, noi! Siamo un’azienda certificata!”

E io firmo perché comunque, a quel punto, l’impiegato mi fa anche un po’ paura.

Ho firmato.

Alzo gli occhi e vedo l’impiegato che sta avendo un Nirvana: senza una ruga, biondo, radioso: sembra un modello australiano di quindici anni.

Tutto il desk si illumina.

Arriva David Bowie con la divisa Europcar e mi dice “Signorina (con l’upgrade non son più signora, certo), venga, le mostro la sua vettura.

Col Premium ha il chilometraggio illimitato e potrà andare anche su Marte.

Io Life on Mars l’ho scritta pensando al pacchetto Premium, sa?”

Saluto l’impiegato, che mi benedice da lontano, col pennino.

Sono felice, parto.

Nel frattempo, a casa mia, stanno già pignorando i primi mobili.

E’ l’effetto della transazione del premium.

 

 

 

 

 

 

 

NON TUTTI I LADRI VENGONO PER NUOCERE

BRANDED PARODY CONTENT

Lo diceva Dario Fo ma è una legge applicabile in moltissimi contesti: il furto può essere una benedizione. Ecco il pezzo scritto per il centenario di Achille Castiglioni, in occasione della serata organizzata con la Fondazione Castiglioni, a Milano, durante il Salone del Design 2018, al quale siamo sopravvissuti.

***

L’etimologia del nome Achille, non è chiara.

Alcune fonti sostengono che il nome derivi dalla parola Akòs, dolore.

Altre dicono che venga da Làos, gente.

Che poi, nella maggior parte dei casi, le due cose sono collegate: la gente provoca un sacco di dolore.

Poi ci sono le fonti nutrizioniste, anche in campo etimologico, che sostengono la tesi secondo cui Achille vorrebbe significare nutrito senza latte, da kìlos, appunto, latte, con l’alfa privativo che, come al solito, contraddice qualsiasi cosa venga dopo di esso.

I greci erano un po’ così, ti facevano credere di essere dei tipi ottimisti: ti scrivevano un aggettivo perfetto, inconfondibile, positivo e poi, per dirti, mentre eri distratto, l’esatto contrario di questo, ci piazzavano davanti una piccola, minuscola ma potentissima A che dimostrasse il matematico contrario di ciò che era stato scritto.

E lo usiamo anche noi, eh, l’Alfa privativo.

Esempio: oggi sono una persona morale.

Domani potrei essere una persona a-morale.

Per servirci della matematica abbiamo rubato agli arabi e, per il lessico, abbiamo rubato tanto ai greci, noi, che facciamo quelli che hanno creato tutto ciò che c’è di figo, in giro e che, in quanto italiani, non vogliamo gli immigrati che contaminino la nostra razza pura.

Eppure il confine tra furto e contaminazione, l’operazione che arricchisce più di tutte, è un confine molto labile: l’arte, la cucina, l’agricoltura, l’architettura, l’ingegneria e tantissimi altri settori che cooperano alla fioritura dell’intelletto umano, hanno sempre rubato.

Rubato dalle altre culture, rubato una dall’altra.

Il design ha rubato più di Craxi ma, per fortuna, con risultati migliori per il nostro paese: il design ha rubato all’arte, alla filosofia, al cinema, alla meccanica, all’industria e ha lasciato che quest’ultima facesse altrettanto.

Achille Castiglioni è stato un ladro geniale perché ha rubato di qua e restituito di là: ha rubato ai dadaisti, alle lampade usate nelle fabbriche e sulle automobili ed ha restituito alle case, alle persone, al design industriale, l’ingrediente che mancava come l’acqua nel deserto: la gioia e la bellezza assemblata alle superfici di oggetti quotidiani, presenti da sempre ma nati già spenti e morti, nei posti di lavoro, negli appartamenti, negli studi tecnici.

Achille, ha dato a questi spazi e a quegli oggetti, qualcosa di simile alla linfa bianchiccia che fa brillare e respirare le piante.

Allora, anch’io, a mia volta, voglio rubare qualcosa ad Achille.

In realtà, ho preparato una lista di cose che voglio rubargli.

Prima di tutto, il desiderabilissimo Codice Bambino: la capacità di riattivare, attraverso le proprie opere e le proprie produzioni, la manine e lo stupore allegro del moccioso che siamo stati e, a partire da lì, ruberò anche tutto il senso di spensieratezza e le risate che riposano in pace, tra le pieghe nascoste del cervelletto del mio pubblico adulto per farlo tornare minorenne in età prescolare.

Poi ad Achille ruberò l’ironia che applicò al suo lavoro, in maniera così spontanea e unica, la predisposizione a non prendersi sul serio, a rendersi conto o a far credere al pubblico, che producesse lampadine e sgabelletti per cui c’era poco da fare i fighi perché è il pubblico che deve giudicare se un prodotto o un personaggio pubblico sia figo, non il contrario.

Voglio rubare ad Achille la disciplina, forse inconsapevole, della cosiddetta presa-a-bene, la tecnica di divertirsi mentre si lavora.

L’unico metodo professionale efficace: farsela prendere bene.

Mica ho finito, eh: a questo punto, riempio il sacco e a Castiglioni rubo anche la semplicità, intesa come ottimizzazione e pulizia ma anche intesa come cazzo di semplicità e punto.

Perché sono una femmina e ho tanto, tanto bisogno di semplicità.

Achille, abbi pazienza, se mi senti da lassù mentre organizzo la rapina ma tu, di semplicità e divertimento ne avevi da vendere quindi, adesso che sei morto e che i soldi non ti servono più, fattele rubare queste due cosine.

Divertimento e semplicità: il mix essenziale che ti ha permesso di creare oggetti senza tempo, liberi dalle fesserie delle mode di stagione, un mix per cui oggi vieni considerato talento, allo stato puro.

E poi, già che ci sono, visto che sono ancora viva e quindi i soldini mi vengono un filo utili, abbi pazienza, Achille, verrò anche a rubarti in casa.

E’ un furto in nome dell’arte, eh.

Ti rubo in casa, in Fondazione e al museo.

Ho sempre voluto lo sgabello Sella, per dondolare mentre scrivo, la poltrona Sanluca starebbe benissimo nel mio salottino di 2 mq.

E poi, già che ci sono, metto nel sacco nero anche la sedia allunaggio che fa tanto modernariato e poi l’abat-jour fatta col faro della macchina che fa tanto studio creativo!

Manca solo la borsetta di tua moglie, l’argenteria e abbiamo finito.

Achille, ti si potesse rubare anche l’anima, sai come si starebbe meglio all’università, al politecnico?

Hanno tolto la giacca elegante e si son messi il dolcevita nero ma non si sono inventati nient’altro che le file in segreteria.

Hanno eliminato il concetto di oggetto senza tempo per creare oggetti di cui ci si stanca dopo una settimana.

No, l’anima te la lascio, non te la frego quella, così puoi andare a tirare i piedi a sti stronzi.

Se serve una torcia, per trovarli nel buio della notte, dovresti riuscire ad organizzarti, anche da lassù.

IL PIANO BAR NELLE CARCERI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non conosco nessuno così odievole da meritare una serata in compagnia del piano bar.

Che sia in albergo, in crociera o al villaggio turistico, il piano bar corrisponde al peggiore dei luoghi in terra dove trovarsi senza averne colpa.

Bisognerebbe quindi subire il piano bar, avendone colpa.

Il piano bar dovrebbe essere una specie di punizione simile ai lavori forzati o alternativa al carcere.

Se solo si potesse prevedere il piano bar contro i condannati ai domiciliari, mi sentirei meglio e sarei ancor più incentivata a non commettere crimini: perché farei qualsiasi cosa pur di non essere costretta dallo stato a starmene davanti ad un tizio con la pianola.

Le basi musicali anni settanta e il karaoke con Acqua e Sale mi fai bere, io vorrei che fossero castighi imposti a quelli che hanno fatto bancarotta fraudolenta o che ne so.

E invece siamo stati governati da uno, che il karaoke lo imponeva ai poveracci in viaggio su una nave.

Il piano bar deve essere inflitto ai criminali, non ai poveracci che lavorano tutto l’anno, che pagano le tasse e che cercano di essere bravi genitori perché non è giusto che uno rientri tardi in albergo, dopo una lunga giornata di trasferta professionale e trovi, al bar della hall, un tizio col pizzetto che fa ballare le tedesche sbronze con I will survive.

Non è dignitoso che una brava ragazza venga umiliata, durante le sue uniche ferie, da un signore abbronzato, vestito di lino bianco che la costringe a leggere le parole di Bionde trecce, occhi azzurri e poi, mentre si colorano velocissime o, almeno, più veloci della sua povera gola di impiegata a progetto.

Il piano bar conferisce un improvviso, perfetto alone di tristezza a chi lo provoca e a chi lo subisce e tutto il luogo circostante si contamina, tanfando subito di moquette blue, di vodka del discount e di promiscuità sudata, di dopolavoro, di festa aziendale e di premiazione per il miglior fatturato.

Fatemi morire con l’orgoglio di non aver mai preso parte ad una serata nella morsa del sax o della pianola inflitta da un resident, in un residence.

Mi spiace per i bravi musicisti, costretti dalla vita a suonare le basi di Antonacci ma più rispettoso, nei confronti del loro amore per la musica, sarebbe il gesto di cercarsi un altro mestiere, alla svelta.

Anche umiliante e pesante.

Perché c’è molto poco di più pesante ed umiliante che ascoltare la propria, virtuosa voce, gridare Tutti insieme, Anima mia!

Proteggetevi dal piano bar.

Non permettete a nessuno di darvi un microfono in mano quando siete in costume da bagno o davanti ai vostri colleghi e ad un ragazzo con la camicia hawaiana e la collanina dorata che vi guarda eccitato, pronto a sostenere con voi un ritornello che non doveva neanche essere creato.

Si al piano bar nelle carceri.

No, alla violenza sulle pianole.

Si, alla violenza sugli eventuali eredi di Umberto Smaila.

 

 

IL NOSTRO NUOVO DOMESTICO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non è importante chi voteremo.

Non è importante o almeno, non prioritario, perché ci hanno messo nelle condizioni di non tener più in conto il bene pubblico ma supposte ideologie di partiti che non hanno nulla di ideologico. Ma di supposta, si.

Non è importante discutere su chi rubi più o meno denaro pubblico: lo sarebbe in un paese in cui fossero chiari a tutti, i nomi di chi lo ha rubato in passato, leggibili sui documenti delle sentenze che li abbiano puniti, quei nomi lì.

Ma il nostro paese è uno dei sette regni della grande impunità, dunque, se l’impunità non è importante per il sistema giudiziario, come potrà esserlo per le generazioni degli elettori?!

Non è importante intossicarsi coi salotti televisivi che ospiteranno i candidati perché si scrivono sceneggiature nei posti più impensabili, figuriamoci in quelli più pensabili.

Non è fondamentale votare il meno peggio, né scoprire cosa voterà il mio vicino di casa o una provincia piuttosto che un’altra, per poter dire poi, “quella provincia è rossa o nera”.

Non è importante votare senza sapere cosa c’è sotto perché faticheremmo a scoprirlo in tempi brevi o forse perché già sappiamo di non sapere, come Socrate ma peggio, perché ci stanno inculando da tempo, un po’ tutti.

Più importante di tutto ciò, forse, è avere bene in testa ciò che faremo dopo che avremo votato e qualcuno avrà vinto e quel qualcuno non rispetterà ciò che ha promesso col suo programma.

Perché il programma è importante.

Il programma è l’unico contratto scritto che abbiamo con questi signori.

Se in un contratto che stipuliamo, qualcosa non viene rispettato, sentiamo la necessitò di chiedere la difesa dei nostri diritti lesi: perché non sentiamo questa pulsione, dopo il breve periodo del nostro nuovo dipendente: il partito vincitore delle prossime elezioni è di fatti, per costituzione, nostro subalterno, il nostro neoassunto, lo stagista, il nostro governo è la nostra signora delle pulizie che deve tenere in ordine la nostra casa, non fregarci gli anelli della nonna dai cassetti.

Dunque, piuttosto che preoccuparci di chi potrebbe vincere, problematica fondamentale ma difficile da maneggiare, al momento, prepariamoci a consolidare la nostra predisposizione all’analisi meticolosa di chi si sta occupando delle nostre faccende pubbliche ed eventualmente, a licenziarlo.

E se non si fa licenziare, a fargli stalking fino a quando non ne avrà pieni i maroni di avere a che fare con noi, come principali.

E se lo stalking è senza dubbio cosa spregevole e condannabile, mettiamoci, con tutte le forze che usiamo ogni sera, in palestra, sulla cyclette, per scaricare i nostri nervi, nelle condizioni di eliminare il principale disservizio del nostro paese: un governo composto da persone che non rispettano i patti e, che anzi, utilizzano la buona fiducia dell’elettore per fare i propri, beneamati, cazzi.

Non è importante chi voteremo. Anzi, si.

IL PENSIERINO

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

C’è una legge che mi sta sempre più stretta.

Non so chi l’abbia istituita, quale Repubblica abbia potuto concepire una legge così invadente e presuntuosa.

Un comma che costringe tutti i cittadini, indipendentemente dal loro reddito e dai loro orientamenti, ad affrontare la settimana del regalo di Natale.

Tutti, in massa e in condizione di grave disagio stradale devono, per legge, uscire per recarsi in luoghi di approvvigionamento di pensierini.

Il decreto del Pensierino.

Mi sento male all’idea che qualcuno possa farmi un pensierino.

Meno, all’idea che qualcuno possa farCi un pensierino, ma questa è un’altra storia.

Però, l’idea che uno debba uscire di casa il ventidue di Dicembre, con un freddo bastardo e parcheggiare l’auto in terza fila, per immergersi in un fiume in piena di persone, lucine e babbi natali che si arrampicano persino sulle pareti dei palazzi, l’idea che uno a cui voglio bene debba sottoporsi all’esperienza dequalificante di entrare in un temporary shop di candele e saponette profumate per comprarmi un pensierino, se permettete, mi mortifica.

Se poi alla mortificazione aggiungo l’angoscia di dover fare anch’io dei penserini alle persone, rabbrividisco.

Mi debilita anche l’idea che tantissime attività commerciali possano reggere la loro sussistenza sul business dei pensierini.

Sulle sciarpe, sui calzettoni di lana con le renne, sui cesti coi pandori e gli spumanti, sui libri di Fabio Volo, sullo smartbox!

Lo Smartbox: è già quasi nella categoria dei pensieroni, mi rendo conto.

Lo smartbox è impegnativo.

Ma anche invadente, coercitivo deludente.

Tu, col tuo fottuto smartbox, non mi stai regalando un week-end.

Mi stai obbligando ad andare tre giorni fuori col mio fidanzato, col quale magari va male da anni ma non c’avevo voglia di dirtelo.

Mi obblighi ad andare in un posto che potrò scegliere solo tra opzioni limitate e preselezionate da un tizio che non conosco e non conosce me.

Mi obblighi a telefonare in quel posto, che ho selezionato dalla preselezione, e a sentirmi trattare come una mentecatta del cazzo perché sono quella con lo smartbox.

Se non bastasse, al mio ritorno dovrò telefonarti per renderti conto sul mio soggiorno al minuto e ringraziarti della figata cosmica che il weekend è stato e prometterti di ricambiare presto, con un altro smartbox per te!

E tutta questa sofferenza per colpa di un fottuto pensierino che tu hai avuto per me.

Non pensare, la prossima volta.

 

IL MONDO DEL LAVORO E LA TEORIA DEL GaC

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Le persone che arrivano nella nostra vita per introdurci al mondo del lavoro, sia dal punto di vista pseudofilosofico che concretamente, non sempre si rivelano maestri illuminati, ambasciatori di un incontro miracoloso deciso dal fato o da Dio per arricchire la nostra vita professionale e la storia dell’umanità.

Il più delle volte infatti, le persone che desiderano insegnarci come funzioni il mondo del lavoro, propongono teoremi e aforismi che provocano nell’interlocutore, in maniera del tutto naturale e piuttosto brutale, risposte come Grazie al Cazzo.

Sono persone di età variabile: non è detto che si tratti sempre del cavaliere del lavoro novantenne, convinto che in cinquant’anni il mondo non si sia mosso di un centimetro e, qualora si fosse mosso, la direzione è senz’altro sbagliata, visto che si stava meglio ai suoi tempi.

Grazie al Cazzo.

Non si può però escludere che si tratti di persone giovani (o presunte tali) che, forti della loro professione ambiziosa raggiunta e consolidata, si convincano di poter iscrivere coattamente i nostri nomi al loro corso di vita lavorativa per dementi o disoccupati, che per loro è la stessa cosa.

Le materie trattate dallo stage dei giovani professionisti vincenti propone però contenuti che richiamano la medesima reazione avuta col cavaliere del lavoro.

“Vuoi la mia?! Per crescere in questo mestiere ci vuole ambizione”.

Grazie al Cazzo

“Ascolta me, se davvero vuoi fare questo lavoro mettiti in testa che non esistono orari”.

Grazie al Cazzo

“Se vuoi fare questo mestiere, qualche compromesso lo devi fare”. Grazie al Cazzo

“Farsi vedere sempre impegnati ma disponibili e propositivi”. Grazie al Cazzo

E si prosegue così, a frantumarsi il setto nasale contro il muro della banalità più cupa affinché nessuno si renda mai colpevole del reato di aver avvisato il neofita o la matricola circa le cose che davvero contano nella vita professionale.

Perché non esiste un addetto alle risorse umane che si preoccupi di avvisare il neo-assunto o lo stagista di come funzioni la storia quotidiana in azienda?! Quali gusti personali abbia il direttore, come proceda la sua vita privata e quindi capire se avanzare richieste oppure no, dove andare a mangiare in pausa pranzo senza rimanere avvelenati, se si possa usare o no il cesso del quinto piano, quello che pochi conoscono e quindi si può andare a far la cacca senza incursioni imbarazzanti dei colleghi, quali siano piccoli segreti che ognuno dei colleghi ha e propone al resto della collettività in maniera più o meno ingombrante, durante il giorno.

Queste le informazioni che i nuovi vorrebbero sapere.

Ci vorrebbe un opuscolo aziendale con informazioni dettagliate sulla vita emotiva in azienda, ci vorrebbero i cookies fatti sui dipendenti di quel marchio lì, per far capire molto a chi vuole inviare un cv, a quel marchio lì.

Ci vorrebbero professionisti meno presuntuosi e più aperti all’ingresso di nuove risorse, ci vorrebbero le recensioni online dei vecchi dipendenti e poi ci vorrebbero colleghi più solidali e il benessere delle persone come priorità oltre ai ricavi.

Grazie al Cazzo.

 

NON SONO PRONTA PER IL FUTURO DIGITALE

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Pezzo scritto per AFTER FESTIVAL – Futuri Digitali

Modena, 1 Ottobre 2017

Com’era la vita prima del digitale? Come facevamo a geo-refenziarci e a condividere? È proprio vero che oggi siamo diversi da prima? Ed è proprio vero che il digitale ci fa essere migliori, più capaci, più performanti, più tutto?

***

Visto che in questi giorni di Festival avrete innumerevoli possibilità di capire come il digitale ha migliorato la nostra vita, ho pensato di darvi qualche veloce spunto su come il digitale abbia rovinato la mia di vita.

Sono convinta che i futuri digitali vi copriranno di vantaggi e progressi ma sappiate che io me ne starò qui a guardarvi, incazzata e malmostosa, combattendo contro certi strumenti invadenti e imbarazzanti, che vado ora ad elencarvi, prima che arrivi il servizio d’ordine del festival:

Prima di tutto mi sfogo con voi riguardo le basi, i rudimenti delle tecnologie.

Il telefonino.

Mi vergogno a chiamarlo così ma non ho mai iniziato a chiamarlo smartphone perché, secondo me, da quando gli abbonamenti telefonici dilapidano il mio conto in banca da sempre, a prescindere dalla compagnia, l oggetto di smart non ha un bel cazzo.

Se avessi risparmiato tutti i soldi delle bollette del telefonino, oggi sarei arrivata qui con la Jaguar coi sedili in pelle di giamaicano.

Invece sono arrivata coi punti della cartafreccia.

Inoltre non so come si chiami quella malattia per cui, se sono con gli amici o ad una riunione e qualcuno, ad un certo punto tira fuori per sbaglio il proprio telefonino, per una qualche sconosciuta legge gravitazionale, la mia mano inizia a muoversi verso la tasca della giacca e, senza che io possa oppormi a questa reazione che proviene dal mio corpo posseduto, devo per forza tirar fuori anche io, il mio telefonino.

Anche se non ci devo fare un cazzo, anche se nessuno mi scrive o chiama da una settimana, io devo prendere l’oggetto telefonico e sentire che ce l’ho, che ce l’ho anche io quel bene di lusso lì e inizio a smanettarci in maniera compulsiva e ad aggiornare le notifiche con la faccia impegnata.

A volte sbuffo per fare quella oberata dai contatti.

E poi il telefonino è un oggetto invadente e promiscuo ai limiti della legalità.

La sera riposa sul comodino accanto al mio letto a spiare cosa leggo, che musica ascolto, che fidanzato ho per le mani.

Se ne sta lì, con la sveglia a lancette che lo guarda in cagnesco sapendo che prima o poi mi deciderò a venderla al mercatino dell’usato perché a che cazzo mi serve la sveglia a lancette ormai, se ho il mio telefonino.

E poi in bagno.

Ho una pila di libri intellettuali e di giornali di arredamento che sono lì oramai solo per far scena con gli ospiti perché sulla tazza mi distruggo di social.

Sono solo io a sentirmi a disagio quando se apro un social mentre sono sul cesso?

Voi che siete esperti, lo saprete se esiste o no una app che ti spia mentre sei alla toilette e vede benissimo che non stai leggendo i giornali di design ma sei su twitter.

Sono ossessionata dal dubbio che qualcuno dal facebook faccia un post taggandomi, scrivendo cose tipo “Arianna, non vergognarti e fai check-in sul cesso che ti vedo, con la mia nuova app discovering-wc ”.

Mi sento così violata.

Con tutto l’impegno che applico quotidianamente per far credere ai miei contatti quanto sia figa, con un solo post i miei follower verrebbero a conoscenza del fatto che anche io defechi.

Andiamo oltre perché esiste un mare di tecnologie che mi rovinano la vita:

Le automobili automatiche, che non ho mai saputo guidare e che fanno mormorare alla gente dietro di me “Lo sapevo che era una donna a creare la fila” mentre io son lì, a capire che stracazzo voglia dire N.

Le videoconferenze: non sono adatta.

Passo tutto il tempo della call a controllare che effetto faccio in video, mi vengono i tic nervosi da insicurezza cronica, inizio a toccarmi i capelli, mi asciugo la fronte unta di crema e poi controllo la scenografia di casa mia che la gente vede dall’altra parte della camera, mi alzo per spostare lo stendipanni o la fila di bottiglie di birra vuote della sera prima, che non sta bene e così non sento mai un cazzo della call e risulto una perfetta inetta.

Poi, andiamo in ambito medico:

La macchinetta per la voce dei muti, il cosiddetto laringofono:

un’invenzione tecnologica straordinaria per permettere a chi ha perso le corde vocali di poter parlare.

Purtroppo però le tecnologie non hanno ancora dato la giusta evoluzione a questo strumento, che è rimasto un riproduttore di suoni artificiosi da Commodor64, con una sola tonalità di corda vocale a disposizione che mi mette a disagio perché non capisco mai cosa diamine dicano questi vecchietti e allora provo a improvvisare risposte per non offenderli ma chiaramente uno si offende per forza se, dopo avermi chiesto dove sia Piazza Grande e io gli rispondo che non sono sua nipote e che forse si è confuso.

Infine, per non tediarvi e terminare un elenco che in realtà non avrebbe fine, mi sfogo con voialtri citando Siri.

A proposito di laringofono.

Com’era bello quando Siri era alla sua prima, rudimentale versione.

Mi divertivo a dirle Vaffanculo e lei mi rispondeva “Non credo tu abbia una App chiamata vaffanculo ma se vuoi posso provare a cercarla sull’App store”.

Oggi la versione 2.0 di Siri è inquietante: le dico Vaffanculo e mi risponde “Non credo di meritare questo trattamento”.

Guardate che se le tecnologie ci tolgono l’umorismo, è finita per l’umanità.

Voi continuate pure a divertirvi con le tecnologie ma sappiate che c’è gente che soffre per non riuscire a stare al passo coi tempi, con gli aggiornamenti del software.

C’è gente come me, piena di complessi, nata nell’epoca sbagliata, che la tecnologia non ce l’ha nel sangue, non ce l’ha nel dna e non c’è niente da fare.

E non provate ad uscirvene anche con un vaccino per indurre la tecnologia, che ne abbiamo abbastanza.

 

https://www.afterfestival.it/

 

LA NUOVA MONETA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho scoperto che in giro c’è una nuova moneta.

Una nuova valuta, fresca fresca di conio*.

E’ internazionale anche se, ho scoperto che è utilizzata prevalentemente in Italia.

Un altro primato da aggiungere ai tantissimi del nostro amato Made in Italy.

Procacciarsi questa moneta è semplicissimo e mi dicono che equivalga, pari pari, a tutte le altre monete in circolazione.

Anzi, c’è chi sostiene che valga molto di più!

Una nuova moneta!

Non ditemi che non la conoscete?

Si chiama Visibilità.

Pare sia un metodo di pagamento all’avanguardia e che ormai la usano tutti, più di paypal!

Allora, voglio iniziare anch’io ad usarla ma, non vi nego che devo ancora capire bene come funzioni.

Si, perchè, qualche giorno fa sono andata al supermercato e non vi dico con che gioia ho caricato ben due carrelli della spesa!

Li ho riempiti di tutte le delizie gastronomiche possibili e non mi sembrava vero!

Mi sono quasi ammazzata, trasportando i due carrelli carichi come quelli di una miniera!

Ebbene, arrivo alla cassa e resto a guardare incantata tutte le meraviglie che scorrono sul tapis roulant del supermercato.

Poi, quando arriva il momento di fare la spesa, io faccio la figa e dico che non pago nè in contanti nè con la carta: dico che pago in visibilità.

La cassiera, che forse è un pò ignorante e non sa come va il mondo, mi manda affanculo.

Mi dice di togliermi di mezzo perchè, dice, se non viene la polizia a riempirmi di manganellate, senz’altro lo farà il suo collega, quando saprà di dover rimettere al loro posto, tutte le cose che ho pensato di comprare.

Immaginatevi il mio imbarazzo.

Sono confusa.

Spiegatemi voi come si usa ‘sta visibilità perché c’è un sacco di gente che vuole pagarmi così, ma allora perchè io non posso farci la spesa al supermercato?

Dico, se questa moneta è così utile perchè non posso pagarci la parcella al commercialista e perchè il dentista mi ha riso in faccia quando hli ho detto che lo avrei pagato in visibilità e che avrei parlato del suo studio a tutti i miei amici?!

Mi avevano detto che è un metodo di retribuzione versatile e leggero, che porta fortuna e un sacco di clienti nel proprio mestiere: allora, perchè non posso pagare il pieno di gasolio al gippone, dal benzinaio?

Sento come un brivido dietro la schiena.

Ho una fitta alle tempie.

Non ditemi che stanno cercando di incularci, con questa storia della visibilità.

*Che poi, la parola coño in spagnolo è una brutta parola, dovevamo capirlo subito, vista l’assonanza con conio.

 

GLI ODIATORI

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Grazie alla rete ho scoperto tante cose, questioni e categorie di persone unitesi nel macrocosmo virtuale come si fa con le religioni.

Tra queste categorie vi è l’immensa milizia degli odiatori.

Gli odiatori sono persone che hanno scelto di eliminare tossine in rete come se questa fosse un luogo dove chiunque digita una stronzata qualsiasi automaticamente la trasforma in Verità.

Ma la verità, per quanto la si pigli per il naso e la si manipoli come plastilina, resta identica e sé stessa e soprattutto è poco incline ad aderire al giudizio di qualcuno conferendogli autorità.

La verità non è amica di nessuno, è un tipo piuttosto solitario.

Pare invece che sull’internet questa faccenda di non essere presenti fisicamente ma con una propria personalità digitale, doni a certuni non solo la certezza di possedere la sapienza assoluta ma anche la capacità di mostrare la punta più alta del proprio lato peggiore, con la garanzia di non poter toccare mai simili altezze nella vita reale.

Mi pare di aver capito infatti che questa milizia si faccia forte del fatto che le discussioni in rete, per quanto prendano piega feroce, restino pur sempre dentro ad uno schermo che quando si vuole lo si può abbassare come la tavoletta, per tornare a vivere e che questo rapido processo on-off log-in/log-out, simile a quello dei videogiochi, incentivi la rabbia più canina.

Sapendo che chi insulta non potrà con facili metodi essere scovato a casa e picchiato insieme alla sua famiglia da chi ha subìto l’oltraggio, uno si scatena e insulta con maggior astio.

Che uno si scateni e insulti potrei anche capirlo, se restasse uno.

Ma tanti no.

Tanti è pericoloso.

E sono tantissimi a prendere il loro sacchetto di rabbia, a farcirlo con tutte le frustrazioni e i complessi dei tempi dell’asilo e a lanciarsi contro la rete come Pagliuca, come Don Chisciotte, alla ricerca della discussione ideale dentro alla quale introdursi con un commento, acquisendo ora le sembianze di Mosè, ora quelle di Garibaldi nella loro versione più incazzata.

La milizia della gente che odia a tempo indeterminato incendia i post come fossero campi coltivati in odore di mafia.

C’è chi insulta quello che ha sbagliato a scrivere un verbo, chi aggredisce il vegano, chi quello che ha postato la foto del salamino di cinghiale o una canzone dei Blur di quelle commerciali.

C’è chi si proclama contro l’aborto promettendo la morte a chi professa il contrario, chi si scaglia contro i razzisti, gli zingari e il governo, contro il ragazzo che pubblica i video con la sua musica che non è abbastanza indie, democratica, internazionale ma che faccia l’occhiolino al proprio paese, folk ma con accenni sfumati all’elettronica.

C’è chi odia quelli che non sono del suo partito politico e quelli che sono del suo partito politico ma non si applicano.

Ho scoperto che le persone che fanno di mestiere gli odiatori (nel senso che vi dedicano tempo e risorse come se si trattasse di un mestiere) hanno poca misura.

Se un odiatore non è d’accordo con uno che ha dichiarato sul web il proprio amore alla Juve, siate certi che non scriverà “Non mi trovi d’accordo, anzi, Daje lupi!” ma la conversazione telematica si concluderà con auguri di morte per scabbia a lui e a tutto il suo albero genealogico, che deve crepare peggio, avendo peccato nel partorirlo.

Di una cosa non si può di certo accusare la milizia degli odiatori: che te la mandino a dire.

La gente che odia in rete non solo dice ciò che pensa (il che già sarebbe grave se diamo ai loro post la dignità di pensieri), ma dice assolutamente molto di più di ciò che sarebbe consentito pensare.

Sono certa che conosciate qualcuno appartenente alla setta degli odiatori.

Gli adepti della stessa non scherzano coi sentimenti e, quando sono saturi di dolore perché non hanno insultato adeguatamente, tolgono l’amicizia.

E questa dell’amicizia tolta sarebbe davvero una delle cose più umilianti che esistono sulla terra se accadesse realmente, invece gli odiatori se t’incontrano per strada sembrano soffrire d’improvvisa amnesia e non si ricordano di averti maledetto ma ti abbracciano e ti baciano come se niente fosse.

Che Giuda arrossirebbe ma loro no perché la vita reale è tutta un’altra, ipocrita cosa.

Gli odiatori tolgono l’amicizia sul social convinti, con questo coraggioso gesto, di cooperare alle grandi rivoluzioni della storia dell’umanità, sicuri che tutto il loro odio cosmico sia utile al cambiamento sociale, soprattutto se tale odio è provocato dalla tua dichiarazione sul social che non ti piacciono i Queen.

Meriti la malaria se non ti piacciono i Queen, capisci?!

I Queen non possono non piacere quindi se non ti piacciono, i tuoi figli devono morire perché che se ne fanno di un padre che non si ascolta i Queen?!

Muori male, allora, secondo verdetto degli odiatori.

Oppure fai log-out prima degli odiatori, se capisci di essere sotto assedio.

Oppure, ancor peggio di ogni sorta di provocazione, non dar loro conto e prosegui il tuo peregrinare sul mondo virtuale e nella bella vita reale, con la stessa capacità da ginnasta artistico di sventolartene la minchia, di queste scemitudini.

 

OPINIONISMO

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Signora buongiorno, la chiamo dalla redazione del programma “Stretti e Costretti”, contenta?!

Signora, siamo la tv, non so se mi spiego.

Ci ha attesi per anni e finalmente eccoci qui.

Sa benissimo che non capita tutti i giorni di essere contattati dalla tv nazionale, vero?

No, è che non la sento adeguatamente stupita quindi l’avviso subito: si stupisca appena possibile perché il nostro direttore di rete ci tiene e quando non c’è stupore da parte dei fortunatissimi ospiti che contattiamo, ci fa andare altrove a cercare, capisce?

Dove non c’è gratitudine e reverenza ci dicono di non indugiare e riagganciare.

Ad ogni modo la chiamo perché amici di amici ci hanno fatto il suo nome.

Sa, noi della tv, del cinema e della politica lavoriamo come i poliziotti: su segnalazione.

Insomma, abbiamo avuto la segnalazione che lei sia il tipo giusto per noi.

Non sto nella pelle, devo dirglielo: lei sarà la nostra nuova opinionista.

Come sarebbe a dire che non sa cosa sia un’opinionista?!

L’opinionista ha un ruolo fondamentale, oggi: è l’influencer del pubblico, del nostro target, della plebe comune, capisce?!

Lei sarà con noi per tutte le puntate, avrà una sua poltrona in pelle bianca laccata, verrà truccata, pettinata e sarà in diretta con noi a dire tutto quello che vuole.

Si, si: niente censure, potrà parlare di tutto quello che vuole.

Tranne che di politica perché non è un programma di politica.

Evitiamo anche di parlare di problematiche sociali perché intristiamo il pubblico e non si parla di pessima programmazione perché non vorrà mica parlar male della rete che la ospita?!

Per il resto il nostro programma ha un sacco di argomenti interessanti: amori estivi dei famosi, anziane sole e povere che raccontano le loro ricette, servizi golosissimi sui must have della stagione.

Qui, ampio spazio di opinione, strizzando un po’ l’occhio a quelli che sono i nostri partner commerciali.

E poi ci sono gli ospiti di puntata che racconteranno le loro storie, ovviamente storie sono inventate perché comunque, ciccia, questa è la televisione.

E comunque gli ospiti sono gente vera, eh.

Si, l’ho chiamata ciccia perché comunque questa è la televisione.

Dunque l’opinionista non ha un vero e proprio cachet perché noi abbiamo una convinzione etica: pensiamo che le opinioni non debbano essere pagate e contiamo su un ritorno mediatico incredibile e poi tantissima gente normale sogna di fare opinionismo quindi perché pagarvi?

In Italia i sogni ve li facciamo pagare, semmai.

Come non vuol venire? Vaffanculo a chi, a me? Come osa?

Non lavorerà mai più, lo dirò al mio direttore di rete.

Il nostro claim è: siamo in pochi a comandare, gliela faremo pagare.

Passi una buona giornata e si ricordi che ha perso un’occasione.

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