LA RESURREZIONE DEI GRANDI

COSE FASTIDIOSE

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Siccome credo nella Resurrezione, mi piace sognare che un bel giorno tutti i grandi, passati per questo bel posticino che è il pianeta, possano tornarci per qualche ora.

Così mi sono seduta e ho immaginato cosa farebbero se venissero richiamati alla vita, oggi stesso, magari in Italia, artisti, poeti, statisti e altra gente stimabile di cui il mondo ha sempre più fame.

Alessandro Manzoni

Si sfilerebbe i preziosi mocassini di velluto e andrebbe senza contare fino a dieci, sotto casa dell’editore di Fabio Volo per pigliarlo a scarpate sulle guance.

 

Frida Kalho

Entrerebbe in un negozio di Desigual e avrebbe un malore.

 

Charles Baudelaire

Chiederebbe come abbiamo potuto sopravvivere cento anni con l’assenzio illegale in praticamente tutti gli stati europei, ad eccezione di Spagna e Portogallo dove richiederebbe subito cittadinanza.

 

Jim Morrison

Si farebbe giurare dalla sua casa discografica che i dischi dei Doors non sono mai stati venduti nel reparto Boy-band.

 

Virginia Woolf & Jeff Buckley

Farebbero una petizione online per chiedere l’installazione immediata di depuratori nei maggiori corsi d’acqua del mondo per consentire a tutti, il diritto sacrosanto di annegare in maniera poetica e non morire prima di sifilide.

 

James Brown

Andrebbe nelle discoteche col banchetto di una Onlus, la pettorina azzurra e la spilletta, per spiegare ai ragazzi com’è fatta la cocaina vera.

 

Maria Callas

Farebbe una donazione di tenia a Giuliano Ferrara.

 

Dalì

Girerebbe un tutorial da diffondere sui social dal titolo “Basta baffi del cazzo”.

 

Freddy Mercury

Chiederebbe subito il numero del cellulare di Malgioglio per potergli dire che va’ bene lo stile bizzarro, va bene proprio tutto eh, ma così è davvero troppo.

 

Kurt Cobain

Andrebbe immediatamente a Seattle per dire due paroline alla moglie.

 

Claudio Villa

Correrebbe all’Ariston, imbottito di tritolo.

 

Lord Byron

Andrebbe in cerca di quelli che scrivono “Ciaone proprio” e li prenderebbe a pedate taurine.

 

Ella Fitzgerald

Aspetterebbe sotto casa i giudici di X-Factor.

 

Jimi Hendrix

Chiederebbe di dare uno sguardo alla carta d’identità di Justin Bieber per sapere tra quanto compirà 27 anni.

Poi capendo che manca ancora parecchio avrebbe un conato di vomito.

 

Pablo Picasso

Rimorchierebbe tutte le ragazze iscritte su tinder.

 

Helmut Newton

Manderebbe un pacco bomba alla sede di Instagram.

 

Van Gogh

Finirebbe a San Patrignano a fare la cromoterapia.

 

Sergei Diaghilev

Andrebbe a Ballando sotto le stelle a incendiare tutto con la benzina.

 

Oscar Wilde

Snobberebbe il Gay Pride per assenza di discrezione e buon gusto.

 

Anna Magnani

Organizzerebbe una manifestazione europea per abolire le fiction.

 

Nelson Mandela

Farebbe talmente tante cose che finirebbe di nuovo in prigione.

IL GIORNO IN CUI I GIOCATTOLI MORIRONO

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI'

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Non dovrebbe arrivare mai quel giorno eppure in certe famiglie in cui la nostalgia non è un sentimento apprezzato o tenuto in vita con affetto, arriva il giorno in cui il genitore vuole disfarsi di tutti gli oggetti che i figli hanno abbandonato negli anni dentro agli armadi e nelle soffitte della casa padronale.

In effetti dev’essere fastidioso sapere che, quando i tuoi figli prenderanno il volo verso l’indipendenza, sia che la trovino in Costarica o in un monolocale a Cesano Boscone, lasceranno per casa molti oggetti pronti a rompere i coglioni alla tua ritrovata opportunità di arredare gli spazi liberati dalla loro (supposta) autonomia.

Racchette da tennis, ballerine numero ventinove, libri di algebra, diari segreti che non hanno più necessità di restare segreti ma soprattutto cataste e quintali di giocattoli accumulati in svariati Natali e moltiplicati per due o tre, a seconda di quanto vi sarete incautamente riprodotti, senza tralasciare quelli dei compleanni, a causa dei quali avrete negli armadi, facendo due conti elementari, almeno sessanta (nel caso in cui abbiate due figli di trentenni) ondate di gadget e altre cagate regalate e magari appena guardate e poi abbandonate in soffitta, in cameretta, in cantina, in giardino dai vostri adorabili cuccioli benestanti o pieni di nonni.

La vita, per chi resta sul territorio abbandonato da uno o più giovani diventati adulti è un inferno sicuro.

Mia madre però, come in tanti altri casi, sceglie di dire No.

Il suo NO è un inno all’assolutismo materno, una monarchia intransigente quella materna che da secoli governa il mondo senza essere legiferata o contenuta.

In questo caso e con non poco rammarico, devo ammettere però che mia madre ha tutto il diritto di rifiutarsi a fare di casa sua il magazzino delle stronzate di plastica dei figli.

Così un giorno, per l’ennesima volta dal 1982, si allea con mio padre e insieme decidono che i giocattoli accumulati negli anni da me e dai miei fratelli appartengono in un unico blocco alla sottoscritta soltanto perché sono la più piccola e dunque ho automaticamente ereditato tutto dai più grandi, senza esclusioni.

E’ un’ingiustizia che tanti figli minori comprenderanno.

Tuo fratello cresce, ti molla la sua bicicletta usata e quella diventa automaticamente tua nel bene e nel male.

E il male è qui, oggi pomeriggio, il giorno in cui mia madre e mio padre hanno condannato a morte tutti i giocattoli e spetta a me, dopo averli tanto amati, giustiziarli.

Esiste qualcosa di più dilaniante?

Mi presento a casa dei miei il giorno stabilito con una tuta di ciniglia marrone, la coda di cavallo e gli scarponi da trekking.

Mia madre dice severa a mio padre di consegnarmi le chiavi della cantina dove i giochi di me piccina riposano indisturbati da anni, catalogati dentro a scatole datate almeno un decennio a.I. (avanti Ikea).

Mio padre esegue e mi porge una chiave anonima penzolante da un laccetto rosso di quelli che ti regalano alle maratone.

Quando apro la vecchia porta di ferro li sento sussurrare tra di loro: hanno capito subito.

Perché i giocattoli, dopo aver convissuto con almeno tre generazioni di bimbetti riconoscono subito le bugie e la brezza frizzantina che le precede.

Sono certa che sentano che c’è qualcosa che non va ma credo non arrivino a pensare che moriranno per mano mia, la stessa manina che vent’anni fa li faceva cavalcare il cielo e solcare i prati.

La stessa voce che prometteva loro amore eterno.

Ma l’amore cambia.

E’ un software che si aggiorna anche se non vuoi.

Non esiste cristallizzazione, l’amore è un animale in continua evoluzione, non puoi sfuggire.

Anche per questo i miei giocattoli oggi muoiono: hanno creduto che per loro non sarei mai cambiata, che sarei rimasta fedele a me stessa per sempre invece sono cresciuta e ho cambiato casa, una casa piccola dove non posso portarli con me.

Mi avrebbero uccisa loro se fossi rimasta com’ero quindi oggi devo sacrificarli tutti.

Gli scatoloni esplodono sotto i tagli del mio coltellino svizzero: saltano in aria le Barbie coi loro vestiti da sposa, le Cherry merry muffins, i Polly pockets, i giochi del Sega Master system

Si risvegliano i pupazzi rappresi da mille lavaggi in lavatrice e gli eserciti dei playmobil gridano al ritorno in battaglia, alla trincea che io e mio fratello alzavamo da cameretta a cameretta, sfidandoci con navi giganti fatte di blocchi di legno colorato, portaerei che fluttuavano sul pavimento.

Ma oggi è disfatta.

Oggi è imboscata, tradimento e morte feroce dentro a enormi sacchi neri dell’immondizia e scatoloni destinati a una Caritas che di playmobil non se ne fa molto visto che la lotta è per il pasto caldo.

Oggi è il giorno in cui Barbie muore col suo sorriso al rossetto rosa fragola e il flauto che suonavo alle medie si spezza contro le mie ginocchia rabbiose mentre gli grido che mi ha sempre fatto cagare suonarlo.

Muore la scatola dei Lego, coi piccoli moduli che sembrano non accorgersi di niente invece, se potessero, si assemblerebbero in una gigantesca mitragliatrice e mi trivellerebbero col piombo.

Sola in cantina con i miei giocattoli, grido e uccido tutti e me la prendo con loro per le aspettative disilluse e i sogni di bambina infranti e metto nel bagagliaio anche tu Berto, peluche gigantesco dentro al quale mi sono accoccolata fino ai dodici anni a piangere o sospirare per il compagno di banco che mi snobbava.

Mi dispiace e grido con le lacrime agli occhi che devo farlo e apprezzassero almeno il fatto che lo faccia io, che li ho amati tutti e tanto perché potrebbe farlo la signora delle pulizie senza neanche sentire il loro dolore o il giardiniere, buttandoli sopra il pick-up insieme alle siepi potate oppure l’operaio che viene domani a spostare i mobili.

Quando finisco la strage sono sudata, sporca, piena di ragnatele e sangue invisibile di giocattolo.

Che il sangue invisibile è quello peggiore.

Il campo di battaglia è un garage ordinato: gli scatoloni aperti sono piegati e pronti per la differenziata, i sacchi neri chiusi e senza alcun movimento all’interno e il taglierino chiuso dentro al marsupio degli attrezzi di mio padre.

Dentro al mio cuore però, stamattina sono morte cinquemila bambine.

Carico tutto in auto e parto.

Guido veloce verso l’isola ecologica, scarico tutto, sistemo nei cassonetti giusti e risalgo in macchina salutando i signori rognosi che lavorano lì.

Un’operazione quella dello scarico, portata a termine in venti minuti col pilota automatico inserito.

La mia auto è davanti al cancello chiuso dell’isola ecologica e la radio manda un pezzo di Florence and the Machine.

Sono libera, finalmente grande e senza tutto quel carico infantile che mi ha perseguitata per tutti questi anni.

Andiamo via, Berto.

Ti porterò lontano dalla terra che ci ha fatti nascere e poi ci ha portato il conto.

E Berto, sul sedile del passeggero non dice niente ma si capisce che erano anni che aspettava questo momento.

PATENTE, LIBRETTO E NON PIANGA.

COSE FASTIDIOSE

Il posto di blocco è una di quelle poche esperienze che, in pochissimi secondi, toglie dignità persino ai cittadini più scaltri e rognosi.

Il posto di blocco, normalmente gestito da due carabinieri che lottano contro noia, freddo o caldo per arrivare a fine turno, è una delle occasioni stradali più temute e meno agognate, anche se sei di Bressanone e quindi, per definizione, con tutta la vita in regola.

Il timore e la paura atavica nascono dalla presa di coscienza che esistano alcuni perfetti sconosciuti inviati dalla legge, con il potere e il diritto di fermarti quando e come desiderano, incuranti del fatto che tu sia di fretta, triste, arrabbiato o impensierito ma comunque (almeno nella tua testa) al sicuro, nell’auto di tua proprietà e che possano addirittura toglierti la proprietà di quell’auto.

E questa è una consapevolezza tra le più socialmente destabilizzanti, soprattutto per le popolazioni del sud.

Il posto di blocco è un’entità che non ti vuole bene perché, già il nome lo dice, ti blocca.

E’ un luogo dove tutti i tuoi programmi, la tua allegria e le tue chattate vengono congelati all’istante e anche se non sei d’accordo.

Ma soprattutto il posto di blocco è una situazione durante la quale perdi fiducia in te stesso e nella tua coscienza, che non ti appare più così pulita come credevi, una situazione durante la quale perdi vigore , spavalderia e forse anche i punti della patente.

Il momento più impegnativo è il primo, quello in cui all’appuntato e a tutto il suo bagaglio di vita, viene in mente l’idea di alzare la paletta proprio al tuo passaggio:

“Perché?!”, pensi mentre deceleri e cominci un vergognoso processo di sudorazione istantanea, “cos’ho, la faccia di un criminale?!”.

Scopri così, forse per la prima volta, che la percezione che hai di te non sempre corrisponde a quella che ha il resto del pianeta terra.

Nel momento in cui vedi la paletta ti rendi conto che non puoi far finta di non averla vista: deceleri, accosti e inizi a pensare alle tante cose belle della vita, che ti scorrono in una successione velocissima, esattamente come dicono che avvenga negli ultimi istanti prima di morire.

Passi a scandagliare i tuoi cari che ti aspettano a casa ma soprattutto tutti i documenti e i valori che hai a bordo, cercando di prevedere il punto debole, il dettaglio che troveranno fuori posto, a meno che tu non faccia qualcosa per occultarlo, in quella manciata di secondi a disposizione tra la paletta e la frenata, rigorosamente effettuata con freccia a destra.

Ma niente, non c’è più tempo: le pupille dell’appuntato sono dentro le tue già da molti secondi.

Appena ti fermano hai due possibilità: abbassare il finestrino e salutare le forze dell’ordine mostrandoti gioviale oppure reagire “all’americana”, restando immobile e attendendo ordini.

Normalmente il posto di blocco non nasce per crearti problemi eppure, puntualmente te ne crea perché esso è gestito da persone e le persone con le loro reazioni sono, purtroppo, quasi sempre tutte diverse tra loro e non sempre equilibrate nei propri ruoli.

Se, ad esempio vivete nella zona nord di Roma e avete più o meno la mia età, ricorderete un signor carabiniere soprannominato “Il Baffo”.

Dire Baffo, quando eravamo giovani col motorino truccato, era come dire demonio, mamma, prigione, sequestro e umiliazione, tutte incluse in un’unica parola, “baffo”, appunto.

Lui poveraccio era un signore sulla sessantina che faceva il suo dovere prima della pensione anche se, debbo ammettere, un po’ ce l’aveva coi giovani.

Se lo incontravi, se per caso non eri stato avvisato dalla rete di solidarietà telefonica che si creava, quando qualcuno lo vedeva posizionarsi in questa o quella piazzola della Cassia, sapevi che per te non c’era scampo, perché il Baffo avrebbe multato la tua anima, non il tuo motorino.

Il Baffo umiliava le tue profondità non la marmitta Proma o il bollo non pagato.

Il Baffo, con la sua sgridata che proseguiva ben oltre il tempo di stesura del verbale, proclamata mentre la sua enorme mano ti teneva fermo il piccolo polso da quindicenne che avevi, in realtà ci teneva a te e non gli interessava sequestrarti il motorino se non con l’unico, importante scopo di far sapere ai tuoi, il coglione che eri.

Comunque ora il Baffo è in pensione ma resta lo choc resta che si ripropone ogni volta che qualcuno con la giacca blu e rossa ti dice “Documenti, per favore” (il “per favore” non sempre è conosciuto e incluso).

Allora diamo per scontato che tu i documenti ce li abbia e che li tiri fuori dal cassettino tutti spiegazzati, sotto i cd dei Doors e a quel punto è la fine perché le forze dell’ordine vedono che musica ascolti in auto e deducono velocemente se ti fai le canne o no.

E i Doors sono ovviamente nella lista nera.

Restano però confusi perché nonostante il CD da figlio dei fiori tu, qualsiasi cosa accada e qualsiasi documento ti chiedano, sei come trasfigurato; gli amici e i parenti, se ti incontrassero fermo a un posto di blocco, non ti riconoscerebbero: il tuo viso è contratto in una smorfia di tensione a metà strada tra il sorriso e l’emorroide.

Le tue mani mentre consegni i documenti (magari anche tutti in regola, se sei di Bressanone), sono intrise di sudore come Simone il Cireneo e se l’appuntato percepisce la tua liquidità, non potrà non sospettare di te, secondo l’antica e primordiale equazione: sudore=coscienza sporca.

La tua voce va per proprio conto e racconta tremante e spaccona di quando hai fatto il militare oppure ai limiti del teatrale, di quanti bambini hai lasciato soli a casa, con non poca preoccupazione.

Se hai tutto in regola e il posto di blocco non desidera accanirsi su di te e purificare le proprie frustrazioni attraverso l’incontro con la tua vettura, vieni letteralmente liberato e la sensazione che provi quando metti in moto, inizi ad allontanarti e capisci che sei salvo è qualcosa di incredibile, qualcosa che farebbe tornare la voglia di vivere anche a Baudelaire.

E’ un momento talmente potente, talmente intriso di gioia vigorosa che vorresti gridare come un tifoso del Napoli ma sei ancora troppo vicino al posto di blocco e dunque costretto a soffocare il giubilo dentro alla gola e il dito medio ferreo che le tue dita sudate innalzano come una bandiera che inneggia alla Liberazione, sotto al sedile o ad altezza cambio.

Se invece non hai le cosine in regola, preparati al rito antico della Reale Umiliazione, dell’avvilimento, della macerazione, della danza ridicola del “devo averlo scordato a casa/abbia pazienza/chiuda un occhio per stavolta/sa che lei è proprio un uomo interessante?”.

In genere funziona.

Ma non col figlio del Baffo.

 

 

IL PERFETTO DEGUSTATORE IMPERFETTO

MADAME GURME'
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Il famoso piattello al collo del sommelier. Pochi sanno a cosa stracazzo serva.

ECCO IL PICCOLO E PRATICO VADEMECUM DELL’IMPERFETTO DEGUSTATORE

1) IL DIGIUNO

A scanso di equivoci: la degustazione non è la mensa di Natale in parrocchia.

Una degustazione non è il buffet All you can eat del cinese sotto casa.

Vero è che alle degustazioni è bene arrivare a digiuno, ma non da settimane..

Se ne accorgeranno tutti che anziché degustare, ci stiamo intasando come oche da fois gras, in nome della disponibilità illimitata di cibo e vino.

Gli altri ci guardano, non dimentichiamolo! Si capisce che il nostro tubo digerente è saturo ma visto che abbiamo pagato, siamo disposti a tracannarci anche lo spirito degli accendini appoggiati sui tavoli.

Giochiamo a fare quelli che sono eleganti: prendiamoci un pezzo di pizza al taglio quando usciamo, ma la degustazione facciamola senza farci scoprire che abbiamo terminato i buoni pasto per fare la spesa.

2) IL VESTITO BUONO

Non siamo al battesimo del figlio di William d’Inghilterra quindi togliamoci quel tacco 70cm e lasciamo lo smoking a cuocersi nell’armadio con la naftalina, perché la degustazione non è l’occasione giusta che aspettavamo.

E’ solo un corso, un piccolo, umile evento didattico, dovremo farcene una ragione: dobbiamo aspettare ancora un’altra stagione di matrimoni.

Un’altra, ennesima stagione durante la quale del Nostro di matrimonio, non v’è traccia.

3) IL PROFUMO

il profumo è un bellissimo libro ma anche un’essenza e di essenze in giro ce ne sono tante, chicchissime e preziose, fatte da Kenzo, D&G, Valentino e tanti altri amici della moda.

Ma se andiamo a una degustazione, la boccetta dovremo mettercela nel sedere perché chi ha pagato profumatamente per degustare un buon vino o una razione di formaggio, non ha voglia di fare l’analisi olfattiva dell’acqua di colonia da vecchio playboy nella quale ci siamo immersi prima di uscire di casa, con la speranza di rimorchiare alla degustazione.

Presentarsi ad una degustazione intrisi di acqua profumata è come entrare in una grotta sotterranea e chiedersi cos’è tutto quel buio.

E’ come iscriversi a una gara di rally e scaldare i motori al Ciao.

Come pensiamo di captare gli aromi del vino, con la cisterna di Acqua di Gio’ che ci siamo iniettati nelle vene e tirati a secchiate dietro le orecchie?

Non penseremo mica che l’alcool del profumo possa cooperare ad una piacevole sbronza?

Anche se fosse, la sbronza non è l’obiettivo delle degustazioni, giusto?!

4) IL CALICE

Lo ha già spiegato Antonio Albanese ma ricordiamolo ancora una volta: il calice non è un elicottero giocattolo, non c’è bisogno di agitarlo come se dovesse decollare e portarci tutti a Honolulu insieme a mago Merlino.

Semmai è il contenuto a portarci a Honolulu, ma questa è un’altra storia.

Rilassiamoci.

Facciamo sport ma non prendiamocela col calice se siamo nervosi: non ci ha fatto niente di male.

5) I DESCRITTORI

Non sarà facile ma rimanere integri e rispettabili quando arriverà il momento.

Non cediamo alla tentazione di ridere con l’ugola scomposta quando, davanti a un calice di vino o a un’altra prelibatezza da degustare, di fronte a signori e dame rispettabili, sentiremo parlare di urina di gatto, sudore di mandria, latte andato a male, merda di vitello, roselline di bosco e di altre irragionevoli stronzate pronunciate da un tizio vestito da cameriere con un medaglione attaccato al collo.

Rimaniamo calmi, fingiamo una telefonata e usciamo.

6) LA SPUTACCHIERA

Nonostante il nome insolente, non facciamoci prendere dalla tentazione di approfittare di questo attrezzo, posizionato al centro del tavolo da degustazione.

Non è un incentivo a liberarsi del catarro in pubblico, non sostituisce il buon vecchio fazzoletto se siamo raffreddati, non è da usare in generale secondo le tradizioni cinesi che prevedono il deposito di bava di fronte a terzi per dimostrare il gradimento delle pietanze.

E qualora ci trovassimo con una sputacchiera davanti, rimaniamo ben attenti anche a non ubriacarci durante la degustazione perché c’è gente che è morta confondendola per il decanter col vino migliore, miracolosamente avanzato.

7) ONORIFICENZE IMBARAZZANTI

Diciamoci la verità: siamo davvero pronti a farci chiamare da qualcuno, Maestri Assaggiatori?

Non abbiamo paura e vergogna a farci riconoscere un domani, con un appellativo a metà strada tra un porno e un tester di prodotti surgelati?

 

IL LIEVITO DI TUA MADRE

MADAME GURME'
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Antonio Molinelli e la medesima, in azione al Mercato della Terra per una degustazione comica.

A Roma se vuoi insultare qualcuno, ti basta aggiungere all’improperio scelto la parola “Tu madre” o al massimo “Tu sorella”, se proprio è grave, si tirano in ballo anche i propri cari defunti.

Esempio:

“STAI A DI’ A ME? CIOE’ M’HAI DETTO IDIOTA? MA TU MADRE!”.

Traduzione: Stavi per caso dandomi dell’idiota? Penso che dovresti valutare la possibilità che lo possa essere tua madre, piuttosto.

Capite bene quindi che i familiari sono da sempre vittime di diatribe e insulti senza averne colpa (o forse sono vittime proprio perché ne sono la causa).

Comunque, per Antonio non deve essere facile scegliere di lavorare con un prodotto che ha a che fare con sua madre.

Non puoi non provare imbarazzo quando glieli chiedi.

Antonio si sveglia presto che più presto non si può, suda, si prende cura dei suoi prodotti nel laboratorio di panificazione, espone le sue creazioni nel negozio di famiglia e invita a degustare tutti, torna a casa dalla moglie infarinato come un grosso fiore di zucca pronto per la pastella, sperimenta nuove collaborazioni esattamente come fa qualsiasi artista che ami trovare nuove strade per la sua arte.

Antonio dorme mezz’ora a notte, apre casa agli amici e conosce tutti in paese, produce IL PANETTONE, che vuol dire che se non hai mai assaggiato il suo, non hai mai assaggiato IL PANETTONE.

Antonio lavora come un carro-armato americano all’epoca dei Bush.

E dopo tutti i sacrifici, dopo il lavoro estenuante, i calli alle mani, la moglie che starnutisce con tutta quella farina per casa e il negozio che si riempie di golosi e di bottiglie di vino da degustare fino a tarda sera, Antonio trova anche la forza intellettuale di sopportare le vecchie clienti che entrano chiedendo il lievito di sua madre.

Un affronto che meriterebbe la lupara con il logo di Slowfood.

Una prova che il nostro eroe sopporta nonostante il desiderio, nelle mattinate più stancanti, di mettere le manine rugose delle vecchine maleducate, dentro al grande forno della famiglia Molinelli.

I nervi di Antonio reggono bene, fanno finta di niente, sono pazienti.

Ma verrà un giorno, sono sicura, in cui egli si ribellerà e chiamerà a gran voce, col suo diaframma potente, il Lievito Madre e tutti i suoi batteri lattici e pure quei nervosetti dei saccaromiceti, che da anni lo conoscono e lo stimano e insieme, metteranno a ferro e fuoco Rovescala e tutte le colline limitrofe, quanto è vero Dio.

Quel giorno le vecchiette sapranno chi è davvero Antonio Molinelli, Signore di mille palati di buongusto oltrepadani, Imperatore del Panettone nonché Re del lievito de su madre.

 

http://www.antoniomolinelli.it

LA SIGNORA DELLE CAPRETTE

MADAME GURME'

 

Non è che sia proprio il massimo nascere capra.

Se vai male a scuola sei una capra.

Se non ti lavi, puzzi come una capra.

Se disgraziatamente ti cade una moneta sotto una panca e ti chini per raccoglierla, c’è subito qualcuno che ti ricorda che sotto la panca creperai.

Se allora sali coi piedi sopra alla panca, secondo il detto sei costretto a campare, che però è diverso da vivere.

Campare è più da sfigati.

Se nasci capra, Sgarbi ti nomina continuamente e non è bello.

Se qualcuno non sa con chi prendersela, tocca a quel poveraccio del Capro espiatorio subirne le conseguenze.

E se qualcuno deve smarrirsi, va a finire che tocca sempre a quella povera stronza della pecorella.

Non è facile oggi essere capra o pecora.

Ma se nasci capretta del Boscasso, tutto è diverso.

Se nasci capretta del Boscasso, è un’altra cosa.

Hai un trattamento cinque stelle, senza però avere tra le balle Beppe Grillo che grida.

Hai un centro benessere con pettinini di legno per capre e una campana al collo col tuo nome forgiato a fuoco da artigiani toscani, che manco il chiuaua di Paris Hilton.

Se nasci capretta del Boscasso, Dio ti ama. E pure Chiara.

Che poi Chiara, con quel nome praticamente è costretta da Dio ad amarti, ma lo farebbe comunque.

Chiara si sveglia ogni mattina ed è al tuo servizio, cara capretta che nasci al Boscasso.

Ti chiama per nome, ti guarda dolcemente come sanno guardare le mamme buone, dentro a quelle bigliette gialle che hai al posto degli occhi.

Fortunata tu, capretta che nasci al Boscasso, perché Chiara per prendersi cura di te, rinuncia alla vita sfrenata milanese, ai balli di gruppo, ai fidanzati amministratori delegati, ai viaggi a Miami e agli aperitivi a bordo piscina coi pantaloni di lino bianco.

Adesso che ci penso, fortunata anche Chiara, che ha te come buona scusa per rinunciare a tutte queste porcherie diaboliche.

Così lei può trastullare il tuo naso umido e preparare col tuo latte creazioni che fanno cantare gli angeli, commuovere gli chef delle isole Figi e le pance più di buongusto che ci sono sul pianeta terra.

E io posso finalmente dedicarmi ai fidanzati amministratori delegati di cui lei non può occuparsi per ovvie ragioni, cara fortunata capretta del Boscasso!

Ti prometto capretta, che farò assaggiar loro il vostro tomino ai semi di finocchi, il tronchetto al carbone vegetale e anche questo nuovo pancaprino in tutta la sua potenza gustativa.

Ti prometto che racconterò a loro di voi, dicendo che si…la conosco quella che fa i formaggi lassù, sulle alte colline dell’Oltrepò pavese, con le sue caprette profumate.

Un giorno se vorranno, tutti quei pretendenti che ruberò a Chiara, li porterò a mangiare da voi e a comperare il colostro, quel primolatte che se lo bevi, mi hanno detto fa restare giovani ancora più di Cher.

Se un giorno io e tutti i potenziali fidanzati rubati a Chiara, verremo a pranzo da voi, cara capretta del Boscasso, promettimi però di inventarti qualcosa per tenere occupata la tua mamma: un parto prematuro, un’indigestione di erba medica, una monta omosessuale improvvisa, insomma, tienila occupata, per carità!

Che sennò i fidanzati si ricorderanno di lei ancora una volta.

E s’innamoreranno di nuovo e con gusto, di tanta passione, di tanta energia ben direzionata, di tanta genetica sarda che si mescola con perfetta eleganza all’amore per gli animali, per la montagna e per i formaggi invidiati dagli dei.

Promettimi che la terrai occupata, capretta cara.

Altrimenti me ne resterò lì, con le mani in mano, senza il becco di un fidanzato. O al massimo col tuo fidanzato, il becco, che mi guarda in maniera maliziosa.

A quel punto sarà un giorno fortunato anche per te, caro becco del Boscasso.

 

Per conoscere il lavoro di Chiara e del Boscasso:

http://www.ilboscasso.it/

TI LASCIO BIO

MADAME GURME', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Lasciami stare Bio.

Non mi toccare.

Mi fai schifo.

Mi fai schifo tu e le ragazze vegane, vestite di canapa che fanno yoga negli ashram a Ibiza.

Mi fai schifo tu e i cracker crudisti fatti coi semi di magnolia croata e venduti a 60 euro al kg, anche se non sanno di un cazzo.

Non ti riconosco più Bio.

Non sei più quello di una volta, mi hai presa in giro.

Una volta eri il tubero zozzo di terra, la mela bacata, il cavolfiore con la lumaca dentro che non vedevo e sgranocchiavo con tutto il guscio pensando “Uoh! Che croccantezza!”.

Bio…eri il mercato del giovedì, il vecchio al bar, la zappa che ti faceva venire le vesciche con le bolle d’acqua, che sembravi un paziente di Madre Teresa di Calcutta.

E ora?!

E ora Bio, che ci fai nella boutique a Parigi con le tue foglie lucidate una per una?!

Hai fatto i soldi a colpi di germogli tibetani, di caprette pettinate coi prodotti Kerastase e fotografate da Tim Walker.

Sei diventato ricco con la farina di Kamut?!

Tu sfrutti gli stupidi come fanno i giornali del gruppo Mondadori.

Parli di lievito madre e non sai manco come si usa il mattarello.

Parli di soia biologica e non sai che la soia vera non esiste più dall’epoca in cui Joe Cocker era un bell’uomo.

Hai messo la giacca buona, quella in fibra vegetale e te ne sei andato nei salotti-bene, eh, bastardo d’un Bio.

Sei entrato come una rockstar, alle feste, negli home-restaurant, nei fusion bistrot, nei vegan bakery, nei veggie burger, nei meltin pepper, nel fucking crumble e in mille altre stronzate che non so minimamente cosa significhino.

Sei entrato parlando di macrobiotica, di seitan estratto dai sederi dei neonati islandesi, di cibo che si può mangiare solo se cotto nelle profondità della terra, con le prime lingue di lava dei vulcani.

Mi hai rotto il cazzo Bio.

Con i tuoi gnomi sulle confezioni, coi fiocchetti di corda, con le tue buste della spesa in garza o carta di riso, disegnate da quell’artista che si ciba solo di radici estratte in Nuova Zelanda, di notte.

Mi hai scassato l’anima, Bio.

Sei più falso dello zigomo di Cher, più corrotto di un giudice di X-Factor, sei ossessionato dal mark-up come un’imprenditore di Gallarate.

Sei travestito da ultima tendenza ma puzzi di negozio cinese gestito da napoletani.

Ti lascio Bio.

Stattene con le tue polpettine di alga siberiana.

Vai a prendere per il culo le signore che fanno pilates nei palazzi a specchi e gli art-director vestiti in total black.

Vacci te a ritirare la cassettina con le primizie dall’altra parte della città, bruciando quaranta litri di gasolio per fare quello che compra solo dai contadini.

I contadini…

I contadini mi hanno detto che se ti beccano, caro Bio, ti mettono il forcone nel culo e girano fino a quando non fuoriesce il centrifugato della tua ignoranza, Bio, anzi l’estrazione a freddo.

Ti lascio Bio, mi hai delusa tu e tutti i mercatini con gli artisti di strada e gli artigiani vestiti da folletti.

Tu e i tuoi certificati NO OGM che l’Europa vende a caro prezzo.

Tietteli stretti i tuoi bollini verdi e facci la raccolta di pentole al supermercato.

E’ finita.

Vai a morire ammazzato Bio.

E non dimenticarti di farti seppellire nell’urna cineraria biodegradabile, che poi cresce l’albero e gli diamo il nome.

 

LA CATTIVA ABITUDINE ALLA FERROVIA ITALIANA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Certi impiegati che rientrano a casa al tramonto servendosi delle stazioni e delle locomotrici italiane, hanno intorno un’aurea eroica, una luce negli occhi che mi ricorda certi santini di San Sebastiano.

Le Grandi ma anche le piccole Stazioni rappresentano l’odierno supplizio di un poveretto che paga le tasse ma non sa come pretendere in cambio, servizi efficienti che gli spetterebbero.

Senza dubbio il treno è un mezzo di trasporto che viene subìto da tutte le etnie, in Italia ma, non so perché, l’etnia dell’impiegato italico mi provoca maggior tenerezza.

Sono tutti tra i quaranta e i cinquanta, grondano di sudore e di stanchezza mentre si arrampicano dentro a un vagone rovente o ghiacciato, a seconda della stagione.

I miei occhi ne hanno fotografati tanti nell’esatto momento in cui, dopo dodici ore di lavoro, la fila al bar per il panino a pranzo e i bimbi che li aspettano a casa col coltello tra i denti, ricevono la comunicazione dall’altoparlante che il treno è stato soppresso.

Quasi mai il maledetto altoparlante dice che fuori troveranno addetti preposti a somministrare informazioni rassicuranti o assistenza.

Quasi mai i diabolici megafoni dichiarano che gli sventurati potranno trovare sui monitor gli orari dei treni che sostituiscono la tratta morta o che semplicemente, se vorranno recarsi all’ufficio assistenza, rimborseranno a tutti il biglietto.

Il più delle volte, quella bestia di altoparlante dice solo che il treno è annullato e che ognuno deve cavarsela da solo, come meglio può.

E io me ne sto lì, seduta sulle piccole pedane delle passerelle che introducono i binari, a guardare la loro reazione facciale, così identica e identificabile nonostante la svariata moltitudine di pendolari: un tic che fa alzare loro un angolo della bocca in segno di disgusto e abbassare gli occhi in pesante, sonora dichiarazione di abbattimento.

Di abitudine a subìre la sventura pubblica.

E di abitudine si muore.

Quando la locomotrice entra in stazione, sia io che il dipendente martire, abbiamo il dejavù di aver già visto fotogrammi simili in quelle pellicole d’epoca girate all’epoca del vapore, dove tutti sventolavano i fazzoletti con le valigie di cartone e il fumo nero.

Al posto della nera locomotiva di ferro c’è un rottame verde pieno di cacche di uccelli, rovente come un elettrodomestico in tilt e in tragico ritardo.

Saliresti più volentieri su un carretto che entra in una miniera abbandonata, almeno ti lascia il brivido del Luna Park.

L’aria condizionata, su questi treni, cambia a seconda della carrozza passando da -26° a +45° e tu non hai scampo, devi adattarti come fece la tua razza, milioni di anni fa.

Il prezzo per un tragitto di quaranta minuti senza o con troppa aria condizionata, coi cessi serrati o da disinfestare e i sedili che trasudano sifilide, è di dieci euro, inclusa l’avaria consecutiva di due treni e il ritardo del mezzo sostitutivo.

Per me c’è una chance perché il treno è un’eccezione ma chi vi si lascia sodomizzare ogni giorno, come potrà difendersi?

I pendolari santi sono stanchi, sudati, col collo della camicia marrone e col capo che forse oggi li avrà redarguiti per un ritardo di cui sono vittime e non responsabili.

Ma la cosa peggiore è che questi agnelli al macello sono ormai abituati a questo non-servizio.

Quando l’altoparlante comunica che il treno è morto e si salvi chi può, loro non riescono a fare altro che non sia guardarsi a vicenda e dirsi “Eh, cosa vuole, siamo in Italia!”.

Così scendono stanchi come vitelli dopo un lungo viaggio che porta alla mattanza, in cerca di qualcuno che li aiuti o che canti insieme a loro lo struggente brano “Eh, siamo in Italia”, simile a quello che cantavano i raccoglitori di cotone qualche secolo fa.

Il mio di canto, s’intona coi Vaffanculo e vuole essere un canto epico che dia voce a tutti coloro che non ne hanno più manco un fiato perché l’hanno perso a causa della stanchezza secolare, del cartellino timbrato da anni, dei pochi soldi che non riusciranno a garantire la gita scolastica al figlio, della vita di provincia che li costringe da generazioni, ad affidarsi all’ingrato mezzo che non ha competitor sul quale un cittadino possa riversarsi speranzoso.

Peggio di noi, parlando almeno a livello di mezzi pubblici, miei devoti conterranei, forse restano solo alcune regioni della Cina, dell’Africa e dell’Europa dell’Est.

Peggio dei cessi di taluni treni regionali sui quali si viene duramente redarguiti perché non s’è timbrato il biglietto, dopo che si è cercata un’obliteratrice funzionante fino alla stazione successiva, peggio della sensazione che pervade la mia e la vostra persona quando si apre la porta del gabinetto ferroviario, non c’è nulla, a parte la morte sotto a quel medesimo treno.

Quando viaggio sulle affascinanti slitte di ferro che, a onore del merito, ci trastullano per tutta la penisola riuscendo a infilarsi tra le rocce liguri e le sabbie adriatiche, forse distraendomi col panorama, sono in grado di tenermi la pipì anche per dodici ore.

Forse dovrei informarmi se esiste un guinness a riguardo.

Oltre alla vescica contraggo anche i denti mentre penso ai miei cento euro che verranno evidentemente usati per pagare i cestini di Natale ai direttori e non per comprare nuovi gabinetti.

Di fronte a me c’è ancora l’impiegato stanco, salito finalmente su una carrozza sostitutiva e di fortuna.

Eccolo che prova a rilassarsi e si abbandona lentamente al sonno dei giusti, all’abbiocco scomposto che dimentica ogni dignità donando al dipendente affranto, pace apparente e i particolari sintomi della mestizia secolare che si merita: bocca aperta, mani lasciate libere di fare ciò che vogliono, borsa o zaino spalancati e disponibili ai ladri purché non creino problemi e occhi tremolanti che combattono contro il sonno eterno.

Il sonno che farebbe perdere al dipendente martire la stazione di casa, se non ci fosse ancora un altro altoparlante a silurare la carrozza con venti messaggi pubblicitari che proclamano quanto sia buono l’aperitivo italiano alla carrozza 6, che delizioso l’aperitivo alla carrozza 6 e che, qualora non avessi capito, alla carrozza 6 c’è l’aperitivo italiano, regalati l’aperitivo alla carrozza 6.

Se alla fine di un viaggio con l’alta velocità il nostro dipendente martire può trovarsi vicino alla dignità, sull’intercity o sul regionale non avrà né scampo né aperitivo.

Non ci sono taralli, non c’è costiera amalfitana né gelato, né tantomeno cannolo siciliano o camicetta di alta moda che basti a ridare dignità ad un paese dove uno paga e indietro riceve l’arrabbiatura del capostazione che dice alla folla in cerca di un treno sostitutivo, “Guardate, state chiedendo a quello sbagliato, io non so niente”.

I vini toscani, le fontane barocche e i musei vaticani non bastano a ripagare la pessima qualità di vita della giovane stagista che paga un abbonamento che non prevede garanzie come il suo posto di lavoro, che non eroga un filo di aria condizionata e un sedile con la tappezzeria pulita, non intrisa di acari dove la sua giovane gonna corta (perché così vuole il capo) possa esimersi da funghi della pelle o ancora peggio, dalla stessa malattia dell’impiegato martire: l’abitudine.

LE NUOVE 10 PIAGHE CHE NON VI AVEVANO PROFETIZZATO

COSE FASTIDIOSE

1) Certi Agenti Immobiliari.

Arriveranno in moltitudine al vostro appuntamento.

Arriveranno alla guida di Honda Civic cromate, coi finestrini oscurati, l’impianto audio a bomba e mille deodorazioni diverse in macchina.

Indosseranno completi eleganti fatti di cartongesso color prugna e mocassini “a bara” (con la punta quadrata e l’aspetto funebre*).

I loro capelli incastonati nella gelatina, sembreranno gli stessi dei Big Jim.

Useranno termini in disuso da secoli, come “immobile”, “locazione” , “disimpegno”, “angolo relax”, “reddito dimostrabile”, “cedolare secca”.

Proveranno a vendervi 40 mq su 5 piani.

Proveranno a venderveli facendovi sentire dei poveri idioti se non riuscite a cogliere il sapore straordinario dell ” immobile” che vi propongono.

Vi toccheranno come foste loro vecchi cugini: pacche sulle spalle, sul sedere se siete donne, mani in faccia e disgustosi appellativi per vostro figlio, come “zuccherina” o “nanetto” .

2) I bambini in aereo.

Giocherete con loro al gate, mentre aspettate di salire in aereo.

Sorriderete bonari guardandoli disegnare prima del decollo. Coi loro musini da orsetti.

Poi al momento della partenza capirete che le loro urla vi stanno trasformando in dei mostri.

Vi girerete di continuo dalla vostra poltrona per guardare in cagnesco i poveri genitori che tentano di sedare il piccolo internato.

I vostri timpani si tapperanno per i due giorni successivi e non a causa della pressione in aereo.

Vi sentirete terribilmente in colpa per aver desiderato un abbassamento del battito cardiaco del piccolo urlatore, giusto fino all’atterraggio.

Invece il giovane posseduto in tutina, continuerà a manifestare la sua paura della morte ad alta quota, rendendo tutti consapevoli che l’aereo è un mezzo di trasporto fottutamente lontano dalla natura dell’uomo, anche se tutti fanno sempre finta di niente.

E arrivato finalmente il momento dell’ atterraggio, non individuerete più il bambino e il suo diaframma, perchè il piccolo sarà tornato del suo naturale colore e col suo solito musino da orsetto.

3) Gli ausiliari del traffico.

Caleranno dagli uffici delle prefetture coi loro blocchetti e i loro palmari per intercettare la vostra macchina in seconda fila.

Avrete allucinazioni e miraggi della striscia catarifrangente delle loro giacche.

Saranno portatori del foglietto più maledetto con gli occhi al cielo, della storia umana.

Arriveranno alla vostra vettura puntuali, non appena la avrete lasciata con le doppie frecce inserite, per correre a prendere il nonno dalla fisioterapia.

Proverete ad avvicinarli e vi accorgerete che sono l’unico organo statale incorruttibile.

Vi renderete ridicoli come non avete mai fatto, per provare a convincere la ausiliaria che vi siete innamorati di lei all’istante e che non vi interessa che vi abbia appena chiamato il carro attrezzi per farvi rimuovere la macchina.

Proprio quando avrete girato l’angolo e penserete che non vi stiano vedendo, sfogherete a gesti la vostra ira contro di loro, non rendendovi conto che gli ausiliari girano quasi sempre in coppia.

4) Gigi D’Alessio.

Anche se non vorrete ascoltarlo, lui si farà trovare nelle radio, dal giornalaio, allo studio medico, dalla parrucchiera.

Desidererete mettere la famiglia in macchina e appostarvi sotto casa sua per pestarlo davanti ai bambini.

Imprecherete il giorno in cui qualche malavitoso gli ha consegnato il budget di partenza per produrre il suo primo disco.

Proprio come per gli ausiliari del traffico, anche per questa piaga è provvista una serie di allucinazioni e incubi in cui vedrete il suo faccione rosso e glabro minacciarvi con in mano uno stereo e il suo nuovo disco.

Vostra figlia vi chiederà i soldi per andare a un suo concerto.

Vostra moglie lo troverà un uomo affascinante.

Sarete sempre consapevoli che un individuo del genere abbia più soldi e successo di voi e questo vi indispettirà non poco.

5) Le mutande nel sedere.

Si attorciglieranno tra le vostre chiappe e il vostro cervello darà input alla vostra mano di liberarle, senza che ve ne diate conto.

Il cervello darà sempre questo ordine.

Anche quando starete passeggiando in vie trafficate e zone chic.

Non potrete resistere. Arriverete a fare contorsioni che non pensavate.

Arriverete a non darvi conto di chi vi circonda e a sorridere sollevati dopo che lo avrete fatto.

Questa piaga si farà insopportabile per le ragazze ancora recidive con le mutande di pizzo.

Una vera e propria sega circolare si attiverà ogni volta che si poseranno su una sedia.

Una coreografia da sedute senza precedenti.

Balleranno anche le signorine meno portate per la danza, nelle strade eleganti di città, dove il ritornello prevederà sempre uno schiocco di dita ad altezza sfintere.

6) Le riviste del parrucchiere.

Non esisterà possibilità di sopravvivenza per il vostro organo intellettivo, se capiterete nella sala d’aspetto di taluni studi di hair-style.

Questa piaga invaderà il vostro quartiere prima o poi.

Pur tentando di resistere con tutti voi stessi, alla fine la copertina di Eva Tremila con un ammasso informe di rossetti e sederi al mare, vi attirerà.

Vi farà suoi.

Aprirete la prima pagina con disgusto, facendovi vedere da tutti, visibilmente contrariati.

E finirete per divorare tutte le riviste di gossip che l’Italia riesce a produrre in un paio d’ore, e per di più con la testa piena di carta d’alluminio.

Uscirete sapendo tutto della vita privata di Barbara D’Urso.

Tutto tranne quello che ci sarebbe veramente da sapere.

7) I video di Biagio Antonacci.

Inutile cambiare canale. Biagio li conquisterà tutti, se continuiamo così.

Le immagini di cavalli bianchi, di Biagio che rincorre ragazze (discutibili come la Canalis) in camicia da notte che corrono per boschi, di lucchetti, cuori, lacrime sulle guance, invaderanno i vostri pomeriggi tristi con la tivvù accesa.

Una piaga che rischia di contaminare le vostre figlie, specie se preadolescenti.

Il fascino dello Sting di Milanofiori, stregherà vostra moglie, anche se non lo ammetterà mai.

Certe cose non le vedrete neanche andando a cercarle sui canali specializzati in soap opera colombiane.

Certe facce non le vedrete neanche alla bisca di Castellammare di Stabbia.

Non potrete fare nulla per evitare che Biagio resti fuori dalla vostra vita: lo riconoscerete coi suoi cavalli bianchi, nei maxi-schermi al bar sotto casa, dall’estetista, all’aperitivo, e perfino nei negozi di dischi.

8) Gli Amari e i digestivi del discount.

Arriverà il momento in cui, qualche vostro amico inviato dagli inferi, vi proporrà di comprare gli alcolici della vostra festa di compleanno, al discount.

Arriverà e voi non avrete il “no” categorico pronto.

Andrete, comprerete 4 carrelli pieni di Lambrusco Allegro, Limoncello SuperLimon, Nocino Sveglio, Digestivo del prete e molto molto altro.

Vi sembrerà di bere zucchero e berrete. Berrete. Berrete senza pietà, in nome del compleanno e del party economico.

Gli amici vi ringrazieranno a fine festa, ma voi non capirete perché, visto che sarete certamente non coscienti da ore.

Vi sveglierete dopo 48 ore con la stessa sensazione che ebbe Ulisse subito dopo essere uscito dalla sua visita nell’Ade.

Proverete nausea per i successivi 25 anni, semplicemente passando davanti a quel maledetto discount.

9) Gli aperitivi milanesi.

Verrà il momento in cui anche nella vostra piccola, pacifica città, saranno di moda.

Se avete un bar, preparatevi al collasso economico, visto che dovrete cucinare e offrire gratuitamente a centinaia di avventori, primizie di tutti i generi, per poter competere col bar di fronte.

Se siete invece avventori di bar, se amate rilassarvi dopo il lavoro con un ricco aperitivo mangia-e-bevi, preparatevi a respirare il fumo di 800 sigarette a sera, pur bevendo all’aperto.

State pronti ad avere il sound improbabile di Bob Sinclair, sparato a 300 decibel nei timpani.

Preparatevi a tornare a casa alle 21 in coma etilico e con il pancreas divorato dalle pizzette riscaldate.

Non potrete evitare di vestirvi griffati e leccatissimi, perché vi sentirete talmente osservati da tutti e da tutte, che l’aperitivo per voi, diventerà un mestiere non retribuito.

10) La Smart.

Inutile descrivervi una piaga quando ormai si è diffusa con violenza in quasi tutta la penisola.

Sguisceranno nel traffico sotto la carena della vostra macchina.

Strisceranno contro il fianco del vostro motorino con il loro rombo elettronico, lo stesso di una spazzola per acconciature a motore.

Si parcheggeranno dentro i vasi del vostro condominio, in mezzo ai geranei.

Occuperanno tutti gli spazi occupabili riservati, fottendo sul tempo invalidi, mamme con passeggini, vecchietti con bastoni, bambini all’uscita di scuola, scarico merci e parcheggi ambasciate.

Vi stupiranno in autostrada, quando passeranno a 140 all’ora lanciate come piccole cellule spaziali in ispezione sulla terra.

Nella maggior parte dei casi, saranno guidate da neopatentate bionde e da signori pensionati col sigaro in bocca da accendere, di qui le ovvie conseguenze.

 

Vuoi vedere il live del pezzo, dal reading tristocomico di Madame Pipì?

 

* Un ringraziamento speciale a Barbara. Il neologismo delle scarpe “a bara” è suo.

I PARLATORI ( e soprattutto le parlatrici)

SINFONIE

parlare-troppo

 

Certe donne per tacere è vero che devono essere retribuite, come Veronica Lario.

In realtà la Vero è stata pagata soprattutto per aver sopportato per così tanti anni un signorotto col vizio del potere, del sesso, dei soldi e con una comitiva di amici tutti indagati e corrotti dalla camorra.

Allora si che in questo caso il silenzio è d’oro.

Ma è d’oro anche in altri casi molto meno pericolosi.

D’ oro nel senso che per averlo è necessario pagare.

Proprio come in ambito mafioso, a volte è essenziale qualsiasi mezzo per far tacere qualcuno che usa davvero troppo e a sproposito la lingua imparata da piccolo.

E mi dispiace non difendere il genere, ma le femmine a volte usano la parola come usano i soldi nei negozi di scarpe.

Poi, se proprio devo difendere il genere dico che quelle che la sanno usare perbene la parola, sono meglio dei guerrieri di una volta, dei comandanti.

Tagliano il superfluo a colpi di lingua e guariscono cancri sociali.

Ma torniamo ai luoghi comuni però, che mi piacciono tanto e sono più divertenti.

Le persone che parlano troppo, comprano troppo, vogliono troppe cose e soprattutto pensano che ascoltare sia un fastidio, una perdita di tempo.

Una volta un’amica ad una festa non smetteva più di raccontarmi gli affari suoi.

Ad un certo punto, semplicemente per farmi vedere realmente partecipe al suo mondo, abbozzai al suo monologo, un semplice “Ah si, anch’io!”

Lei si fermò e mi guardò per un paio di secondi con un’aria diabolica, del tipo “come ti permetti, brutta stronza, la situazione è mia, non puoi capirla, è un inedito mai uscito, chiaro!”

E con stizza rispose solo con un Si, di quelli cattivi con 8 “S” …e proseguì la sua elegia prima di costringermi ad abbandonare la poltrona.

Saper ascoltare è divino.

Non farsi prosciugare è elemento base della sopravvivenza.

Scelgo di sopravvivere, di volermi bene, tutte le volte che mi alzo da un divanetto, tramortita da qualcuno che sta attentando alla mia pace interiore con un monologo che io non ho scelto di pagare con biglietto e poltrona numerata.

Scelgo di sopravvivere tutte le volte che qualcuno in discoteca mi urla addosso le sue ambizioni, sputandomi sulla giacca pezzi del suo drink.

Altro strumento diabolico che utilizzano gli assassini vocali: il telefono.

Lasci il cellulare sulla libreria e te ne vai a fare le tue cose, torni, appoggi l’orecchio e capisci che ci sei o non ci sei, il tizio sta continuando a parlare dei suoi prodigi.

Sono cose loro, lasciali fare.

Io per questo ho tanti gatti.

I gatti sono dei grandi ascoltatori.

Ti guardano però, facendoti sentire un coglione e in questo modo ti guariscono, ti consapevolizzano.

Ecco, se riuscissimo anche noi a trovare e a far nostro quello sguardo un po’ così, neutro e definitivo da “Sei un povero pirla” , aiuteremmo i parlatori e ci salveremmo.

Se i cosiddetti parlatori però sono donne, è più difficile che non capiscano il nostro sguardo neutro, perché le donne hanno fatto dell’arte del monologo, una terapia da lettino che non prevede lo sguardo verso il proprio interlocutore.

Può essere comodo che una ragazza non vi guardi mentre parla.

Così potrete pensare a tutt’altro, come avviene nella maggior parte dei casi.