LA GENTE DOVREBBE STARSENE ALLA CASA (ode al viaggio)

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Da quando ho memoria il viaggio rappresenta per me un importante motore di benessere.

Purtroppo però quand’ero piccola non avevo lo stesso cinismo di adesso ed oggi non posso esimermi da una riflessione sulle abitudini dei viaggiatori che, ogni volta che ci penso, scaturisce sempre in un’unica, forse riduttiva soluzione: che la gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Che si stia in Costa Rica, di fronte ad un mare che trafigge gli occhi oppure ad Ostia, fra i cumuli di ciabatte abbandonate, si viene comunque assaliti ad intermittenza, ogni quattro minuti, da venditori ambulanti di qualsiasi cosa scema ed inutile possa essere venduta: dalle granite con gli sciroppi che erodono le arterie ai racchettoni che poi vengono dimenticati in macchina ed ogni volta, con la loro scomoda forma rompono i coglioni quando si carica la spesa, fino ad arrivare al reparto abbigliamento, coi parei fatti col petrolio intessuto o dello stesso materiale dei retini da pesca.

A parte la selezione che cambia di luogo in luogo, resta inalterata la ricetta: puttanate inutili vendute con insistenza in un luogo dove si è andati per riposare.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Così si salverebbe.

Che si stia in una baita segreta in cima alle Alpi francesi oppure alla pensione del centro termale per anziani sull’Adriatico, il costo della vita in viaggio è sempre schifosamente più alto di ciò che viene considerato il giusto e così, persino gli acquisti più futili e primari come una confezione di cerotti ti costa, in Costa Smeralda come all’alimentari di Tropea ad Agosto, esattamente quanto un servizio da tè di Limoge.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Così forse neanche si sbuccerebbe il ginocchio.

Ovunque, in ogni luogo considerato visitabile in quanto offra ossigeno a sufficienza per respirare, in nessun modo si potrà fare a meno di incontrare americani.

Gli americani quelli bruttissimi, non di New York che, si sa, non è America; intendo quelli che si sentono ancora geneticamente superiori e tale atteggiamento dei pensieri comporta, tra le altre cose, il fatto che non si vergognino di esibire ai quattro venti, il loro gustaccio di merda nel vestire.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Almeno gli americani li vedrebbe solo alla tivvù potendo pensare che siano fiction.

Per non far fallo agli italiani, sentiamoci tranquillizzati dal fatto che in viaggio, siamo ancora al primo posto nella classifica dei popoli migranti più disadattati.

Se da una parte, infatti, il germe italico si espande e si stanzia dappertutto come un’erbaccia e sarà complicato trovare un posto lontanissimo e remoto dove non si debba incontrare un connazionale che si sia accampato lì, vivendo ovviamente ai limiti della legalità, conosciuto da tutti i locali come l’Italiano, il resto si spiega da sé.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Tanto incontra ugualmente gli italiani ma almeno non spende.

Vi sono poi coloro che sembrano viaggiare con una sola speranza di vita: trovare un ristorante italiano e poi trovare sesso.

Infine, i peggiori, coloro che, viaggiando per il mondo d’un tratto sentano qualcuno parlare italiano e si arroghino il diritto di girarsi ed intervenire nella tua conversazione anticipando il tutto con un “Che sei italiano?!” e gridando, anche a grandissime distanze, frasi sciocche e ritornelli ripugnanti che nessuno per strada, in Italia si sognerebbe di recitare prendendo a braccetto uno sconosciuto.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Ma restando a casa finirebbe per essere punita con la presenza dei propri familiari e conoscenti allora preferisce viaggiare.

Forse per proteggersi, in qualche modo dalla propria casa e per proteggere anche gli affetti dal proprio brutto carattere.

Così la gente viaggia per accanirsi contro gli sconosciuti, sbronzandosi con loro e gridando “Sono un italiano, un italiano vero!” oppure ordinando una pizza salami-and-chips al Ristorante da Mario di Seoul.