IL CASSETTO CON DENTRO IL LICEO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Qualche giorno fa sono stata in un liceo per fare una lezione-spettacolo ai ragazzi delle ultime classi, prossimi alla maturità.

Alla fine di questa inedita esperienza che mi ha fatto bene come una rara medicina omeopatica, tornando a casa mi sono accorta di avere uno squarcio aperto tra la bocca dello stomaco e il diaframma: era il cassettino dei miei ricordi liceali.

Il periodo del liceo infatti è la zona temporale del mio passato che ricordo meglio, nonostante le sostanze ingerite in quell’epoca scapigliata.

Forse me la ricordo bene perché, seppure qualche bastardo inizi a chiamarmi “signora” dandomi del lei, è come se una parte di me si sia cristallizzata laggiù, tra i sedici e i diciotto anni, come se mi sia rimasto dentro un cassetto aperto, abile a mantenere le principali connotazioni caratteriali di quando avevo i brufoli per usarle sempre al momento sbagliato quando, in teoria dovrei comportarmi da femmina adulta, da signora, come dicono i bastardi.

Le medesime pulsioni di quando oscillavo tra la I e la II liceo classico si presentano ancora oggi attraverso: predilezione inconscia e costante per il piacere rispetto al dovere, predisposizione a non far nulla di ciò che sia obbligatorio o previsto dalla legge italiana, materna o civica, necessità di sonno oscillante tra le dieci e le quindici ore, dipendenza e amore incontrollato per la guida di un mezzo di trasporto (moto o auto) il cui carburante sia pagato da terzi, ingordigia nei confronti del guardaroba materno a disposizione, capacità professionale nell’assunzione di quantità ciclopiche di alcool, nonostante oggi la qualità abbia conquistato un deciso upgrade rispetto ai tempi in cui si rubava la vodka Keglevich nei supermercati, per bersela liscia e calda al giardinetto.

Dunque guidando il mio gippone verso casa, dopo aver visto tutte queste persone giovani costrette dallo Stato a scalpitare di vita dentro a pesanti aule, mi vergogno ma ho riflettuto su quanto ogni tanto abbia bisogno di tornare al loro stadio di spensieratezza pensierosa.

Perché è così quella fottuta età: dovresti vivere spensierato invece pensi industrialmente, senza sosta, qualsiasi cosa e il contrario della stessa pregando che arrivi qualcuno a dirti cosa è meglio pensare senza però importelo.

Mi vergogno ma ho ammesso a me stessa quanto ogni tanto abbia bisogno di ascoltarmi ancora la musica di quando avevo sedici anni e di come vergognandomi, debba sentirmela in cuffia in modo che nessuno possa pigliarmi per il culo se metto Kylie Minogue, i Sex Pistols, i Foo Fighters o i Jane’s Addiction pur essendo ormai una signora.

Mi vergogno ma ho ammesso a me stessa che forse dovrei smettere di indossare con orgoglio quel mio paio di jeans Subdued con le toppe dei Led Zeppelin cucite sul culo, tutti strappati, non da un designer newyorkese ma dalle secolari avventure vissute insieme a me.

Essere grandi mantenendo un cassetto da teenager può essere utile ma è un po’ anche una fregatura.

Da quando devo far finta di essere adulta non posso più entrare nelle profumerie a rubare smalti per contarli fuori con le amiche, sono obbligata a nascondere bene tutti i chili di timidezza e insicurezza che mi porto in tasca dalla nascita e non ricevo più quella confortante frase che mi piaceva e serviva tanto, quella del “ti capisco, sei in un età difficile, vedrai passerà”.

Non ho più giustificazioni.

Non posso più giustificarmi alle interrogazioni.

Sono una donna sola nel mondo adulto col mio cassetto aperto sull’adolescenza.

Eppure è al liceo che ho imparato le cose più importanti del saper vivere.

Ho imparato a simulare coliche renali da oscar per non essere interrogata e nel tempo ne ho fatto un mestiere retribuito.

Ho imparato a tonificare le chiappe stringendole quando la Facchiano faceva il giro della classe con gli occhi per capire chi interrogare in latino.

Al liceo ho imparato la bellezza di avere una madre che mantiene le promesse anche quando la promessa è di mandarti al suo liceo di suore mantellate serve di Maria, se sarai bocciata.

E, una volta bocciata, è lì che ho imparato che il liceo pubblico non era poi così male, se visto dalle sbarre di un collegio con la divisa bianca e blu e la ricreazione vigilata da Suor Giulia.

Se oggi scrivo per mestiere lo devo al liceo e alla capacità agonistica appresa lì, nella trascrizione delle versioni di Tucidide alla velocità della luce o almeno in settanta secondi di telefonata con la mia compagna di classe Cecilia.

A proposito di Cecilia, al liceo ho imparato che ci sarà sempre gente che col minimo sforzo raggiungerà il massimo dei voti mentre tu, con tutti i tuoi vortici di pensieri selvaggi, i cavalli alati, gli amori drammatici quasi mai corrisposti, i balli feroci, le emozioni che ti divorano e la musica nelle cuffie dalle tre di pomeriggio alle due del mattino, ti farai sempre un culo così per affrontare argomenti e doveri che non ti piacciono e non che non ci sarà mai verso di farti piacere.

E’ al liceo che ho imparato l’esistenza di alcuni gesti deficienti che possono tuttavia aiutarti ad accrescere la stima del pubblico che ti guarda, come accendere una sigaretta alle sette di mattina davanti a scuola o fare la pinna con l’SH nonostante la performance a lungo andare ti fotterà la forcella.

Così oggi guido verso casa dopo una mattinata con queste persone giovani che hanno riaperto il mio cassettino puberale facendomi realizzare che è il momento di chiuderlo, che certe cose non torneranno ed è meglio così.

Che ogni età ha la sua bellezza ma non tutte le età sono così belle come quella in cui ogni mattina incontri il bidello: l’eterno ragazzo che ti ricorda che si, è possibile portare l’orecchino fino a sessant’anni, che non c’è niente di male.

Che l’unico male tutt’al più è Kylie Minogue ma tanto se la senti in cuffia non lo saprà mai nessuno.

DE RUMORIBUS

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Se per caso un giorno, ci venisse voglia di sminuirci come esseri umani, di renderci ignobili di toccare le bassezze più nefande che l’essere umano sia in grado di toccare solo scavando…

E se per caso non esistessero più applicazioni sui cellulari a renderci poveretti in tal senso, come Candy Crush o i siti di appuntamenti nel proprio quartiere, ricordiamoci che avremo sempre a disposizione il più antico e popolare metodo avvilente per individui, che nessuno (purtroppo) potrà toglierci: il pettegolezzo.

Discorrere con terzi sulle faccende private di un soggetto non presente, rende da sempre l’animo umano molto piccolo e merdoso, contaminando la zona dove avviene la discussione con aria fetida come quella di certi uffici pubblici.

L’arte di parlar male degli altri non è per tutti!

Per capire se stiamo effettivamente facendo della malalingua il nostro stile di vita e del pettegolezzo il nostro biglietto da visita, dobbiamo porci una domanda semplice, schietta e sincera:

se il soggetto del mio monologo e dei presunti fatti accaduti che sto raccontando fosse presente e in ascolto in questo momento, trarrebbe beneficio da tutto ciò che sto dicendo?

Mi sorriderebbe compiaciuto?

La sua figura ne uscirebbe in maniera dignitosa a prescindere dalla sua colpevolezza ma soprattutto, resterebbe ancora disponibile a frequentarmi dopo la discussione o mi inviterebbe affarinculo?

Se a queste domande la risposta è sincera, capiremo che il soggetto della nostra discussione, non solo non sarebbe felice di ascoltarci, ma che siamo sulla strada giusta e che abbiamo ottenuto il nostro obiettivo: essere degli individui composti per il 50% da acqua e per il restante 50% da Poraccitudine.

malelingue

Se per caso un giorno, ci venisse voglia di eliminare dalla nostra vita il buon gusto e proclamare guerra al desiderio di elevazione dello nostro caro, vecchio, animo umano, ricordiamoci che basterà raccontare al farmacista segreti presunti sul vicino di casa, accanirsi contro il fidanzato che ci ha lasciati raccontando la sua presunta poca igiene personale al postino, organizzare riunioni di condominio interessandoci delle ultime novità familiari degli assenti e nel contempo, proclamarsi paladini della giustizia sociale, del buon gusto, del “E’ una vergogna!”.

Ci sono ottime probabilità che nessuno si accorga che siamo dei dementi perché il pettegolezzo è un virus che si trasmette per via orale, l’arte di parlar male è una malattia che ti possiede se la tolleri.

Il tavolino coi giornali di gossip e cronaca nera sarà in confronto a noi, una libreria specializzata in ricerche sui premi Nobel.

Il peggior collega che diffonde menzogne anche sulla vita privata delle macchine fotocopiatrici in ufficio sarà in confronto a noi, San Sebastiano.

La più odiosa delle comari represse appestate dal rancore verso il prossimo, diverrà al nostro confronto, più benevola di un libretto di meditazioni zen.

Saremo senza rivali, se il pettegolezzo contaminerà le nostre vene, i più meschini del pianeta!

O almeno del pianerottolo, del condominio, della via, di quel piccolo angolo della putrida sul quale regneremo fino alla fine dei nostri giorni.

http://www.corriere.it/salute/11_giugno_15/gossip-salutare-cervello-peccarisi_741794c0-91b5-11e0-9b49-77b721022eeb.shtml