LA PEDALATA ASSISTITA

COSE FASTIDIOSE

Chi avrebbe mai detto che un giorno mi sarei ritrovata in sella ad una bicicletta elettrica?

Proprio io, così avvinghiata alle cose antiche e faticose, così pronta all’antiquariato.

Se l’avessi conosciuta prima, la bici con la pedalata assistita, oggi sarei senza dubbio un’altra persona.

Lì al noleggio non mi avevano dato molte indicazioni su come usarla ed io mi ero vergognata di ammettere al tipo grintosissimo del negozio, di non esser mai salita in vita mia su un attrezzo simile.

Il tizio mi ha solo detto che sarebbe costata ben trenta euro in più e che con le tre cariche di batteria, già pronte nel computer, avrei potuto visitare tutta la montagna in mezza giornata, arrivando dall’altro lato, a valle e tornando indietro.

Quella proposta mi era sembrata un’impresa da guinness ed avevo accettato lusingata, certa che il tizio mi avesse scambiata per un’atleta di Triatlhon che comunque fa piacere, sotto certi aspetti.

Sono salita in sella solo dopo aver portato la bicicletta a mano fino ad un piano adeguatamente piatto, che più piatto non si può e son partita non prima di aver srotolato tutte le rotelle delle marce manuali fino alla triste modalità 1.

Spero di non essermi sbagliata ma nessuno deve avermi vista mentre i pedali ruotavano a 180 km/h, imbizzarriti dalla morbidezza concessa loro dalle marce molli, sul piano liscio e scivoloso del viale centrale, con la gente perbene, per fortuna, in quel frangente assente.

Non per vantarmi ma me la son sempre cavata bene in bicicletta quindi, anche in questa circostanza dimostro di star sul pezzo e, nel giro di pochi minuti, inizio a capacitarmi che sul manubrio brillano per me un paio di piccoli schermi luminosi che aspettano solo i miei comandi.

Deduco, mentre piazzo le rotelle delle marce manuali su una più dignitosa modalità 4, che il piccolo schermo a sinistra comandi le famose batterie elogiate dal tizio del noleggio; riconosco il disegno di una piccola pila con all’interno tre tacche colorate ed accanto alla pila, il bottone con scritto “start”.

Persino io capisco e premo il bottone.

Immediatamente dopo il click s’innesta quello che sembra un piccolo motore ad elica, silenziosissimo ma altrettanto performante, talmente tanto che il giro dei pedali riprende velocità furiosa che però stavolta controllo con una nuova, sicura e professionale impennata di rotelle sulla modalità 7, la più tosta mai raggiunta nella mia comunque appassionante vita di ciclista dilettante ma romana.

Questa modalità è ora possibile solo grazie a questo miracoloso traguardo della tecnologia applicata alla mobilità che è la fottuta pedalata assistita.

La vostra affezionata plana letteralmente sulle piccole valli verso la montagna come un velociraptor, come avessi una turbina dietro al sellino, per non dire altro, che sospinge la mia entusiasta pedalata alleggerita.

Man mano che si avvicinano i tornanti, lo stupore aumenta: in salite dove con la mia bicicletta manuale di merda sarei già morta per arresto cardiaco, con questo ghepardo a due ruote mi sento invincibile e di fatti prendo velocità, sempre di più e sempre più in salita e voglio vincerla questa gara immaginaria contro il mio passato di ciclista dilettante.

Sono a settanta chilometri orari e se non decelero, il prossimo tornante stretto lo piglierò come fosse un rettilineo distruggendo me e la bici nella foresta.

Prontamente i miei riflessi spengono la modalità elettrica della bicicletta premendo “stop” sul famoso, piccolo schermo.

Anche stavolta i miei riflessi sbagliano.

Da garrula spaccona, con le lacrime che si tuffavano nell’aria dalla punta estrema dei miei occhi feroci di vento, mi ritrovo idiota, in pieno tornante, con una pendenza del 70% e tutte le marce manuali impostate su una severissima modalità 7.

Resto immobile sulla bici, impagliata, congelata, come una scultura di arte contemporanea pericolante, in mezzo all’asfalto.

Solo pochi secondi per rendersene conto ed i miei stronzi riflessi che hanno combinato questo disastro, danno finalmente l’ordine al resto del corpo di catapultarsi fuori dalla bici e così faccio, tenendo ben stretto per i manubri, l’attrezzo divenuto monolite.

Anche stavolta spero non passi qualcuno.

Mi toccherebbe fingere di aver avuto un problema tecnico alla catena e, a quel punto, con la sventura che mi segue, spunterebbe senz’altro dal nulla un ciclista esperto col quale farei la sonora figura di merda che mi merito.

Invece sono sola, con la mia bici portata a mano, paonazza di sudore ed indecisa sul da farsi.

Anche se non si dovrebbe, valuto l’opzione di srotolare nuovamente le marce manuali, ripristinando la volgare modalità 1 e facendolo senza salire sulla bicicletta per pedalare e scalare in modo corretto poiché, in quella circostanza, morirei: è certo.

In questo modo però, srotolando tutto lì, in mezzo alla strada, scioccherei le povere catene, forse in modo irreparabile e al ritorno subirei, non solo l’umiliazione di dover raccontare come ho scassato il cambio ma anche l’angheria suprema di dover ripagare il mezzo.

Mi tocca quindi soccombere e scendere di nuovo a valle, ritentando la partenza, come in un videogame, come a monopoli.

Discendo quindi in picchiata cattiva, pensando che riuscirò a valicare la montagna entro sera, fosse l’ultima impresa della mia povera vita che anche oggi mi insegna il valore della pazienza e della perseveranza.

Arrivando giù in picchiata come un calabrone, intravedo il tipo grintosissimo del noleggio, seduto fuori dal bar, proprio accanto alla chiesa che, insieme agli amici sta bevendosi una cosa durante l’orario di lavoro, proprio come si usa qui, da queste parti.

Appena mi vede, inizia a fischiare da lontano e m’invita a fermarmi.

– Sei già di ritorno – mi dice entusiasta – D’accordo la pedalata assistita ma non ho visto mica tanta gente valicare il passo, visitare le valli di là e rientrare; grande! Dove ti alleni, in genere?! –

– Ma no, pedalo solo ogni tanto – dico io, merda imperiale.

 

 

 

GREEN VIRUS

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Occorre essere più green nella vita, non credete?

Personalmente sento la pressione della società.

Sento la società che mi spinge la schiena.

Sento le voci e mi dicono che devo essere più green.

Sento di non esserlo ancora abbastanza.

Sono verde d’invidia, di rabbia ed in banca ma non sono adeguatamente green di status.

Più uno pensa di essere arrivato a sfiorare le altezze della biodinamica, più ti rimettono subito al tuo posto, ti fanno restar umile perché non fai il risveglio muscolare, i sette tibetani, perché non essicchi le verdure, non cuoci al vapore, non bevi vino macerato, non fai il corso di permacultura, i bagni di Gong, la meditazione anfrant.

Essere green, oggi, è un’esigenza che non si può disattendere perché ci sono troppe cose in ballo: il pianeta, il nostro futuro, il nostro respiro, i nostri figli, la comunicazione, la moda ed i soldi.

Anche i soldi son verdi, infatti.

Ecco perché se sei green, vendi.

Lo stile green è uno stile che puoi ancora costruirti perbene e, se vuoi far business, ti conviene buttartici subito con dedizione, nella costruzione del tuo status green, perché è un’operazione delicata quanto fruttuosa, sotto tanti aspetti.

Io, nel green cerco di starci dentro fino alle orecchie, mi devi credere.

Mangio solo biologico certificato, compro solo detersivo sfuso, ricarico le pile della mia torcia con un micro-pannello solare, faccio tessere le mie mutande in cotone idrofilo dalle signore del paese, bevo estratto di germogli e leggo saggi di maestri orientali perché tutto di me, dalla testa ai piedi, sia fottutamente green.

Ho comprato un’azienda agricola perché mi danno il premio di insediamento e allora io, m’insedio volentieri, a quel punto.

Non ho mai fatto agricoltura ma qualcuno da piazzare in azienda, in stalla, in caseificio mentre io sono all’aperitivo o su twitter lo troverò, figurati: adesso che poi va di moda il uufing.

Mi sono iscritta a settecento associazioni: uniti per il verde, campagna vicina, pastori riuniti, viticultori divergenti, apicultori esauriti, trattoristi italiani, trattoristi italiani senza patente, unione erba medica, vivi il biologico, muori tassato.

Ho messo a mio marito la giacca di flanella con le toppe sui gomiti che fa tanto intellettuale green.

Ho comprato il vestito a fiori, l’auto elettrica, i bidoni personalizzati per la raccolta differenziata, il disco folk, le certificazioni, l’attrezzatura a norma, i locali con altezze da chiesa gotica, le forchette biodegradabili; ho comprato amici, fornitori ed i servizi sanitari nazionali, ho neutralizzato i parassiti ed i vicini di casa quando erano entità diverse e quando univano le due mansioni.

Sono andata a tutte le degustazioni mandate dal Signore in terra: sono andata ai dibattiti su come uscire dalla crisi e ai corsi su come fare rete con le altre aziende, su come incentivare i raccolti, su dove comprare i pesticidi di notte e a quelli su come ottimizzare l’aspetto green di ogni fottuta cosa che mi circonda grazie al packaging, alla comunicazione, alla rete, al partito.

Sono andata alle fiere di tutto il mondo, le fiere sul green, le fiere allestite in quei giganti di cemento fuori città, riscaldati da centrali atomiche, piene di parcheggi non sorvegliati ma tutto il resto si che è sorvegliato.

Ho fatto tutto questo e molto altro ancora, per meritarmi i fondi europei.

Ho preso i fondi europei.

Ho comprato una mietitrebbiatrice.

Mi fa paura solo accenderla ma ora posso dire di essere green.

Forse sono un’invasata del green ma sono invasata a norma.

Posso fare qualsiasi cosa.

Sono il Dio Green: sono meglio del re Lucertola, sono appena meno di Gesù ma ancora molto sotto alla Bayer-Monsanto.

Migliorerò.

 

 

 

 

 

 

LA CARTA E LA MICROCRIMINALITA’

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Breve trattato sull’importanza della carta e sulle analogie tra libro e carta igienica scritto ed interpretato al Salone del libro di Torino 2018, in occasione del talk “Come sarebbe il mondo senza la carta?”

Visto che, sin dai tempi del liceo, sono sempre stata lì lì, ai confini dell’ illegalità, se un giorno proibissero la carta, avrei finalmente un’altra, buonissima scusa, per abbandonarmi definitivamente alla clandestinità.

Così insospettabile, perbene e a modino, so che me la caverei ed avrei, oltretutto, una nobile scusa per nutrire quella parte di me che si delizia con un certo gusto per la microcriminalità, come la maggior parte di noi, del resto.

Allora, se un giorno vietassero l’uso della carta io, finalmente, comincerei a scrivere sui muri, come avrei sempre voluto fare a quindici anni.

Mi rifarei scrivendo la lista di tutti quelli che mi piacquero, verrebbe fuori una lista simile a certe lapidi per i caduti di guerra perché di gente me ne piacque, all’epoca, ma lo farei con scopo carbonaro e disinteressato (visto che oggi, a quarant’anni, quelli lì son quasi tutti grassi e pelati).

Se venisse proibita la carta, mi sentirei in diritto di incidere il mio pensiero sui cofani delle macchine parcheggiate male.

Scriverei i miei pensieri sulla fiancata del Cayenne che mi blocca per due ore, davanti ad un bar, in centro, a Roma ed i miei pensieri sarebbero: TACCI TUA.

Se la carta venisse vietata diventerei una brigantessa della scrittura abusiva, mi sentirei come all’epoca della censura che, per fortuna, non esiste più!

Pitterei col mio trattopen sovversivo tutti i gabinetti degli autogrill, scrivendo i numeri di cellulare delle mie amiche sceme dei Parioli e poi, peggio ancora, non resisterei all’impulso di imbrattare le scale dei monumenti con gli aforismi del Profeta e i pezzi delle canzoni dei Nirvana.

E poi me ne andrei di notte, col pennarellone indelebile, a scrivere sui vetri dei bancomat e sulle vetrine nei negozi e ancora con le bombolette spray sull’asfalto, davanti casa delle ex del mio fidanzato, e scriverei un sacco di sms col cellulare a tutta la rubrica, soprattutto quelli con le catene di Sant’Antonio e poi me ne starei lì, avvelenata, a pubblicare post imbecilli sui social, solo per ripicca, se proibissero la carta!

Vi rendete conto di quante cose spregevoli potrei fare se un giorno, vietassero la carta?!

Cose criminali e davvero offensive per l’intelletto.

Cose che nessuno si sognerebbe di fare, ora che, per fortuna, la carta è legale.

Quindi è meglio per tutti che la carta resti ancora in uso diffuso e libero, tra di noi, a mantenerci sani e lucidi.

Meglio per tutti e guai, se fosse il contrario.

UN MONDO SENZA CARTA, GIAMMAI.

BRANDED PARODY CONTENT, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Breve trattato sull’importanza della carta e sulle analogie tra libro e carta igienica scritto ed interpretato al Salone del libro di Torino 2018, in occasione del talk “Come sarebbe il mondo senza la carta?”

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E’ così da sempre e in tutte le circostanze: ci accorgiamo di quanto ci serviva una cosa o una persona, nel preciso momento in cui non l’abbiamo più lì, a disposizione, sul comodino, nella dispensa o nel letto.

A proposito di mancanze, non posso immaginare il giorno in cui ci sveglieremo e, in casa, avremo solo tablet per scriverci e scrivere.

Spero che un foglietto di carta da pasticciare, resti sempre a disposizione, in tutti i luoghi, anche i più infami della terra.

Spero che non arrivi mai il giorno in cui smetteremo di comprare taccuini con disegni scemi in copertina oppure neri, in pelle, uguali, identici a quelli di altri sei milioni di persone che, ogni tanto, desiderano sentirsi Hemingway o Picasso.

Sono certa che prenderemmo provvedimenti se dovesse capitarci un giorno, l’improbabile sciagura di non poter avere più, tra le mani, l’oggetto Libro, col suo profumo inconfondibile di cosa antica appena sfornata, ma mi domando: cosa faremo il giorno in cui non ci troveremo più tra le mani, la carta igienica?

Perché un mondo senza carta vuol dire un mondo senza tutti i tipi di carta

Non ci sono mezze misure perché, quando si parla di carta, si parla di una storia d’amore tra l’uomo e questo materiale miracoloso; una storia d’amore che dura da millenni e l’amore, così come la sua mancanza, non ha mezze misure.

Si vince facile decretando che la carta da gabinetto è la tipologia di carta di cui si sentirebbe maggiormente la nostalgia ma non è proprio così.

Vengo in aiuto dei più tignosi che non vorranno ammettere che il risultato più umile dei trattamenti sul legno sia più usato e amato della Moleskine, pronunciando la parola magica: libro.

Il libro ha delle peculiarità sociali, a volte, più forti e affascinanti del suo stesso contenuto.

A differenza della carta igienica, quando hai in mano un libro sei fico.

La libreria e la biblioteca sono, da sempre, contesti incredibilmente sexy: non si sa per quale motivo, tra i libri ed i corridoi che li contengono, tutti sembriamo più interessanti (forse perché siamo, finalmente, obbligati al silenzio); sta di fatto che, anche solo per questo misterioso appeal di librerie e biblioteche, tantissimi italiani frequentano tali luoghi solo per rimorchiare o, quantomeno, per sembrare più cool.

Anche molti di noi, stamattina, sono qui al Salone per gli stessi motivi.

Al contrario, nel reparto carte igieniche, pochissimi di noi stazionano per più di trenta secondi perché non è certo una corsia dove si ha speranza di apparire affascinanti.

La nostra società non è sincera e al prossimo è sempre meglio far sapere che leggi moltissimo e che non hai un sedere.

Visto che, a quanto pare, questo pezzo sta diventando un trattato sulle differenze tra carta igienica e libro, sarà bene ricordare anche le moltissime analogie che questi due prodotti trasformati della carta, conservano intrinsecamente e non parlo solo di certe pubblicazioni, basti citare Fabio Volo, del quale qualcuna più grande di me, disse che gli alberi si vendicheranno. Ancora, basti pensare a Bruno Vespa, l’editoria politicamente faziosa, i libri di cucina delle reginette televisive, le biografie dei calciatori e dei cantanti o presunti tali, le pagine dei cabarettisti coi loro tormentoni e, infine, la povera carta costretta a contenere i pensieri di Barbara D’Urso, di Emilio Fede e di tutti quegli individui dei quali ci ha stupiti la scoperta che sapessero scrivere!

Le analogie con la Foxy non son solo queste banalità appena dette, che tuttavia, va notato, vendono ancora troppo per poter considerare il nostro, un paese sviluppato.

Vi sono anche punti in comune più alti, emozionali e correlati coi nostri costumi sociali più diffusi, a rendere libro e carta igienica due invenzioni straordinariamente complementari: vengono utilizzati insieme, come strumenti a supporto di piccole, grandi imprese quotidiane.

Nel rifugio del tuo bagno (se avrai il coraggio di abbandonare il tuo amico cellulare ad aspettarti fuori), vivrai l’esperienza in compagnia dell’uno per rilassarti e raggiungere lo scopo e dell’altra per alleviare le fatiche.

In compagnia di tanti libri hai pianto commosso ed emozionato, trovando ristoro in un rotolo di carta igienica che c’era anche in quei momenti di beata solitudine.

E che dire di quando, durante i compiti in classe, chiedevi alla professoressa di andare in bagno e, una volta chiuso nel tuo piccolo fortino, trovavi il libro di testo ad attenderti, posizionato accanto alla carta, come una mappa militare (la carta igienica però, la trovavi solo se la tua scuola era privata).

Se finissi in prigione (e ci sono ottime possibilità!) sarei disposta a scrivere i miei libri anche sulla carta igienica, tanta è la mia voglia di usufruire della libertà di espressione; come abbiamo visto, sarebbe meglio pulirsi il sedere con certi libri piuttosto che leggerli ma è inaccettabile l’idea che il materiale carta scompaia, in ogni sua forma, anche quando viene evidentemente umiliato da un editore, da un sedere o da una faccia di sedere.

Perché eliminare la carta, col pretesto di ridurre i rifiuti, con la presunzione che s’inquini meno pur avendo ancora, tra i coglioni e perfettamente legali, le bottiglie di plastica, sarebbe come toglierci l’utilizzo di un pezzo di cervello, di cuore e di sedere.

Ecco: se penso ad un mondo senza carta, penso alla stitichezza: fisica, mentale ed emotiva perché, come abbiamo appreso da questa piccola, forse mediocre riflessione, la carta ci consente di evacuare sotto tanti aspetti.

Ed evacuare ha il suo etimo in vacuus che in latino vuole dire libero.

Lasciamo gli alberi liberi di morire per noi, se sentiamo di essere buoni amministratori o di poterlo diventare.

Sentiamoci liberi di tornare a scrivere ancora su carta.

Sentiamoci liberi di far popò tra gli alberi, nei boschi che fanno respirare il pianeta e che, un giorno, diventeranno carta.

Così, perlomeno, ci sarà chiaro il motivo per cui talvolta siamo costretti a leggere certi libri o giornali di merda.

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STORIE DI MATTI: TAMARA

STORIE DI MATTI

Un estratto dal libro Storie di Matti e, in fondo al racconto, un estratto dal reading live organizzato negli spazi dell’Ex Ospedale psichiatrico di Voghera.

***

La faccenda irresistibile di certi esseri umani è che scrivendo di loro non devi inventarti nulla ma semplicemente abbandonarti alla cronaca dei fatti e lasciare che i lettori restino naturalmente colpiti quanto te dalle mille incredibili sfumature che può assumere l’essere umano, se lasciato a briglie sciolte.

Tamara è uno di quei personaggi che t’ispira subito la sacra fiamma dell’indagine sociale.

La conosco durante la presentazione del mio libro, anzi prima.

Perché arrivo con mezz’ora di anticipo in libreria e lei è già lì che aspetta da tre quarti d’ora, col sederone conficcato dentro a una sedia a ovetto, di quelle in plastica che usavano i bidelli della mia epoca scolastica.

Tamara si è piazzata proprio accanto al tavolo allestito per la presentazione e io penso che sia la mamma del libraio o la signora delle pulizie che sta riprendendo fiato dopo aver preparato la sala.

E invece no.

Tamara è lì per essere la protagonista indiscussa della serata e non sembra alla sua prima esperienza in tal senso.

Resta lì per tutta la sera e specialmente durante il mio intervento, mentre son là a spremermi le meningi per essere efficiente e sintetica, la donnaccia che è Tamara se ne sta marmorizzata dentro alla sedia col suo tubino color nocciola tutto sformato dalle sue cicce, la borsa in similpelle verde pistacchio sulle ginocchia e un paio di demoniaci, oltraggiosi gambaletti color carne, indossati per sostenere tutte quelle vene che vengono quando le gambe hanno superato i duecentomila chilometri.

Tamara è indiscutibilmente nella categoria pubblico eppure non ne fa parte anzi, se ne mantiene al di fuori con composto esibizionismo rendendo la mia presentazione un’occasione imbarazzante e indimenticabile.

Magari a Voghera, con la storia delle generazioni di pazzi, già la conoscono ma io vengo da fuori e sono intimorita dalla possibilità che questa signora possa fare follie da un momento all’altro mentre spiego le mie cosine e lei se ne sta seduta a pochi centimetri da me, così vicina che riesco a sentire il suo respiro e l’odore della sua pelle molle di signora.

Tamara fu maestra e dovevo capirlo subito dal fatto che per tutta la durata della presentazione non mi ha degnata di mezzo sguardo, restando con gli occhiacci dritti e severi, ben rivolti in faccia alla povera platea dei presenti, in quel momento considerati da lei categoria inferiore ossia “alunni”.

Li ha scrutati uno ad uno, tenendo immobile la testa e muovendo esclusivamente le pupille, come solo una maestra sa fare quando arriva in classe e fa sentire agli alunni il tanfo di una giornata sbagliata.

Se li è guardati tutti facendo l’appello a mente, col suo taglio alla maschietta anch’esso tipico delle maestre in pensione.

Li ha guardati come se da un momento all’altro, dovesse tirar fuori dalla borsetta il registro e mettere la nota alla classe oppure un’ascia e spargere sui muri sangue e muscoli di venti poveretti, colpevoli solo di essere giunti alla presentazione del mio libro.

Tamara di poveretti ne ha visti moltissimi nei suoi onorati e coraggiosi anni alla scuola.

A suo favore posso dire che i professori delle medie sono degli eroi e anche Tamara lo fu e per questo merita rispetto.

I professori si beccano per cinque ore no-stop tuo figlio e altre persone come lui, nella fase più cupa e disgustosa, quella puberale.

I professori delle medie sono persone che sopravvivono a situazioni emotivamente compromettenti e Tamara è una donna che per ben quaranta anni si è battuta con classi e classi di giovani acneici senza senno e col gusto per la presunzione, perciò è classificabile all’interno della stessa categoria dei partigiani e dei pompieri e meriterebbe medaglie.

Però ora si togliesse dai coglioni o almeno dal tavolo dove sto cercando di parlare del mio libro, visto che sta diventando difficile mantenere la concentrazione mentre gli occhi del pubblico sono atterriti da questa signora coi gambaletti e la pupilla che non perdona.

Proprio quando penso di essermela cavata, proprio nel momento in cui siamo giunti ai saluti finali e la gente applaude e qualcuno tira anche un sospiro di sollievo, Tamara scatta in piedi e chiede la parola.

Chiede di parlare alla mia presentazione e c’è qualcosa in lei che ha l’autorità per farlo o qualcosa in me che ha paura di impedirglielo.

Chiede la parola e gliela diamo perché sapevamo tutti che prima o poi l’avrebbe chiesta e che in caso di rifiuto, se la sarebbe presa da sola.

Dopo essersi presa la parola, Tamara resta giustamente in silenzio totale per qualche eterno minuto, in piedi davanti alla sua sedia a ovetto col tubino sgualcito sul ventre dalla seduta.

Li guarda tutti, di nuovo, uno per uno: le donne si tengono la borsa stretta tra le mani e gli uomini smaniano sulle sedie ma non hanno il coraggio di alzarsi.

Poi inizia a parlare.

Mi ringrazia per aver partecipato ma dice che ora presenterà i suoi lavori artistici.

Si dirige secca e decisa verso il retropalco e vedo la gente che sussulta dalla paura mentre lei sbatte da un lato una piccola tenda a righe, liberando dall’oscurità un immenso quantitativo di statuine.

Un piccolo esercito di creta, ceramica e gesso che ricorda quello di Qin Shi Huang ma in miniatura e ancora più inferocito.

(….)

La spaventosa maestra piglia la prima che le capita e inizia a illustrarcela come si trattasse di una lezione di algebra e tutti stanno a sentire, per carità.

Dice che sono di gesso, calchi fatti a mano.

“Faccette e abitini sono tutti dipinti a mano da me e da mio marito”, dice Tamara, “e potete scegliere anche quelle non ancora dipinte e farvele dipingere da me come preferite!”.

Questa signora sfacciata sta obbligando il mio pubblico ad assistere ad una televendita a sorpresa e non è mica giusto.

Allora mi alzo dalla sedia e chiedo la parola e lei quasi mi fulmina e dice “Siediti!” cattiva, come fossimo davvero in classe e io mi siedo, cazzo. Come fossi telecomandata.

La maestra Tamara grida che nessuno uscirà dalla sala se non avrà acquistato almeno una statuina per sé stesso o per un caro.

In un attimo scoppia una tensione che fino a quel momento sembrava talmente immaginaria, irreale ma latente da rimanere in quello spazio socialmente accettato del pensiero tranquillizzante che ti sussurra “Ma ti pare che succede?!”.

La società che abbiamo sistemato, così come meglio ci è riuscito, è talmente fragile e repressa, controllata eppure fuori controllo che basta una scintilla di una qualsiasi patologia psichica delle tante sottovalutate, non capite e non curate, per incendiare ettari di terreno popolati da brave persone.

La moltitudine di impiegati, vicini di casa, familiari, fidanzati, figli adolescenti e madri è un gigante di sabbia addestrato a correre in una sola direzione fino a quando non gli si sgretola un piede e tutto deraglia.

(…)

Tamara è l’anello debole di oggi, la nuova potenziale protagonista dell’articolo di cronaca nera di provincia.

I protagonisti di certi giornali, i soggetti di certo pessimo giornalismo sono persone normali fino a quando riescono a mantenersi tali, a resistere, a contenersi con l’aiutino da casa della televisione e delle altre istituzioni.

Il fino a quando non puoi prevederlo.

Puoi solo cercare di contenerlo fino a quando…

(…)

Tamara ha le gambe talmente divaricate dalla rabbia che lo spacco della gonna si strappa fino all’attaccatura del sedere, mentre io penso a queste cose della rivoluzione e alla mia vita in generale e mi chiedo cosa ci faccio qui stasera e perché non imparo a selezionare gli eventi anziché accettarli tutti senza farli passare sotto al raggio del normale buongusto o dell’intuito femminile.

Si avvicina al suo esercito di statuine e le inizia a scagliare contro il mio pubblico; le piglia e le sbatte contro il petto dei presenti gridando il prezzo.

Sono prezzi irrisori, venti euro, quaranta al massimo, non capisco perché sia così arrabbiata.

La gente tira fuori i soldi ed è costretta a comprare mentre lei, come Wanna Marchi quando ancora poteva derubare in tivvù a piede libero, urla “Vuole il sacchetto?!”.

Qualcuno prova a prendere il telefonino per chiamare il 118 ma lei, da brava maestra sente l’odore delle batterie tirate fuori dalle tasche e salta agli occhi dei malcapitati.

(…)

La statuina di un ometto lungo come certe raffigurazioni del Don Chisciotte colpisce alla tempia un grosso signore che inizia a sanguinare dalla testa e anche dagli occhi ma per la rabbia.COVER

Prova ad alzarsi per porre fine alla vecchia follia ma non riesce ad arrivare a Tamara che, dal palchetto sta letteralmente lapidando la platea inerme.

Quando la maestra si accorge che le statuine stanno per finire dal tavolo a disposizione e che a breve resterà senza munizioni e piena di soldi estorti al mio pubblico tenuti stretti tra le mani e nelle tasche del tailleur, gliela leggi negli occhi la disperazione.

La donnetta capisce di non aver pensato al piano di fuga e inizia in fretta e furia a raccogliere i frammenti da terra per scagliarli con ancora più ferocia ma la gente, che reagisce sempre con fastidioso e lascivo ritardo, si è rotta il cazzo di subire e nel momento in cui si capisce che la vecchia maestra è in trappola, inizia la rivolta.

Inizia il signore colpito da Don Chisciotte sollevando una sedia e scagliandogliela contro la faccia a velocità supersonica.

Tamara grida dal dolore e gli ospiti della libreria iniziano a staccare i quadri dai muri e a lanciare il contenuto della sala-presentazioni contro di lei che ribalta il tavolo per farsene scudo.

Io, che mi lamento dell’attuale classe politica ma che non ho mai partecipato ad una manifestazione che sia poi sfociata in guerriglia e un po’ me ne sono sempre rammaricata, sento il sangue al cervello e l’adrenalina a pulsargli dentro.

Il cervello a volte è assurdo come le sue reazioni, spesso inaspettate, visto che nel giro di una frazione di secondo mi ritrovo, e non so perché, dietro al tavolo al fianco di Tamara, in trincea con lei mentre il mio pubblico ci bombarda con qualsiasi oggetto che arredava questa sala, in grado di dirsi tale prima della nostra presentazione e divenuta ora poltiglia informe di grida, schegge di vetro, plastica accartocciata e statuine.

“Cazzo, Signora Tamara!!”, grido senza riuscire a proferire una domanda, un perché, un insulto nei suoi confronti.

E lì, nel delirio senza controllo la guardo e lei, accucciata dietro alla scrivania con la gonna completamente strappata e i capelli ridotti alla Johnny Rotten, si volta e mi guarda; mi guarda come ti guardano i maiali dentro ai mattatoi, come immagino guardino i bambini che abitano nei posti che vengono bombardati.

Mi guarda e mi lascia immaginare nei suoi occhi, con un piano americano che vediamo solo io e lei, la sua casa col pavimento in graniglia, i muri bisunti e la poltrona davanti alla tivvu’ dove suo marito fa la muffa dai tempi del suo cinquantesimo compleanno.

Le vedo le lacrime agli occhi e vorrei dirle che non è il momento, brutta stronza di una donna, che dopo tutto sto casino che ha combinato, si mette pure a piangere?

Però non riesco a dirle niente perché il suo è un pianto che non vuole fare pena, sembra un pianto che aspettava di uscire da secoli ma non riusciva con tutta quella pellaccia dura da superare per sgorgare.

Il pianto di Tamara è una dichiarazione di fallimento che c’entra poco con l’insuccesso delle sue statuine ma recupera l’amarezza di tutti i guai degli ultimi quaranta anni e li propone stasera in quella che potrebbe definirsi la vera presentazione, altro che libro.

La presentazione della disperazione di chi non riesce ad arrivare a fine mese e non ha più età e scaltrezza per lavorare.

Non so cosa succede dal punto di vista biologico quando uno pensa di voler fare una cosa e ne fa un’altra che si avvicina all’esatto contrario ma io, quasi ipnotizzata da quello sguardo pieno di lacrime così violente e indispettite, prendo e imbraccio una gamba della scrivania e le sorrido.

Tamara mi guarda e intuisce il mio invito.

Quindi si pulisce il naso che gli cola, imbraccia sicura la gamba dal suo lato e insieme ci alziamo, lanciando un grido di battaglia disperato, fuori controllo.

Ci scagliamo con tutta la nostra forza contro l’armata inferocita del mio pubblico, approfittando dello stupore che si crea in sala, alla vista della nuova alleata di Tamara che non si sarebbero mai aspettati.

Col nostro scudo sbaragliamo donne e vecchietti, buttiamo giù ragazzi e sedie con la nostra scrivania ribelle, simbolo dell’istruzione che guida il popolo perché la libertà se n’è andata chissà dove.

Ci fracassiamo contro il muro che sostiene la porta d’ingresso della sala, insieme al mobile che ci ha salvate dalla furia del pubblico e a qualche corpo schiacciato contro.

Non ci penso un secondo e raccatto Tamara, tutta sporca e malmessa e la trascino su per le scale mentre la gente venuta da lontano per la presentazione del mio libro cerca di riprendersi e impreca contro di noi.

Ci sono signore a terra che sanguinano, gente che si tocca ossa rotte e la sala è praticamente distrutta mentre scompare ai nostri occhi dalla tromba delle scale.

Corriamo al piano di sopra, mano nella mano come madre e figlia contro tutti.

Corriamo tra gli scaffali e i banchi pieni di libri e quando il libraio alla cassa realizza che siamo ridotte come dopo un bombardamento e muove la mascella per chiamarci, noi veloci come la notte siamo già in auto, la mia.

Ed è subito tangenziale di Voghera che, anche se la direzione non è chiara, sembra essere la strada perfetta perché punta dritto alla parte opposta della città dalla quale stiamo scappando come due ladre.

In auto non parliamo, Tamara guarda fuori dal finestrino e ogni tanto si sistema i capelli in maniera nervosa.

Mentre guido veloce ho dei pensieri per lei, cose che vorrei dirle ma che non ho il coraggio di buttar fuori, come al solito.

Non so dove stiamo andando Tamara ma da questo momento purtroppo siamo socie.

Doveva essere una serata noiosa di letteratura contemporanea.

Doveva essere solo la presentazione del mio libro e ora, io e te possiamo fare grandi cose, possiamo andare in Messico o fondare delle nuove brigate decidendo un colore più femminile e meno inflazionato del rosso.

Possiamo suicidarci sulla tangenziale o andare a casa tua e farla esplodere con tuo marito dentro.

Possiamo fermarci in un campo dietro a una delle cascine abbandonate della Lomellina a fare pipì e poi accendere un fuoco e ballarci intorno e richiamare in vita il tuo esercito di statuine che ora è anche un po’ mio oppure i pazzi di Voghera o almeno le puttane.

Saremo invincibili io e te, Tamara.

Ma non voglio più vederti quei vergognosi gambaletti color carne addosso.

 

GIANTAXI E LE LUCI DELLA NOTTE – Racconto

FAVOLE DI MADAME PIPI'

A Milano, che si meriterebbe di non essere in Italia.

 

ONE

– Sei ancora lì? Rimani dove sei, scusa sono sotto botta, arrivo da te in cinque min. J

Gian, di mestiere sfreccia nella notte.

Sta venendo a prendermi agli studi, per riportarmi a casa, dopo il mio consueto turno di diretta tv settimanale.

Presento un programma che, da quasi tre anni, mi vuole bella e felice per sette ore a settimana quasi consecutive.

Fresca e smagliante come non sono mai stata nella vita reale. Eppure.

Alle tre del mattino, quando regalo la mia frizzante Buonanotte! ai telespettatori, non appena le luci del palcoscenico si spengono, ecco che magicamente mi trasformo in un impiastro abominevole, a metà strada tra un pagliaccio assassino e una prostituta di Cesano.

Cado a pezzi senza che il processo possa essere fermato: ho i pori del viso completamente occlusi da quintali di cipria a buon mercato e i piedi lessi e straripanti dentro i sandali della ribalta: dalla prima nota della sigla di chiusura lanciata, smetto di essere un soggetto in grado di parlare, di ricordarmi dove abito e come mi chiamo, figuriamoci quanto sia in grado di guidare.

Aver conosciuto Gian ha illuminato le mie notti più buie, perché da oggi ci pensa lui.

La rubrica telefonica di Gian è piena zeppa di contatti di modelle, veline e attricette che manco Lele Mora prima del servizio sociale da Don Mazzi. Ci porta tutte a casa ( ciascuna nella sua) a noi dello show-biz che non possiamo e forse non potremo mai, permetterci un autista privato.

Parla uno slang milanese bizzarro, una lingua che possono a malapena interpretare solo Umberto Smaila e Jerry Cala’ anche perché, a guardarlo bene, Gian è vestito esattamente come loro.

Non saprei dire quanto sia alto perché l’ho sempre visto seduto, ma so perfettamente come lo troverò vestito.

I tassisti infatti, non hanno un’uniforme ma Gian si.

Ne ha una sua, col quale è convinto di essere spregiudicato, sexy, al top, come direbbe lui: jeans slabbrato e la camicia nera di H&M ( quella che concede solo qualche mese di uso prima di lasciare due chiazze bianche salmastre sotto le ascelle) che, sbottonata fino al capezzolo aprirà le porte sensoriali agli audaci che sapranno sbirciare con discrezione e ammirare la rara tipica mollezza pallida che hanno certi ragazzi quasi rossi, come Gian.

Quelli non esattamente arancioni, per intenderci, ma con tutti i sintomi di questa strana razza umana: texture della pelle lattiginosa, corporatura molle e precaria, pioggia di lentiggini, totale assenza di peli, sguardo furbo, a volte cattivo, lo stesso che inquietò Verga.

E per inquietare uno con un cognome così…

Comunque Gian non è cattivo per niente, è solo spregiudicato e perennemente sovraeccitato.

Ha iniziato la sua losca carriera di taxi-driver con un regolare turno serale fuori dalle discoteche milanesi.

In pochi mesi però, è riuscito a mettere insieme un portfolio di clienti boni che lo chiamano per servizi extra e così è diventato il reuccio del trasporto in nero, col sedile sporco di glitter.

Gian esegue piccole commissioni nelle zone malfamate per conto di ballerini di musical, lavori loschi fuori città per le starlet delle televendite, trasporto in massa di fotomodelle di ritorno da coma etilici e da oggi, anche il mio ritorno a casa, che di losco ha molto poco, a parte la mia faccia.

Gian riesce a portare a compimento le sue missioni senza servirsi di quello che per lo Stato dovrebbe essere il miglior collega di lavoro degli addetti al trasporto pubblico su autovettura: il tassametro.

Tiene acceso l’affarino ufficiale solo per pochi clienti, quelli di brutta presenza che hanno la disgraziata di idea di fermarlo per strada o quelli che riescono ad usufruire di lui attraverso il collegamento spesso difettoso, col centralino;

per il resto conduce liscio e sobrio la dissoluta professione non fiscalizzata nel sottobosco metropolitano, senza che nessuno abbia mai avuto voglia, coraggio o capacità logiche di chiedergli spiegazioni legali a riguardo.

Per l’abbondante porzione di notte in cui il controllo della legge italiana cigola, Gian sfreccia col suo SUV bianco, un veicolo che i più chiamerebbero taxi mentre in realtà è più preciso ammettere che si tratti di una vera e propria micro-limousine, piena di adesivi con numeri di telefono assolutamente fittizi appiccicati alla carrozzeria esterna, e il buio fumoso di certi lounge bar rumeni, che avvolge quella interna.

Il nostro eroe cocchiere corre col finestrino abbassato e ha in serbo per i passeggeri la migliore musica delle peggiori discoteche di Ibiza, che diffonde con un sistema audio potente come quello del Privilege di Ibiza, ma rattrappito in un abitacolo con quattro posti a sedere di pubblico utilizzo, sempre occupati da minorenni georgiane, manager con slip leopardati sotto il completo Brioni e qualche volta, senza che ne abbia tali meriti, anche da me.

Il suo smartphone è sempre lì, appoggiato sulla patta, a illuminargli il mento facendolo sembrare un nano del Signore degli Anelli che, non si sa per quale motivo, un giorno si è messo in testa di imparare gli itinerari delle principali arterie stradali tra Milano e Casalpusterlengo e mollare così Mordor , per sempre.

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TWO

A me, un po’ per gioco, un po’ per rabbia, interessa sempre vagliare le mille possibilità di fregare lo Stato offerte dal mercato, quindi ho deciso di fidarmi a occhi chiusi della mia collega Tamara, quando quella notte di Luglio mi ha assicurato che a fine diretta sarebbe venuto a prendermi il suo driver Gian.

Ha usato proprio quella parola lì, quella magic word che è “driver”, una parola che lascia intendere professionalità e competenza, perché alle due di notte non ho proprio voglia di essere buttata in un fosso coi lividi e addosso solo i miei sandali sudaticci. Magari in un altro orario se ne può discutere, ma a quella stramaledetta ora non ho voglia di negoziare.

Sono stanca in modo feroce.

Ma se come alternativa mi si profila la chiamata di un taxi ufficiale, che mi farà aspettare dai quindici ai venti minuti fuori dagli studi, coi sandali che già sudano, beh preferisco affidarmi agli amici degli amici, anzi, ai driver dei colleghi.

Ora sono qui fuori dagli studi televisivi che attendo Gian da più di trenta minuti.

Uno sconosciuto senza manco un numero verde col quale prendersela, mi costringe a sostare sotto un cartello segnaletico di rimozione forzata, a Lambrate, sino alle tre del mattino.

Senza avere idea di chi sia, già sento di detestarlo.

Come detesto le mitragliate di messaggi su whatsapp che mi manda per dirmi a quanti millesimi di minuto si trova anziché posare il cazzo di telefono sul sedile del passeggero e guidare come un puma, visto che lo sto aspettando in mezzo alla strada con trucco e vestito di scena, se così si può definire una striscia di tessuto nero elastico, tra vita e seno.

“Arrivo in quattro min.”

“Girando per Piazzale Lugano, semaforo caxxo!”

Perché molta gente perde la dignità quando si trova a dover scrivere messaggi con lo smartphone?!

Perché sostituire le consonanti di una parolaccia con X?

Perché abusare di faccette e di punti esclamativi e creare un mondo che non esiste ancora più ridicolo, se possibile, di quello reale?

“Ci sono, Tatina, sono dietro l’angolo!”

Tatina chiamaci tutte le donnacce del tuo albero genealogico, imbecille. MUOVITI.

Sento il fischio delle gomme, che lasciano traccia sull’asfalto della curva a gomito appena dietro gli studi.

Arriva Gian, col suo suv tirato a lucido per la notte.

Mi ha mandato talmente tanti whatsapp sulla sua posizione, sempre più vicina alla mia, che sento quasi un brivido di adrenalina, nel vederlo finalmente di fronte a me, in carne e lamiera.

Arriva a 80km/h in una strada privata che quasi penseresti pedonale, percorrendola per la prima volta.

Ma Gian se ne frega. E non solo dei limiti di velocità.

Inizia una frenata graduale, evitando di sgommarmi in faccia,

forse e per un attimo è tornato in sé, e si è reso conto che non siamo a Miami e lui non è Puff Daddy.

Forse se n’è reso conto guardandomi e realizzando che, non solo non sono Beyonce, ma se stanotte Beyonce mi incontrasse per strada farei spavento a lei e al suo bodyguard, talmente sono sfatta.

Nonostante il timore che gli leggo in faccia senza equivoci, Gian apre le sicure, io entro nel suo mondo e sfrecciamo nella notte dell’illegalità.

THREE

Una volta a bordo, potresti essere davvero ovunque.

Gian non guida, nuota. Un po’ per la pioggia milanese, così velenosa e rassicurante, che si attacca ai vetri e sfuma le luci.

I semafori, i fari e le infinite colonne di lampioni della tangenziale però, sono resi ancora più fluidi da una velocità prepotente con la quale Gian si fa largo, lanciandomi ogni tanto un’occhiata dallo specchietto retrovisore, per vedere se reggo la tensione.

Quella di Gian è una velocità aggressiva che mi fa rizzare i peli sulle braccia più dell’umidità, oltre a darmi la chiara sensazione che questa notte sarà interminabile ma, qualora vi fosse un termine, questo potrebbe collocarsi tranquillamente in un commissariato.

Mentre rantolo sui sedili posteriori Gian mi somministra una quantità di informazioni che già normalmente, nelle ore diurne, non sarei in grado di assorbire, figuriamoci alle tre del mattino, agghindata come Moira Orfei dopo la sbronza per il suo sessantesimo compleanno.

Riesco a percepire una sola dichiarazione: non viaggerò sola.

Per ottimizzare i guadagni della notte più rischiosa, il sabato, Gian organizza un vero e proprio piano di produzione coi vari pick-up in giro per Milano.

Questo è l’orario di punta. L’ora in cui i modelli escono dalle discoteche, ridotti come i Ramones a fine serata.

Non lo conosco abbastanza eppure, mentre mi chiede nel suo dialetto alla Umberto Smaila se mi secca che carichiamo altre persone “tutte di ottima presenza, eh zia!” , sento nel mio cuore che è la fine.

Sento che io e Gian stanotte, caricheremo individui sbronzi quanti più possibile, quanti il suv bianco possa contenerne, anche piegati in quattro, per poterli mettere uno sull’altro, al limite anche esanimi e nudi, per lasciarli davanti al loro portone di casa, come sono abituati col Giantaxi.

Perché Gian sarà un po’ ritardatario, imbottito di dopobarba e anti-depressivi ma è assolutamente affidabile: ti carica e ti porta a destinazione in qualunque stato tu ti faccia trovare nel punto di raccolta, purchè tu ti sia ricordato da lucido, di dirgli dove portarti.

Basta un bigliettino in tasca col tuo indirizzo di casa, se sei un cliente fisso, o una telefonata nel pomeriggio prima di immergerti nella notte più tetra della tua esistenza, e sta sicuro che Gian ci sarà e ti riporterà a casa illibato.

Il primo pit-stop è davanti ad una discoteca in pieno centro, di queste con sette piani e altrettante proposte musicali.

Tutto il palazzo è fasciato con lastre di luci a led fucsia.

Sono accecata e atterrita dalla possibilità che a quest’ora della notte, esista gente che ha ancora voglia di camminare sui tacchi e ballare con le mani in alto, come sento dire al Dj dalle finestre aperte del primo piano.

La frase successiva che sento, mentre i miei occhi bruciano di luci e stanchezza è:

“Andiamo dentro a recuperarli che ci mettiamo meno, Ciccia. Sennò stanotte la passiamo cristando!” , mi dice Gian.

Cristando?

Insomma andiamo dentro e cristiamo.

Pare che questo verbo significhi sopportare talmente tanti soprusi e angherie da avvicinare il soggetto che le subisce al martirio di Cristo, senza però conferirgli similare dignità.

Capisco perfettamente questa medesima sensazione di sacrificio estremo e perdita del decoro umano, entrando in questa discoteca che è la rappresentazione precisa dell’inferno, solo coi dannati vestiti Calvin Klein e Kokka che affollano il bancone del bar sbavando, ringhiando e gridando “Negroni” o “Vodka Tonic”, pozioni che prima o dopo, causeranno loro blocchi intestinali e altre pene dell’inferno.

I piani della Disco con le varie sale, si affacciano nella hall con mille balaustre dorate, creando un effetto vortice proprio come quello dei gironi danteschi e la musica, se dovessi immaginarmi l’inferno beh, sarebbe esattamente quella proposta in questo posto, in cui i peccatori stasera vengono puniti a suon di Lady Gaga e di Bachata ecuadoriana.

Le cubiste frustano i dannati, con le frange dei vestiti e le loro cosce slabbrate dai troppi anni di ore piccole sui tacchi e ogni piano ha un uomo nero della sicurezza che vigila, come nei peggiori incubi di ogni bambino.

Gian si muove come Caronte, gridando ingiurie e spostando i dannati come fossero alghe mentre io lo seguo con la borsa stretta stretta contro il petto e lo sguardo atterrito da certe danze inconsapevoli che vedo mio malgrado.

Ad un certo punto Gian grida proprio come griderebbe Belzebù per arringare i suoi diavoli alla massima esaltazione, solo che lui grida “YURI! PORCA BESTIA, ANDIAMO!”.

Yuri sembra non essersi accorto della vita in generale, figuriamoci delle urla di un nano rosso, in quella selva oscura.

Sta ballando attaccato alla balaustra del privè, come fosse un adolescente effeminato, alla sua quotidiana classe di danza classica.

Effettivamente Yuri è un adolescente effemminato ma al posto del tutù è fasciato in un paio di fuseaux (sono un’integralista del fuseaux, lo chiamerò sempre così. Non mi avranno mai quelli stronzi che lo chiamano leggings) in lattice nero e in una maglietta di un fucsia accecante, che dovrebbe essere proibito dalla legge.

Ma siamo all’inferno, quindi Yuri può mettersi quello che vuole, anche perchè sta nel privè dell’inferno, che alla fine è un po’ come la Giudecca.

Gian lo conosce anche il Demonio quindi non subiamo neanche dieci secondi di domande e controlli all’ingresso del privè, perché due omoni neri ci aprono direttamente il cordolo facendo un cenno a Gian, dentro ai loro occhiali scuri che chissà che cazzo se li mettono a fare gli occhiali scuri in un posto più buio di una miniera, ma tant’è.

Yuri si è preso di sicuro qualcosa per ballare senza dover avere altre necessità.

Ha ingerito, fumato o masticato qualcosa che gli ha tolto qualsiasi tipo di bisogno fisiologico: non deve andare in bagno, bere o mangiare né tantomeno crollare dentro ai divani di velluto, dopo la sua sessione di danza classica tecnologica.

Me lo spiega Gian dicendo “Zia, lo Yuri non dice una cazzo di parola dalle undici di sera alle due di pomeriggio del giorno dopo, lui balla e basta. Lui dove lo metti sta tipo in trance, però ti segue eh, se devi andare in qualche posto e ce lo devi portare lui sa che deve seguirti, però ti segue mentre continua a ballare, è tipo autistico, si piglia qualcosa di davvero bomba. Ma a me mi dà retta, eh.”.

Quando gli siamo vicini, per me Yuri è già leggenda.

Indossa anche lui gli occhiali scuri, solo con una montatura tigrata, e ha un’aria professionale e concentrata su ogni singolo passo di danza tecnologica, come fosse in un video dei Daft Punk visto però da una persona con dei problemi cognitivi che le rallentano i riflessi. Yuri si dinoccola a rallentatore, simulando spaccate sulle balaustre e muovendo lingua e braccia a serpentina, ammiccando il nulla, visto che è solo, non c’è nessuno che gli balla intorno, perché “Nel privè non si balla, nel privè”, mi spiega Gian “si fa i fighi e basta, si guarda giù cosa fa la massa di gente di merda, si beve, si fa i fighi, ecco. Capito?”.

Solo Yuri può ballare, perché il suo ballo è da fighi, pare.

Non c’è bisogno di trascinarlo via dal girone del privè, Yuri sa che se riconosce Gian nella folla, è venuto il momento di andare via e deve seguirlo.

Così si stacca dalla sbarra sopra la quale ha portato a termine la sua notte di solveggi e inizia a seguire Gian, facendo del piccolo stretching sul posto.

Non ha una giacca, un borsello, un cellulare, Yuri è venuto in canottiera e fuseaux da casa, forse correndo come Mark Renton, in piena punta di chissà cosa.

Gian mi fa un cenno e grida ancora come un demonio, in mezzo alla folla di dannati, che ci dobbiamo togliere dai coglioni.

Siamo fuori.

Respiro.

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Siamo fuori e mi rendo conto di quanto sia fragile Yuri, fuori dal suo contesto: magro, sudato e pallidissimo, ancora con gli occhiali scuri attaccati alla pelle appiccicosa, silenzioso, indifeso.

Meno male che c’è Giantaxi che lo porta a casa, altrimenti Yuri verrebbe picchiato e derubato perfino da una classe di signore di punto e cucito.

Fuori, appoggiate al cofano del taxi di Gian, piazzato in mezzo alla strada con le doppie frecce che lo illuminano come fosse un pacco regalo di questi degli allestimenti nei centri commerciali a Natale, ci sono due ragazzine col trucco sfatto e i tacchi in mano.

Sono quelle modelle minorenni moldave, che vedi a Milano in qualunque stagione dell’anno, con la minigonna senza calze, anche quando a Gennaio ci sono le maniglie dei negozi ghiacciate.

Maledette loro, giovani e con il gelo nel dna che le farebbe sopravvivere anche nei cassoni di un obitorio.

Loro non ci andrebbero in discoteca, se ne starebbero a casa a guardare Sex and the city e a mangiare patatine con le amiche.

Eppure ci vanno perché vengono pagate dai PR per starsene lì tra amiche, a bersi un drink e fare la famosa bella presenza.

Sulla carta dovrebbe funzionare così: qualcuno le vede e sparge la voce tra i maschi che in quella discoteca ci sono le modelle.

Allora tutti i maschi vanno lì, pagano il biglietto intero, bevono l’imbevibile e cercano di rimorchiarle.

Solo che nessuna di loro sa parlare italiano.

Mai una modella moldava minorenne riuscirà a imparare l’italiano.

Non si sa per quale motivo.

Parleranno inglese, al massimo sorrideranno ma in italiano non scuci loro neanche un “Buongiorno” dopo sei mesi.

E di certo i maschi che frequentano quella discoteca infernale e bevono quei drink sacrileghi, oltre al milanese, parlano il Nulla più desolante.

Però le modelle moldave minorenni, qualora pensino, questa sera penserebbero senz’altro “Meno male che c’è Giantaxi che ci porta a casa e non quell’imbecille di Gallarate con la gelatina anche nel culo”.

Siamo tutti. Si va.

FOUR

Non so se ci si possa ubriacare di riflesso, semplicemente respirando gli aliti di gente ubriaca in ambienti ridotti ma non mi sento molto bene, tutta compressa dentro a questo abitacolo che sa di vodka chimica, con la faccia contro il finestrino e le cosce appiccicate a quelle sudate e bianche delle moldave.

Se poi il tanfo di alcool si mescola a quello acuto della centrifuga di schifezze lisergiche ingerite da Yuri, credo che gli effluvi che stanotte scivolano per l’abitacolo del taxi di Gian siano pericolosi per la salute quanto gli scarichi di una raffineria calabrese.

Yuri poi non sembra essere tra i viventi.

Gian lo ha appoggiato sul sedile posteriore come un cappotto che ti togli prima di guidare altrimenti si sgualcisce e lui è rimasto lì, come un invertebrato, con gli occhiali da sole ancora indosso a proteggere i suoi occhietti bianchi e collosi.

Ad ogni curva, il suo corpo senza gravita’ viene sbattuto contro le moldave che lo rilanciano come se giocassero a palla avvelenata contro il vetro del finestrino, dove il suo naso si schianta e si appiccica come una ventosa diventando cianotico e freddissimo e regalando agli automobilisti, nonostante gli oscuranti, una visione spettrale.

Come se stessimo trasportando un cadavere senza sacco nero.

Gian vola nella notte.

Non lo ferma nessuno e se sei con lui andrà tutto bene.

Anzi andrà tutto “ da famiglia reale, ciccia!”, dice lui.

Yuri abita a Niguarda, un quartiere che se non avessi la certezza di trovarmi a Milano potrei tranquillamente scambiarlo per qualche periferia di San Paulo di quelle che ti fanno capire quanto sia preziosa e fragile la vita, soprattutto se hai una borsetta appresso.

Yuri non viene barbaramente scaricato sul pianerottolo, come farei io prendendolo per un braccio; vedo Giantaxi infatti, scendere dall’auto, aprire professionale lo sportello posteriore, chinarsi e caricarsi in braccio i resti esanimi dell’acrobata di Niguarda per poi volgersi al portoncino e iniziare una difficoltosa arrampicata dei tre scalini che portano all’uscio rognoso dove vive il poveretto.

Sull’ultimo scalino sento Giantaxi inveire contro la vita e le creature della notte.

Non capisco bene cosa dica nel suo dialetto che capisce solo Umberto Smaila ma sono certa che sta prendendosela col mondo mentre porta avanti il suo lavoro fino all’ultimo e con dignita’, mentre compie il suo giornaliero “servizio completo”.

Arrivato in cima alle scale Gian appoggia il ballerino moribondo contro l’angolo del portoncino annerito dalle pisciate dei cani e citofona.

Sono le cinque del mattino e Gian citofona senza sosta, come fosse un postino.

Dopo qualche minuto di attesa, mentre le moldave si fanno un selfie al volante del Giantaxi e ridono nella loro lingua, si sentono i tonfi pesanti di chi scende le scale incazzato.

Apre il portoncino un’immensa massa di adipe sudamericano senza sesso definito.

Che sia lo/a fidanzato/a di Yuri?

Il sesso è incerto ma non la sua età, minimo sessanta anni, nonostante il grasso iperbolico tenti di deviare le mie analisi.

E’ un essere appartenuto per tanti anni alla notte, forse una Drag-Queen o un mercante di perversioni da strada.

Lo intuisco da come inveisce contro la notte insieme a Giantaxi, con fare esperto: si lamenta di quanto la notte ormai faccia schifo, di quanto non ci siano piu’ i locali leggendari della movida milanesa.

Poi guarda Yuri e scuote la testa.

Paga Giantaxi quel che deve pagare e mentre il nostro protettore risale in auto e la moldava scivola sul sedile davanti continuando a selfarsi, la/o vedo che piglia Yuri per un braccio e inizia a gridargli contro come fossimo in pieno giorno “Alzati Ediota, vamos! Otra volta con esta puta istoria. ALZATI PUTO AMOR!”.

Lo scuote, si arrabbia, diventa rosso/a in viso e inizia a prendere a calci nello stomaco con le sue gambotte flaccide il secco Yuri che non reagisce.

Gli sfila gli occhiali, li disintegra dentro al suo pugno, poi chiude la porta e lo lascia li, esanime contro il muro, appena sotto i citofoni, stretto nei suoi fuseaux e senza un grammo di forza in corpo.

Ho paura.

E anche le moldave hanno smesso di farsi le foto e sono lì che guardano Yuri e guardano Giantaxi per avere risposte.

“Sempre così eh, ognuno ama come può, bellezzine secche”, dice lui mentre inchioda e fissa lo specchietto retrovisore.

Portami a casa, maledetto driver.

Ho paura e sono stanca.

La porta viene riaperta con rabbia e riemerge la creatura di lardo portoricano che piglia Yuri per un polso e se lo trascina dentro il buio della tromba delle scale.

Addio Yuri, portami a casa Gian.

E lui annuisce guardando la porta richiudersi e parte sgommando.

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FIVE

Giantaxi vola nella notte più acida, vola dentro alla notte che, sembra piombare tra le strade di Milano solo per lui e per il suo lavoro che accarezza da anni l’illegalità.

Vola Giantaxi, coi suoi boccoli sudati e rossicci fuori dal finestrino e gli ACDC diffusi a volume da esaurimento nervoso; guida sentendosi solo anche quando il suo taxi è strapieno di gente.

Brian Johnson gracchia con le sue corde vocali ruvide “Don’t stop me”, e io guardo il mio driver preferito e mi nasce in testa, e non so perché non ci abbia pensato prima, la certezza dell’ incredibile somiglianza col frontman di questa band leggendaria.

Invecchiando, le distanze delle similitudini tra loro si accorceranno sempre più e mentre voliamo su Milano, io Giantaxi me lo immagino col kilt e la scoppola e immaginarmelo così, è forse la cosa più piacevole che mi sia capitata stanotte.

Questa notte in cui Giantaxi e io planiamo insieme a due moldave con le gambe più lunghe della mia giornata di lavoro, questa notte che sta morendo e che io mi ritrovo, senza averlo scelto, a vivere in macchina con gente che sa di glitter e cocaina.

Le moldave dormono un sonno etilico rilassato, sono abituate.

Una riposa appoggiata sulle gambe dell’amica, l’altra con la testa china sul collo, che domani si sveglierà sentendo i trenta sempre più vicini.

E poi ci sono io, che coi miei trenta e più, spero di riuscirmi ad addormentare a casa mia, sana e salva, senza nessuna moldava sul divano, senza nessun Yuri sul tappetino di casa, massacrato di calci dal fidanzato e senza nessun agente di polizia all’uscio di casa che mi chiede come conosco il tassista illegale più famoso della città.

Le due moldave condividono una di quelle famose case milanesi per modelli: appartamenti identici a quelli per studenti, loculi angusti, sovrappopolati e sovrapagati, con l’unica differenza che le case per modelli si trovano in zone trendy e sulle pareti delle stanze hanno i composit, quindi sono più fighe di quelle per studenti e vengono ancora più sovraprezzate.

Nella via del fashion flat non si cammina, tanto è intasata dalla gente che ha ancora voglia di ridere, baciarsi, vomitare, alcolizzarsi e ricominciare il giro.

Giantaxi chiude gli specchietti mentre procede a passo d’uomo e ogni tanto abbassa i finestrini per inveire o chiedere in inglese, se si sono accorti che lui sta guidando una macchina.

Mi giro verso le moldave e le vedo di nuovo sveglie e in pieno selfie, che salutano i baristi dal finestrino abbassato e ammiccano i loro colleghi modelli sudati e marci dalla serata.

Mi chiedo perché molta gente che lavora col proprio aspetto riduca lo sviluppo dell’intelletto, forse pensando che un peso mentale importante possa compromettere la carriera nei casting.

Forse le moldave pensano di essere arrivate a qualche festival.

Forse credono che tra poco Giantaxi aprirà loro le portiere dell’auto e srotolerà il red carpet e loro potranno sgambettarci sopra coi loro leggings e i loro boots, regalati da qualche stilista pallido, coi capelli bruciati dall’ammoniaca.

Invece Giantaxi le portiere le apre, si, ma dice “Basta, qui non si va più avanti, fuori dalle balle ladies, vado di retro e voi proseguite a piedi, che rassodate i glutei!”.

Non credo che le moldave sappiano cosa sono i glutei anche perché, guardandole mentre scendono dall’auto, scopro che ne sono completamente sprovviste, che hanno quei tipici sederi talmente piatti che la parte dei jeans dedicata alla naturale fisionomia pensata da Dio, rimane penzolante come uno zaino vuoto, di quelli peruviani, di lana morbida e colorata.

Non appena le loro cavigliette sono tra le pozzanghere e io sospiro pensando che sia finalmente finita, due tizi vestiti esattamente come il resto della folla, come dei rapper appena usciti dalla copertina di Esquire, si piantano davanti al nostro cofano, sbattendo le mani contro la carrozzeria e, mentre sento Giantaxi dire “Oh cazzo”, loro già gli hanno aperto la portiera e gli stanno spiaccicando la faccia rossa e umidiccia sul cofano.

E’ un attimo, io vorrei scendere ma non riesco a lasciare lì quel maledetto cagnaccio di strada che sembra aver scelto il mestiere di mettersi nei guai.

Credo di aver capito da come lo sbatacchiano contro il cofano, che Giantaxi deve aver sbagliato zona o orario di servizio illegale e che i due tizi travestiti da rapper sono in realtà colleghi con regolare licenza, in pausa dal lavoro ma non dalla voglia di attaccare briga.

Intorno alla nostra auto si crea un piccolo circolo di pubblico non pagante che non osa intervenire ma si gode la scena, succhiando nervosamente vodka-tonic dalle cannucce nere.

Detesto quelli che non si lasciano prendere dal sangue, quando ribolle nella testa e vorrebbe riportare l’essere umano ad una condizione di selvatica battaglia: questi stronzi se ne stanno lì, mentre i due rapper pestano di botte Giantaxi, con le loro gambette atrofizzate nei pantaloni stretti-stretti a sigaretta, coi loro baffetti lisci e freschi di barbiere, inabili a qualsiasi tipo di reazione che esca dai cliches del ragazzo trendy.

Nessuno si indigna, tutti guardano la scena con lo sguardo da eroi ma solo quando reputeranno che è il momento giusto di esserlo.

Mentre sto scendendo dall’auto di Giantaxi, che continua a prendersele in silenzio, tutto davanti a noi, viene illuminato dai fari di un’auto che procede lenta tra la folla.

L’auto si ferma esattamente di fronte al ring, chiudendoci definitivamente ogni via di fuga.

Pensavo fosse una volante, invece è un altro taxi: le forze dell’ordine hanno la peculiarità di non arrivare mai quando c’è davvero bisogno e di esserci sempre quando il loro intervento è inutile e fastidioso, penso stringendomi la borsa addosso e preparando la fuga, sempre che le mie gambe, paralizzate sul sedile dalla tensione, me la consentano.

Dal taxi scende una ragazza bionda, minuta e con una piccola coda spettinata.

Ha gli occhi azzurri ed è completamente vestita di jeans, dalla testa ai piedi, sembra uscita da uno di quei telefilms anni 90, alla Bayside School ma, al posto del diario ha un tubo di ferro sottobraccio, un pezzo dell’asse del motore di chissà quale auto, che brandisce in maniera determinata e poco elegante.

Si avvicina e con una forza impossibile da prevedere, si lancia contro uno dei rapper e lo legna duro fino a farlo piangere, fino a quando quello non si china per proteggersi la faccia e la testa, fino a quando non ti fa tenerezza che quasi ti dimentichi che, fino a pochi minuti prima, stava massacrando un povero giovane rosso slabbrato.

La piccoletta allontana i due rapper a colpi di rabbia inespressa da secoli e il pubblico maschile, si rifugia in un imbarazzante silenzio sgomento, poi prende Giantaxi per un lembo della camicia, lo trascina in auto e chiude le sicure.

Siamo dentro.

Giantaxi è di nuovo al volante della sua auto esanime e la biondina gli è accanto, sul sedile del passeggero, che sbava ancora di rabbia.

Non si è accorta che ci sono anch’io, immobile come sono sul sedile posteriore, ipnotizzata da tanto cinema americano.

Come se non bastasse, la biondina tira a sé quel che resta di Giantaxi e gli stampa un bacio muscoloso sulle labbra violacee,

poi si gira di scatto e mi guarda dentro alle pupille.

Mi entra dentro agli occhi come il fuoco e dice “Fuori di qui, prendi la mia auto e seguimi”; io neanche rispondo, piglio le chiavi che mi lancia praticamente in faccia e, come ipnotizzata, mi ritrovo già coi piedi dentro alle pozzanghere delle moldave.

L’auto di Giantaxi si accende, ingrana una retromarcia potente e inizia a svicolare tra la gente, incurante di colpirla o schiacciarla.

Una retro da Fast and Furious che si allontana dal circo di pugni e baci appena vissuto.

E io davanti a loro, assurdamente al volante di un’auto mai vista, coi fari piantati contro il loro parabrezza, pronta a seguirli ovunque, perché le femmine, quando c’è di mezzo una storia d’amore, diventano incredibilmente collaborative, anche nell’illegalità.

La nostra notte non è finita Giantaxi: sfrecciamo nel crimine e baciatevi ancora, vi prego.

 

Arianna Porcelli Safonov

 

 

 

 

 

I GIORNI DEL VAFFANCULO

FOTTUTA CAMPAGNA

La Prefazione un filo provocatoria di Fottuta Campagna

Quanti luoghi comuni uso durante la mia giornata?

Anche la domenica, quando mi sveglio tardi e vado a letto presto, quindi le ore a disposizione per abusare di loro sono poche, riesco sempre a farne un uso smodato.

Non per vantarmi ma sono bulimica di luoghi comuni.

Si tratta di un’ingordigia causata da una buona educazione, ricevuta tanti anni fa anche se mai richiesta: una bella, grossa e cordiale educazione comprata a caro prezzo dai miei genitori e perfezionata in un contesto urbano, a Roma, città tanto più grossa dell’educazione quanto meno cordiale.

In città ho assimilato tutti i giudizi e le morali socialmente utili per programmare il mio comportamento civile e raggiungere una discreta antipatia.

Complici la città e la grossa educazione, sono arrivata ai trenta trascinandomi dietro una gamma di borgheserie così imponente, che prima di scrivere Fottuta Campagna, avevo pensato ad un processo al Bon-Ton, un dizionario con tutti i moralismi e le illusioni che affollano un modello base di cervello adulto: lo avrei chiamato “Orgoglio e Pregiudizio” solo che, al posto di una storia d’amore, avrei scritto tutto ciò che di repellente si cela nella nostra società a livello intellettuale.

Poi ho ragionato (quello del ragionamento è un movimento cerebrale che mi stupisce sempre) e ho pensato che un vademecum di pregiudizi non avrebbe venduto molto, perché oggi va così di moda essere liberali e open-minded che leggere un libro che sostiene il contrario ci sembrerebbe offensivo, amorale. Scoprirci ripieni di falsi moralismi come arancini rancidi non è corretto. Quindi molto meglio scrivere cazzate.

Sulla Campagna, ad esempio.

Sul verde, sul bio, argomenti caldissimi oggi, sui quali tutti hanno qualcosa da dire anche se pochi conoscono la materia fino in fondo, come avviene sempre con gli argomenti caldissimi.

Mi ci sono trasferita pensando che per avere autorevolezza su un argomento lo si debba approfondire, così ho preso e sono andata a vivere in mezzo ai campi.

Ma anche scrivendo di campagna, pagina dopo pagina, ecco che i pregiudizi continuano a perseguitarmi e non smetto di trovare anche lì, in mezzo ai contadini, contesti che pensavo di trovare nel modo in cui me li ero immaginati, un modo assolutamente diverso dal reale.

Imbevuta di razzismi su luoghi, persone, fiori, frutta e animali e poco a poco guarisco, ammettendo la disarmante autorità che il pregiudizio ha avuto fino a questo momento nella mia vita, all’apparenza così fricchettona.

Un’ammissione dolorosa ma liberatoria, una consapevolezza resa possibile grazie ad un procedimento catartico che ho definito in gergo tecnico “I giorni del Vaffanculo”.

Candidi e inattesi, profetici e illuminanti, questi giorni arrivano per concederci l’opportunità di fare pulizia di persone e convinzioni che non rappresentano più nulla di positivo nella nostra esistenza.

Se ci abbandoniamo a essi diamo il via ad un processo di purificazione che ci farà realizzare quanta fiducia abbiamo riposto in soggetti e oggetti inutili quanto deleteri, e quante verità supposte (nel senso che tante volte a causa loro, ce la siamo spesso presa in quel posto) ci hanno tenuti sotto scacco senza che ci balenasse per un attimo il dubbio che si potesse trattare di stronzate.

Un processo di illuminazione che ci libera da tutti i pesi morti attraverso una raffica di salvifici Vaffanculi irradiati nella nostra atmosfera.

Una forza centrifuga alla quale è fondamentale aprire la porta e con tanta consapevolezza, darle carta bianca per far nascere magnifiche rivoluzioni nella nostra vita, altrimenti rischiamo di perdere una preziosa occasione di rinascita e rimaniamo immersi nel nostro brodo di idiozie civili.

Fottuta Campagna è pensato per tutti coloro che sentono il richiamo primordiale dei giorni del Vaffanculo, che desiderano smantellare le fortezze di pupù che da troppi anni affollano le loro teste.

Il cervelletto umano funziona un po’ come la speculazione sui terreni edificabili in Spagna: se c’è spazio libero, i pregiudizi comprano ettari di materia grigia a poco prezzo e costruiscono sovrastrutture mentali granitiche che poi non c’è pastiglietta in grado di guarire.

Possiamo dire che i pregiudizi sono la camorra del cervelletto.

Il pregiudizio preferito dal mio cervelletto era legato al meraviglioso mondo della Natura, alla vita nel verde (da non confondere con la vita al verde, che di meraviglioso ha molto poco), alla campagna, a quel luogo che non ha mai smesso di affascinare l’essere umano, almeno fino a quando è rimasto un ideale irrealizzato.

Voglio dire: Virgilio scriveva di pastori ma rimaneva col sedere piazzato sui cuscini della sua casa piena di colonne; Ippolito Caffi dipingeva gli scorci di rovine romane abbracciate dai rampicanti ma poi se ne tornava a fumare sul terrazzo del suo palazzo veneziano; oggi la storia non è cambiata: amiamo il verde, compriamo prodotti biologici, ma non sappiamo cosa sia l’olio di palma e inquiniamo i campi dove produciamo quello che mangeremo.

Affittiamo il casale nel Chianti e la prima notte in cui ci dormiamo abbiamo un attacco di panico perché non avevamo mai sentito prima tanto, gigantesco silenzio.

Il Pianeta Verde: ecco il mio luogo comune preferito, l’illusione contro la quale i miei giorni del Vaffanculo hanno dovuto combattere una guerra impietosa ma necessaria dalla quale sono nate le pagine di Fottuta Campagna come un diario di battaglia, un De Bello Bucolico.

Non è che l’illusione porti alla morte però spesso causa un sacco di altri guai peggiori e la radice delle più antiche disgrazie è l’idea romantica che nutriamo nei confronti di qualcosa, la bramosia che ci fa pretendere che l’oggetto (o il soggetto) del nostro desiderio si comporti esattamente in un modo: il nostro.

Un fidanzato bellissimo ma deleterio, un gruppo rock che amano tutti e che ci accorgiamo di odiare solo dopo aver speso ottanta euro per il loro concerto perché “ci andavano tutti”.

I pregiudizi creati dall’illusione ci scaldano e rendono sicuri per molto tempo ma a ciascuno di essi corrisponde una disillusione devastante quanto miracolosa.

Sfatare un pregiudizio toglie la terra da sotto i piedi, ma a lungo andare regala un senso di vera e propria redenzione.

Questo libretto ha la presunzione missionaria di soccorrere tutti coloro che hanno sete di sfatare le proprie illusioni e lo farà attraverso una collana di situazioni e personaggi che hanno distrutto la mia di illusione: l’idea infantile sulla vita bucolica, un modello ispiratore applicabile a tanti altri contesti.

Fottuta Campagna è il racconto di come la mia vita sia stata messa in pericolo dall’illusione di conoscere a fondo il significato della parola “campagna”.

E la morale è la seguente: ricordati che è importante conoscere bene il significato delle parole, delle cose e delle persone che credi di desiderare, soprattutto se vuoi smettere di desiderarle all’istante.

Non so se qualche profeta o saggio abbia già anticipato questa morale, ma tutto parte da questo insegnamento e dai guai che mi hanno portata alla consapevolezza che la campagna non è per tutti.

Sono nata e ho vissuto per ventidue anni in un centro residenziale pieno di aiuole, cacche di cane raccolte nelle bustine di plastica, vigilanza notturna e tennisti educati, pensando che quella fosse campagna, sicura che la campagna fosse dove c’è verde, aria buona e dove c’è il labrador che corre con la pallina in bocca

Senza dubbio è tutto questo. Ma non solo.

La campagna è ben altro.

E per capirlo ho dovuto viverlo, quel fottuto ben altro.


Altre brevi anteprime del libro, disponibili aggratise per farvi venire il prurito della compera, qui:

https://books.google.it/books?id=LTtdCwAAQBAJ&pg=PT1&dq=fottuta+campagna+google&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjovdis7pXOAhVDaxQKHchLA0oQ6AEINDAA#v=onepage&q=fottuta%20campagna%20google&f=false

Il Book-trailer

FOTTUTA CAMPAGNA stampa

FOTTUTA CAMPAGNA

Piccola e umile raccolta di video,podcast e articoli su Fottuta Campagna, un libretto che era giù best-seller, ancora prima di uscire.

http://fazieditore.it/catalogo-libri/fottuta-campagna/

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Webnotte – La Repubblica Tv: http://video.repubblica.it/rubriche/webnotte/webnotte-la-fottuta-campagna-di-arianna-safonov/234664/234341

Radio24 – Rosita Celentano e Angelo Vaira: http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/felice/vivere-campagna-150808-gSLAhJnOKC

La Provincia Pavese – Lieto Sartori: http://laprovinciapavese.gelocal.it/tempo-libero/2016/04/11/news/madrid-montalto-cosi-madame-pipi-scopre-la-natura-1.13278368?ref=hfpppves-1#gallery-slider=undefined

La Provincia Pavese – Serena Simula: http://laprovinciapavese.gelocal.it/tempo-libero/2016/03/22/news/fottuta-campagna-sei-un-luogo-comune-1.13175677

Radio24 – Melog, Gianluca Nicoletti: http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/melog/fuga-citta-122255-gSLAH0dVbB

Radio Capital – Ladies and Capital: http://www.capital.it/capital/radio/programmi/Ladies-And-Capital/3713660

National Geographic:

Safonov_National Geographic

Le Pagine del vino – Luciana Rota: http://www.lepaginedelvino.it/3551/la-fottuta-campagna-di-arianna-non-e-bio/

Feeddbooks – Veronica Fantini: http://it.feedbooks.com/interview/552/un-messaggio-importante-spiegato-con-semplicit%C3%A0-e-ironia-ma-soprattutto-rivolto-a-tutti

Il Fatto Quotidiano – Camilla Tagliabue:

ilfatto

TuStyle – Eleonora Molisani: http://www.tustyle.it/diary/fottuta-campagna-felice-esordio-di-arianna-porcelli-safonov/

Il Foglio – Mirko Volpi: http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/05/10/campagna-natura-agricoltura-biologica-libro___1-v-141801-rubriche_c361.htm

Confidenze – Letizia Grandi:

Safonov_Confidenze

Primediecipagine – Desy Icardi: https://www.youtube.com/watch?v=yWOW0oXeBQA&feature=youtu.be&a

Scrivere al Femminile – Stefania Massari: https://scriverealfemminile.org/2016/05/31/fottuta-campagna-di-arianna-porcelli-safonov/

Il Venerdì di Repubblica – Tiziana Lo Porto:

venerdì rep

Il corriere del Conero – Elena Pigliacampo: http://www.corrieredelconero.it/rubriche/libri-consigli/8931