SEQUESTRO OLISTICO

BESTIARIO DI VIAGGIO

I

Ci tenevo tanto a fare qualche giorno nella giungla, prima di ripartire.

Così ho prenotato in questo posto coi profili social che farebbero sognare anche i morti coi loro scorci curatissimi da qualche interior- designer newyorkese, con le campane tibetane, i tappetini, gente tonica che si contorce in pose miracolose, incenso e drink pieni di antiossidanti.

I social del posto promettono anche silenzio o tuttalpiù il rumore dell’acqua che entra ed esce dai piccoli tubi di bambù per poi immergersi nelle varie fontanelle e piscine zen dove anche io potrò immergermi per soli duecento euro a notte.

Il canto degli uccelli notturni non lo inserirei fra le promesse del posto perché chi non si è mai trovato nella circostanza di dover dormire nella giungla, condizione piuttosto diffusa, potrebbe non prendere come un lusso miracoloso la proposta serale dei mille animali rauchi che affollano la notte tropicale con furia, come a presagio di morte.

A me piace, però.

Ciò che amo meno è il reggaeton che proviene dalle vie lontane del paese e che la giungla non riesce a filtrare lasciando trapelare le tipiche percussioni elettroniche di quel genere musicale che anticipa la fine del mondo e che mi tanto mi ricorda quando, in casa dei miei si rovesciava il ripiano delle pentole ma c’è a chi piace.

Che poi è un po’ il problema dell’umanità, questo fatto che ci sia sempre una fascia di pubblico con evidenti gusti di merda da dover rispettare.

Il posto in questione si trova ad Ovest rispetto alla Riviera Maya, lì dove un tempo si celebrava la terra e si compivano rituali con sacrifici umani nei cenotes oggi sorgono piccole capanne chic, disseminate per un bel pezzo di giungla e frequentate da gente tatuata e vestita di bianco.

La stessa gente che va al Burning Man da quando ha saputo che ci si debba andare, la gente che si vergogna di dire che campa delle rendite di qualcun altro e quindi s’inventa professioni al limite dell’hobby che terminano tutti con – consultant.

Le capanne, per chi avesse voglia di fare un’esperienza mistica di qualche giorno sono ovviamente bianche e molto semplici, almeno in apparenza poiché all’interno c’è realmente tutto il necessario per sopravvivere a Miami, ad un diciassettesimo piano: bollitore, vasca idromassaggio, due amache lunghe e sottili in macramè, nel caso in cui i due matrimoniali King-size annoiassero e trentadue libretti con tutti i servizi offerti dalla struttura, durante i giorni di penosa permanenza.

All’esterno, il polmone verde, quello spazio che più che giungla sembra un giardino zen tirato a lucido da monaci giapponesi ed effettivamente c’è chi mantiene tutta quella patinatura in piedi ma è gente maya molto sudata.

La gente del posto, privata delle sue terre tanto tempo fa dal colonialismo subisce ancora lo schiaffo da parte dei ricchi, come fosse consuetudine, lavorando in tutti i campi più umili per i nuovi coloni, gli imprenditori grassi del paese confinante, quello che costruisce i muri e poi li scavalca per andare al Resort.

Tra i lunghissimi alberi sottili che infittiscono il bosco dovrebbero esserci anche le famose liane dell’ayahuasca che non credo possano mancare, purtroppo però non le so riconoscere.

Le leccherà qualcun altro.

Le tre piscine invece si che le so riconoscere: hanno acqua verde, limpidissima e rafferma, senza un filo di onda per non scandalizzare i chackra degli ospiti, già messi a dura prova dal 5G presente in ogni spazio ed anfratto per consentire di postare foto con gli hashtag giusti.

Arrivo alla reception e mille campanelli di ceramica attaccati alle tende si mettono a suonare, come se mille porte d’ingresso di ristoranti cinesi venissero aperte in simultanea.

Mi accolgono due ragazze francesi vestite dello stesso colore dei mattoni; non sarei mai riuscita a riconoscerle così mimetizzate, se non fosse stato per i loro rossetti.

Non bastasse il camouflage, le due segretarie, che però qui si chiamano “experience-assistant”, non parlano ma bisbigliano, forse per non spezzare la magia della giungla, per non disturbare le buone vibrazioni col loro lavoro pratico così volgare ma io avrei bisogno di qualche informazione e dentro di me so già che finirà male.

Faccio il check-in per intuizione, leggendo il labiale delle due ragazze che paiono schifate della mia aurea urbana, appena arrivata a contaminare il loro bosco sacro.

Una delle bisbigliatrici si offre di accompagnarmi alla mia capanna guidandomi attraverso la giungla: forse pensa che tra le piscine, il bar macrobiotico e la boutique potrei trovarmi in situazioni di pericolo ma l’unico vero rischio è che porti via metà della ghiaia dai sentieri con le ruote del mio trolley.

Nei tre minuti di cammino verso la mia capanna riesco ad accumulare una piccola montagna sabbiosa con cui si potrebbe spianare un parcheggio e la mia valigia vi è ingolfata dentro.

La giovane francese non si lascia scomporre dal mio cattivo gusto e con una piccola radio chiama subito Nacho il quale, quasi come se vivesse appostato sugli alberi intorno al sentiero si materializza al nostro cospetto ed issa la mia valigia sulla schiena sorridendo come se fosse un’inconveniente di cui godere.

La mia capanna è, come già detto, capanna solo esternamente: gli interni sembrano appena allestiti da un team di produzione di still-life per chissà che magazine di architettura.

Ho una vasca ed una doccia ma l’idea di sostituire uno di questi due sanitari con un fottuto bidet non è venuta a nessuno, come al solito.

Il pavimento è rivestito con delle maioliche verde bottiglia con striature di arancio tropicale tirate a lucido e la capanna affaccia direttamente su una delle tre piscine miracolose che però scoprirò essere il ritrovo preferito di una comitiva di cinquantenni di Miami col vizio del Mezcal, a partire dalle undici e trenta del mattino sino a che non arrivi l’oblio della notte a portarsele via.

Durante la prima notte in capanna faccio esperienza e scopro che le signore sono dure a morire e che resistono duro, forse grazie alle organic-bowls che ti preparano qui come unico companatico disponibile.

Per tenermi occupata durante la notte e non subire e basta le urla primitive delle ragazze del Mezcal che si uniscono a quelle degli uccelli notturni, prendo a cuore un’operazione importante, a nome di tutti gli scrittori del mondo: spostare la scrivania dal muro della capanna e piazzarla in mezzo alla grande stanza, fronte finestra.

Quando una scrivania viene fissata contro il muro, da qualche parte nel mondo, uno scrittore di romanzi muore.

Come si fa a non pensare che ci sia ancora qualcuno voglioso di scrivere in un contesto del genere?

E come si può pensare che debba trovarsi in mezzo alla giungla a scrivere contro un muro color senape?

La scrivania pesa un quintale ed impiego due notti e mezza mattinata con Nacho per spostarla senza sfregiare le maioliche.

Spero sia ancora lì, orgogliosa, fronte-giungla, piazzata contro l’enorme finestra, grande quanto una parete, a gridare silenziosamente a tutti quanto sia sciocco obbligare qualcuno a scrivere contro una parete soprattutto se vi è anche attaccato ad altezza nuca, un braccio di metallo che regge il televisore al plasma pronto a ferire lo scrittore, già abbastanza umiliato dalla vita e dagli editori.

La mattina in cui riusciamo finalmente a sistemare il mio mobile preferito, le signore del Mezcal partono ed io inizio finalmente a scrivere questo resoconto col solo canto degli uccelli mortiferi.

A proposito di presagi di morte, val la pena menzionare il ristorante e le sue organic-bowls.

Ogni mio spostamento di piacere come di lavoro è sempre stato legato alla scoperta di un posto dove si mangi e si beva bene.

Se ho delle trasferte di lavoro organizzate da qualcun altro, chiedo sempre di lasciar fuori dai piani qualsiasi tipo di programmazione dei pasti, in modo da poter cercare io, il posto giusto dove infilarmi per tre ore ed uscire più contenta di prima anche se a rischio blocco intestinale.

Chi sa riconoscere e trasformare le materie prime commestibili è una specie di eroe per me: più degli scrittori che riescono a concentrarsi contro un muro.

Di norma, i ristoranti dove la proposta è fatta al 90% da un buon piano di comunicazione, mi fanno cacare a prescindere.

Non mi fido di quelli che fanno troppa comunicazione.

Il ristorante di questo luogo troppo zen per i miei nervi è uno di quei posti dove pensano che ci si possa saziare col marketing: al primo appuntamento con la proposta della cucina di giungla ho un mancamento quando arrivano le prime portate.

La moda degli schizzi di cibo è arrivata anche qui.

Dove sono gli dei Maya della morte quando servono?!

Frutta e verdura sono, ad uno sguardo appena esperto, visibilmente state tolte dai imballaggi, nel retro del bellissimo patio in legno del ristorante ed assemblate tra di loro in modo da dare al piatto un aspetto fotografabile.

Ma il piatto oltre che fotografabile dovrebbe anche essere commestibile: è così assurdo?!

Ancora non saziata dagli schizzi ordino delle microscopiche polpettine di alghe che arrivano con sopra delle pesanti guarnizioni cremose color nero di seppia che fanno sembrare il piatto un preparato di funghi allucinogeni lasciati al sole a squagliarsi.

Dulcis in fundo, i dessert “senza niente” fatti con farine ricavate da foglie indigene che andrebbe anche bene se avessero un sapore alternativo alle bacche di vaniglia, onnipresenti come pidocchi nella testa dei bambini delle elementari quando arriva la stagione.

Scopro che tengono talmente tanto alla salute degli ospiti che non servono alcolici ma solo Mezcal e capisco le signore di Miami rimpiangendo di averne desiderato la morte in piscina; così preparo il mio fegato a subire il colpo più pesante degli ultimi anni: quello di sopperire alla grande quantità di vino che consumo con un paio di bicchieri di questo distillato che, se aggiunto alle alte temperature messicane e alla mia proverbiale bassa pressione basteranno a mandarmi in un’altra dimensione nel giro di pochi minuti.

A differenza delle signore di Miami però, la mia personale sbronza da Mezcal si presta meglio al luogo perché è un tipo di ubriacatura silenziosa e tristissima, di quelle che vuoi morire, anche se hai il vestito di lino bianco e gli anelli di ottone forgiati dal curandero delle montagne.

Per fortuna, al mattino servono una bevanda chiamata in un modo diverso, a seconda di quanto sia figo il posto dove la preparano; qui si chiama Latte Magico ed è fatto con quintali di curcuma che ti colorano i denti da eroinomane, cannella e latte di avena caldissimo: va bevuto entro le sette e mezza del mattino perché altrimenti ti si squagliano gli organi interni ma pare sia un elisir di lunga vita.

Lunga e zen.

Dove sono gli dei Maya della morte quando servono?

 

II

A volte basta un solo pasto in un ristorante per convincerti che non dovrai dare altre chances a quel fottuto posto quindi una mattina decido di fuggire dal Retreat per trascinarmi in centro, in modo da racimolare qualche burrito con dentro del companatico serio prima di morire, specialmente continuando a bere Mezcal con quei ritmi.

Così, verso l’ora di pranzo, quando in giro ci sono poche Experience-assistant che possano vedermi, denunciarmi e riportarmi al detestabile bistrot crudista me ne fuggo in paese e mi rifugio dentro ad un supermarket ben fatto ma gestito da una francese simpatica come una malattia venerea sconosciuta.

La francese si fregia del primato di essere arrivata qui tanti anni fa prima del turismo di massa ed ha in sé quella stessa prosopopea che appartiene a tantissime persone che scelgono di trasferirsi in un luogo tropicale, ancor poco frequentato da stranieri e che, quando finalmente arriva l’esplosione turistica, pur basando la propria sussistenza sullo sfruttamento di quegli stessi turisti, iniziano ad odiare quei poveretti e a considerarli tutti, in blocco, dei coglioni.

Forse esiste ancora una qualche forma di reminiscenza in certi popoli, tipo francesi o spagnoli, di quei tempi andati in cui radevano al suolo intere civiltà per appropriarsi dei loro territori e poter dire che c’erano arrivati loro per primi, che l’avevano scoperte loro quelle terre ma oggi bisognerebbe darsi una calmata e capire che sia giusto smetterla con questa farsa del “L’ho scoperto prima io questo paese, coglione!”

Vado dalla francese perché ha una selezione di prodotti davvero ben fatta e mi ostino a parlarle in spagnolo nonostante lei si rivolga a me esclusivamente in inglese poiché sono bianca e dunque forestiera, miserabile ed immeritevole di parlare la lingua del posto; non importa che lo sia anche lei perché lei c’è arrivata prima, in questo posto.

Lei è qui da vent’anni e prima era una meraviglia, chiaro?!

Quando mi comunica il totale che dovrò pagare per due fregnacce in croce, mentre una giovanissima messicana mette i prodotti dentro alle buste perché lei ha le unghie con la french (ovviamente) a me viene l’istinto di saltare sul bancone e prenderle il collo tra le mani gridando “Ma quanto la paghi questa roba qui, tu?! Eh, bastarda?!”, ma non lo faccio perché poi si terrebbe la spesa ed è l’unico posto utile e vicino al Retreat dove devo tornare velocemente perché alle 15 ho prenotato un trattamento craneo-sacrale e sono certa che una rissa al supermarket non aiuterebbe i miei chakra e non arriverei con la linfa equilibrata, etc.

Me ne torno così al jungle-resort con le mie borsette di stoffa strapiene di cibo che andrà a sostituire il menù Detox che inoculerei volentieri nel deretano dello chef, prima del termine della vacanza.

Tutto questo astio non aiuta ma anzi va in contrasto con l’intento zen del soggiorno, devo stare calma.

Con la scorta di sopravvivenza mi sento più tranquilla e posso affrontare la mia personale lotta per raggiungere la calma che promettono questi signori saggi, la giusta respirazione, l’assenza di ansia e le altre cose bellissime e sconosciute alla mia personalità.

Alle 14:50, come da accordi con l’Experience-assistant di turno, mi piazzo davanti alla capannina dei massaggi ed attendo l’operatore che dovrà farmi il trattamento.

Alle 15:10 arrivo furente alla reception perché alla capannina non si è presentato un cazzo di nessuno ed io non ho tempo da perdere perché alle 18 ho la lezione di Yoga con Matzel, la mia prima lezione di yoga sul posto, gratuita per diritto, visto che ogni ospite ne ha una gratuita da sfruttare e non voglio certo perderla.

La francese mi bisbiglia che l’operatrice sta arrivando, di attendere ancora un pochino, di avere pazienzina e tante altre piccole cosine.

Dopo quindici minuti ad essiccare sulla panchina di fronte alla reception arriva un taxi a tutta velocità e vomita giù una donnina grande e larga come una lenticchia, un essere della foresta tutto sudato che ansima come una foca e implora pietà alla francese, non accorgendosi che io son lì, sulla panchina a scongiurare che non sia lei, l’operatrice perché essere toccata da uno sconosciuto sudato dovendolo anche non mi è mai piaciuto.

La signora lenticchia si presenta come Maria ed osa dirmi di seguirla che mi accompagna alla capanna dei trattamenti quando io, quel sentiero lì l’ho consumato nell’attesa e glielo dico subito e lei ride e si scusa ed io ho già mal di testa da tutte quelle scuse e penso solo al suo sudore.

Entriamo nella capanna che è freschissima e rigenerante ma io penso ancora al sudore di Maria che le si sta asciugando sulla pelle e non mi sento a mio agio.

La capanna è in legno scuro e muratura bianca, ha tante finestre quante sono le pareti e un lungo davanzale che corre lungo tutto il suo perimetro rotondo, sopra al quale vivono delle orchidee bianche e viola; al soffitto sono appesi vari campanelli e altri aggeggi fatti con piccole pietre in vetro attaccate ai fili che quando si scontrano tra di loro emettono suonini zen mentre io penso alle chiazze gialle e salate che Maria avrà sulla schiena, sulla sua uniforme bianca praticamente da buttare.

Maria dice che mi attenderà fuori e che intanto io posso prepararmi e mi indica una bustina con dentro delle mutande usa e getta ed un asciugamano.

Una volta uscita Maria, apro la bustina e scopro che anche in questa occasione, le mutande usa e getta sono di una gigantesca taglia unica, praticamente una tenda per doccia in plastica e rete di cotone che non riesco ad indossare senza sembrare una mummia quindi le piego e le appoggio affianco ad un’orchidea che guarda la scena schifata.

Quando Maria rientra io faccio finta di avere gli occhi chiusi, come sempre, in questi casi invece sono vigile ed attentissima a tutti i suoi movimenti perché non dimentichiamoci che è una sconosciuta messicana, senza dubbio ancora affaticata ed innervosita dal ritardo ed io non ho idea di come possa reagire.

Purtroppo però Maria gioca sporco ed inizia a nebulizzarmi ad altezza fronte uno spray aromatico all’olio dell’albero del tè che mi acceca completamente e mi costringe a serrare gli occhi per non morire di congiuntivite durante il trattamento.

Quando Maria inizia a massaggiarmi il cuoio capelluto si presentano idealmente al mio cospetto, le due Arianne in profondo dissenso reciproco: c’è la parte di me che si vorrebbe rilassare che comincia a sussurrarmi in testa: “Bello, eh? Te lo sei meritato. Goditi questo trattamento, respira ed ascolta il tuo corpo mentre la tua testa viene curata da questa mistica della giungla” e poi c’è la parte di me scettica che sibila contemporaneamente: “Beh, per duecento euro forse si sarebbe potuto anelare a qualcosa in più di una signora strappata a qualche bar malfamato che ti gratta la cute. Questo non è un trattamento cranio-sacrale e lo sai. Queste sono delle unghie che ti graffiano cute e cuoio capelluto e con tutti i capelli che c’hai ti sembra anche bello ma, cara mia: duecento, fottuti sacchi”.

Durante la prima mezz’ora è un continuo fare a botte con le due voci che si schiaffeggiano dentro alla mia testa massaggiata da Maria che senza dubbio starà ancora pensando a quanto le costerà caro il suo ritardo di oggi e a quanto sono maledetti i francesi che hanno colonizzato la sua giungla, non bastassero gli yankees.

All’improvviso, proprio quando sembro avvicinarmi a qualcosa di simile al rilassamento, nella giungla si rompe un urlo di gruppo terribile.

Il grido di massa si diffonde nel bosco ed io salto sul lettino con gli occhi vitrei, in attesa di capire se bisognerà scappare dalle finestrelle della capanna o rifugiarsi dentro agli armadietti degli asciugamani per salvarsi dai cannibali.

Maria sorride e mi invita a restare sdraiata; dice che “Stanno praticando l’Arpertizma”, o qualcosa del genere.

In effetti le urla che continuano ad interrompere il bel silenzio del primo pomeriggio nella giungla, sono ben calibrati, pur essendo terribili e sembrano piuttosto frutto di un allenamento meccanico anziché la reazione conseguente ad una mazzata sui genitali.

Maria mi spiega molto seria che si tratta di un’antichissima meditazione maya che viene praticata da un gruppo di adepti raccolti intorno ad una capanna sudatoria e guidati da un maestro, in modo che il grido non si disperda ma purifichi animi ed ambiente circostante ed io cerco in Maria, uno sguardo di intesa che possa metterci d’accordo sul fatto che si, sarà certamente una pratica utilissima ma fa anche un po’ ridere, a pensare che un gruppo di stronzi si metta a gridare come animali decollati, in mezzo alla giungla, per di più proprio accanto alla capanna dove una poveretta sta cercando di farsi fare un massaggio rilassante al cranio.

Invece Maria è serissima; forse finge per rendersi credibile agli occhi di una cliente oppure semplicemente ha smesso di considerare l’opportunità di prendere per il culo i turisti perché è cosa vecchia, che non porta frutto, visto che continuano a tornare nella giungla, pagando profumatamente per gridare e mangiare bacche.

Ma io vorrei dirglielo a Maria.

Vorrei dirle “Io son come te: ti capisco, Maria. Questi sono degli esauriti, altro che Arpertizma o come cazzo si chiama. Andiamoci a bere una birra in paese, torniamo alle cose semplici e smettila di grattarmi la testa.”

 

III

Il tramonto nella Giungla arriva presto e l’ora d’oro concede ai raggi del sole di infilarsi fra le liane leggere e fra i tronchi snelli ed ossuti che affollano la zolla di terra ancora concessa alla vegetazione dalla mostruosa febbre edilizia che impera nella zona della Riviera Maya.

Scendendo da Cancun verso il sud della Penisola, laddove lo Yucatan incontra il Quintana Roo, la piccola autostrada somiglia alla galleria a cielo aperto di un centro commerciale dove, anziché negozi e tex-mex, scorre un’interminabile sfilza di Resort con certi ingressi davvero inopportuni per il luogo, lussuriosi e presuntuosi come scenografie di Jurassik Park mollate in mezzo alla strada oppure come porte di accesso a regge reali, con leoni rampanti in pietra, gabbiotti da cui spuntano agenti messicani in uniformi che imitano quelle poliziesche e monumentali archi in granito che si stagliano nel cielo dei Caraibi, per onorare i minivan con gli americani più spregevoli in circolazione che arrivano dalle loro città opulente per replicare in spiaggia uno stile di vita che sfascia ecosistema e buon senso.

Non è che non sopporti gli americani, anzi.

Apprezzo quegli americani che combattono, ogni giorno per somigliare a sé stessi e che riescono a migliorare il pensiero critico mondiale con il loro innato, genetico ed immenso dono della perseveranza nella fede che chiunque possa crearsi il mondo professionale che ha sempre sognato.

Qualcosa che noi italiani facciamo fatica anche solo ad immaginare.

Ma, a parte quelli provenienti dalle zone fortemente contaminate dall’immigrazione, gli statunitensi che usufruiscono di questi giganteschi mostri sui litorali colonizzati dal dollaro chiamati Resort, sono ben lontani dall’ideale gradevole che intendo: più simili alle pop-star puzzolenti di vaniglia, questa gentaglia arriva con la Samsonite piena di creme glitterate, di top leopardati e camicie a righe colorate o coi pappagalli garruli e si piazza sul bagnasciuga per un paio di settimane, senza interessarsi minimamente alle zone limitrofe visitabili, al massimo infilandosi nel pullmino con l’aria condizionata a tutto gas (solo gli americani possono sopravvivere a certa aria condizionata, così come al consumo animalesco di ghiaccio nelle bibite), per farsi portare all’outlet o nei poveri cenotes, un tempo luoghi magici e sacri, oggi mere postazioni per selfie.

Nella maggior parte dei casi, questi germi anglofoni se ne stanno, come già detto, sui loro lettoni di velluto in spiaggia e l’unico movimento che fanno è quello del braccio alzato per chiamare il servo locale, munito di radiolina e di cappellino con la visiera color sabbia, per farsi portare un Margarita oppure ordinare un massaggio, con molta probabilità migliore di quello che ho appena sostenuto al fottuto Retreat mistico dove sto soggiornando, mio malgrado.

Andrà meglio con la lezione di Yoga.

Anche perché, a differenza della grattata alla cute appena subìta , la lezione di Yoga sarà gratuita!

Alle 17:58 mi faccio trovare al centro della giungla pettinata, davanti al grande padiglione preposto per le lezioni, come consigliato sulla lavagna, alla reception.

In realtà, sulla lavagna consigliavano di arrivare dieci minuti prima dell’orario di inizio ma io sono romana e non ce la faccio proprio. Anzi, mi sento in grande imbarazzo ad arrivare con così tanto anticipo e a starmene lì, col cellulare in mano seduta sugli scalini anziché piombare all’appuntamento con qualche minuto di ritardo ma più entusiasta, ansimante e pronta a tuffarmi nel pieno dell’attività già iniziata.

Non sopporto quelli del Nord che, quando ci si accorda per un appuntamento, facciamo conto alle dodici, osano telefonare alle undici e cinquanta solo per dirti “Ciao, io sono qui”.

Alle undici e cinquanta, una qualsiasi persona sana che abbia un appuntamento a mezzogiorno sarà, con molta probabilità, occupata in attività delicate, come la ricerca di un parcheggio, il pagamento di quello stesso parcheggio alla macchinetta che non sai mai come cazzo funzioni oppure, come nel mio caso, ancora sull’uscio della porta di casa o ancora, tornando indietro per recuperare il cellulare dimenticato sul tavolo all’ingresso oppure le chiavi di casa o la sciarpa perché c’è un po’ d’aria o ancora l’anello di ottone, complemento imprescindibile per l’appuntamento.

Ricevere, in quel frangente, una telefonata in cui mi si mette inevitabilmente ansia e prescia senza motivo, visto che l’appuntamento (che, a questo punto non vorrei mai aver preso) è a mezzogiorno e non alle undici e cinquanta è segno di grande maleducazione e va punito almeno con un ritardo.

Nel caso della lezione di yoga però, mi rendo conto che sarà meglio arrivare un pochino prima perché mostrare ansia in tale circostanza fa brutto, mi guarderebbero tutti male e mi terrebbero a debita distanza per evitare che la mia aurea sporca d’inquietudine contamini i loro chakra.

Insomma, arrivo davanti al padiglione in legno che è davvero incantevole e, distratta dalla struttura progettata da chissà quale architetto danese, calvo e crudista, incespico dentro al cumulo di ciabatte abbandonate fuori dalla porta d’ingresso: sono tantissime, sembra il cimitero di guerra americano ad Anzio solo che, al posto di piccole croci bianche ci sono migliaia di flip-flop sformate dai piedi degli yogi.

Non è che sia proprio a digiuno dalla pratica dello Yoga, comunque.

Il fatto è che riesco ad appassionarmi ad un’attività sportiva solo quando è concepita come tale e magari si respira anche un po’ di competizione mentre a Yoga si respira e basta; inoltre, alla fine della classe, quando sei bello sudato e vorresti gustarti il particolare piacere che si ricava dall’aver faticato dentro a tessuti tecnici, sei invece obbligato a distenderti a terra tutto sudato e a meditare, rilassando il tuo corpo che invece vorrebbe sprigionare le endorfine ricavate dall’allenamento.

Ad ogni modo, lo sport mi piace e poi, ripeto, è gratis e in un posto del genere la parola gratuità è una gemma preziosa nascosta nel tunnel più profondo della miniera.

La nostra insegnante è una messicana bianca, alta un metro e quarantotto ma con un’evidente potenza sovrannaturale, tutta rappresa nel piccolo corpo e che è possibile percepire anche a molti metri di distanza, quelli a cui mi tengo io, con la reverenza ed il timore che ho sempre avuto nei confronti dei maestri, a prescindere dalla mia preparazione.

A differenza di tutte le altre occasioni sportive o sociali, qui nessuno chiacchiera prima della lezione, anzi: siamo tutti scalzi e silenziosi e se c’è qualcuno che si fa scappare un saluto, una battuta o due parole, tutti gli altri si girano e lo guardano male mentre sistemano il proprio tappetino in cerchio; sorridono ma sono severi e sembrano voler dire, senza parlare che quel “Ciao” sussurrato è cosa grave perché non si può, si rovina tutto, si sbilanciano gli equilibri.

La lezione inizia senza preavviso.

La maestra si volta di scatto dalla postazione dell’impianto stereo su cui era ricurva e, dopo aver alzato a bomba il volume della musica tibetana, manco fossimo a spinning, si piazza in mezzo al cerchio di tappetini ed incrocia le gambe e tutti gli altri capiscono quindi mi adeguo anch’io.

La lezione dura due ore e mezza, senza possibilità di fuga né di retrocessione: se ti sei piazzato col tuo tappetino in prima fila e non nei vortici delle retrovie, peggio per te, son cazzi tuoi.

A differenza della maggior parte delle altre discipline, qui la maestra fa lezione con noi, non s’interrompe mai, se non in quelle poche, umilianti occasioni in cui si mette a girare per i tappetini, per “sistemare le posizioni” dei mediocri come me, senza che nessuno di noi possa lamentarsi mentre lei gira il nostro busto e gli arti in senso contrario a quello naturale.

Affianco a me ho, da un lato un italiano sui sessanta, bravissimo e che cerco di copiare durante tutta la lezione, sbagliando il senso della postura e ritrovandomici sempre faccia-a-faccia quando tutti si voltano dalla parte giusta e, dall’altro lato c’è un americano, pallido come se avesse contratto la malaria, il classico tipo desideroso di attaccare bottone persino in una condizione così off-limits.

Ogni volta che siamo in piena posizione, che so, dell’arciere oppure impegnati in un ponte o in qualche altra mossa che ci gonfia la faccia di sangue, per lo sforzo, lui è l’unico talmente stupido da avere il coraggio di commentare ad alta voce e, se non bastasse, continua a ripetermi “Don’t follow me!”, quando io ho compreso fin da subito di che razza di capra si tratti e non ho alcuna intenzione di prenderlo come esempio eppure lui, gridando queste cose, offre al resto della classe l’impressione che io lo voglia copiare e così risultiamo una coppia di perfetti imbecilli, venuti alla classe solo perché gratuita, che poi è un po’ così ma, brutto stronzo, lasciami almeno la possibilità di dissimulare, data la circostanza chic ed i miei abiti così azzeccati, in cotone e lino purissimi, scelti appositamente per dar l’impressione di avercelo nel sangue, lo yoga.

Ma niente, certi americani sono da squartare, come già detto ma questo non è un pensiero puro, da yogi e sto disturbando l’energia della classe.

Purtroppo la maestra, com’era prevedibile, passa anche affianco al mio tappetino per sistemarmi la posizione: le mie gambe sono divaricate e fin qui tutto bene, il busto è inarcato verso la gamba sinistra e la mia mano tocca il piede non senza fatica ma anche con orgoglio visto che, ancora dopo vent’anni campo di rendita grazie alla ginnastica ritmica e riesco ad arrivare alla caviglia, con le dite.

Eppure non mi accorgo che il busto non sia, per la maledetta nana abbastanza perpendicolare alla gamba sinistra, non formi la linea retta di cui sta parlando, sussurrando in inglese e in spagnolo, con una tecnica simultanea che manco ai congressi medici internazionali; così la maestra bassa ma poderosa, senza preavviso mi sblocca il braccio destro tirandomelo il più possibile verso il soffitto, facendomi somigliare ad una specie di squadra umana usata per spiegare la geometria ai bambini, sui libri delle elementari.

In risposta a questa provocazione, la mia gamba sinistra inizia a tremare come una saldatrice dei primi del Novecento, riaccesa dopo un secolo di fermo.

La mia faccia diventa dello stesso colore di una grossa vena varicosa e la maestra ha pure la presunzione di dirmi “Respira! Se non respiri non è Yoga ma ginnastica”.

Ebbene, cos’hai contro la ginnastica, brutta stronza zen?!

Noi tutti siamo cresciuti con la ginnastica, prima che arrivassero, negli anni Novanta, i tuoi progenitori di Miami, coi pantaloni dal cavallo calato, reduci dal viaggio in India a dirci che esisteva anche lo Yoga ma non per questo la ginnastica deve retrocedere ad uno sport per gente che morirà prematuramente rispetto a voi.

Questo penso mentre respiro di brutto per sopravvivere, sperando che coi suoi superpoteri, la maestra non riesca a leggermi nel pensiero ed è incredibile ma funziona!

Più respiro e maggiore è la mia capacità di rendere i miei muscoli un filino più elastici e la sensazione è meravigliosa e la maestra, incapace di leggermi nella mente mi sorride benevola e prosegue verso il tappetino dell’americano tisico ma non ci si avvicina nemmeno, tanto il tizio rantola sul suo affare di gomma, in modo indecoroso.

Gli lancia un’occhiata schifata e prosegue verso alcune femmine molto più performanti ed il poveraccio ci rimane male.

Rivolto verso di me, lo vedo che aspettava una raddrizzata e che, alla fine, oggi era venuto qui per imparare, con tanta buona volontà, privandosi persino della birra in spiaggia, al tramonto ma la maestra prosegue cattiva mentre io, non so per quale strano riflesso inconscio, lo guardo dritto negli occhi e gli ringhio crudele, facendomi sentire da tutta la classe: “Follow me”.

Ecco finalmente, l’ho rimediata anche nello Yoga, la competizione che cercavo ed ora, mentre vibro nell’aria come un lampione a Trieste, la scarico su di te, brutto incapace malarico.

Voi americani siete il male della terra: seguimi che ti porto all’inferno. Ohm.

 

IV

Dopo la disavventura nella giungla mi sono ripromessa di fermarmi, durante le ultime tappe di viaggio, solo in posti veri e realmente capaci di comunicarmi genuinità anziché sperimentazioni di piani marketing per miliardari cocainomani, con tutto il rispetto per lo yoga ed i miliardari.

Non che disprezzi del tutto i miliardari cocainomani, anzi.

Il settore mi diverte parecchio.

Si tratta di una categoria diffusa in tutto l’Occidente che si diffonde, come tutti i gruppi che basano la propria sussistenza sul background personale anziché su costumi etnologici, con equa spartizione tra le grandi città ed i più bei posti naturali dove però, per un motivo o per l’altro, il costo della vita è insostenibile per la gente normale o autoctona.

Quest’ultima, quando arrivano i miliardari cocainomani ha soltanto due possibilità a disposizione: estinguersi come, in sostanza sta succedendo ad esempio, ad Ibiza o a Bali oppure prostrarsi alla legge triste (e qui si torna all’etnologia), secondo cui debba esistere una mostruosa distanza sociale fra una categoria e l’altra di persone; tale distanza, gli indiani la chiamano “casta” ma esiste un po’ in tutto il mondo, anche nei contesti meno prevedibili.

In Messico e, più in generale in tutti i paesi che hanno subito violente colonizzazioni, tale, demotivante processo è molto evidente ma sotto certi aspetti riesce a far sorridere il fatto che, in luogo dei coloni o dei grandi imprenditori senza scrupoli di una volta, oggi vi siano sub-cinquantenni che campano grazie ad immobili gestiti in affitto da terzi, nelle loro città di provenienza oppure contando su rendite provenienti da eredità o da genitori scriteriati che permettono a questi pseudo-giovani di tirare avanti nelle località più belle del pianeta e di tirare indietro, nel naso, cocaina di prima qualità che manca invece nelle loro città.

A Tulum mi è parso che esista tutto ciò, con l’aggravante bizzarro ma simpatico che i miliardari in questione facciano yoga e di giorno sembrino appena usciti da una purificazione karmica in chissà quale ashram che li fa apparire tutti come le giuste guide mistiche che servirebbero nella vita, se soltanto la vita terminasse alle undici di sera e non si potessero incontrare dopo quell’ora, con la mascella slogata dalla droga, in qualche festa techno sulla spiaggia.

Mantengo quindi la promessa e parto l’indomani verso il Nord della penisola, per visitare le piramidi e conoscere veri messicani, prima di ripartire.

Nei giorni successivi però mi rendo conto che senza le danze dei miliardari cocainomani non mi diverto e che, in realtà è difficile, in così pochi giorni riuscire ad introdursi nella vita sociale del posto perché turisti e locali sono tenuti e si tengono a debita, reciproca distanza.

Dall’Italia, poco prima di mettermi in viaggio da sola mi avevano dipinto il popolo messicano come un’etnia di tagliatori di testa specializzati, indipendentemente dalla regione o dall’estrazione sociale.

Alcuni avevano inorridito immaginandomi al volante di un’auto a noleggio però mi avevano anche intimato di non prendere per nessuna ragione al mondo, i pullman pubblici perché erano i mezzi preferiti dai rapinatori che, in un modo o nell’altro finivano per tagliare teste, non riuscendo a contenere la voglia di esibire le specialità del luogo.

Una volta in Messico poi, ci avevano pensato i nuovi coloni a far mantenere le distanze tra me e la popolazione locale; i messicani, come già detto lavorano negli alberghi, nei bar, nei ristoranti sulle spiagge e, a parte prendere l’ordine di ciò che vuoi e comunicarlo alla cucina con una radiolina, non riesci in nessun modo a farci amicizia.

Tutti questi ingredienti, assieme al poco tempo di viaggio hanno reso complicata la conoscenza di gente del posto per poter tornare a casa con il contatto di qualcuno che potesse ospitarmi al prossimo viaggio; in compenso però ho conosciuto Sylvia, una miliardaria cocainomane.

Quando s’incontra una persona che viaggia da sola, di rado ci si chiede perché stia viaggiando da sola perché l’entusiasmo di conoscere è la scintilla che ti spinge a viaggiare e quindi non sempre è possibile riflettere.

Personalmente non ho scelto di viaggiare da sola ma ci sono ritrovata, essendo tra quei professionisti che hanno tempo libero per farlo, solo in momenti dell’anno molto del cazzo, in cui la maggior parte delle persone lavora; ho fatto quindi di necessità, virtù.

Sylvia invece fa parte della categoria già menzionata che può scegliere di viaggiare come e quando crede perché nessun impegno la reclama a casa e, qualora vi fosse impegno urgente può delegare oppure rientrare, firmare una carta e ripartire.

Questa giovane donna francese, mia coetanea, imprenditrice come dice lei e molto arrabbiata con la vita ha mutilato gli ultimi giorni del mio viaggio e mi ha fatto desiderare la mia patria che, comunque è sempre un bel sentimento.

Sylvia mi abborda letteralmente durante una visita guidata ad un tempio Maya, in notturna.

Non è mio costume prenotare visite guidate ma a quelle in notturna non so resistere; tanti amici a Tulum mi avevano avvisato, avevano cercato di farmi desistere dall’idea di prenotare ma io, cocciuta come una capra valdostana (che si ostina a dar credito ad un luogo non lambito dal mare), avevo prenotato, giusto la sera della lezione di Yoga.

Arrivata sul posto, dopo circa un paio di ore di viaggio senza traccia di tagliatori di teste, ho parcheggiato la mia macchina nel piazzale dove i cartelli dicevano di parcheggiarla, non senza notare che fosse l’unica autovettura in un oceano di giganteschi bus.

Ho percorso un viale di terreno battuto, illuminato solo da qualche fiaccola lungo il sentiero; l’ho percorso sentendomi addosso le mille voci degli amici italiani che prevedevano la mia brutta fine descrivendo il modo in cui il mio cranio sarebbe rotolato tra le rovine.

Invece, contro ogni previsione, riesco ad arrivare all’ingresso dell’area archeologica dove mi attende la prima e forse unica, vera rovina: l’atrio costruito coi soldi dell’Unesco per ospitare la biglietteria ed il piccolo negozio di souvenir sembra un’astronave che attende di partire portandosi via centinaia di migliaia fra turisti e guide stremate dai ritmi dell’alta stagione.

Tutto ciò che mi circonda è la dimostrazione di quanto, a volte sia doveroso fermare il turismo e di come i soldi incassati grazie ad esso possano essere più che deleteri.

Il marmo bianco si staglia altissimo nella notte ed i piccoli laser blu che leggono il biglietto elettronico si accendono ad intermittenza, proprio come immagino farebbe l’Enterprise, se dovesse caricarci un giorno, tutti col nostro biglietto acquistato online.

Sylvia mi ha già visto nella folla e ha frainteso la mia smorfia atterrita con un sentimento di smarrimento che, in effetti c’è ma non nel senso che intende lei; tuttavia mi si avvicina e con occhi di lince mi chiede, in inglese “Stai viaggiando da sola, anche tu?!”

Non si dovrebbe rispondere a domande così invasive, ce lo insegnano sin da bambini, questo penso mentre rispondo “Si, di dove sei? Io italiana, sono in viaggio da Tulum verso il Nord e non mi aspettavo questo delirio”.

Sylvia mi chiede dove dormo e quasi si mette ad urlare dalla gioia quando scopre che soggiorno nel suo stesso paese e che sono arrivata in auto e non con uno di quei pullman di merda come lei.

A distanza di tempo rifletto su come possa una miliardaria cocainomane viaggiare su un pullman turistico di merda ma penso sia legato al fatto che molti della sua categoria amano mimetizzarsi fra i poveri.

Durante la visita cerco di perdere le tracce di Sylvia, non perché mi stia già sul cazzo ma semplicemente perché voglio cercarmi di godere la passeggiata in notturna, lontano dai grandi gruppi vacanze.

Voglio gustarmi lo splendore di quelle rovine, le pietre monolitiche, le incisioni, le scalinate, gli altari di una città che un tempo fu leggendaria, potentissima e che oggi si ritrova a doversi mostrare cadente, circondata da prati, recintata da reti metalliche e calpestata da migliaia di stronzi che non hanno mai aperto un libro di storia ma vogliono solo farsi fotografare lì, per poter dire agli amici di esserci stati.

Durante il percorso sento gli occhi di Sylvia costantemente addosso, non mi perde di vista, sono il suo passaggio in macchina, la sua nuova compagna di viaggio e tanto fa che, non solo la riaccompagno in albergo ma ci scambiamo i numeri di telefono, contente di prometterci un nuovo appuntamento, ancora più a Nord, vicino a Cancun, prima di ripartire.

E così avviene.

Il mercoledì successivo, alle diciotto in punto ci diamo appuntamento, in tempo per l’aperitivo all’isola di Holbox.

Holbox è una specie di paradiso per persone innamorate che abbiano la giusta congiuntura astrale di ritrovarsi lì, col proprio soggetto amato e poi, essendo un paradiso, ci sono anche i miliardari cocainomani.

Tuttavia è un luogo suggestivo, riservato, intriso di natura lasciata libera di riappropriarsi dei propri spazi e di viverli in modo quasi indisturbato, a parte i coglioni che non leggono i cartelli che invitano a non avvicinarsi ai fenicotteri e che puntualmente, quando ne atterra uno, si tuffano in mare, con le loro bandane ed i loro bastoni per farsi la foto.

D’altronde c’è chi lo fa coi coccodrilli, perché non dovrebbero farlo coi fenicotteri?!

Oltre ai pennuti tornati di gran moda grazie ai materassini, Holbox è composta da capanne, piccoli bar dove bere qualunque cosa buonissima e da un mare che nessun catalogo di vacanze riuscirà mai a riprodurre in maniera fedele.

L’isola di Holbox dista quattro ore di auto ed una quindicina di minuti di battello dalla terraferma.

Ci arrivo col sorriso sulle labbra fisso perché la lunga strada che termina col piccolo porto di Chiquilà è costellata di pueblitos finalmente veri e pieni di bimbetti che si lanciano verso l’auto in arrivo per vendere agrumi sbucciati e sale da usare alla prossima tequila; poi ci sono centinaia di chilometri da percorrere su una lunga retta perfetta di asfalto che si bagna, da entrambi i lati sulle praterie selvagge dove pascolano vacche felici, anche se a tempo determinato.

Mi accorgo di essere arrivata vicino al porto di Ciquilà perché, non solo i bimbetti ma anche la gente adulta, si butta sui cofani delle macchine che passano per vendere un parcheggio nel proprio terreno, al costo di circa cinque euro al giorno ed io, giovane, bianca e ricca, mi sento uno speciale mix tra una schifosa colona ed una benefattrice mandata da Gesù per un popolo che spenderà quei cinque euro, molto meglio di come avrei potuto fare io.

Sylvia mi aspetta sull’isola, è arrivata lì da qualche giorno, col solito pullman e ha ancora la testa attaccata al collo ma forse è solo questione di tempo.

Faccio check-in nel piccolo albergo dove soggiornerò ad un prezzo europeo e mi danno la camera vista locale notturno dove scoprirò che la notte si pesta duro fino alle quattro e dormire è una sfida ad altissima probabilità di perdita, anche per una agonista come me, in grado di addormentarsi in piedi, in mezzo al mercato di Marrakech mentre mi lanciano serpenti.

Alle diciotto in punto mi presento nel piccolo, delizioso bar ritagliato dentro ad un pezzetto di vegetazione risistemato con cura ed con il solo utilizzo del legno locale.

Entro, mi siedo al bancone ed ordino qualcosa da bere perché non mi piace l’usanza di aspettare nei posti per poi entrare insieme, come usano le donne, davanti agli ingressi.

Il tempo perso ad aspettare l’amica fuori dai locali è un tempo che nessuno ci restituirà, donne!

Per cui entro e contemplo dal bancone la bellezza di non avere nient’altro da fare, se non la contemplazione di cose belle, appunto.

Sylvia entra nel locale e si dirige verso di me col suo pareo e la fronte lucida; si siede e mi dice secca, “Non mi hai aspettata”.

Non mi dice, che so, “Potevi aspettarmi” o “Perché non mi hai aspettata?”.

Mi dice qualcosa di più simile ad una minaccia ed io, anziché intimorirmi come normalmente accadrebbe, m’infastidisco perché il viaggio mi è costato parecchio e vorrei godermelo senza rimproveri e, se ne avessi voluti durante il soggiorno, avrei viaggiato con la mia professoressa di greco quindi le chiedo di ordinare il cocktail che preferisce, che offrirò io per il disturbo, sperando di incenerirla con la buona educazione.

Per tutta risposta, la gigantesca stronza ordina il suo drink ed inizia una peregrinazione al bagno che non lascia scampo ad equivoci: sarebbe bellissimo produrre un documentario sul valzer dei cocainomani quando cominciano il loro andirivieni verso i cessi.

Si tratta realmente di una specie di danza in cui essi, ignari del nostro sguardo, alludono a qualsiasi scusa misera per andarsi a fare la riga in bagno, di nascosto dove il “di nascosto” è solo apparente poiché non siamo scemi tutti e del tutto.

Durante una festa in casa è ancora più spassoso perché i cocainomani sono un gruppo compatto, che lascia le dosi agli altri appizzandole nei pertugi degli armadietti o in cima alle mensole ma soprattutto perché non ci si riesce a spiegare il motivo che li costringa ad andarsi a nascondere in bagno, trattandosi di una festa privata: forse hanno bisogno del brivido dell’illegalità o temono che qualcuno domandi loro un po’ di roba ma nel caso di Sylvia, la danza è più delicata, senza dubbio nervosa ma con un’evoluzione che ha una punta drammaturgica notevole.

Ogni volta che torna dal bagno, la mia compagna di viaggio è sempre più trasfigurata, sempre più slogata in viso e vuole sapere tutto di me ma non mi lascia il tempo per rispondere e continua a ripetere “Dimmi un po’…perché io invece penso che sia assurdo che….”

Sylvia è da sola.

Sola mentre volteggia in mezzo ai camerieri verso il bagno, sola in bagno mentre tira fuori la dose dal suo marsupietto batik, sola mentre torna dal bagno cercando di darsi un tono, sola in viaggio e probabilmente sola nella vita ma senza ombra di dubbio, Sylvia ora è sola al bancone perché io, terminato il mio drink mi levo dal cazzo e torno in albergo a sentire la disco-music dalle tapparelle, sola anch’io ma molto contenta di ripartire domani, alla scoperta di luoghi incontaminati ove i miliardari si siano finalmente estinti o siano diventati polvere da sniffare poiché così dicono i Profeti che accadrà un giorno.

Più o meno, insomma.

 

 

 

RADICAL SHIT

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dedicato ad E. che combatte la piaga radical chic con eccessiva ferocia non comprendendo che il benessere ostentato è molto più diffuso di quanto si pensi, tanto vale cercare di nasconderlo.

 

Stasera, al tramonto ho conosciuto un ragazzo.

Stava seduto tra i tavolini del delizioso bar a picco su scogli di friabile e nerissima pietra lavica dove ho stazionato tutte le sere di quest’ultima settimana, a partire dalle sette, non proprio sobria.

Il tizio era seduto assieme ad una coppia molto più grande di lui ma non erano i suoi genitori, si capiva: non gli somigliavano e avevano molto più confidenza con lui.

Per l’occasione, il giovane indossava i pantaloni che vanno di moda adesso, tra coloro che la moda la seguono con ostinazione, qualsiasi cosa essa faccia: si tratta di calzoni che lasciano nuda metà porzione del polpaccio e che offrono massima libertà d’espressione alla scarpa che, a questo punto viene scelta proprio per approfittare di quello spazio d’esibizione normalmente non concessole.

La scarpa scelta da questo giovane maschio è un mocassino in velluto marrone, con la punta molto più lunga dei suoi piedi ed i calzini apparentemente invisibili ma non vorrei risultare troppo attenta a questi dettagli perché è giusto rispettare prima di tutto la capacità intellettuale delle persone.

Che poi ci siano dei dettagli nel nostro modo di esprimerci con l’abbigliamento che vogliano dir qualcosa della persona che ne sceglie uno anziché un altro è indubbio ma non tutto, ecco.

Già che ci sono però devo ammettere che giudicare le persone dal loro modo di vestire è, nella maggior parte dei casi, pericoloso ma non per questo fallace.

Il fatto è che il ragazzo in questione pare interessarsi a me da subito ed io a lui ma per fini diametralmente opposti e non sempre riusciamo a percepire perbene le sensazioni di chi ci sta accanto perciò si creano tanti fraintendimenti.

Come quello di stasera in cui, mentre io guardo il suo taglio di capelli alla Pupo, i mocassini e tutto il resto sorridendo, lui vede solo che lo guardo e che sorrido sicché avanza con le sue avances offrendomi un bicchiere di vino toscano ignobile.

Continua a parlare, seduto affianco a me, approfittando del tempo che gli concedo in nome del fatto sacrosanto che non si possano giudicare le persone dal loro abbigliamento perché non sta bene, non si fa.

Specialmente se non si vuol soffrire.

Il ragazzo mi chiede, s’informa su cosa faccia, da dove venga: siamo in vacanza, in un territorio neutro e ciò sembra seccarlo.

Vuole catalogarmi ma ve l’ho detto, non si fa.

Siamo tutti diversi, le tribù sociali ormai son desuete eppure lui sembra cocciuto, ostinato a voler trovare la chiave per aprire il cofanetto che dovrebbe contenere le mie istruzioni per poterlo srotolare tra le sue mani.

E così, testardo e spavaldo, ad un certo punto mi guarda e mi fa: “Ma che sei radical, tu?!”

Improvvisamente fa buio su tutta la terra.

Mi ha preso in contropiede, non so cosa intenda, cosa voglia dire con questa domanda, con questo termine non italiano, parecchio diffuso eppure insignificante.

Sono spaventata e non avrei mai pensato di esserlo per mano di uno vestito da influencer.

Mi sento come se la polizia mi avesse appena fermata per accusarmi del possesso di una droga che io, non solo non possiedo ma neanche conosco.

Ma il ragazzo non capisce, non sembra accorgersi di niente, neanche della coltre scura che sta divorando chilometri di cielo, dopo questa sua domanda.

Non si accorge, il tizio, manco della gente che inizia ad alzarsi dai tavolini e a fuggire spaventata verso il porticciolo, dentro alle case.

Il ragazzo dai piedi di velluto se ne sta lì, ad aspettare la mia risposta mentre lo sperone di terra sul quale siamo rimasti io e lui, trema ed i suoi mocassini ormai penzolano nel vuoto eppure tutte queste circostanze lo interessano meno del responso alla sua domanda.

“Allora?! Sei radical?”, insiste mentre io mi sento come se tutto l’equilibrio del mondo dipendesse dalla mia risposta eppure non so rispondere perché non lo so.

Non so cosa sia un radical e non so se, nel caso io lo sia.

Non ho idea di cosa intenda questo figlio di puttana pettinato e generalizzatore mentre l’isola affonda nel mare, sempre di più, ogni volta che lui dice radical.

Sono smarrita, alzo lo sguardo e vedo un uomo sui cinquanta che mi guarda da un terrazzino che ormai si regge solo su due mozziconi di ferro: piange come un bambino e grida verso di me “Digli di si, brutta stronza! Non lo vedi come sei vestita?!” ed il ragazzo cavalca l’onda disperata del tizio, schernendomi, dicendomi “Ma si che lo sarai, coi libri che mi hai detto di aver letto e la collana che c’hai. Allora?!”

Ma io resto immobile, non voglio cedere.

Ho paura ma non voglio piegarmi sotto la suola Nero Giardini di questo pazzo catalogatore.

Sento freddo, scoppiano i vetri e cadono tetti dappertutto, dietro di noi il vulcano inizia a scaricare lapilli, detriti, fumo, gas e la gente rimasta attorno a noi si accascia, soffoca tra spaventosi rantoli mentre il ragazzo appena conosciuto è ancora lì, perfetto e pettinato a ripetermi “Insomma, sei radical o no?!”

Sto perdendo i sensi ma non cederò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MORTE DEL CONSIGLIO ALTRUI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra le circostanze che mi rendono una donna fortunata, pur senza che io me ne accorga del tutto, c’è il fatto inconsueto di non avere necessità del consiglio altrui.

Mi dispererei all’idea di venir privata delle persone nelle quali ripongo fiducia, con le quali uso confidarmi; sarebbe doloroso non averle più accanto perché queste persone oggi mi restano accanto pur sapendo che poi, dopo il loro consiglio farò sempre e comunque come cazzo mi pare e piace; la loro opinione su fatti che mi riguardano mi trapassa con la stessa potenza di un alito di vento nel deserto, a mezzogiorno, lasciandomi indifferente dentro e fuori e questo fatto mi permette di amare sinceramente queste persone, a prescindere dall’opinione che hanno di me giacché essi sanno che per me, tale opinione andrà molto probabilmente tra i rifiuti organici.

L’indicazione affettuosa ad agire in un determinato modo, il consiglio spassionato di chi c’è già passato, la lungimiranza altrui offerta gratuitamente senza richiesta alcuna da parte mia m’infastidiscono quanto il volo di una mosca in piena faccia poiché tutto di me tende ed è proteso a far costantemente come cazzo crede.

Sono fortunata ad avere ancora la fedina penale pulita: vuol dire che la mia capacità di discernimento non è poi così male.

A pensarci meglio, la capacità professionale di dar retta solo a me stessa non nuoce la società ma solo a me stessa perché, non dando retta ai saggi che popolano il mondo, combino una dose massiccia di cazzate nella mia vita personale.

Ma si tratta comunque di cazzate homemade!

Ogni piccolo protone di una singola cazzata che compiamo scientemente è frutto di un nostro personale atto creativo mentre il consiglio altrui è un noioso prestampato a metà strada tra Osho e Lessico Amoroso.

Se vogliamo davvero far felice il prossimo mettiamoci a dieta dalle frasi che iniziano con “Secondo me…”, “Se fossi in te”.

Riponiamoci al nostro posto e nessuno si farà male, specialmente gli altri dietro nostro consiglio sbagliato.

 

Ps. Il disegno in copertina è colorato da me.

 

IL MESTIERE DEGLI SCARTAPACCHI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Nella mia vita passata ho avuto spesso a che fare con la pubblicità nelle sue sfumature più turpi ma sempre all’interno di contesti dove al pubblico era chiaro che si trattasse di messaggi pubblicitari.

Mica come oggi che aprono le scatole.

Quale ingerenza economica e psichica porta una persona di bell’aspetto e in apparente buona salute, a farsi mandare dei pacchi dalle aziende produttrici di cosmetici, prodotti per la casa e per la cura della persona (ma evidentemente non dal punto di vista neuro-psichiatrico) e a farne pubblicità facendosi riprendere da qualcuno con una telecamera mentre apre la porta al corriere come fosse il suo amato appena tornato dalla guerra e poi, perfettamente truccata, pettinata, a suo agio e leggera fluttua e volteggia nell’aria verso il divano ove si tufferà mantenendo la piega dei capelli impeccabile e gridando cose tipo “Eccolo!”, “Finalmente è arrivato!” oppure, se parliamo di un testimonial americano, visto che certi focolai di germi nascono sempre lì, nelle Americhe, gridando cose tipo “I’m so excited!”, “Here we are!” ed altre cose da fangoso entusiasmo infantile, da faccende tipo “Scarta la carta!”

E noi, povero pubblico, restiamo ipnotizzati a guardare ma non certo perché ci interessi il prodotto bensì perché ci comanda l’antica piaga della curiosità, di sapere come finirà e cosa ci sarà mai dentro a quel cazzo di pacco che si sta scartando.

Ed è a causa di questo nostro insano comportamento che è nato il mestiere di quelli che scartano i pacchi e, di conseguenza è aumentato il mestiere di coloro che i pacchi li incartano non aumentando però il di loro stipendio.

Persone talmente esauste che a Natale, se per caso non fossero di turno e dovessero trovarsi a passare davanti ad un albero coi regali belli ed incartati che attendono lì sotto, rischierebbero l’attacco di panico per la paura di doverli incartare di nuovo, una volta scartati.

Etichettati, imballati e consegnati.

Bisognerebbe contattare qualcuno di qualche brigata, un esperto in ordigni postali, in modo da far terminare questa corsa spensierata verso il divano.

Si potrebbe fare una convenzione con quelli che imballano i pacchi affinché il siero detox venga sostituito con un più congeniale idraulico liquido, a disgorgare la massa informe di scartatori oppure affinché lo spremiagrumi di ultima generazione salti in aria alla prima accensione come attentato contro il personal shopper.

PURTROPPO IL COACH

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

La dimostrazione di quanto l’istruzione al giorno d’oggi sia superflua è confermata dall’esistenza del coach.

Non c’è piccolo comune virtuoso che possa salvarsi e vantare, come fanno i comuni denuclearizzati, di non avere un coach all’interno del perimetro comunale.

Si tratta di un pericolo reale che ci riguarda tutti: a meno di cinque chilometri dal luogo in cui ci troviamo in questo momento, c’è un coach di sicuro.

Da qualche parte, là fuori c’è un trainer, un tutor, un esperto professionista nell’arte del vivere con successo che, anziché godere dei privilegi conseguenti al suo stato prestigioso, come, ad esempio del tempo libero che avrebbe per filosofare o semplicemente per godersi la propria superiorità, decide di mettersi al servizio degli altri, a pagamento.

Come fu bello il tempo in cui ci si poteva ancora arrangiare una vita fai-da-te, il tempo in cui si facevano cazzate che, tuttavia oggi si continuano a fare ma almeno un tempo le si poteva fare senza la consulenza del coach, senza un tutorial con un tizio somigliante ad un attore ma intelligente che ci dice cosa fare e come crederci mentre lo si fa.

Oggi sembra impossibile riuscire a sopravvivere senza le cinque pillole di verità del Guru, senza le tre C dell’amore, i quattro cardini dello stare in forma, i dieci comandamenti del bricolage, le sette bottiglie da stappare, le nove ricette da provare, le dodici bastonate da darsi per tonificare quel muscolo lì di cui non sapevamo l’esistenza ma si stava benone comunque.

Non bastasse già la sua versione base, il coach è diffuso nella più svariate versioni: c’è il coach sportivo, il tutor aziendale, quello universitario, c’è la fashion guru, il make-up master, l’archistar, c’è l’esperto di coppia, il tuo consulente d’impresa, l’amica dello shopping.

A malincuore, potremmo dire che c’è un coach che ci aspetta ad ogni angolo della vita.

Allora, organizziamoci per tempo, per quando arriveremo a quell’angolo della vita.

Organizziamoci ed aspettiamolo noi, il coach.

Anticipiamolo sul tempo e diciamogli che non c’è bisogno che inizi a parlare perché sappiamo già tutto.

Sappiamo già tutto di lui, di cosa abbia capito della vita sulle proprie spalle, sulla felicità, sul peso forma, sul trucco da star ed il rapporto perfetto, su come si faccia a raggiungere il Nirvana, sula giusta muscolatura addominale, l’aumento in busta paga, le magliette più trendy di questa stagione e, soprattutto, la stima in sé stessi.

Si, perché sappiamo bene che è proprio grazie alla stima in sé stesso che il coach ha raggiunto tutto, credendoci davvero, facendo squadra, team, clan ma anche pensando positivo, senza rimpianti, facendo i cinque esercizi tibetani ogni mattina, con coerenza, con soli dieci minuti al giorno, seguendo una dieta ricca di polifenoli, senza alcool e con uno yogurt a pranzo.

Diciamogli questo al coach in quell’angolo lì dove lo incontreremo: inondiamolo di massime, di aforismi e diciamogli che siamo venuti a saperlo senza il bisogno di vedere i suoi tutorial di merda o di partecipare ai suoi training perché sono almeno cinquant’anni che i suoi colleghi ci devastano i coglioni e ci fregano montagne di soldi con queste stesse stronzate.

Diciamogli quindi che, se davvero desidera farlo anche lui, i nostri soldi ed i nostri coglioni devastati se li dovrà davvero guadagnare ed anziché venderci i suoi miserabili dvd e le sue dispense sgrammaticate dovrà venire a vivere al nostro posto.

Diciamogli al coach che si trasferisca immediatamente a casa nostra e, se lo farà, manterremo le promesse e pagheremo perché ci sarà davvero stato utile: litigherà per noi con nostra madre, con l’amministratore di condominio, pagherà per noi le bollette insomma ci sostituirà in tutte le piccole, grandi beghe quotidiane.

Ma è altamente improbabile che il coach voglia farsi carico delle nostre problematiche e questo discorso dovrebbe bastare a farlo allontanare in pochi secondi dall’angolo in cui lo incontreremo.

Se però non fosse sufficiente avremo il permesso per dirgli di trovarsi un lavoro, che non si può mica fare un cazzo così, in maniera spregiudicata, che non c’ha mica più vent’anni e, a maggior ragione, se ha vent’anni, che cazzo di coaching vorrebbe fare?!

 

LETTERA AGLI ARCHEOLOGI

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Carissimi,

so perfettamente che la vostra categoria è oberata di impegni, dividendosi tra coloro che non troveranno mai lavoro ma seguitano a cercarlo mentre si dilaniano i maroni al call-center e coloro che invece il lavoro lo hanno trovato e lo conservano gelosamente servendosi di doppi turni e di straordinari non pagati; so tutto benissimo sulla vostra straordinaria, sottovalutata professione.

Ma quando sarete tristi ed affranti, devotissimi archeologi, quando la notte di una busta paga insufficiente e della panoramica di tanti siti archeologici divenuti depositi illegali d’immondizia sovrasterà il vostro buonumore, non vi abbattete.

Non vi affliggete, archeologi.

Pensate, piuttosto, ai vostri colleghi del futuro, allo scenario che troveranno i professionisti del vostro settore fra mille anni.

Non potrete non gioire dell’opportunità che vi è stata concessa, di operare la vostra professione durante gli ultimi tempi felici e di scoprire civiltà davvero meritevoli di essere scoperte.

Pensate a quei poveracci che, tra mille, duemila anni, scaveranno e troveranno i bastoni per farsi il selfie.

Pensate a quei miserabili che scaveranno per trovarsi in mano mutande in ecopelle col buco per lo sfintere, libri di cucina della Lambertucci o qualche disco di Giuseppa Gaetana Ferreri.

La buona notizia per voi non è soltanto quella che non troverete, nei vostri scavi, le migliaia di stronzate che vengono prodotte oggi ma che, ancora oggi e nonostante tale produzione, ci sia ancora qualcuno capace di apprezzare le scoperte ed i reperti che rinvenite oggigiorno.

La buona notizia che ha dell’incredibile è che c’è ancora qualcuno che da retta al vostro lavoro e che va alla domenica gratis nei musei, finché continua ad essere legale.

Dunque, carissimi e stimabili archeologi, a questo punto penso che la cosa migliore sia rivolgere un paio di righe ai vostri colleghi del prossimo, lontano, pesantissimo futuro, sperando che queste riescano ad arrivare alle loro mani, conservandosi nei secoli…

 

Stimabili archeologi del XXX secolo: scusate.

Abbiate pazienza, non siamo stati tutti dei coglioni.

La maggior parte di noi, in effetti, ha eccelso in tal senso ma sappiate che una piccola parte dell’umanità vissuta nel nostro millennio, ha provato in tutti i modi a resistere al declino e non ha mai coraggiosamente acquistato pullover da uomo color fucsia né fatto giammai uso di occhiali con le lenti specchiate da Righeira né tantomeno fatto consumo di crocchette prodotte con zampe e becchi di pollame nato morto.

Molti di noi non hanno mai apprezzato certa musica pop di merda, seguita da moltitudini di nostri contemporanei nonostante l’inequivocabile epiteto di “tormentone”.

Tanti noi hanno lottato per cercare di vietare la presenza in tv di personaggi come Malgioglio, qualora trovaste reperti del suo parrucchino e, infine, si è provato in tutti i modi ad eliminare dalla faccia della terra i braccialetti con le lettere del proprio nome in acciaio.

Abbiamo fatto ciò che abbiamo potuto, non disprezzateci tutti ma soprattutto, smettete di scavare.

Perché più si scava più si scende in basso.

Vi imploriamo, in nome della nostra memoria, non scavate! Non c’è un cazzo da trovare.

 

NON TUTTI I LADRI VENGONO PER NUOCERE

BRANDED PARODY CONTENT

Lo diceva Dario Fo ma è una legge applicabile in moltissimi contesti: il furto può essere una benedizione. Ecco il pezzo scritto per il centenario di Achille Castiglioni, in occasione della serata organizzata con la Fondazione Castiglioni, a Milano, durante il Salone del Design 2018, al quale siamo sopravvissuti.

***

L’etimologia del nome Achille, non è chiara.

Alcune fonti sostengono che il nome derivi dalla parola Akòs, dolore.

Altre dicono che venga da Làos, gente.

Che poi, nella maggior parte dei casi, le due cose sono collegate: la gente provoca un sacco di dolore.

Poi ci sono le fonti nutrizioniste, anche in campo etimologico, che sostengono la tesi secondo cui Achille vorrebbe significare nutrito senza latte, da kìlos, appunto, latte, con l’alfa privativo che, come al solito, contraddice qualsiasi cosa venga dopo di esso.

I greci erano un po’ così, ti facevano credere di essere dei tipi ottimisti: ti scrivevano un aggettivo perfetto, inconfondibile, positivo e poi, per dirti, mentre eri distratto, l’esatto contrario di questo, ci piazzavano davanti una piccola, minuscola ma potentissima A che dimostrasse il matematico contrario di ciò che era stato scritto.

E lo usiamo anche noi, eh, l’Alfa privativo.

Esempio: oggi sono una persona morale.

Domani potrei essere una persona a-morale.

Per servirci della matematica abbiamo rubato agli arabi e, per il lessico, abbiamo rubato tanto ai greci, noi, che facciamo quelli che hanno creato tutto ciò che c’è di figo, in giro e che, in quanto italiani, non vogliamo gli immigrati che contaminino la nostra razza pura.

Eppure il confine tra furto e contaminazione, l’operazione che arricchisce più di tutte, è un confine molto labile: l’arte, la cucina, l’agricoltura, l’architettura, l’ingegneria e tantissimi altri settori che cooperano alla fioritura dell’intelletto umano, hanno sempre rubato.

Rubato dalle altre culture, rubato una dall’altra.

Il design ha rubato più di Craxi ma, per fortuna, con risultati migliori per il nostro paese: il design ha rubato all’arte, alla filosofia, al cinema, alla meccanica, all’industria e ha lasciato che quest’ultima facesse altrettanto.

Achille Castiglioni è stato un ladro geniale perché ha rubato di qua e restituito di là: ha rubato ai dadaisti, alle lampade usate nelle fabbriche e sulle automobili ed ha restituito alle case, alle persone, al design industriale, l’ingrediente che mancava come l’acqua nel deserto: la gioia e la bellezza assemblata alle superfici di oggetti quotidiani, presenti da sempre ma nati già spenti e morti, nei posti di lavoro, negli appartamenti, negli studi tecnici.

Achille, ha dato a questi spazi e a quegli oggetti, qualcosa di simile alla linfa bianchiccia che fa brillare e respirare le piante.

Allora, anch’io, a mia volta, voglio rubare qualcosa ad Achille.

In realtà, ho preparato una lista di cose che voglio rubargli.

Prima di tutto, il desiderabilissimo Codice Bambino: la capacità di riattivare, attraverso le proprie opere e le proprie produzioni, la manine e lo stupore allegro del moccioso che siamo stati e, a partire da lì, ruberò anche tutto il senso di spensieratezza e le risate che riposano in pace, tra le pieghe nascoste del cervelletto del mio pubblico adulto per farlo tornare minorenne in età prescolare.

Poi ad Achille ruberò l’ironia che applicò al suo lavoro, in maniera così spontanea e unica, la predisposizione a non prendersi sul serio, a rendersi conto o a far credere al pubblico, che producesse lampadine e sgabelletti per cui c’era poco da fare i fighi perché è il pubblico che deve giudicare se un prodotto o un personaggio pubblico sia figo, non il contrario.

Voglio rubare ad Achille la disciplina, forse inconsapevole, della cosiddetta presa-a-bene, la tecnica di divertirsi mentre si lavora.

L’unico metodo professionale efficace: farsela prendere bene.

Mica ho finito, eh: a questo punto, riempio il sacco e a Castiglioni rubo anche la semplicità, intesa come ottimizzazione e pulizia ma anche intesa come cazzo di semplicità e punto.

Perché sono una femmina e ho tanto, tanto bisogno di semplicità.

Achille, abbi pazienza, se mi senti da lassù mentre organizzo la rapina ma tu, di semplicità e divertimento ne avevi da vendere quindi, adesso che sei morto e che i soldi non ti servono più, fattele rubare queste due cosine.

Divertimento e semplicità: il mix essenziale che ti ha permesso di creare oggetti senza tempo, liberi dalle fesserie delle mode di stagione, un mix per cui oggi vieni considerato talento, allo stato puro.

E poi, già che ci sono, visto che sono ancora viva e quindi i soldini mi vengono un filo utili, abbi pazienza, Achille, verrò anche a rubarti in casa.

E’ un furto in nome dell’arte, eh.

Ti rubo in casa, in Fondazione e al museo.

Ho sempre voluto lo sgabello Sella, per dondolare mentre scrivo, la poltrona Sanluca starebbe benissimo nel mio salottino di 2 mq.

E poi, già che ci sono, metto nel sacco nero anche la sedia allunaggio che fa tanto modernariato e poi l’abat-jour fatta col faro della macchina che fa tanto studio creativo!

Manca solo la borsetta di tua moglie, l’argenteria e abbiamo finito.

Achille, ti si potesse rubare anche l’anima, sai come si starebbe meglio all’università, al politecnico?

Hanno tolto la giacca elegante e si son messi il dolcevita nero ma non si sono inventati nient’altro che le file in segreteria.

Hanno eliminato il concetto di oggetto senza tempo per creare oggetti di cui ci si stanca dopo una settimana.

No, l’anima te la lascio, non te la frego quella, così puoi andare a tirare i piedi a sti stronzi.

Se serve una torcia, per trovarli nel buio della notte, dovresti riuscire ad organizzarti, anche da lassù.

EVOLUZIONE STILISTICA DEL GRAFICO

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Breve trattato pseudosociologico sull’evoluzione stilistica del Graphic-designer, proposto al GRAnde Festival 2018, a Castelfranco Veneto.

Non volendomi accanire sulle mansioni tecniche di un grafico e su quanto esse siano spesso discutibili, ho scelto di accanirmi sulla sua evoluzione stilistica; non quella riguardante i suoi lavori, bensì quella del suo proprio stile personale, del suo abbigliamento e del simpatico processo che accompagna la sua persona, sin dai tempi dello studio, non lasciandolo in pace, neanche quando e semmai, il suddetto grafico diventi una superstar.

Anzi.

Quando un ragazzo si iscrive ad un corso di grafica, inizia la propria metamorfosi: il giovane assume, non troppo lentamente, i connotati e le linee di un perfetto babbeo.

Del prototipo della sfiga.

Non sarà difficile riconoscere un giovane grafico ad una fermata della metro: basterà individuare il soggetto con più brufoli, nonostante abbia ampiamente superato i vent’anni e con maggior malinconia in volto.

Quel soggetto che, ostinato ed imperterrito, continui ad indossare abbigliamento simile a certo punk dismesso persino dai tossici o dalle vecchie groupies dei Ramones: quello, non potrete sbagliare, è il giovane studente di grafica.

Per fortuna o purtroppo, man mano che la carriera del giovane grafico prende piede, si avvierà un curioso processo di pulizia di tale disagio stilistico, attraverso il quale, il designer in questione entrerà, esattamente come certi pittori d’avanguardia, nel suo periodo nero.

E tutto in lui sarà nero.

Possiamo identificare il periodo nero di un grafico con il periodo della sua prima assunzione in un’agenzia e forse, la scelta di questo pantone, ha in sé qualcosa di profetico che sembra presagire la maledizione della carriera futura che lo attende.

Se tornaste alla fermata della metropolitana, non vi sarebbe più così facile, identificare il grafico, in mezzo alla gente, soprattutto se la fermata fosse a Milano durante la settimana del Salone o a Roma, fuori da uno dei tanti noviziati vaticani.

Infatti, tra un prete, un architetto ed un grafico in quella fase lì, la differenza è impercettibile, se non rivelata dai rispettivi conti in banca.

Il periodo nero è comunque uno dei momenti stilistici considerati, dai giovani grafici, più interessanti.

Man mano che il grafico acquisisce consapevolezza, capacità e autorevolezza nel proprio mestiere, il nero del suo abbigliamento si definisce meglio, assumendo toni, se possibile, ancor più scuri ma soprattutto si perfeziona la scelta dei capi e, budget permettendo, il total black inizia la sua implacabile marcia verso la griffe costosa nord-europea.

Dio solo sa perché il grafico scelga di acquistare una t-shirt nera firmata da un designer omosessuale a tremila euro anziché optare per una cazzo di maglietta nera dell’ Oviesse visto che, la differenza tra l’una e l’altra si trova solo tra le pieghe dei tormenti dell’anima di colui che la indosserà.

Una volta che il grafico riceve il miracolo di diventare un’eminenza, esso, proprio come un Dio, egli può tutto.

Si tratta di un vero e proprio miracolo inspiegabile poiché non si capisce in che modo, uno studio grafico riesca a meritare tale, assurdo successo, rispetto ad un altro studio analogo che lavori altrettanto bene ma consideriamo l’annosa motivazione del contatto giusto, come influente.

Nel momento in cui il grafico assume le sembianze di Dio, automaticamente perde la denominazione umiliante di grafico e acquisisce quella più congeniale di Art Director.

A quel punto gli viene conferito il leggendario paio di occhiali da vista, con la montatura strana e colorata.

Anche se ci vede benissimo, l’occhiale colorato segna il battesimo, l’iniziazione al gotha della grafica.

Dal momento in cui l’Art Director assume tutti i poteri e gli onori, qualsiasi fregnaccia esca dal suo studio verrà valutata alta gioielleria, arte pura.

Panchetti sorretti da gnomi, sedie in cristallo che causano ragadi dopo pochi secondi di seduta, tavoli con una sola gamba che bisogna usare, restando immobili per otto ore, in modo da mantenere gli oggetti in perfetto equilibrio.

Ma anche la progettazione premeditata di marchi osceni come quello di H&M o di Kraft insomma, qualsiasi porcheria grafica esca anche dalle fogne dell’agenzia del Guru Art sarà considerata compendio alla Bibbia e alla Costituzione (di un paese nord-europeo, però).

Inoltre, da quel momento inizierà il processo stilistico a ritroso e l’Art Director Guru potrà finalmente iniziarsi a vestirsi come più cazzo gli piaccia.

Da quel momento potranno riemergere in superficie, reminiscenze dal passato e il total-black potrà subire discutibili contaminazioni con gli antichi dettagli adoperati nel look di gioventù.

Lo vedrete quindi arrivare in agenzia vestito da rocker di seconda categoria o da lettore di fumetti manga; lo vedrete, per la prima volta, sicuro del suo stile invidiabile, anche mentre tutti scappano gridando.

Concludendo questo nostro accurato studio potremmo dire che, più aumenta il fatturato e la credibilità dell’Art guru, più quest’ultimo può permettersi di tornare ad essere ciò che è sempre stato: un pezzo disadattato, come tutti noi, d’altronde, nonostante il design.

 

 

 

 

IL VENTISEIESIMO GIORNO

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“Il ventiseiesimo giorno” ovvero “L’Ansia è il mio strumento di lavoro” è un pezzo scritto e interpretato in occasione del Creative Morning di Roma.

Tema del mese: l’ansia.

Io sono assediata dall’ansia e, se non bastasse, non ho accesso all’ansia in maniera graduale; non ho gli stati d’animo intermedi, convenzionali: voglia di fare, stanchezza e poi, eventualmente, ansia.

Io no.

Io ho voglia di fare e poi, a distanza di pochi secondi, ho direttamente l’ansia, senza passare per la stanchezza.

La mia voglia di fare è una burrasca di idee, telefonate e centinaia di mail, inviate a qualsiasi ora e tutto intorno a questa bufera, quasi fosse un’isola, c’è un mare di ansia.

E questo “tutt’intorno” occupa una bella fetta di tempo.

Tempo che potrei usare per fare un sacco di altre cose più utili, come lavorare.

Non potendo disfarmene, ho deciso di lavorare a stretto contatto con lei.

Quando ho in programma uno spettacolo, generalmente vengo a saperlo quasi sempre con un mese di anticipo.

I primi venticinque giorni, io me ne frego.

Tutto di me se ne frega, del fatto che abbia uno spettacolo da preparare.

E’ una pulsione stranissima.

Nei venticinque giorni, su trenta, che ho a disposizione per preparare lo spettacolo, io ho una voglia di fare incredibile.

Una voglia di fare tutto, tranne che di preparare il mio spettacolo.

E subisco questa circostanza odiandomi, mentre mi tengo impegnata in mille e più stronzate inutili, pur di sedare la mia voglia di fare: pulisco casa da cima a fondo, come un’invasata, come se aspettassi gli assistenti sociali, in visita per togliermi la potestà, butto giù le librerie, le spolvero come fossi un archeologo e cambio posizione a libri ed oggetti.

Lavo, cucino, annaffio le piante.

La casa brilla e io m’insulto.

Mi dico “Cazzo fai, cretina! Molla la scopa e vai a preparare lo spettacolo, che sennò fai una figura di merda!”

Ma il mio corpo non risponde.

E’ come se fosse ipnotizzato.

Perché non sono ancora trascorsi i venticinque giorni.

Perché non è ancora venuto il giorno ventisei.

Poi arriva.

Arriva il ventiseiesimo giorno, improvvisamente e, insieme a lui, arriva anche l’ansia.

Mi dico “Guarda che cazzo hai combinato, mariuola merdosissima, ci risiamo! Con tutto il tempo che hai avuto e blablabla…” eppure, io continuo imperterrita a non preparare il cazzo di spettacolo e a tergiversare.

Giorno ventisette.

A tre giorni dallo spettacolo, di voglia di prendere in mano il fottuto copione dello spettacolo, non v’è traccia.

Continuo, in compenso, a maledirmi e gli anatemi si fanno sempre più diffusi e pesanti.

Giorno ventotto.

Quasi svengo dall’ansia e mi accascio sui mobili, chiedendomi quale altro rincoglionito, a due giorni dallo spettacolo, riuscirebbe a non aprire il copione per mettere il concime alle piante grasse di casa.

Giorno ventinove.

Ormai non c’è più speranza: è tardi.

Lo spettacolo sarà l’indomani, la figura di merda si avvicina prepotente.

Meglio non pensarci e uscire.

Meglio andare in gita, respirare, ventilare le idee, cambiare aria, mangiare in quella trattoria che mi piace tanto e così, il giorno prima dello spettacolo mi trovate in giro, a cazzeggiare per boschi con una zuffa di voci in testa che litigano e si alternano e dicono “Guarda che sentiero meraviglioso!” e subito dopo “Miserabile fancazzista, domani sarai punita”.

Così, rientro a casa un po’contrariata e poi arriva il giorno dello spettacolo.

Figuriamoci se ho il tempo di sfogliare il copione, nel giorno di viaggio: è tutta un’odissea di treni e valigie e ritardi e vaffanculi, la trafila per arrivare nella città dello spettacolo, da dove abito.

Quindi arrivo, mangio, dormo e faccio tutto ciò col sibilo dell’ansia in sottofondo che dice “Ssssssstronza”.

Arrivo nel retropalco, sono carina, col vestito buono, microfonata e magnata dall’ansia, visto che, per un mese intero, non ho aperto il copione dello spettacolo che dovrò fare di lì, a cinque minuti.

Così, ogni volta, salgo sul palco dicendomi sempre la stessa frase, la stessa frase che mi dicevo nel tragitto che andava dal banco alla lavagna: dico, “Bene, brutta stronza, adesso ce la dobbiamo cavare in qualche modo, non è vero?! Ma tu guarda se devi mettere a disagio perfino me, l’ansia! Adesso vediamo che t’inventi per salvarci da questa figura di merda. Vediamo che diamine gli dici a questi..”

Così saliamo sul palco, sempre sole, io e lei: me e una tripla, carpiata ansia in picchiata libera.

E ce la caviamo sempre.

Perché so che il problema non è l’ansia per lo spettacolo, ma il momento in cui bisognerà farselo pagare, lo spettacolo, tra novanta giorni.

E’ lì che deve venire l’ansia e glielo dico sempre a lei ma non capisce.

L’ansia non le capisce le ansie dell’Italia. E’ internazionale.

 

 

DIAGNOSI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Come si chiama la malattia che prende quelli che comprano le Superga con la doppia suola?

Che malattia è quella che hanno i vegetariani che mangiano pesce?

Com’è che si chiama quel virus che attacca le persone quando si trattengono più di due secondi su Canale 5?

Che malattia hanno quelli che rubano gli accendini?

E quella degli attori famosi quando arrivano a fare le pubblicità delle merendine?

Da cosa precisamente sono affetti quei tipi che si fanno tatuare un bacio col rossetto sul collo?

Come si trasmette il virus di quelli che chiedono di parlare con un responsabile quando non la carta di credito gli rifiuta la transazione?

E’ contagiosa la malattia di quelli che suonano dopo un quarto di secondo che il semaforo è diventato verde? Si passa?

Come si chiama la malattia di quelli che ascoltano la partita chiusi in macchina, in un parcheggio?

Che malattia è quella che affligge le persone che inviano più di quattro emoticon in un sms?

Di cosa sono ammalate le persone che votano il meno peggio?

NON SONO PRONTA PER IL FUTURO DIGITALE

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Pezzo scritto per AFTER FESTIVAL – Futuri Digitali

Modena, 1 Ottobre 2017

Com’era la vita prima del digitale? Come facevamo a geo-refenziarci e a condividere? È proprio vero che oggi siamo diversi da prima? Ed è proprio vero che il digitale ci fa essere migliori, più capaci, più performanti, più tutto?

***

Visto che in questi giorni di Festival avrete innumerevoli possibilità di capire come il digitale ha migliorato la nostra vita, ho pensato di darvi qualche veloce spunto su come il digitale abbia rovinato la mia di vita.

Sono convinta che i futuri digitali vi copriranno di vantaggi e progressi ma sappiate che io me ne starò qui a guardarvi, incazzata e malmostosa, combattendo contro certi strumenti invadenti e imbarazzanti, che vado ora ad elencarvi, prima che arrivi il servizio d’ordine del festival:

Prima di tutto mi sfogo con voi riguardo le basi, i rudimenti delle tecnologie.

Il telefonino.

Mi vergogno a chiamarlo così ma non ho mai iniziato a chiamarlo smartphone perché, secondo me, da quando gli abbonamenti telefonici dilapidano il mio conto in banca da sempre, a prescindere dalla compagnia, l oggetto di smart non ha un bel cazzo.

Se avessi risparmiato tutti i soldi delle bollette del telefonino, oggi sarei arrivata qui con la Jaguar coi sedili in pelle di giamaicano.

Invece sono arrivata coi punti della cartafreccia.

Inoltre non so come si chiami quella malattia per cui, se sono con gli amici o ad una riunione e qualcuno, ad un certo punto tira fuori per sbaglio il proprio telefonino, per una qualche sconosciuta legge gravitazionale, la mia mano inizia a muoversi verso la tasca della giacca e, senza che io possa oppormi a questa reazione che proviene dal mio corpo posseduto, devo per forza tirar fuori anche io, il mio telefonino.

Anche se non ci devo fare un cazzo, anche se nessuno mi scrive o chiama da una settimana, io devo prendere l’oggetto telefonico e sentire che ce l’ho, che ce l’ho anche io quel bene di lusso lì e inizio a smanettarci in maniera compulsiva e ad aggiornare le notifiche con la faccia impegnata.

A volte sbuffo per fare quella oberata dai contatti.

E poi il telefonino è un oggetto invadente e promiscuo ai limiti della legalità.

La sera riposa sul comodino accanto al mio letto a spiare cosa leggo, che musica ascolto, che fidanzato ho per le mani.

Se ne sta lì, con la sveglia a lancette che lo guarda in cagnesco sapendo che prima o poi mi deciderò a venderla al mercatino dell’usato perché a che cazzo mi serve la sveglia a lancette ormai, se ho il mio telefonino.

E poi in bagno.

Ho una pila di libri intellettuali e di giornali di arredamento che sono lì oramai solo per far scena con gli ospiti perché sulla tazza mi distruggo di social.

Sono solo io a sentirmi a disagio quando se apro un social mentre sono sul cesso?

Voi che siete esperti, lo saprete se esiste o no una app che ti spia mentre sei alla toilette e vede benissimo che non stai leggendo i giornali di design ma sei su twitter.

Sono ossessionata dal dubbio che qualcuno dal facebook faccia un post taggandomi, scrivendo cose tipo “Arianna, non vergognarti e fai check-in sul cesso che ti vedo, con la mia nuova app discovering-wc ”.

Mi sento così violata.

Con tutto l’impegno che applico quotidianamente per far credere ai miei contatti quanto sia figa, con un solo post i miei follower verrebbero a conoscenza del fatto che anche io defechi.

Andiamo oltre perché esiste un mare di tecnologie che mi rovinano la vita:

Le automobili automatiche, che non ho mai saputo guidare e che fanno mormorare alla gente dietro di me “Lo sapevo che era una donna a creare la fila” mentre io son lì, a capire che stracazzo voglia dire N.

Le videoconferenze: non sono adatta.

Passo tutto il tempo della call a controllare che effetto faccio in video, mi vengono i tic nervosi da insicurezza cronica, inizio a toccarmi i capelli, mi asciugo la fronte unta di crema e poi controllo la scenografia di casa mia che la gente vede dall’altra parte della camera, mi alzo per spostare lo stendipanni o la fila di bottiglie di birra vuote della sera prima, che non sta bene e così non sento mai un cazzo della call e risulto una perfetta inetta.

Poi, andiamo in ambito medico:

La macchinetta per la voce dei muti, il cosiddetto laringofono:

un’invenzione tecnologica straordinaria per permettere a chi ha perso le corde vocali di poter parlare.

Purtroppo però le tecnologie non hanno ancora dato la giusta evoluzione a questo strumento, che è rimasto un riproduttore di suoni artificiosi da Commodor64, con una sola tonalità di corda vocale a disposizione che mi mette a disagio perché non capisco mai cosa diamine dicano questi vecchietti e allora provo a improvvisare risposte per non offenderli ma chiaramente uno si offende per forza se, dopo avermi chiesto dove sia Piazza Grande e io gli rispondo che non sono sua nipote e che forse si è confuso.

Infine, per non tediarvi e terminare un elenco che in realtà non avrebbe fine, mi sfogo con voialtri citando Siri.

A proposito di laringofono.

Com’era bello quando Siri era alla sua prima, rudimentale versione.

Mi divertivo a dirle Vaffanculo e lei mi rispondeva “Non credo tu abbia una App chiamata vaffanculo ma se vuoi posso provare a cercarla sull’App store”.

Oggi la versione 2.0 di Siri è inquietante: le dico Vaffanculo e mi risponde “Non credo di meritare questo trattamento”.

Guardate che se le tecnologie ci tolgono l’umorismo, è finita per l’umanità.

Voi continuate pure a divertirvi con le tecnologie ma sappiate che c’è gente che soffre per non riuscire a stare al passo coi tempi, con gli aggiornamenti del software.

C’è gente come me, piena di complessi, nata nell’epoca sbagliata, che la tecnologia non ce l’ha nel sangue, non ce l’ha nel dna e non c’è niente da fare.

E non provate ad uscirvene anche con un vaccino per indurre la tecnologia, che ne abbiamo abbastanza.

 

https://www.afterfestival.it/

 

LA NUOVA MONETA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho scoperto che in giro c’è una nuova moneta.

Una nuova valuta, fresca fresca di conio*.

E’ internazionale anche se, ho scoperto che è utilizzata prevalentemente in Italia.

Un altro primato da aggiungere ai tantissimi del nostro amato Made in Italy.

Procacciarsi questa moneta è semplicissimo e mi dicono che equivalga, pari pari, a tutte le altre monete in circolazione.

Anzi, c’è chi sostiene che valga molto di più!

Una nuova moneta!

Non ditemi che non la conoscete?

Si chiama Visibilità.

Pare sia un metodo di pagamento all’avanguardia e che ormai la usano tutti, più di paypal!

Allora, voglio iniziare anch’io ad usarla ma, non vi nego che devo ancora capire bene come funzioni.

Si, perchè, qualche giorno fa sono andata al supermercato e non vi dico con che gioia ho caricato ben due carrelli della spesa!

Li ho riempiti di tutte le delizie gastronomiche possibili e non mi sembrava vero!

Mi sono quasi ammazzata, trasportando i due carrelli carichi come quelli di una miniera!

Ebbene, arrivo alla cassa e resto a guardare incantata tutte le meraviglie che scorrono sul tapis roulant del supermercato.

Poi, quando arriva il momento di fare la spesa, io faccio la figa e dico che non pago nè in contanti nè con la carta: dico che pago in visibilità.

La cassiera, che forse è un pò ignorante e non sa come va il mondo, mi manda affanculo.

Mi dice di togliermi di mezzo perchè, dice, se non viene la polizia a riempirmi di manganellate, senz’altro lo farà il suo collega, quando saprà di dover rimettere al loro posto, tutte le cose che ho pensato di comprare.

Immaginatevi il mio imbarazzo.

Sono confusa.

Spiegatemi voi come si usa ‘sta visibilità perché c’è un sacco di gente che vuole pagarmi così, ma allora perchè io non posso farci la spesa al supermercato?

Dico, se questa moneta è così utile perchè non posso pagarci la parcella al commercialista e perchè il dentista mi ha riso in faccia quando hli ho detto che lo avrei pagato in visibilità e che avrei parlato del suo studio a tutti i miei amici?!

Mi avevano detto che è un metodo di retribuzione versatile e leggero, che porta fortuna e un sacco di clienti nel proprio mestiere: allora, perchè non posso pagare il pieno di gasolio al gippone, dal benzinaio?

Sento come un brivido dietro la schiena.

Ho una fitta alle tempie.

Non ditemi che stanno cercando di incularci, con questa storia della visibilità.

*Che poi, la parola coño in spagnolo è una brutta parola, dovevamo capirlo subito, vista l’assonanza con conio.

 

OPINIONISMO

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Signora buongiorno, la chiamo dalla redazione del programma “Stretti e Costretti”, contenta?!

Signora, siamo la tv, non so se mi spiego.

Ci ha attesi per anni e finalmente eccoci qui.

Sa benissimo che non capita tutti i giorni di essere contattati dalla tv nazionale, vero?

No, è che non la sento adeguatamente stupita quindi l’avviso subito: si stupisca appena possibile perché il nostro direttore di rete ci tiene e quando non c’è stupore da parte dei fortunatissimi ospiti che contattiamo, ci fa andare altrove a cercare, capisce?

Dove non c’è gratitudine e reverenza ci dicono di non indugiare e riagganciare.

Ad ogni modo la chiamo perché amici di amici ci hanno fatto il suo nome.

Sa, noi della tv, del cinema e della politica lavoriamo come i poliziotti: su segnalazione.

Insomma, abbiamo avuto la segnalazione che lei sia il tipo giusto per noi.

Non sto nella pelle, devo dirglielo: lei sarà la nostra nuova opinionista.

Come sarebbe a dire che non sa cosa sia un’opinionista?!

L’opinionista ha un ruolo fondamentale, oggi: è l’influencer del pubblico, del nostro target, della plebe comune, capisce?!

Lei sarà con noi per tutte le puntate, avrà una sua poltrona in pelle bianca laccata, verrà truccata, pettinata e sarà in diretta con noi a dire tutto quello che vuole.

Si, si: niente censure, potrà parlare di tutto quello che vuole.

Tranne che di politica perché non è un programma di politica.

Evitiamo anche di parlare di problematiche sociali perché intristiamo il pubblico e non si parla di pessima programmazione perché non vorrà mica parlar male della rete che la ospita?!

Per il resto il nostro programma ha un sacco di argomenti interessanti: amori estivi dei famosi, anziane sole e povere che raccontano le loro ricette, servizi golosissimi sui must have della stagione.

Qui, ampio spazio di opinione, strizzando un po’ l’occhio a quelli che sono i nostri partner commerciali.

E poi ci sono gli ospiti di puntata che racconteranno le loro storie, ovviamente storie sono inventate perché comunque, ciccia, questa è la televisione.

E comunque gli ospiti sono gente vera, eh.

Si, l’ho chiamata ciccia perché comunque questa è la televisione.

Dunque l’opinionista non ha un vero e proprio cachet perché noi abbiamo una convinzione etica: pensiamo che le opinioni non debbano essere pagate e contiamo su un ritorno mediatico incredibile e poi tantissima gente normale sogna di fare opinionismo quindi perché pagarvi?

In Italia i sogni ve li facciamo pagare, semmai.

Come non vuol venire? Vaffanculo a chi, a me? Come osa?

Non lavorerà mai più, lo dirò al mio direttore di rete.

Il nostro claim è: siamo in pochi a comandare, gliela faremo pagare.

Passi una buona giornata e si ricordi che ha perso un’occasione.

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INVOLUZIONE FOTOGRAFICA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Nei primi anni dell’Ottocento il ceramista inglese Thomas Wedgwood sperimentò l’utilizzo del nitrato d’argento, prima rivestendone l’interno di recipienti, poi immergendovi dei fogli di carta o di cuoio ed esponendoli alla luce dopo avervi deposto degli oggetti all’interno.

Si accorse che dove la luce colpiva il foglio, la sostanza si anneriva mentre rimaneva chiara nelle zone coperte dagli oggetti:

Wedgwood aveva scoperto una specie di primordiale tecnica fotografica.

Wedgwood è il bisnonno della fotografia.

Ma per fortuna è morto.

Perché certe cose, a volte è meglio non vederle.

Meglio morire piuttosto.

Così Wedgwood si evita il mal di fegato dall’incazzatura di vedere un’arte così pregiata come la fotografia, dequalificata nelle nostre mani sceme.

Da morti non ci si può incazzare quindi abbiamo risparmiato un paio di crampi e di bile tracimata a Wedgwood e a tanti altri maestri che non possono vederci mentre ci facciamo il selfie in bagno e poi li cancelliamo per rifarlo e poi ancora e ancora fin quando non facciamo indigestione della nostra faccia, che poveretta non vorrebbe appartenerci perché si vergogna.

Non nei miei incubi ma nella peggiore delle realtà, vedo donne rispettabili fermarmi per strada e chiedermi di scattare loro mitragliate di foto che poi smisteranno comodamente a casa, in pallet da centoventi click dai quali dovranno selezionare con non poche difficoltà La Foto da pubblicare sul social: quella con la classica espressione da calendario del gommista, quella col chiuaua in braccio, quella col fidanzato che bacia la guancia oppure quella col monumento dentro al quale tengono il tacco conficcato.

Poi si finalizza il santino con qualche filtro che patina la pelle che vorrebbe tanto restare umana ma non può permetterselo perché siamo in rete.

Infine le donne rispettabili scriveranno nella piccola leggenda della foto, qualora fosse necessaria didascalia, frasi o parole che toglieranno loro dignità in maniera imperitura come #SICAMBIA #NEWLOOK #PICOFTHEDAY #MESOFATTALAFRANGIA #SONOUNAPOVERETTAIUTATEMI

Non nei miei incubi ma nella peggiore delle realtà, vedo amici cari avvocati, giornalisti e medici farsi gli autoscatti in hotel, a petto nudo con la schiuma da barba in faccia, anche se hanno il rasoio in valigia, incuranti di avere nell’inquadratura il gabinetto con la tavoletta alzata, alle spalle.

Incuranti di come il loro attestato di laurea s’irrigidisca al muro del loro ufficio, all’idea che il Dottore certe cose non se le tenga per sé ma le utilizzi per proporsi sulle app di appuntamenti, accanto a un testo pubblicitario simile a quello che si scrive per vendere lo scooter.

Man Ray questi professionisti li avrebbe presi a calci nel culo e poi si sarebbe pulito la punta dei mocassini sull’erba.

Newton avrebbe preso le sue amiche dipendenti dall’autoscatto e avrebbe fatto passare loro alcuni, indimenticabili e bruttissimi minuti.

Perché passi la nuova pettinatura, il vestito del matrimonio, l’anello di fidanzamento, passi la città d’arte, il cagnolino e passino perfino le parole inquietanti associate alla foto col cancelletto.

Ma quella faccia da cazzo, no.

Quelle labbra che riproducono il buco di un sedere, quelli sguardi dal basso che manco John Wayne, quelle pose plastiche in contesti discutibili possiamo anche accettarli come fotografie di un’epoca in decadenza, come la nostra.

Ma quelle facce, no.

Quelle facce bisogna punirle.

Sono facce colpevoli.

Facce che, invece di mettersi con l’occhio dietro all’obiettivo a danzare con la creatività, l’occhio se lo truccano con le polverine colorate, disegnandosi saette in faccia per commemorare David Bowie ma David Bowie non vorrebbe essere commemorato da quelle facce. 

Perché dietro a una faccia c’è sempre una persona e certe facce non sono belle.

Facce che si truccano e si fotografano per commemorare le vittime di un attentato, per dichiarare che partecipano alla giornata mondiale dell’orgoglio gay o a quella della lotta contro l’HIV o ancora a quella contro il cancro, come se la ricerca contro il cancro se ne facesse qualcosa della loro faccia da cazzo fotografata sul facebook.

Come se i gay, i francesi morti e i siriani avessero bisogno della foto del profilo di uno stronzo qualsiasi che lotta dal divano di casa sua, a gambe accavallate con le dita in posa da vittoria e il cancelletto dietro i suoi discorsi.

Ci mettono la faccia nel vero e triste senso della parola.

Ci mettono la loro faccia truccata per stare coi palestinesi, col presidente dell’Ecuador, coi terremotati.

Stanno con gli indiani d’America, con le donne, coi cubani e coi bambini maltrattati e dimostrano il loro coinvolgimento attivo attraverso l’incredibile apporto che danno a questa rivoluzione: un selfie in bikini a Formentera con un je suis scritto accanto.

Je suis Charlie, je suis London, je suis Ilva, Je suis Syria, je suis poraccio.

Je suis Man Ray e ti rompo le ginocchia.

Ti piglio lo smartphone e te lo mastico fin quando non ne resta un pezzo sano.

Esci dal cesso e vatti a fare la tua rivoluzione, che la fotografia è nata per supportare l’evoluzione dell’umanità non la tua involuzione.

PIAGHE

piaghe, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Piaga
[pià-ga] s.f. (pl. -ghe)

  • 1 Lesione della cute o di una mucosa, con perdita di pus o di siero e difficoltà di cicatrizzazione; estens. ferita, lacerazione, taglio: avere le p. ai piedi, alle mani
  • 2 fig. Dolore dell’animo, pena, tormento || mettere il dito nella, sulla p., toccare un argomento delicato, che rinnova la sofferenza di qlcu.; anche, mostrare con chiarezza dove sta il nocciolo di un problema
  • 3 fig. Problema sociale grave e diffuso: la p. dell’alcolismo, della corruzione

per brochure

Da quando ho intrapreso il mio percorso di scrittura comica, l’intento è sempre stato sociale e mi fa ridere dirlo nei confronti di racconti umoristici, ma sentivo e sento l’urgenza missionaria di identificare e condannare abitudini, mode e tendenze di costume che stanno dissanguando il nostro libero arbitrio intellettuale, omologando la nostra identità e mortificando le poche altezze rimaste del genere umano.

Quando ho incontrato la biro partigiana e il lavoro che Steve Magnani porta avanti grazie ad essa, ho capito che il tempo storico per associarsi e dichiarare dissenso è ancora attualissimo e, per quanto riguarda gli artisti, anche doveroso e necessario, esattamente come accadde in tempi migliori, coi più noti movimenti artistici e letterari.

Quali sono le Piaghe della nostra epoca? I castighi che anzichè divini ora sono squisitamente auto-inflitti dall’uomo?

Sono piccole cose, niente di grave. O forse si.
Sono messaggi subliminali spacciati per avveniristici, pensieri morali che non puoi contraddire altrimenti sei bigotto.
Sono negozi dove sei ipnotizzato e telecomandato a comprare senza scelta personale, tendenze o professioni che l’universo ha decretato essere cool e tu non puoi dissentire.

Sono stili di vita ai quali, se vuoi essere accettato, non puoi sottrarti.
Queste tendenze inaridiscono, frustrano, immiseriscono il nostro genere e mentre il mondo le chiama, appunto, tendenze, io e Steve Magnani sentiamo una vocina nello stomaco che ci dice che no, che sono problemi sociali,  sono Piaghe.

Così è partita la nostra ricerca, uno studio delle piaghe contemporanee, una caccia alle streghe del nostro secolo scherzosa ma serissima perchè l’espediente della risata per dire qualcosa di importante sarà anche vecchio come il mondo ma è sempre performante.

Il termine “Piaghe” ha sapore biblico perciò anche i miei testi comici e le immagini di Steve hanno molte analogie con certe omelie protestanti.
E senza dubbio si tratta di protesta: una rivolta sociale, all’intrattenimento e ai suoi temi scritti per far dimenticare anzichè pensare.
La comicità oggi non sa più dove andare a pescare lo scandalo perchè il pubblico è abituato a tutto.

I cliches tipici del cabaret puzzano di muffa.
Gli stand-up comedian parlano di pompini, nani e assorbenti cercando negli occhi del parterre meraviglia e stupore.
Io e Steve pensiamo che la piaga contemporanea peggiore sia pensare che sia tutto lecito e che il cattivo gusto non esista.
Anche per questo siamo alla ricerca di eleganza espositiva, finezza nella proposta grafica esercizio di recupero grammaticale in un’epoca in cui scriviamo “perkè”, parolacce e soggetti spregevoli che si confondano con concetti moralmente elevati.

Rinunciamo a qualsiasi grido o altro espediente sguaiato, critichiamo le mode contemporanee utilizzate senza cognizione, abbiamo il desiderio erotico di proporre una comicità che non sappiamo bene se sia satira, stand-up comedy, cabaret o se necessiti di catalogazioni ma che senz’altro faccia nascere nel pubblico il sorriso di chi sta facendo funzionare a regime l’organo più affascinante che abbiamo: il cervello.

Piaghe è un contenitore con dentro un sacco di cose arrabbiate: un libro, uno spettacolo teatrale, un canale di contenuti video con cui porteremo avanti la nostra ricerca missionaria. Coming Soon insomma. Si dice così?

https://mrkillblog.wordpress.com/

https://madamepipi.wordpress.com/

 

 

IL MENU’ DI UNA VOLTA

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Il menù di una volta, un pezzo dedicato agli artisti delle carte dei ristoranti che, ancor più dei giornalisti e di certe pubblicità, sono in grado di vendere il nulla presentandolo come fosse tutto e facendolo pagare talmente tanto che rischia davvero di essere il menù di una volta, intesa come prima e ultima.

I

Avete già visto qualcosa sulla carta?

Vorrei suggerirvi anche i piatti del giorno, se non vi spiace.

Le proposte che il nostro chef consiglia dalle cucine dal nostro gourmet bistrot.

Le sfiziosità del giorno, le delizie dell’oste, il fuori-menù degli angeli, i piatti del tantra.

Questa sera abbiamo:

increspature di timpano di tacchino portoricano destrutturate a bagno nel liquido amniotico di figlio di Riky Martin, servite su letto di erba gatta al vapore.

Oppure, per i tipi più esigenti, abbiamo:

rigurgito di pianta carnivora in pastella al profumo di rosa del deserto, servito con suggestione di seitan arrotolato nelle ceneri di Gheddafi.

 

II

Il nostro chef ovviamente, si prende anche cura dei palati vegani, per i quali ha immaginato delle proposte che fondano in perfetto equilibrio le energie dei chakra e lo spirito dei nostri padri.

Abbiamo: aria di zenzero sofisticata in vetro soffiato con bacche di goji dipinte a mano in guazzetto di saggio nativo di Calcutta morto in luna piena.

Altrimenti, qualcosa di più sostanzioso: libertà di topinambur all’agro pontino shakerato con pensiero di germogli di asparago selvaggio al metadone proposto in nido di alghe del mar morto con schizzo di mirtilli neri e avvolti in fogli di cabala autografati da Madonna.

 

III

Se non siete ancora pieni e vi avanza uno spazietto per il dolce, non perdetevi l’occasione unica di assaggiare le nostre proposte di oggi: latte di unicorno in riduzione di Kiss me Licia accompagnato da biscotti al dente di neonato ariano.

Oppure il nostro cavallo di battaglia: semifreddo di food blogger ridotto in polvere guarnito con scaglie della sua inutile tastiera del laptop e servito con granella di forfora di giudice di cooking show acquistata all’asta in lotti da dieci chili, ogni mese.

Arriva fresca.

 

IV

Sono cinquecentocinquanta euro, vini esclusi, serve la ricevuta?

GESTO CORAGGIOSO CULINARIO N°5

BRANDED PARODY CONTENT, MADAME GURME', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Devo trovare il coraggio.

Devo farmi forza.

E concentrare tutte le energie che mi restano e dire a tutti che io…io non ho mai visto un cooking show.

E la cucina fusion mi fa ridere.

Cioè, non è che mi fa ridere…è che non la conosco.

Non ditelo in giro, vi prego!

Ma io non sono d’accordo al germoglio di soia saltato con lo gnocco pugliese e uno spruzzo di salsa kosher.

Che bordello, preferisco qualcosa di più semplice, di più discreto.

La potenza di una buona pastasciutta, ecco.

Devo raccogliere le forze e dire al mondo che non ho mai letto i libri di Benedetta Parodi e sostengo non possano essere classificati come libri.

La prossima volta che mi siedo a cena con gli amici giuro che anziché guardare la carta dei vini con pollice e indice sotto il mento, lo dico che non m’intendo un cazzo di vini biodinamici.

Non si può continuare così.

Mi vergogno.

Mi vergogno tanto ma non si può continuare così e devo dirlo.

E’ una sfida che ho con me stessa, ormai.

Lo dirò a tutti che quella storia del foodporn, io non l’ho mai capita.

Perché scrivere foodporn su instagram?

Hai postato la foto di una zuppa, cosa c’è di porno?

Con l’occasione se mi girano, dirò anche che non ho mai visto Masterchef, d’accordo?

Ignoro chi abbia vinto X-Factor quest’anno e la trasmissione mi repelle.

Come mi ripugnano tutti quei signori superstar della forchetta, coi pantaloni di pelle e la pettinatura alla Morgan, strapagati per insultare i concorrenti che cucinano.

Ospitati alle degustazioni, alle feste, sui furgoni delle mozzarelle, nei maxischermi dei ristoranti, per dire la loro e pendere dalla loro lingua manco fossero i vice di Gesù, gli assistenti personali di Sai Baba.

C’è qualcosa di molto rischioso che devo trovare il coraggio di ammettere al pianeta.

Qualcosa per cui tutti al corso di martedì mi schiferanno: io di pasta madre non ne so un cazzo.

E se non riuscirò più a controllarmi dirò a tutti che la cucina macrobiotica mi risulta indigesta.

E a proposito di cucina, dovrò ammettere anche che si, è capitato anche quello.

E’ successo che sono andata al ristorante di quello stellato, lassù al ventesimo piano dell’hotel.

E forse è per questo che gli chef so stellati..

E, insomma ho avuto tanta ma tanta voglia di gridare “Scusate! Ho fame! Rivoglio i soldi, per cortesia.

Il mio stomaco non se ne fa nulla di questa aria di cuore di pollo con introspezione di timo e riduzione di avocado cubano.

HO FAME!

Non me ne faccio nulla della tua spuma di mandorla, zio!

Mi hai rubato 500 euro, damme da magnà!”

E’ mio diritto gridare che ho fame, sono il cliente!!!

E il cliente ha sempre ragione, anche di fronte al cuoco famoso.

O no?!

Visto che sono in vena devo confessarvi anche questo altrimenti mi viene un brutto mal di stomaco: non ho mai assaggiato il negroni sbagliato in vita mia.

Poi: non so cosa penserà la gente di me però è giusto che tutti sappiano che il sushi non è mi ha mai fatto impazzire.

Devo solo trovare il coraggio di dirlo.

Voglio essere libera di dire a tutti che una volta ho messo il like sulla pagina del Panino Giusto ma poi l’ho subito tolto per paura di ritorsioni dei miei amici che mangiano solo da Eataly, alla Pergola, al Gourmet Bistrot, alla mensa dei reali di Montecarlo.

Mi sento già sola come un cane al pensiero di doverlo fare ma devo trovare la forza di ammettere al mondo tutto che anche se non mangio zenzero, io sto benissimo.

E, a proposito di benessere, la centrifuga che Beyonce beve tutti i giorni, di barbabietola e cenere mi ha fatto star male con lo stomaco nonostante il suo potente potere detox.

Prenderò fiato e dirò che non mi è necessaria nessuna delle cose che dovrei apprezzare per forza.

Nessuna di quelle cose che “Ma non lo conosci?!”, “Ma dici sul serio? Davvero non lo hai mai assaggiato/non lo sai cucinare/mai sentito parlarne/non ci hai mai mangiato?”

NO!

Va bene?

Devo trovare la forza di ammettere che coi millecinquecento euro che risparmio al ristorante del super Chef, ci vivo due mesi da regina in Thailandia.

So gusti, no?

Devo trovare la forza di ammettere che mi piace cucinare ma la mia specialità è scongelare.

Lo farò, eccome se lo farò

 

DI CHE TI OCCUPI TU?

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Di che ti occupi tu?!

Io mi occupo di design, di visual merchandising, di personal shopping.

Io sono un buyer, un copy, un art, un human resourcer, un digital enterpriser e tu? Di che ti occupi tu?

Dai, coraggio!

Non essere timido.

Fammi sentire l’odore del tuo mestiere umile di merda.

Fammi sentire l’aria di poraccitudine che ti avvolge.

Non ti vergognare con me, eh!

Se fai l’impiegato poi, mica è colpa tua.

Se lavori in un negozio mica c’è niente di male.

Puoi dirmelo, eh.

Guarda che io sono un tipo smart, open, sono multi-tasking, cool hunter, son videomaker.

No, non sono solo regista: il videomaker è uno che fa operatore, regista, montatore e attore, tutto insieme contemporaneamente, al prezzo di un attore di teatro, per le grandi televisioni, le grandi aziende.

Mi faccio sfruttare dici?

Forse ma posso dire che faccio cinema, capisci?!

Posso dire che faccio fotografia, sceneggiatura, acting, tv production.

Non sempre mi pagano ma ho il grande plus rispetto a te, di poter dire che faccio entertainment, mica la guardia giurata, la commessa, l’operaio, il low-profile.

Insomma, di che ti occupi tu?

Io sono light-designer, sono stylist, sono mainstream che non vuol dì un cazzo ma tanto tu, che ne sai?

Che ne sai tu di business e di creativity?!

Di che ti occupi tu, insomma?!

Dimmelo, dai! Non vergognarti.

Non lo dico a nessuno se c’hai la busta paga e timbri il cartellino, dai.

Fammi sentire il tanfo della tua scrivania Ikea, dai.

Non lo dico a nessuno, ti dico.

Stai tranquillo, saperlo serve solo al mio ego titanico, al mio state of mind.

Che mi frega poi a me che vivo nel loft, faccio chi-cong, compro da whole-food e mi vesto Galliano?!

Che mi frega realmente di te, che tanto io faccio crowdfunding, mi alleno alla Virgin e ascolto electro-punk jumping?!

Di che ti occupi tu, porca malora?!

Dimmelo, cazzo.

Fammi sentire le vibrazioni della tua pessima normalità.

Dai!

Come?! Mio padre?!

Mio padre lavora in banca, poveretto.

Andrà in pensione quando potrà.

La vita è così, le vecchie generazioni, hai presente?!

In banca, si.

Altrimenti come potrebbe permettersi il luxury di una figlia stylish che fa design, frequenta vinery e conosce il jet-set?!

Ma cambiamo discorso.

Di che ti occupi tu?

 

STRABEL

BRANDED PARODY CONTENT, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Spero non mi veda nessuno, nascosta perbene come sono tra la fila dei cassonetti della differenziata e il piccolo tunnel di plastica e acciaio dove dormono i carrelli, stretti alle loro catenelle dopo aver passato la notte all’addiaccio e pronti, che lo vogliano o meno, ad una nuova giornata di chilometri e urla di bambini, costretti a portar pesi al limite della sopportazione, riempiti di casse dell’acqua o disturbati solo per trasportare due confezioni di pelati e la borsetta.

Sono in macchina, col motore spento e il freddo che mi ha ghiacciato i denti e tutte le punte del corpo.

Ma ho gli occhi accesi come turbine e le vertebre eccitate dal preciso momento in cui ho deciso di agire e sono montata in macchina nel cuore della notte con la voglia feroce nella gola di farmi aprire da quei bastardi.

Ho guidato bruciando chilometri e tutta la discografia di Eric Clapton.

Ho pensato a quando Eric amò Lori Del Santo e che comunque l’amore ha mille sfaccettature e non lo si può chiudere dentro a ragioni sociali prestabilite o a contratti.

Ho messo gli abbaglianti mentre battevo l’asfalto delle strade provinciali isolate e ammorbidite dal peso del tempo, gli ho tolti quando qualche camionista solitario mi ha quasi accecata per ricordarmi di abbassarne la potenza.

Ho pensato che l’incontro tra due vetture di notte e provenienti da carreggiate opposte sia sempre preludio di un duello: uno dei due deve soccombere altrimenti è omicidio o quantomeno frontale che poi, in molti casi, è la stessa cosa.

La mia carne è tutta una vibrazione da otto ore e le insegne luminose della zona commerciale bagnano la notte come piccoli led da pesca, quando ne intravedi le striature dalla barca e loro son lì nel fondale, a boccheggiare sott’acqua per te.

La mia saliva compone il novanta per cento dei liquidi del mio corpo.

Non ho più sangue, ho solo saliva.

Il cuore mi pulsa nelle tempie mentre vedo le prime ombre avvicinarsi.

Vedo persone avvolte nel loro cappotti e il loro camice che spunta dall’estremità delle giacche.

Sento la puzza del gas di scarico delle loro auto mentre entrano nel piazzale uno per uno, lentamente, rassegnate.

Mi abbasso e divento piccola piccola dentro al sedile per non farmi vedere.

Sono stata l’unica macchina nel piazzale per ore e ora l’asfalto si riempie di meccanica colorata e di fumo.

Non voglio che mi vedano, non voglio che abbiano paura.

Ne avranno già abbastanza nelle loro case quando ci torneranno a fine turno e penseranno a ciò che aspetta loro l’indomani, uguale all’oggi che gli è scivolato dalle dita.

Ai bancali, alle file alle casse, ai clienti stronzi che non possono essere picchiati per legge.

Penseranno a tutte queste cose ma non a me.

Dai finestrini appannati vedo uomini e donne che si avvicinano alle serrande e accendono all’unisono la prima sigaretta del mattino.

Sono le cinque e mezza e se fumi a quest’ora, vuol dire che ti interessa poco vivere.

Sono le cinque mezza e arriva quello con le chiavi, nella sua Ford blu con tutti gli orsetti dei bimbi appesi con le ventose.

Figli che vedrà solo durante il week-end, quando avrà la forza di portarli al fast-food per stupirsi di quanto basti poco per farli felici, se adeguatamente storditi.

E anche io voglio stordirmi.

Quando, da sotto gli strati di lana e cotone dove mi ritrovo nascosta, sento il frastuono delle serrande che si alzano, l’euforia mi schizza nei muscoli e mi getto fuori dalle coperte.

Disinnesco le sicure anche se quella pericolosa sono io.

Scendo dalla macchina come ci si immagina possano le essere le discese dei poliziotti americani in borghese nei film d’azione americani.

Mi muovo come un’ anaconda quando decide di volare in superficie contro la sua preda e parte dalle profondità dei fiumi amazzonici con solo la morte in testa.

Corro come un crociato contro qualsiasi cosa araba, mi scaglio contro il cappotto del responsabile del supermarket, che ha ancora in mano le chiavi e il pezzo di lucchetto della serranda, quella chioccia di ottone da cinque chili che piomba subito sui di lui piedi, facendolo gridare di dolore e spavento, alle cinque del mattino, all’inizio di uno dei suoi mille turni d’apertura che lo separano dalla morte.

Vorrebbe girarsi per capire cos’è quella slavina che gli si è avvinghiata alla giacca ma ha troppi strati protettivi e non riesce a girare il collo.

Le sue urla di dolore non sono abbastanza efficaci da richiamare l’attenzione dei colleghi che sono nel retro dell’hangar a proteggere le borse ognuno dall’altro, negli armadietti con lucchetti più leggeri di quello che gli ho piantato io sul collo dei piedi.

Aspetto che si riprenda mentre con un fazzoletto tengo a bada la saliva.

Mi scuso sostenendo di non averlo visto e che sì, lo so che il supermarket è chiuso e che sono le sei del mattino ma io vengo da lontano e che se fosse così gentile da lasciarmi entrare e aprire una cassa per me, gliene sarei infinitamente grata.

Il poveraccio mi guarda atterrito, teme la rapina quindi lo precedo, rassicurandolo sul fatto che non voglia far male a nessuno mentre mi rendo conto che questa è la tipica frase del rapinatore a mano armata.

Gli dico di corsa che non voglio rubare nulla ma che sono qui per lo straordinario cioccolato col ripieno alla menta Strabel che vendono nel reparto equosolidale e che ho finito l’ultima dose proprio la scorsa notte.

E che ho bisogno di tutte le loro scorte e che se mi farà entrare per rifornirmi del cioccolato col ripieno alla menta Strabel che vendono nel reparto equosolidale e pagare tutto regolarmente, nessuno si farà male.

Ma che non mi chieda di aspettare fino alle otto perché succede un casino a lui e alla sua famiglia.

APOLOGIA DEL VEGANESIMO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

La luminosa e avvincente battaglia portata avanti dai vegani mi è sempre piaciuta.

Perché è molto avvincente, capite?

Mi spiego: se sei celiaco nessuno ti rompe i coglioni anzi, ti si coccola e ti si trova subito un’alternativa.

Se sei allergico ai latticini ti accarezzano la testa e si dispiacciono.

Se ti astieni dalla carne e dai prodotti derivati dagli animali sei un invasato.

Se a sessant’anni ti vesti da militare e te ne vai col mitra finto nei boschi, a sparare pallottole di plastica contro i tuoi amici, sei un divertente appassionato di soft-air.

Se non mangi carne sei un integralista anoressico.

E’ più facile convincere qualcuno che ammucchiarsi in una palestra a correre sul tapis-roulant, respirando il sudore di altre cinquanta persone sia salutare che convincere qualcuno del fatto che una persona vegana possa essere in buona salute e affatto denutrita.

Anche a me sembrava assurdo ma poi, attraverso l’antico e sexy gesto dell’auto-documentazione, ho scoperto che un vegano non è per forza anemico né somiglia necessariamente a un Hare Krishna.

Vi è uno sforzo ancestrale nell’individuo vegano, una fonte di energia incessante che gli consente di sopravvivere sereno in un mondo in cui la gente si veste ancora con la pelle degli animali e si nutre del cuore di essi, seduta nei migliori ristoranti stellati e facendolo come fosse la cosa più normale del mondo (e di fatti lo è), una di quelle cose che l’uomo fa da sempre.

Vorrei soffermarmi un attimo sulla giustificazione di determinati gesti o attitudini attraverso frasi del tipo “ l’uomo è così, ha sempre fatto così, è sempre stato carnivoro, fin dalla notte dei tempi ”.

Ad oggi non sono vegana ma l’idea di giustificare alcuni miei gesti come propri della specie alla quale appartengo, non mi fa sentire completamente umana.

Perché per specie umana intendo quella della persona con una propria identità, un po’ cultura e anche spirito e quelle faccende lì dell’anima.

Mi pare un po’ sbrigativa come giustificazione, ecco tutto.

Eppure sarebbe fantastico se potessimo vivere con tale giustificazione sempre al nostro fianco, quella di essere umani ma ancora cavernicoli.

Sarebbe splendido eh.

A chi non piacerebbe far popò tra le macchine, per strada anziché cercare un bar dove entrare di corsa, senza avere tempo di consumare o chiedere il permesso.

Sarebbe splendido.

Ci si potrebbe accoppiare nelle sale d’aspetto delle asl.

E che dire dell’usucapione?!

Ho sempre sognato la casa al mare: se mi restasse anche solo un grammo di istinto primitivo dietro al quale difendermi, farei secco Bobo Vieri per occupargli la casa a Formentera.

Cambiando l’arredamento però.

Forte di questa storia dell’uomo nato così, allora mi appare ragionevole che esista ancora la schiavitù e certo colonialismo industriale.

Ma c’è qualcosa che non torna.

L’uomo mangia carne ma ha smesso di credere nel Dio Fulmine e ha inventato le mutande.

Vuole dire che esiste una certa evoluzione.

L’evoluzione umana (negli individui degni di essa) è una continua ricerca diretta all’elevazione della creatura mortale e coi peli incarniti, verso le altezze della erudizione, dell’eleganza e della saggezza.

L’evoluzione è una disciplina che diventa costume sociale.

E in questo campo, quello della disciplina, è indiscutibile che il vegano sia uno forte.

Il vegano si è auto-inflitto una disciplina ascetica senza la scusa di allergie e nonostante la sua origine cavernicola.

Perciò il vegano educato mi piace.

IL NON FORMAGGIO

E poi c’è la storia dell’ossessione creativa che il vegano ha e che da sempre mi affascina, nei confronti dell’ingrediente sostitutivo.

Esiste un sacco di roba buona da mangiare nel mondo.

Uno sveglio riuscirebbe a campare bene cucinando tutti i giorni roba diversa senza mai avvertire la mancanza di bistecche o uova, così dicono gli studiosi di nutrizione.

Ma il vegano ne fa una questione di accanimento creativo.

Il vegano è uno psicopatico ricercatore di alternative e ti trova la fibra di alga marchigiana con lo stesso, identico sapore del cacciatorino.

Conosce l’erba capoverdiana che sa di stinco di maiale, il tubero con la stessa quantità di proteine del caciocavallo.

Non è divertente?

Il vegano per andare da Roma a Milano trova il modo di metterci meno tempo passando via mare.

Il vegano riuscirebbe a vestirsi coi rifiuti e a costruirsi un computer coi peli della barba, il computer vegano.

Il vegano è l’unico che riuscirebbe a sopravvivere a qualsiasi calamità perché si nutre di alternative.

Sostituisce, crea, tiene in moto il cervello sinistro pur convivendo con quelli che comprano le cotolette surgelate e che impongono alla società umana di non fare popò davanti ai negozi chic.

Mi piace questa storia.

Mi piace la creatività vegana.

Temo un po’ la grande quantità di leguminose presenti in questa dieta perché soffro di aerofagia da leguminosa e mi domando cosa potrebbe succedere se tutti i vegani ne soffrissero e organizzassero, che so, un flash-mob!

Cosa potrebbe succedere al mondo se Galeazzi diventasse vegano e apprezzasse tutti quei fagioli cucinati in mille modi ?!

Ma se affrontiamo le cotolette surgelate possiamo affrontare anche l’aerofagia.

Mi piace questa faccenda del veganesimo!

Mi pare una gran bella avanguardia se proposta col sorriso, senza prendersi troppo sul serio e con l’obiettivo di proteggere gli animali dai macelli industriali e i consumatori dalle malattie come si fa coi bambini davanti al porno in tv.

L’opinione vegana non ha bisogno di gridare, basta professarla.

E’ sempre bello quando non si da fastidio con la propria opinione ma semplicemente si agisce in maniera coerente con essa.

Si diventa silenziosi, eloquenti e infallibili come certa aerofagia.