IL CHIOSCO CI VUOLE MORTI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho paura che arrivi l’estate.

Ci fu un tempo in cui non vedevo l’ora di percepire, prima di tutti, le prime particelle di quell’inconfondibile, leggerissimo aroma che si diffonde nell’aria, a preludio della primavera e che ci droga un po’ tutti.

Adesso, tremo all’idea di dover sostenere un’altra bella stagione, proprio come Bruno Martino.

Perché, a partire dai primi di Maggio, so che dovrò trovar la forza di affrontare, ancora una volta, i posti all’aperto e le relative persone che li frequentano.

Non c’è pace concessa a nessuna fascia d’età: quando inizia il bel tempo, tutti vogliono bere all’aperto.

I più giovani arrivano al chiosco in massa, con la moto cinquanta di cilindrata, un attrezzo, il cui motore è evidentemente stato progettato da un sordo o da un criminale o da un criminale sordo che cospira a favore dell’inquinamento acustico come arma di distruzione di massa.

Perché la moto cinquanta uccide.

Ma mai quanto la selezione musicale scelta dal sedicenne abbiente, chiuso nella sua macchinina cinquanta di cilindrata anch’essa, che arriva al chiosco e dimostra la sua potenza attraverso la mitragliata di decibel con la quale si stordisce di Rihanna, coi finestrini abbassati e sfrontatissimi.

Da giovani, come avrete intuito da questa brevissima indagine sociale, è la cilindrata cinquanta che allena a diventare coglioni.

Ma il chiosco con le prime birrette estive è democraticamente assaltato anche da coglioni già maturi e ben formati.

Dai trenta ai quarant’anni arrivano al chiosco anche in bici, con più umiltà, almeno apparente: se sono riusciti a passare da casa per cambiarsi, uomini e donne adottano all’aperitivo primaverile, una divisa convenzionale che sembra negoziata in seduta urbi et orbi e invece no perché, pur essendo vestiti tutti uguali, essi stronzi non si sono mai incontrati per mettersi d’accordo.

La divisa è costituita da maglietta polo e jeans per i giovani maschi e da vestitino a fiori per le giovani donne, indossato anche se la temperatura mette a rischio polmonite ed emorroidi, in un’unica soluzione.

Non importa, è primavera.

Non c’è contesto dove la società riesca a mettersi tanto magistralmente d’accordo come quello dell’abito in tale fottuto, inutile ritrovo di tramonto.

Infatti, se i giovani professionisti non sono riusciti a fare un pit-stop a casa e arrivano direttamente dalla sede del lavoro che li sequestra fino a tardi, il povero chiosco e gli astanti saranno circondati da un esercito di portatori di bare, rigorosamente in total-black perché l’accordo universale regge nonostante tutto, nonostante il lavoro e la tavolozza di colori tutta.

Se fai un lavoro considerato serio, tu e il nero siete una cosa sola: una cosa nera.

Come il lavoro.

Arrivano al chiosco anche i cinquantenni che, ormai quasi tutti separati oppure, a maggior ragione, con famiglia, farebbero qualsiasi cosa pur di non rientrare a casa.

Si farebbero pestare ai semafori piuttosto che tornare a casa ad un orario decente.

Se sono single, il rumore della chiave nella toppa di casa loro rappresenta la prima nota di un vecchio pezzo musicale chiamato “La mia depressione ed io facciamo finta di non conoscerci”, perciò tergiversano e sono gli ultimi ad abbandonare il chiosco, ubriachi lerci e con la cabriolet che, purtroppo non è cinquanta di cilindrata.

Persino gli anziani si regalano l’esperienza alienante del chiosco all’aperto, nonostante l’evidente sofferenza che il contesto provoca loro: perché le persone sopra i settant’anni non ce la fanno più a mentire e glielo leggi in faccia che il limone nella bottiglia di birretta è una cazzata perché rovina il gusto, che il reggaeton o la bossa nova diffusi nell’aria, già satura di traffico e sigarette è la colonna sonora ideale per desiderare di compiere un reato.

Glielo leggi in faccia, agli anziani, che un fisico normale non può tollerare quotidianamente pizzette, triangolini di panini farciti, avanzati dalla mattina, salatini, olive e patatine perché si muore per molto meno.

Eppure gli anziani che dovrebbero temere più di tutti la morte, escono e vanno al chiosco come tutti.

Perché l’aperitivo fuori ti fa sentire vivo, guardato e sociale.

Qualora non bastassero gli altri, innumerevoli difetti, l’aperitivo fuori ha anche questo.

Rinunciamo oggi stesso all’aperitivo al chiosco, quest’anno.

Non facciamoci chiudere le arterie da quelle birre prodotte in odore di mafia.

Non compriamo un cazzo di nulla a nostro figlio, che abbia due o quattro ruote, almeno fino a quando non abbia l’età per permettersi una cilindrata dignitosa.

NON TUTTI I LADRI VENGONO PER NUOCERE

BRANDED PARODY CONTENT

Lo diceva Dario Fo ma è una legge applicabile in moltissimi contesti: il furto può essere una benedizione. Ecco il pezzo scritto per il centenario di Achille Castiglioni, in occasione della serata organizzata con la Fondazione Castiglioni, a Milano, durante il Salone del Design 2018, al quale siamo sopravvissuti.

***

L’etimologia del nome Achille, non è chiara.

Alcune fonti sostengono che il nome derivi dalla parola Akòs, dolore.

Altre dicono che venga da Làos, gente.

Che poi, nella maggior parte dei casi, le due cose sono collegate: la gente provoca un sacco di dolore.

Poi ci sono le fonti nutrizioniste, anche in campo etimologico, che sostengono la tesi secondo cui Achille vorrebbe significare nutrito senza latte, da kìlos, appunto, latte, con l’alfa privativo che, come al solito, contraddice qualsiasi cosa venga dopo di esso.

I greci erano un po’ così, ti facevano credere di essere dei tipi ottimisti: ti scrivevano un aggettivo perfetto, inconfondibile, positivo e poi, per dirti, mentre eri distratto, l’esatto contrario di questo, ci piazzavano davanti una piccola, minuscola ma potentissima A che dimostrasse il matematico contrario di ciò che era stato scritto.

E lo usiamo anche noi, eh, l’Alfa privativo.

Esempio: oggi sono una persona morale.

Domani potrei essere una persona a-morale.

Per servirci della matematica abbiamo rubato agli arabi e, per il lessico, abbiamo rubato tanto ai greci, noi, che facciamo quelli che hanno creato tutto ciò che c’è di figo, in giro e che, in quanto italiani, non vogliamo gli immigrati che contaminino la nostra razza pura.

Eppure il confine tra furto e contaminazione, l’operazione che arricchisce più di tutte, è un confine molto labile: l’arte, la cucina, l’agricoltura, l’architettura, l’ingegneria e tantissimi altri settori che cooperano alla fioritura dell’intelletto umano, hanno sempre rubato.

Rubato dalle altre culture, rubato una dall’altra.

Il design ha rubato più di Craxi ma, per fortuna, con risultati migliori per il nostro paese: il design ha rubato all’arte, alla filosofia, al cinema, alla meccanica, all’industria e ha lasciato che quest’ultima facesse altrettanto.

Achille Castiglioni è stato un ladro geniale perché ha rubato di qua e restituito di là: ha rubato ai dadaisti, alle lampade usate nelle fabbriche e sulle automobili ed ha restituito alle case, alle persone, al design industriale, l’ingrediente che mancava come l’acqua nel deserto: la gioia e la bellezza assemblata alle superfici di oggetti quotidiani, presenti da sempre ma nati già spenti e morti, nei posti di lavoro, negli appartamenti, negli studi tecnici.

Achille, ha dato a questi spazi e a quegli oggetti, qualcosa di simile alla linfa bianchiccia che fa brillare e respirare le piante.

Allora, anch’io, a mia volta, voglio rubare qualcosa ad Achille.

In realtà, ho preparato una lista di cose che voglio rubargli.

Prima di tutto, il desiderabilissimo Codice Bambino: la capacità di riattivare, attraverso le proprie opere e le proprie produzioni, la manine e lo stupore allegro del moccioso che siamo stati e, a partire da lì, ruberò anche tutto il senso di spensieratezza e le risate che riposano in pace, tra le pieghe nascoste del cervelletto del mio pubblico adulto per farlo tornare minorenne in età prescolare.

Poi ad Achille ruberò l’ironia che applicò al suo lavoro, in maniera così spontanea e unica, la predisposizione a non prendersi sul serio, a rendersi conto o a far credere al pubblico, che producesse lampadine e sgabelletti per cui c’era poco da fare i fighi perché è il pubblico che deve giudicare se un prodotto o un personaggio pubblico sia figo, non il contrario.

Voglio rubare ad Achille la disciplina, forse inconsapevole, della cosiddetta presa-a-bene, la tecnica di divertirsi mentre si lavora.

L’unico metodo professionale efficace: farsela prendere bene.

Mica ho finito, eh: a questo punto, riempio il sacco e a Castiglioni rubo anche la semplicità, intesa come ottimizzazione e pulizia ma anche intesa come cazzo di semplicità e punto.

Perché sono una femmina e ho tanto, tanto bisogno di semplicità.

Achille, abbi pazienza, se mi senti da lassù mentre organizzo la rapina ma tu, di semplicità e divertimento ne avevi da vendere quindi, adesso che sei morto e che i soldi non ti servono più, fattele rubare queste due cosine.

Divertimento e semplicità: il mix essenziale che ti ha permesso di creare oggetti senza tempo, liberi dalle fesserie delle mode di stagione, un mix per cui oggi vieni considerato talento, allo stato puro.

E poi, già che ci sono, visto che sono ancora viva e quindi i soldini mi vengono un filo utili, abbi pazienza, Achille, verrò anche a rubarti in casa.

E’ un furto in nome dell’arte, eh.

Ti rubo in casa, in Fondazione e al museo.

Ho sempre voluto lo sgabello Sella, per dondolare mentre scrivo, la poltrona Sanluca starebbe benissimo nel mio salottino di 2 mq.

E poi, già che ci sono, metto nel sacco nero anche la sedia allunaggio che fa tanto modernariato e poi l’abat-jour fatta col faro della macchina che fa tanto studio creativo!

Manca solo la borsetta di tua moglie, l’argenteria e abbiamo finito.

Achille, ti si potesse rubare anche l’anima, sai come si starebbe meglio all’università, al politecnico?

Hanno tolto la giacca elegante e si son messi il dolcevita nero ma non si sono inventati nient’altro che le file in segreteria.

Hanno eliminato il concetto di oggetto senza tempo per creare oggetti di cui ci si stanca dopo una settimana.

No, l’anima te la lascio, non te la frego quella, così puoi andare a tirare i piedi a sti stronzi.

Se serve una torcia, per trovarli nel buio della notte, dovresti riuscire ad organizzarti, anche da lassù.

GIANTAXI E LE LUCI DELLA NOTTE – Racconto

FAVOLE DI MADAME PIPI'

A Milano, che si meriterebbe di non essere in Italia.

 

ONE

– Sei ancora lì? Rimani dove sei, scusa sono sotto botta, arrivo da te in cinque min. J

Gian, di mestiere sfreccia nella notte.

Sta venendo a prendermi agli studi, per riportarmi a casa, dopo il mio consueto turno di diretta tv settimanale.

Presento un programma che, da quasi tre anni, mi vuole bella e felice per sette ore a settimana quasi consecutive.

Fresca e smagliante come non sono mai stata nella vita reale. Eppure.

Alle tre del mattino, quando regalo la mia frizzante Buonanotte! ai telespettatori, non appena le luci del palcoscenico si spengono, ecco che magicamente mi trasformo in un impiastro abominevole, a metà strada tra un pagliaccio assassino e una prostituta di Cesano.

Cado a pezzi senza che il processo possa essere fermato: ho i pori del viso completamente occlusi da quintali di cipria a buon mercato e i piedi lessi e straripanti dentro i sandali della ribalta: dalla prima nota della sigla di chiusura lanciata, smetto di essere un soggetto in grado di parlare, di ricordarmi dove abito e come mi chiamo, figuriamoci quanto sia in grado di guidare.

Aver conosciuto Gian ha illuminato le mie notti più buie, perché da oggi ci pensa lui.

La rubrica telefonica di Gian è piena zeppa di contatti di modelle, veline e attricette che manco Lele Mora prima del servizio sociale da Don Mazzi. Ci porta tutte a casa ( ciascuna nella sua) a noi dello show-biz che non possiamo e forse non potremo mai, permetterci un autista privato.

Parla uno slang milanese bizzarro, una lingua che possono a malapena interpretare solo Umberto Smaila e Jerry Cala’ anche perché, a guardarlo bene, Gian è vestito esattamente come loro.

Non saprei dire quanto sia alto perché l’ho sempre visto seduto, ma so perfettamente come lo troverò vestito.

I tassisti infatti, non hanno un’uniforme ma Gian si.

Ne ha una sua, col quale è convinto di essere spregiudicato, sexy, al top, come direbbe lui: jeans slabbrato e la camicia nera di H&M ( quella che concede solo qualche mese di uso prima di lasciare due chiazze bianche salmastre sotto le ascelle) che, sbottonata fino al capezzolo aprirà le porte sensoriali agli audaci che sapranno sbirciare con discrezione e ammirare la rara tipica mollezza pallida che hanno certi ragazzi quasi rossi, come Gian.

Quelli non esattamente arancioni, per intenderci, ma con tutti i sintomi di questa strana razza umana: texture della pelle lattiginosa, corporatura molle e precaria, pioggia di lentiggini, totale assenza di peli, sguardo furbo, a volte cattivo, lo stesso che inquietò Verga.

E per inquietare uno con un cognome così…

Comunque Gian non è cattivo per niente, è solo spregiudicato e perennemente sovraeccitato.

Ha iniziato la sua losca carriera di taxi-driver con un regolare turno serale fuori dalle discoteche milanesi.

In pochi mesi però, è riuscito a mettere insieme un portfolio di clienti boni che lo chiamano per servizi extra e così è diventato il reuccio del trasporto in nero, col sedile sporco di glitter.

Gian esegue piccole commissioni nelle zone malfamate per conto di ballerini di musical, lavori loschi fuori città per le starlet delle televendite, trasporto in massa di fotomodelle di ritorno da coma etilici e da oggi, anche il mio ritorno a casa, che di losco ha molto poco, a parte la mia faccia.

Gian riesce a portare a compimento le sue missioni senza servirsi di quello che per lo Stato dovrebbe essere il miglior collega di lavoro degli addetti al trasporto pubblico su autovettura: il tassametro.

Tiene acceso l’affarino ufficiale solo per pochi clienti, quelli di brutta presenza che hanno la disgraziata di idea di fermarlo per strada o quelli che riescono ad usufruire di lui attraverso il collegamento spesso difettoso, col centralino;

per il resto conduce liscio e sobrio la dissoluta professione non fiscalizzata nel sottobosco metropolitano, senza che nessuno abbia mai avuto voglia, coraggio o capacità logiche di chiedergli spiegazioni legali a riguardo.

Per l’abbondante porzione di notte in cui il controllo della legge italiana cigola, Gian sfreccia col suo SUV bianco, un veicolo che i più chiamerebbero taxi mentre in realtà è più preciso ammettere che si tratti di una vera e propria micro-limousine, piena di adesivi con numeri di telefono assolutamente fittizi appiccicati alla carrozzeria esterna, e il buio fumoso di certi lounge bar rumeni, che avvolge quella interna.

Il nostro eroe cocchiere corre col finestrino abbassato e ha in serbo per i passeggeri la migliore musica delle peggiori discoteche di Ibiza, che diffonde con un sistema audio potente come quello del Privilege di Ibiza, ma rattrappito in un abitacolo con quattro posti a sedere di pubblico utilizzo, sempre occupati da minorenni georgiane, manager con slip leopardati sotto il completo Brioni e qualche volta, senza che ne abbia tali meriti, anche da me.

Il suo smartphone è sempre lì, appoggiato sulla patta, a illuminargli il mento facendolo sembrare un nano del Signore degli Anelli che, non si sa per quale motivo, un giorno si è messo in testa di imparare gli itinerari delle principali arterie stradali tra Milano e Casalpusterlengo e mollare così Mordor , per sempre.

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TWO

A me, un po’ per gioco, un po’ per rabbia, interessa sempre vagliare le mille possibilità di fregare lo Stato offerte dal mercato, quindi ho deciso di fidarmi a occhi chiusi della mia collega Tamara, quando quella notte di Luglio mi ha assicurato che a fine diretta sarebbe venuto a prendermi il suo driver Gian.

Ha usato proprio quella parola lì, quella magic word che è “driver”, una parola che lascia intendere professionalità e competenza, perché alle due di notte non ho proprio voglia di essere buttata in un fosso coi lividi e addosso solo i miei sandali sudaticci. Magari in un altro orario se ne può discutere, ma a quella stramaledetta ora non ho voglia di negoziare.

Sono stanca in modo feroce.

Ma se come alternativa mi si profila la chiamata di un taxi ufficiale, che mi farà aspettare dai quindici ai venti minuti fuori dagli studi, coi sandali che già sudano, beh preferisco affidarmi agli amici degli amici, anzi, ai driver dei colleghi.

Ora sono qui fuori dagli studi televisivi che attendo Gian da più di trenta minuti.

Uno sconosciuto senza manco un numero verde col quale prendersela, mi costringe a sostare sotto un cartello segnaletico di rimozione forzata, a Lambrate, sino alle tre del mattino.

Senza avere idea di chi sia, già sento di detestarlo.

Come detesto le mitragliate di messaggi su whatsapp che mi manda per dirmi a quanti millesimi di minuto si trova anziché posare il cazzo di telefono sul sedile del passeggero e guidare come un puma, visto che lo sto aspettando in mezzo alla strada con trucco e vestito di scena, se così si può definire una striscia di tessuto nero elastico, tra vita e seno.

“Arrivo in quattro min.”

“Girando per Piazzale Lugano, semaforo caxxo!”

Perché molta gente perde la dignità quando si trova a dover scrivere messaggi con lo smartphone?!

Perché sostituire le consonanti di una parolaccia con X?

Perché abusare di faccette e di punti esclamativi e creare un mondo che non esiste ancora più ridicolo, se possibile, di quello reale?

“Ci sono, Tatina, sono dietro l’angolo!”

Tatina chiamaci tutte le donnacce del tuo albero genealogico, imbecille. MUOVITI.

Sento il fischio delle gomme, che lasciano traccia sull’asfalto della curva a gomito appena dietro gli studi.

Arriva Gian, col suo suv tirato a lucido per la notte.

Mi ha mandato talmente tanti whatsapp sulla sua posizione, sempre più vicina alla mia, che sento quasi un brivido di adrenalina, nel vederlo finalmente di fronte a me, in carne e lamiera.

Arriva a 80km/h in una strada privata che quasi penseresti pedonale, percorrendola per la prima volta.

Ma Gian se ne frega. E non solo dei limiti di velocità.

Inizia una frenata graduale, evitando di sgommarmi in faccia,

forse e per un attimo è tornato in sé, e si è reso conto che non siamo a Miami e lui non è Puff Daddy.

Forse se n’è reso conto guardandomi e realizzando che, non solo non sono Beyonce, ma se stanotte Beyonce mi incontrasse per strada farei spavento a lei e al suo bodyguard, talmente sono sfatta.

Nonostante il timore che gli leggo in faccia senza equivoci, Gian apre le sicure, io entro nel suo mondo e sfrecciamo nella notte dell’illegalità.

THREE

Una volta a bordo, potresti essere davvero ovunque.

Gian non guida, nuota. Un po’ per la pioggia milanese, così velenosa e rassicurante, che si attacca ai vetri e sfuma le luci.

I semafori, i fari e le infinite colonne di lampioni della tangenziale però, sono resi ancora più fluidi da una velocità prepotente con la quale Gian si fa largo, lanciandomi ogni tanto un’occhiata dallo specchietto retrovisore, per vedere se reggo la tensione.

Quella di Gian è una velocità aggressiva che mi fa rizzare i peli sulle braccia più dell’umidità, oltre a darmi la chiara sensazione che questa notte sarà interminabile ma, qualora vi fosse un termine, questo potrebbe collocarsi tranquillamente in un commissariato.

Mentre rantolo sui sedili posteriori Gian mi somministra una quantità di informazioni che già normalmente, nelle ore diurne, non sarei in grado di assorbire, figuriamoci alle tre del mattino, agghindata come Moira Orfei dopo la sbronza per il suo sessantesimo compleanno.

Riesco a percepire una sola dichiarazione: non viaggerò sola.

Per ottimizzare i guadagni della notte più rischiosa, il sabato, Gian organizza un vero e proprio piano di produzione coi vari pick-up in giro per Milano.

Questo è l’orario di punta. L’ora in cui i modelli escono dalle discoteche, ridotti come i Ramones a fine serata.

Non lo conosco abbastanza eppure, mentre mi chiede nel suo dialetto alla Umberto Smaila se mi secca che carichiamo altre persone “tutte di ottima presenza, eh zia!” , sento nel mio cuore che è la fine.

Sento che io e Gian stanotte, caricheremo individui sbronzi quanti più possibile, quanti il suv bianco possa contenerne, anche piegati in quattro, per poterli mettere uno sull’altro, al limite anche esanimi e nudi, per lasciarli davanti al loro portone di casa, come sono abituati col Giantaxi.

Perché Gian sarà un po’ ritardatario, imbottito di dopobarba e anti-depressivi ma è assolutamente affidabile: ti carica e ti porta a destinazione in qualunque stato tu ti faccia trovare nel punto di raccolta, purchè tu ti sia ricordato da lucido, di dirgli dove portarti.

Basta un bigliettino in tasca col tuo indirizzo di casa, se sei un cliente fisso, o una telefonata nel pomeriggio prima di immergerti nella notte più tetra della tua esistenza, e sta sicuro che Gian ci sarà e ti riporterà a casa illibato.

Il primo pit-stop è davanti ad una discoteca in pieno centro, di queste con sette piani e altrettante proposte musicali.

Tutto il palazzo è fasciato con lastre di luci a led fucsia.

Sono accecata e atterrita dalla possibilità che a quest’ora della notte, esista gente che ha ancora voglia di camminare sui tacchi e ballare con le mani in alto, come sento dire al Dj dalle finestre aperte del primo piano.

La frase successiva che sento, mentre i miei occhi bruciano di luci e stanchezza è:

“Andiamo dentro a recuperarli che ci mettiamo meno, Ciccia. Sennò stanotte la passiamo cristando!” , mi dice Gian.

Cristando?

Insomma andiamo dentro e cristiamo.

Pare che questo verbo significhi sopportare talmente tanti soprusi e angherie da avvicinare il soggetto che le subisce al martirio di Cristo, senza però conferirgli similare dignità.

Capisco perfettamente questa medesima sensazione di sacrificio estremo e perdita del decoro umano, entrando in questa discoteca che è la rappresentazione precisa dell’inferno, solo coi dannati vestiti Calvin Klein e Kokka che affollano il bancone del bar sbavando, ringhiando e gridando “Negroni” o “Vodka Tonic”, pozioni che prima o dopo, causeranno loro blocchi intestinali e altre pene dell’inferno.

I piani della Disco con le varie sale, si affacciano nella hall con mille balaustre dorate, creando un effetto vortice proprio come quello dei gironi danteschi e la musica, se dovessi immaginarmi l’inferno beh, sarebbe esattamente quella proposta in questo posto, in cui i peccatori stasera vengono puniti a suon di Lady Gaga e di Bachata ecuadoriana.

Le cubiste frustano i dannati, con le frange dei vestiti e le loro cosce slabbrate dai troppi anni di ore piccole sui tacchi e ogni piano ha un uomo nero della sicurezza che vigila, come nei peggiori incubi di ogni bambino.

Gian si muove come Caronte, gridando ingiurie e spostando i dannati come fossero alghe mentre io lo seguo con la borsa stretta stretta contro il petto e lo sguardo atterrito da certe danze inconsapevoli che vedo mio malgrado.

Ad un certo punto Gian grida proprio come griderebbe Belzebù per arringare i suoi diavoli alla massima esaltazione, solo che lui grida “YURI! PORCA BESTIA, ANDIAMO!”.

Yuri sembra non essersi accorto della vita in generale, figuriamoci delle urla di un nano rosso, in quella selva oscura.

Sta ballando attaccato alla balaustra del privè, come fosse un adolescente effeminato, alla sua quotidiana classe di danza classica.

Effettivamente Yuri è un adolescente effemminato ma al posto del tutù è fasciato in un paio di fuseaux (sono un’integralista del fuseaux, lo chiamerò sempre così. Non mi avranno mai quelli stronzi che lo chiamano leggings) in lattice nero e in una maglietta di un fucsia accecante, che dovrebbe essere proibito dalla legge.

Ma siamo all’inferno, quindi Yuri può mettersi quello che vuole, anche perchè sta nel privè dell’inferno, che alla fine è un po’ come la Giudecca.

Gian lo conosce anche il Demonio quindi non subiamo neanche dieci secondi di domande e controlli all’ingresso del privè, perché due omoni neri ci aprono direttamente il cordolo facendo un cenno a Gian, dentro ai loro occhiali scuri che chissà che cazzo se li mettono a fare gli occhiali scuri in un posto più buio di una miniera, ma tant’è.

Yuri si è preso di sicuro qualcosa per ballare senza dover avere altre necessità.

Ha ingerito, fumato o masticato qualcosa che gli ha tolto qualsiasi tipo di bisogno fisiologico: non deve andare in bagno, bere o mangiare né tantomeno crollare dentro ai divani di velluto, dopo la sua sessione di danza classica tecnologica.

Me lo spiega Gian dicendo “Zia, lo Yuri non dice una cazzo di parola dalle undici di sera alle due di pomeriggio del giorno dopo, lui balla e basta. Lui dove lo metti sta tipo in trance, però ti segue eh, se devi andare in qualche posto e ce lo devi portare lui sa che deve seguirti, però ti segue mentre continua a ballare, è tipo autistico, si piglia qualcosa di davvero bomba. Ma a me mi dà retta, eh.”.

Quando gli siamo vicini, per me Yuri è già leggenda.

Indossa anche lui gli occhiali scuri, solo con una montatura tigrata, e ha un’aria professionale e concentrata su ogni singolo passo di danza tecnologica, come fosse in un video dei Daft Punk visto però da una persona con dei problemi cognitivi che le rallentano i riflessi. Yuri si dinoccola a rallentatore, simulando spaccate sulle balaustre e muovendo lingua e braccia a serpentina, ammiccando il nulla, visto che è solo, non c’è nessuno che gli balla intorno, perché “Nel privè non si balla, nel privè”, mi spiega Gian “si fa i fighi e basta, si guarda giù cosa fa la massa di gente di merda, si beve, si fa i fighi, ecco. Capito?”.

Solo Yuri può ballare, perché il suo ballo è da fighi, pare.

Non c’è bisogno di trascinarlo via dal girone del privè, Yuri sa che se riconosce Gian nella folla, è venuto il momento di andare via e deve seguirlo.

Così si stacca dalla sbarra sopra la quale ha portato a termine la sua notte di solveggi e inizia a seguire Gian, facendo del piccolo stretching sul posto.

Non ha una giacca, un borsello, un cellulare, Yuri è venuto in canottiera e fuseaux da casa, forse correndo come Mark Renton, in piena punta di chissà cosa.

Gian mi fa un cenno e grida ancora come un demonio, in mezzo alla folla di dannati, che ci dobbiamo togliere dai coglioni.

Siamo fuori.

Respiro.

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Siamo fuori e mi rendo conto di quanto sia fragile Yuri, fuori dal suo contesto: magro, sudato e pallidissimo, ancora con gli occhiali scuri attaccati alla pelle appiccicosa, silenzioso, indifeso.

Meno male che c’è Giantaxi che lo porta a casa, altrimenti Yuri verrebbe picchiato e derubato perfino da una classe di signore di punto e cucito.

Fuori, appoggiate al cofano del taxi di Gian, piazzato in mezzo alla strada con le doppie frecce che lo illuminano come fosse un pacco regalo di questi degli allestimenti nei centri commerciali a Natale, ci sono due ragazzine col trucco sfatto e i tacchi in mano.

Sono quelle modelle minorenni moldave, che vedi a Milano in qualunque stagione dell’anno, con la minigonna senza calze, anche quando a Gennaio ci sono le maniglie dei negozi ghiacciate.

Maledette loro, giovani e con il gelo nel dna che le farebbe sopravvivere anche nei cassoni di un obitorio.

Loro non ci andrebbero in discoteca, se ne starebbero a casa a guardare Sex and the city e a mangiare patatine con le amiche.

Eppure ci vanno perché vengono pagate dai PR per starsene lì tra amiche, a bersi un drink e fare la famosa bella presenza.

Sulla carta dovrebbe funzionare così: qualcuno le vede e sparge la voce tra i maschi che in quella discoteca ci sono le modelle.

Allora tutti i maschi vanno lì, pagano il biglietto intero, bevono l’imbevibile e cercano di rimorchiarle.

Solo che nessuna di loro sa parlare italiano.

Mai una modella moldava minorenne riuscirà a imparare l’italiano.

Non si sa per quale motivo.

Parleranno inglese, al massimo sorrideranno ma in italiano non scuci loro neanche un “Buongiorno” dopo sei mesi.

E di certo i maschi che frequentano quella discoteca infernale e bevono quei drink sacrileghi, oltre al milanese, parlano il Nulla più desolante.

Però le modelle moldave minorenni, qualora pensino, questa sera penserebbero senz’altro “Meno male che c’è Giantaxi che ci porta a casa e non quell’imbecille di Gallarate con la gelatina anche nel culo”.

Siamo tutti. Si va.

FOUR

Non so se ci si possa ubriacare di riflesso, semplicemente respirando gli aliti di gente ubriaca in ambienti ridotti ma non mi sento molto bene, tutta compressa dentro a questo abitacolo che sa di vodka chimica, con la faccia contro il finestrino e le cosce appiccicate a quelle sudate e bianche delle moldave.

Se poi il tanfo di alcool si mescola a quello acuto della centrifuga di schifezze lisergiche ingerite da Yuri, credo che gli effluvi che stanotte scivolano per l’abitacolo del taxi di Gian siano pericolosi per la salute quanto gli scarichi di una raffineria calabrese.

Yuri poi non sembra essere tra i viventi.

Gian lo ha appoggiato sul sedile posteriore come un cappotto che ti togli prima di guidare altrimenti si sgualcisce e lui è rimasto lì, come un invertebrato, con gli occhiali da sole ancora indosso a proteggere i suoi occhietti bianchi e collosi.

Ad ogni curva, il suo corpo senza gravita’ viene sbattuto contro le moldave che lo rilanciano come se giocassero a palla avvelenata contro il vetro del finestrino, dove il suo naso si schianta e si appiccica come una ventosa diventando cianotico e freddissimo e regalando agli automobilisti, nonostante gli oscuranti, una visione spettrale.

Come se stessimo trasportando un cadavere senza sacco nero.

Gian vola nella notte.

Non lo ferma nessuno e se sei con lui andrà tutto bene.

Anzi andrà tutto “ da famiglia reale, ciccia!”, dice lui.

Yuri abita a Niguarda, un quartiere che se non avessi la certezza di trovarmi a Milano potrei tranquillamente scambiarlo per qualche periferia di San Paulo di quelle che ti fanno capire quanto sia preziosa e fragile la vita, soprattutto se hai una borsetta appresso.

Yuri non viene barbaramente scaricato sul pianerottolo, come farei io prendendolo per un braccio; vedo Giantaxi infatti, scendere dall’auto, aprire professionale lo sportello posteriore, chinarsi e caricarsi in braccio i resti esanimi dell’acrobata di Niguarda per poi volgersi al portoncino e iniziare una difficoltosa arrampicata dei tre scalini che portano all’uscio rognoso dove vive il poveretto.

Sull’ultimo scalino sento Giantaxi inveire contro la vita e le creature della notte.

Non capisco bene cosa dica nel suo dialetto che capisce solo Umberto Smaila ma sono certa che sta prendendosela col mondo mentre porta avanti il suo lavoro fino all’ultimo e con dignita’, mentre compie il suo giornaliero “servizio completo”.

Arrivato in cima alle scale Gian appoggia il ballerino moribondo contro l’angolo del portoncino annerito dalle pisciate dei cani e citofona.

Sono le cinque del mattino e Gian citofona senza sosta, come fosse un postino.

Dopo qualche minuto di attesa, mentre le moldave si fanno un selfie al volante del Giantaxi e ridono nella loro lingua, si sentono i tonfi pesanti di chi scende le scale incazzato.

Apre il portoncino un’immensa massa di adipe sudamericano senza sesso definito.

Che sia lo/a fidanzato/a di Yuri?

Il sesso è incerto ma non la sua età, minimo sessanta anni, nonostante il grasso iperbolico tenti di deviare le mie analisi.

E’ un essere appartenuto per tanti anni alla notte, forse una Drag-Queen o un mercante di perversioni da strada.

Lo intuisco da come inveisce contro la notte insieme a Giantaxi, con fare esperto: si lamenta di quanto la notte ormai faccia schifo, di quanto non ci siano piu’ i locali leggendari della movida milanesa.

Poi guarda Yuri e scuote la testa.

Paga Giantaxi quel che deve pagare e mentre il nostro protettore risale in auto e la moldava scivola sul sedile davanti continuando a selfarsi, la/o vedo che piglia Yuri per un braccio e inizia a gridargli contro come fossimo in pieno giorno “Alzati Ediota, vamos! Otra volta con esta puta istoria. ALZATI PUTO AMOR!”.

Lo scuote, si arrabbia, diventa rosso/a in viso e inizia a prendere a calci nello stomaco con le sue gambotte flaccide il secco Yuri che non reagisce.

Gli sfila gli occhiali, li disintegra dentro al suo pugno, poi chiude la porta e lo lascia li, esanime contro il muro, appena sotto i citofoni, stretto nei suoi fuseaux e senza un grammo di forza in corpo.

Ho paura.

E anche le moldave hanno smesso di farsi le foto e sono lì che guardano Yuri e guardano Giantaxi per avere risposte.

“Sempre così eh, ognuno ama come può, bellezzine secche”, dice lui mentre inchioda e fissa lo specchietto retrovisore.

Portami a casa, maledetto driver.

Ho paura e sono stanca.

La porta viene riaperta con rabbia e riemerge la creatura di lardo portoricano che piglia Yuri per un polso e se lo trascina dentro il buio della tromba delle scale.

Addio Yuri, portami a casa Gian.

E lui annuisce guardando la porta richiudersi e parte sgommando.

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FIVE

Giantaxi vola nella notte più acida, vola dentro alla notte che, sembra piombare tra le strade di Milano solo per lui e per il suo lavoro che accarezza da anni l’illegalità.

Vola Giantaxi, coi suoi boccoli sudati e rossicci fuori dal finestrino e gli ACDC diffusi a volume da esaurimento nervoso; guida sentendosi solo anche quando il suo taxi è strapieno di gente.

Brian Johnson gracchia con le sue corde vocali ruvide “Don’t stop me”, e io guardo il mio driver preferito e mi nasce in testa, e non so perché non ci abbia pensato prima, la certezza dell’ incredibile somiglianza col frontman di questa band leggendaria.

Invecchiando, le distanze delle similitudini tra loro si accorceranno sempre più e mentre voliamo su Milano, io Giantaxi me lo immagino col kilt e la scoppola e immaginarmelo così, è forse la cosa più piacevole che mi sia capitata stanotte.

Questa notte in cui Giantaxi e io planiamo insieme a due moldave con le gambe più lunghe della mia giornata di lavoro, questa notte che sta morendo e che io mi ritrovo, senza averlo scelto, a vivere in macchina con gente che sa di glitter e cocaina.

Le moldave dormono un sonno etilico rilassato, sono abituate.

Una riposa appoggiata sulle gambe dell’amica, l’altra con la testa china sul collo, che domani si sveglierà sentendo i trenta sempre più vicini.

E poi ci sono io, che coi miei trenta e più, spero di riuscirmi ad addormentare a casa mia, sana e salva, senza nessuna moldava sul divano, senza nessun Yuri sul tappetino di casa, massacrato di calci dal fidanzato e senza nessun agente di polizia all’uscio di casa che mi chiede come conosco il tassista illegale più famoso della città.

Le due moldave condividono una di quelle famose case milanesi per modelli: appartamenti identici a quelli per studenti, loculi angusti, sovrappopolati e sovrapagati, con l’unica differenza che le case per modelli si trovano in zone trendy e sulle pareti delle stanze hanno i composit, quindi sono più fighe di quelle per studenti e vengono ancora più sovraprezzate.

Nella via del fashion flat non si cammina, tanto è intasata dalla gente che ha ancora voglia di ridere, baciarsi, vomitare, alcolizzarsi e ricominciare il giro.

Giantaxi chiude gli specchietti mentre procede a passo d’uomo e ogni tanto abbassa i finestrini per inveire o chiedere in inglese, se si sono accorti che lui sta guidando una macchina.

Mi giro verso le moldave e le vedo di nuovo sveglie e in pieno selfie, che salutano i baristi dal finestrino abbassato e ammiccano i loro colleghi modelli sudati e marci dalla serata.

Mi chiedo perché molta gente che lavora col proprio aspetto riduca lo sviluppo dell’intelletto, forse pensando che un peso mentale importante possa compromettere la carriera nei casting.

Forse le moldave pensano di essere arrivate a qualche festival.

Forse credono che tra poco Giantaxi aprirà loro le portiere dell’auto e srotolerà il red carpet e loro potranno sgambettarci sopra coi loro leggings e i loro boots, regalati da qualche stilista pallido, coi capelli bruciati dall’ammoniaca.

Invece Giantaxi le portiere le apre, si, ma dice “Basta, qui non si va più avanti, fuori dalle balle ladies, vado di retro e voi proseguite a piedi, che rassodate i glutei!”.

Non credo che le moldave sappiano cosa sono i glutei anche perché, guardandole mentre scendono dall’auto, scopro che ne sono completamente sprovviste, che hanno quei tipici sederi talmente piatti che la parte dei jeans dedicata alla naturale fisionomia pensata da Dio, rimane penzolante come uno zaino vuoto, di quelli peruviani, di lana morbida e colorata.

Non appena le loro cavigliette sono tra le pozzanghere e io sospiro pensando che sia finalmente finita, due tizi vestiti esattamente come il resto della folla, come dei rapper appena usciti dalla copertina di Esquire, si piantano davanti al nostro cofano, sbattendo le mani contro la carrozzeria e, mentre sento Giantaxi dire “Oh cazzo”, loro già gli hanno aperto la portiera e gli stanno spiaccicando la faccia rossa e umidiccia sul cofano.

E’ un attimo, io vorrei scendere ma non riesco a lasciare lì quel maledetto cagnaccio di strada che sembra aver scelto il mestiere di mettersi nei guai.

Credo di aver capito da come lo sbatacchiano contro il cofano, che Giantaxi deve aver sbagliato zona o orario di servizio illegale e che i due tizi travestiti da rapper sono in realtà colleghi con regolare licenza, in pausa dal lavoro ma non dalla voglia di attaccare briga.

Intorno alla nostra auto si crea un piccolo circolo di pubblico non pagante che non osa intervenire ma si gode la scena, succhiando nervosamente vodka-tonic dalle cannucce nere.

Detesto quelli che non si lasciano prendere dal sangue, quando ribolle nella testa e vorrebbe riportare l’essere umano ad una condizione di selvatica battaglia: questi stronzi se ne stanno lì, mentre i due rapper pestano di botte Giantaxi, con le loro gambette atrofizzate nei pantaloni stretti-stretti a sigaretta, coi loro baffetti lisci e freschi di barbiere, inabili a qualsiasi tipo di reazione che esca dai cliches del ragazzo trendy.

Nessuno si indigna, tutti guardano la scena con lo sguardo da eroi ma solo quando reputeranno che è il momento giusto di esserlo.

Mentre sto scendendo dall’auto di Giantaxi, che continua a prendersele in silenzio, tutto davanti a noi, viene illuminato dai fari di un’auto che procede lenta tra la folla.

L’auto si ferma esattamente di fronte al ring, chiudendoci definitivamente ogni via di fuga.

Pensavo fosse una volante, invece è un altro taxi: le forze dell’ordine hanno la peculiarità di non arrivare mai quando c’è davvero bisogno e di esserci sempre quando il loro intervento è inutile e fastidioso, penso stringendomi la borsa addosso e preparando la fuga, sempre che le mie gambe, paralizzate sul sedile dalla tensione, me la consentano.

Dal taxi scende una ragazza bionda, minuta e con una piccola coda spettinata.

Ha gli occhi azzurri ed è completamente vestita di jeans, dalla testa ai piedi, sembra uscita da uno di quei telefilms anni 90, alla Bayside School ma, al posto del diario ha un tubo di ferro sottobraccio, un pezzo dell’asse del motore di chissà quale auto, che brandisce in maniera determinata e poco elegante.

Si avvicina e con una forza impossibile da prevedere, si lancia contro uno dei rapper e lo legna duro fino a farlo piangere, fino a quando quello non si china per proteggersi la faccia e la testa, fino a quando non ti fa tenerezza che quasi ti dimentichi che, fino a pochi minuti prima, stava massacrando un povero giovane rosso slabbrato.

La piccoletta allontana i due rapper a colpi di rabbia inespressa da secoli e il pubblico maschile, si rifugia in un imbarazzante silenzio sgomento, poi prende Giantaxi per un lembo della camicia, lo trascina in auto e chiude le sicure.

Siamo dentro.

Giantaxi è di nuovo al volante della sua auto esanime e la biondina gli è accanto, sul sedile del passeggero, che sbava ancora di rabbia.

Non si è accorta che ci sono anch’io, immobile come sono sul sedile posteriore, ipnotizzata da tanto cinema americano.

Come se non bastasse, la biondina tira a sé quel che resta di Giantaxi e gli stampa un bacio muscoloso sulle labbra violacee,

poi si gira di scatto e mi guarda dentro alle pupille.

Mi entra dentro agli occhi come il fuoco e dice “Fuori di qui, prendi la mia auto e seguimi”; io neanche rispondo, piglio le chiavi che mi lancia praticamente in faccia e, come ipnotizzata, mi ritrovo già coi piedi dentro alle pozzanghere delle moldave.

L’auto di Giantaxi si accende, ingrana una retromarcia potente e inizia a svicolare tra la gente, incurante di colpirla o schiacciarla.

Una retro da Fast and Furious che si allontana dal circo di pugni e baci appena vissuto.

E io davanti a loro, assurdamente al volante di un’auto mai vista, coi fari piantati contro il loro parabrezza, pronta a seguirli ovunque, perché le femmine, quando c’è di mezzo una storia d’amore, diventano incredibilmente collaborative, anche nell’illegalità.

La nostra notte non è finita Giantaxi: sfrecciamo nel crimine e baciatevi ancora, vi prego.

 

Arianna Porcelli Safonov

 

 

 

 

 

ECCO COME MUORE UN GIOVANE DESIGNER

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Il secondo birbante pezzo dedicato al magico, intramontabile mondo del Salone del Mobile, del design, della bici pieghevole, del Signore, ti prego, prendili tutti.

Questo è un momento storico prezioso.

Il momento ideale, propizio e più giusto per prendersela con quei fanatici che fanno design.

Per accanirsi contro tutte quelle moltitudini che prendono lo studio con co-working, che comprano solo taccuini Moleskine, è il momento profetico per svergognare tutti quei miserabili che hanno comprato una bicicletta pieghevole.

Per fare questo, per offendere un genere senza far sentire offeso nessuno, abbiamo bisogno di un agnello sacrificale.

Quindi ci inventeremo un nome a caso.

Chiameremo la nostra vittima Dario Pirinfarina.

Dario Pirinfarina è il nostro agnello sacrificale.

Dario Pirinfarina è il soggetto di questa nostra invettiva al design.

Il giovane italiano che ha scelto spontaneamente di studiare disegno industriale.

Qualora ciò non bastasse, Dario ha scelto di studiarlo in un istituto pubblico, non so se mi spiego.

Ha scelto di affidarsi alla pubblica istruzione, al Politecnico dove i professori hanno fatto la guerra di secessione ma, una volta indossata la giacca con le toppe sui gomiti so tutti giovani, so tutti designer.

Dario: il ragazzo che ha convinto i genitori a farsi pagare lo IED.

Con tutti quei soldi, Dario ci avrebbe potuto viaggiare in tutto il mondo per vent’anni, ci avrebbe potuto comprare la casa al mare invece ha scelto di far ipotecare quella dov’è nato e di far ripetere ai suoi genitori il mantra “Mio figlio?! Va’ allo IED. Studia Light Design. Non so che cazzo faccia, in realtà ma prima di tutto l’istruzione. Solo il meglio per il mio ragazzo”.

I genitori di Dario non conoscono l’antica arte del calcio in culo e guadagnati da vivere ma questo fa parte di un’altra invettiva.

Dicevamo, Dario! Che s’è organizzato tutta la vita per risultare agli occhi degli altri un designer e in questo spiacevole contesto è avvenuto l’incontro con alcuni attrezzi propri del mestiere come la bicicletta pieghevole.

Dario con la bici pieghevole c’ha preso la scoliosi e due ernie iatali perché vive a Rho e caricarla sul treno non è facile perché pesa cinquanta chili, sti cazzi che è pieghevole.

Non bastava l’astigmatismo presosi con quei maledetti occhiali dalla montatura arancione che fan tanto design.

Non bastava il tappeto di brufoli sottocutanei che la barba da mormone che fa tanto design gli ha provocato, facendogli rivivere gli atroci supplizi della pubertà.

Non bastava l’infezione che il piercing sul terzo occhio che fa tanto design gli ha fatto venire, facendolo sembrare un personaggio cattivo di Dylan Dog.

Non bastava la camicia a scacchi fa tanto design ma che lo ha ridotto in società ad una figurazione speciale di Beverly Hills.

Non bastavano i timpani compromessi per sempre da quelle strafottute cuffie insonorizzate da controllore di volo che fanno tanto design ma fanno anche schiattare tanti giovani sotto ai frecciarossa.

Dario ha voluto strafare.

Dario ha voluto la bicicletta pieghevole.

E ora che pedala, sono certa che si sia pentito.

Ora che pedala su via Tortona, tutto sudato col suo zaino in ecopelle e i suoi pantaloni più aderenti delle tutine di Barbara Bouchet che fanno tanto ma proprio tanto, forse troppo design, coi palmi delle mani fradici, mentre noi siamo qui a infierire su di lui e a prenderlo a schiaffetti dietro alla nuca, sono certa che Dario Pirinfarina, al secolo designer, si è pentito.

Si è pentito ma ormai pedala verso il fuori-salone.

Perché Dario farà pure la fame coi suoi contrattini a progetto per il mobilificio veneto ma una cosa l’ha imparata: se tu vuoi essere designer, tu ragazzo non ci vai al Salone del Mobile.

Tu vai solo al fuori-salone, agli eventi collaterali, nelle gallerie satelliti, ai credits.

Con la bicicletta pieghevole.

E con questa certezza Dario Pirinfarina, il nostro agnello sacrificale pedala duro e cambia marcia anche se la bici pieghevole ne ha due di marce ma lui pedala duro.

Non sa che al prossimo semaforo passerà col rosso il giornalista di Interni con la sua bici pieghevole in carbonio e falcerà Dario e il suo orologio analogico.

E’ così: i professionisti in Italia, se riescono a salvarsi dai genitori, dalla pubblica istruzione e dall’iva, alla fine ci pensano i giornalisti a farli schiattare.

Ma questo fa parte di un’altra invettiva.

LITANIA AL DIO DESIGN

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti alla creazione di Fukuashi Teriamaki.

Non dirmi che non lo conosci?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ il famoso designer di Kyoto che progetta mobili invisibili: le chaises longues, le vetrine e i tavoli in cristallo che puoi mettere dove vuoi perché tanto le vedono solo i tuoi ospiti.

Sono illusioni ottiche.

Creazioni talmente impalpabili, impercettibili, aerodinamiche che i tuoi amici si divertiranno a passarci attraverso e tu non dovrai pulirle o fartele ipotecare.

Certe cose non hanno prezzo.

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti alla creatività di Butu Abimbalu.

Non dirmi che non lo conosci?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ quell’architetto kenyota leggendario che ha realizzato, tra le altre cose, un letto con materiali provenienti dalle fosse biologiche di Koh-Phangan, dove peraltro ci vanno sempre in vacanza un sacco di amici.

Magari in questo letto c’è la merda del mio amico Giacomo.

Ma dico, ti rendi conto il genio?!

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti al padiglione dedicato ai designer della scuola di Cacamashak.

Non dirmi che non sai chi sono?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ un collettivo di architetti danesi che si vestono solo di marrone, Total brown e tra di loro parlano esclusivamente in greco antico, quando lavorano.

Mi prostro davanti al loro genio.

Pensa che hanno progettato un set di cento pezzi unici di utensili da cucina interamente prodotti con la pelle dei bambini scomparsi nelle favelas.

Ma si! Quei bambini di cui nessuno parla, hai presente?!

Siccome è un peccato buttarli, questo collettivo recupera ciò che resta di loro e ci fa del gourmet-design.

Perché comunque, sono dei geni del recycling!

Mi inchino.

Dico anche una preghiera mentre sfoglio il catalogo di quest’anno!

E comunque la creazione che, secondo me, quest’anno al Salone sbancherà, quella che davvero merita una religione, è tutta italiana.

As usual.

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti a un progetto che si chiama Unbelievable Poorness ™

Non lo conosci?

Faccio finta di non aver sentito.

Unbelievable Poorness ™ è qualcosa di miracoloso, di universale ma anche di squisitamente italiano: è la prima casa pre-costruita in grado di produrre documenti falsi per i controlli del fisco.

Ma ti rendi conto il genio?!

Funziona in questo modo: la sua tecnologia avveniristica, unita a un design tutto italiano consente, attraverso un dispositivo satellitare, di captare il respiro e le intenzioni di commissari o controllori fiscali, IMU o Equitalia e settarsi in maniera del tutto autonoma per il processo di auto-difesa Safety from your government

Se la casa capta cartelle esattoriali a tuo nome, nel giro di pochissimi secondi calcola e stampa documenti falsi e vidimati che certificano che tu hai pagato e sei completamente in regola.

Te li archivia direttamente su un tavolo in plexi 70×40 che esce da un compartimento incastonato nel pavimento.

Ma non è mica finita, eh!

Genio italiano..

La Unbelievable Poorness ™ House è in grado di rilasciare ormoni intorno al suo perimetro tutto, che suggeriscono a chi passa, la certezza istantanea che tu sia ricco e stimato socialmente.

Ti rendi conto?!

Una roba da microrganismi che la gente fuori annusa e improvvisamente si convince che tu sia benestante!

E’ un effetto che però, esattamente come la documentazione falsa per l’esattoria, dura solo quarantotto ore.

Ma la stanno perfezionando e questo comunque, è un primo prototipo.

Inoltre la faccenda geniale è che tu, in queste quarantotto ore puoi spostare la casa.

Perciò è precostruita!

Ma ti rendi conto?!

Il genio italiano…

TUTTO BENISSIMO

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

« Maddy, mi senti?!

Come va, Ciccia?! E’ tanto che non ti sento e mi son detta, fammi sentire quel fenomeno di donna che è la Maddy.

Io?! Tutto benissimo, grazie!

L’anno è iniziato alla grandissima con un sacco di progetti nuovi, caterve di lavoro, il telefono che squilla senza un attimo di tregua, non ho un minuto libero ma non lamentiamoci, cara.

Non lamentiamoci mai, evviva la vita!

Adesso sto seguendo un progetto con un Art-Director famosissimo ma non ti posso dire il nome perchè è top-secret, per fare una campagna ad un fashion brand, top-secret anche quello.

Una cosa high-budget, molto esclusiva.

Posso dirti solo che sarà una join-venture di giovani artisti di street-style e body art, che faremo del food-jogging a Central Park, una cosa ricercata però eh, non la solita burinata.

Anzi, un’avanguardia direi ma non so come spiegartela adesso perché, sai comunque l’Italia non capisce di queste cose.

Anche se tu sei una che gira parecchio.

Comunque penso che farò avanti e indietro con the Apple per duemila riunioni, vediamo. Sono gasatissima, guarda!

Le feste?! Tutto benissimo!

Quest’anno le ho passate tranquilla, a casa con la famiglia, sai com’è, a noi piace fare clan!

Giampi ordina un po’ di catering biologico in questo mercato rionale online che si chiama chilometri meno due, lo conosci?

Ti mando il link, cara!

Ti portano i germogli saltati in duemila modi e poi lui si scarica questi tutorial di cucina macrobiotica che vanno tanto adesso e si diverte come un pazzo.

Così abbiamo fatto un Natale un po’ fusion, che ci piace far provare ai ragazzi le contaminazioni, gli influssi internazionali anche a tavola, tofu, noodles, bacche..

La Maya?! Creatura della mamma, è cresciutissima!

Ha iniziato a fare yoga con la mamma, poi le facciamo prendere lezioni di questa nuova danza sciamanica che arriva dalla Papua, la Gururoa, la conosci?! Una specie di ballo lisergico sullo stile di Ayahuasca che tira fuori l’estro tribale ai bambini, fanno lezione solo in cinque con questa maestra illuminata che mi costa un fottìo ma ne vale la pena.

Arash? Il mio piccolo uomo, Maddy!

Ti ricordi che sta imparando a suonare le campane tibetane?!

Beh, a Natale ne ha ricevuta un’altra dai nonni, due metri e mezzo di diametro, praticamente quando la suona ci corre intorno!

Mi sa che quest’estate lo mandiamo a fare pratica in Nepal, c’è una scuola super esclusiva dove fanno fare ai ragazzi anche un po’ di jam-session con altri strumenti antichi, resta fuori tre mesi poi rientra che gli ricomincia la steineriana, i corsi di hockey sulla sabbia, l’acrobatica circense ucraina e il flauto traverso per non vedenti tutti i giovedì.

Anche lui, un agenda più full di quella della mamma!

Si, guarda, lo facciamo studiare con un maestro che insegna ai ragazzi ciechi perché ci hanno detto che in questo modo sviluppa una sensibilità diversa sullo strumento, una roba emotiva che mi lavora sui chakra del ragazzino.

E’ un nuovo studio di una psicologa ebrea che vive in Maine e lavora anche sulle foche monache, ti mando il link anche di questo, se vuoi, carina mia.

Poi a Pasqua lasciamo i ragazzi con la tata madrelingua inglese e io e Giampi ci facciamo qualche giorno in questa SPA marocchina pa-zze-sca.

Una toccata e fuga, guarda ma almeno ci riprendiamo un attimo che siamo stra-vol-ti.

Senti Maddy, ti saluto che come al solito sto coi minuti contati, devo vedere l’assistente di un big boss della fotografia digitale.

Ascolta solo una cosa: ti secca se ti giro il mio materiale appena riesco ad avere un minuto di tempo, tipo stasera?!

Il mio showreel, il mio showcase, il mio website.

Così se senti che qualcuno cerca un free lance, un’out-sider in agenzia, un soggetto multitasking, un brand-developer, che so.

Insomma, sto cercando ma più che altro per rilassarmi, qualcosina che tappi i buchi della noia, che nel poco tempo libero io mi annoio a morte, Maddy.

Anche part-time eh, una consulenza one shot, una collaborazione running ogni tanto ci sta, no?!

Un paio di fatture in più all’anno poi non farebbero mica male adesso che abbiamo i due levrieri mongoli con la loro dieta alla fassona.

Come dici?!

Ah. Ehm..ma si dai, va bene anche al bar dell’agenzia.

Un progetto un po’ umile, un po’ low-profile mi farà bene ora che va tanto di moda il charity.

Come dici, Maddy?! Ah, ehm…

Ma siii, dai! Anche fare le fotocopie che fa tanto cool questa cosa del coming-back to the street.

To the print in realtà.

I bagni? I bagni dell’agenzia?! Beh, Oddio Maddy.

Dai, su, per te lo faccio volentieri, cuore!

Ti mando tutto allora eh, appena ho un attimo.

Tra quattro minuti hai tutto in posta e ti chiamo quando invio, ok?

Ok, Maddy?! Oi?! Pronto?! »

 

Guarda, c’è anche il video di questo pezzo, che bellezza!

 

 

 

LETTERA AGLI AUTOMOBILISTI MILANESI

COSE FASTIDIOSE

Guido a Milano da un anno. E’ arrivato il momento di parlarne.

Sono romana, quindi autorizzata dagli dei a dare qualche regola precisa ai lombardi, a questo popolo che si dà arie con l’Expo ma poi, quando lo vedi al volante, sembra che non abbia mai visto una puntata di Supercar, un inseguimento dei Chips o, che ne so, un documentario su Napoli.

Prima di tutto, lombardi: il semaforo non è un amico.

E’ malvagio.

Più tempo passi, immobile, davanti a un semaforo, più la vita ti sfugge dalle mani.

E Milano è semafori.

Semafori e apericene.

Milano è un gigantesco flashmob permanente di semafori, attivi anche di notte.

I semafori accesi di notte sono il male.

I semafori accesi di notte a Milano sono il male e tutti i suoi fratelli.

Diventa verde quello davanti a te, inserisci la prima, calpesti 70 cm di asfalto e te ne trovi un altro che ti sbarra la strada, rosso come l’inferno.

Il milanese poi non aspetta il verde alla stessa maniera professionale del romano, con rabbia e ferocia.

Il milanese sta lì, prono al codice stradale o al massimo tutto rattrappito nel suo smartphone, se proprio quella sera, vuole fare roba illegale.

Il romano se ne sta lì, davanti al semaforo rosso (posto che lo veda, perché magari un semaforo può sfuggire…), davanti a questo portone di Alì Babà e i 40 ladroni, e scalpita come un cavallo drogato.

Perché “de ladrona ce n’è solo una, hai cabito?!”

Ai semafori a Roma, molto pochi ormai, gli automobilisti sbavano, ringhiano, come gli orchi di Mordor.

Degli orchi un po’ bizzarri, al volante di una twingo del 92 o sullo scooterone.

Lo scooterone.

A Roma quella dello scooterone è una confraternita massonica, un esercito che potrebbe affrontare senza timore qualsiasi nemico, soprattutto quello se il nemico è il vicino in fila al suo fianco, davanti al semaforo.

Un nemico, il vicino sullo scooterone, da combattere al grido di “Li mortacci tua!”

E poi c’è l’arancione sul semaforo: la terra di mezzo, la terra di nessuno.

Il perineo del codice stradale.

Lombardi: so che sarà dura da comprendere, so che avrete bisogno di tempo per capire ma…con l’arancione non si rallenta, si accelera.

Capisco che possa far paura, un gesto così audace come quello di premere l’acceleratore ma…vi prego, prendetelo in considerazione.

Può salvare vite.

Se dietro di voi sta arrivando qualcuno che, per astruse circostanze della vita, ha conseguito la patente in un municipio compreso nei territori da Viterbo in giù, siete fottuti.

Sarà pianto e stridori di freni.

Poi ci sono gli anziani.

Un’altra piaga per l’automobilista romano in trasferta qui da voi.

A Roma abbiamo risolto il problema da tempo.

Gli anziani a Roma ci pensano due volte prima di uscire di casa in auto.

Gli anziani a Roma li abbiamo tutti sconfinati alle fermate degli autobus.

Dopo 40 minuti di attesa si scordano perché sono lì e se ne tornano a casa.

Ma qui a Milano no.

Qui gli anziani…guidano.

Non è possibile.

Ci vuole qualcuno che se ne occupi, oltretutto qui gli autobus passano, ci vuole semplicemente qualcuno che ce li spinga dentro.

Un garante della sicurezza, qualcuno vi prego, che prenda a cuore la questione.

I City’s angels, questi omoni e donnone volontari che girano di notte nei parchi, con le tute da pompieri, per proteggere i cittadini, sono inutili.

La gente che va nei parchi di notte, non vuole essere disturbata, lo volete capire o no?!

Lombardi: prendete i City’s angels e rendeteli utili!

Mandateli a casa dei vecchietti a strappare loro la patente.

Si dà loro una bella lista divisa per zone, coi signori che compiono settantacinque anni e poi si mandano a suonare ai citofoni.

Come quelli che vengono a controllare se hai la tv per farti pagare il canone RAI (meriterebbero anche loro un discorso a parte), solo che i City’s angels suonano ai vecchietti e dicono:

“Buonasera Signora Mirella, siamo quelli del Comune di Milano, siamo venuti a strapparle le patente.

Signora Mirella?!! Lo sappiano che è in casa. Apra da brava…Signora Mirella, APRA O LE SFONDIAMO LA PORTA”.

 

Guarda il video del reading live di questo pezzo, diamine: