PETIZIONE PER ABOLIRE LO SHUFFLE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

E’ ormai piuttosto facile comprendere come le tecnologie non ce l’abbiano fatta ad esser sempre nostre amiche.

Ad esempio, fra le peggiori ingiustizie che la società contemporanea si sia inflitta vi è senza dubbio la pratica dello Shuffle.

Questa funzionalità che consente la riproduzione causale di brani musicali contenuti all’interno di una playlist precostituita da noi o da qualcun altro è maledetta in quasi tutte le circostanze, è la principale causa di grandi imbarazzi ed è colpevole del collasso di innumerevoli situazioni potenzialmente positive.

Specialmente se in compagnia, una volta inserito lo shuffle sarà impossibile riuscirsi a rilassare: bisognerà restar vigili, in modo da essere più veloci della riproduzione casuale ed evitare che parta un pezzo che faccia della nostra occasione per essere stimati come dj, una disfatta totale.

Occorre avere un orecchio sopraffino per difendersi dallo shuffle ed una discreta erudizione musicale in modo da esser pronti, nel caso ci venga chiesto chi sia l’artista, a snocciolare una breve biografia e quattro cenni di discografia per ottenere subito gli stessi consensi di Red Ronnie ma soprattutto occorre esser pronti ad accorgersi già dalle primissime note che il pezzo in esecuzione vada immediatamente saltato, abbattutto a qualunque costo.

Evitare un brano che ci fa vergognare di noi stessi, di fronte al piccolo pubblico di amici o familiari è un gesto umano di grande tenerezza.

Infatti, anche quella discreta fascia di amatori che ricercano e sperimentano generi musicali di altissimo livello, se avrà il coraggio della sincerità dovrà ammettere di avere sotto al tappeto o dentro all’armadio un brano di merda che ama, in virtù di passati remoti ai quali quel brano è ancora piacevolmente legato.

Specialmente per le persone nate dagli anni settanta ai giorni nostri, esiste un palinsesto di musica ripugnante che ci ha svezzati e di cui non ci sarebbe modo di doverci vergognare perché resterebbe nelle segrete del nostro dispositivo, se non ci fosse lo Shuffle ad esporci alla pubblica umiliazione.

Certi complessi di finto rock italiano anni settanta che adattano famosi brani americani in un italiano che spaventa persino i fotoromanzi, le cantantesse pop degli anni ottanta che ci hanno fatto abbandonare le barbie, l’hard-core senza possibilità di speranza, certo punk scolastico oppure i più vicini neomelodici che addolorano le viscere profonde di alcuni di noi, sono solo alcuni esempi musicali che, se capitano in mezzo ad un shuffle privato ci fanno emozionare, piangere e sorridere ma se putacaso capitano in un contesto sociale goliardico ci assicurano carrettate di prese per il culo, facce atterrite e silenzi pieni di disagio.

Impossibile non citare anche le circostanze legate al contesto in cui ci troviamo quando sopraggiunge lo shuffle a violentarne ogni dettaglio: mentre siamo in giardino, al tramonto e credevamo di aver messo una playlist di flauti tibetani, senza alcun preavviso si presentano i Rammstein ed i passerotti crepano di infarto.

In procinto di baciare per la prima volta la persona che finalmente vorremmo accanto per sempre, dopo secoli di alienazione ed eremitaggio, ci affidiamo allo shuffle che sembra si stia comportando benino, proponendo i Cold-Play ma mentre le nostre labbra di uniscono arriva un vecchio brano di Patsy Kensit che pensavamo di aver nascosto nella playlist segreta “Liceo”.

La musica ci offre sempre il giusto sprint per fare sport e, mentre corriamo godiamo degli Arctic Monkeys ignari che il prossimo brano sia “Perché porto i capelli lunghi” di Gene Guglielmi, caricato da nostro padre non si sa quando né come.

Lo Shuffle non perdona ma soprattutto noi non lo perdoneremo mai.

L’ORGANISTA MARZULLIANO

BRANDED PARODY CONTENT, LE FIGURINE, SINFONIE

Si sa che i musicisti, da sempre, sono fichissimi.

E’ un dato di fatto che sembra quasi far parte del nostro bagaglio genetico.

Fin dai tempi di Mozart ma anche prima, i musicisti hanno sempre fatto innamorare o, quantomeno, hanno un fascino che li salvaguarda dalla notte dei tempi.

Se nasci brutto, sei fottuto.

Se nasci brutto ma musicista comunque te la cavi, Dio è con te.

Se nasci brutto ma organista, la faccenda cambia.

Perché hai sempre Dio dalla tua parte ma nel senso che, a meno che tu non sia Ray Manzarek o Keith Emerson, suoni solo in parrocchia.

E sei fottuto.

Abbiate pazienza se lo dico in questo contesto ma nell’immaginario collettivo infatti, l’organista è un anziano coi sandali da missionario dei Passionisti ed i calzini di spugna che vi traboccano tra le stringhe e poi gli occhiali di Marzullo, la capigliatura di Marzullo, il piglio simpatico e scaltro di Marzullo ma senza il suo conto in banca.

Invece ancora, prepotentemente la Lacoste color carta da zucchero, da missionario.

In sintesi, l’organista maschio è un missionario marzulliano.

Se invece sei organista ma donna sei la copia sputata di Susanna Agnelli ma sempre senza il suo conto in banca.

In entrambi i casi, comunque parliamo di soggetti che fanno un mix di pena e timore ma non certo erotismo.

L’organista, nell’immaginario collettivo ha meno fascino di quello che suona il trombone e, quando ho ricevuto l’invito a questo festival ho subito pensato al personaggio dell’organista che, alla domenica suona in chiesa per i lupetti e durante la settima a trasporta bare o studia chimica.

In tutti questi casi (sia che trasporti bare, che sembri Marzullo o Susanna Agnelli o che, peggio mi sento, studi chimica) immagino un soggetto che difficilmente si possa calmare, fermare o disinnescare mentre sta suonando; non so perché.

Forse si tratta di una reminiscenza delle scuole dalle suore quando, durante le funzioni domenicali, l’organista era un laico posseduto dalle tastiere senza possibilità di domandare un pezzo a richiesta.

Quindi, per ricapitolare, organista: non solo sfigato ma rompicoglioni ai limiti del pericoloso.

Questo, non so se sia l’immaginario collettivo ma senza dubbio era il mio di immaginario.

Fino a quando, un giorno, non ho visto lui:

Ho visto questo ragazzo che mescola, dentro di me, tantissime sensazioni quasi quante i suoi stili.

Lo guardo e vedo contemporaneamente un folletto di Tolkien, un raver di Colonia strafatto di chetamina, uno stilista giapponese l’ossessione per la sperimentazione, un anemico, il cantante dei Vernice, un Righeira con lo stesso parrucchiere di Brachetti e molto altro ancora.

Eppure grazie a lui ho capito cosa significhi suonare sei tastiere per volta, con più di quattrocento registri usando nello istante mani e piedi ma soprattutto ho capito cosa significhi fare tutto ciò sentendosi fichissimi persino indossando gli stivaletti che userebbe Robin Hood se decidesse di entrare nella nuova formazione dei Sex Pistols.

L’organista, se concepito con le sembianze di questo mio nuovo punto di riferimento che è Carpenter, è una figura che ha tanto da insegnare a chi è sfigato senza possibilità di riscatto.

L’organista, visto così, ci insegna che c’è sempre una possibilità per far valere il proprio stile (anche quando improbabile) e la propria personalità attraverso la conquista del mondo mediante i propri talenti.

Un talento, quello degli organisti, indiscutibile altrimenti Carpenter sarebbe in gattabuia insieme a Marzullo che, visto il discorso sui talenti, risulta essere, a questo punto, davvero fuori contesto.

Fuori registro, come direste voi.

Ma non fuori tema, visto che parliamo di organi e lui sopravvive grazie agli organi di Stato.

 

Pezzo scritto con amore per il Festival Organistico dell’Isola di Salina:

UNDA MARIS

IL CHIOSCO CI VUOLE MORTI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho paura che arrivi l’estate.

Ci fu un tempo in cui non vedevo l’ora di percepire, prima di tutti, le prime particelle di quell’inconfondibile, leggerissimo aroma che si diffonde nell’aria, a preludio della primavera e che ci droga un po’ tutti.

Adesso, tremo all’idea di dover sostenere un’altra bella stagione, proprio come Bruno Martino.

Perché, a partire dai primi di Maggio, so che dovrò trovar la forza di affrontare, ancora una volta, i posti all’aperto e le relative persone che li frequentano.

Non c’è pace concessa a nessuna fascia d’età: quando inizia il bel tempo, tutti vogliono bere all’aperto.

I più giovani arrivano al chiosco in massa, con la moto cinquanta di cilindrata, un attrezzo, il cui motore è evidentemente stato progettato da un sordo o da un criminale o da un criminale sordo che cospira a favore dell’inquinamento acustico come arma di distruzione di massa.

Perché la moto cinquanta uccide.

Ma mai quanto la selezione musicale scelta dal sedicenne abbiente, chiuso nella sua macchinina cinquanta di cilindrata anch’essa, che arriva al chiosco e dimostra la sua potenza attraverso la mitragliata di decibel con la quale si stordisce di Rihanna, coi finestrini abbassati e sfrontatissimi.

Da giovani, come avrete intuito da questa brevissima indagine sociale, è la cilindrata cinquanta che allena a diventare coglioni.

Ma il chiosco con le prime birrette estive è democraticamente assaltato anche da coglioni già maturi e ben formati.

Dai trenta ai quarant’anni arrivano al chiosco anche in bici, con più umiltà, almeno apparente: se sono riusciti a passare da casa per cambiarsi, uomini e donne adottano all’aperitivo primaverile, una divisa convenzionale che sembra negoziata in seduta urbi et orbi e invece no perché, pur essendo vestiti tutti uguali, essi stronzi non si sono mai incontrati per mettersi d’accordo.

La divisa è costituita da maglietta polo e jeans per i giovani maschi e da vestitino a fiori per le giovani donne, indossato anche se la temperatura mette a rischio polmonite ed emorroidi, in un’unica soluzione.

Non importa, è primavera.

Non c’è contesto dove la società riesca a mettersi tanto magistralmente d’accordo come quello dell’abito in tale fottuto, inutile ritrovo di tramonto.

Infatti, se i giovani professionisti non sono riusciti a fare un pit-stop a casa e arrivano direttamente dalla sede del lavoro che li sequestra fino a tardi, il povero chiosco e gli astanti saranno circondati da un esercito di portatori di bare, rigorosamente in total-black perché l’accordo universale regge nonostante tutto, nonostante il lavoro e la tavolozza di colori tutta.

Se fai un lavoro considerato serio, tu e il nero siete una cosa sola: una cosa nera.

Come il lavoro.

Arrivano al chiosco anche i cinquantenni che, ormai quasi tutti separati oppure, a maggior ragione, con famiglia, farebbero qualsiasi cosa pur di non rientrare a casa.

Si farebbero pestare ai semafori piuttosto che tornare a casa ad un orario decente.

Se sono single, il rumore della chiave nella toppa di casa loro rappresenta la prima nota di un vecchio pezzo musicale chiamato “La mia depressione ed io facciamo finta di non conoscerci”, perciò tergiversano e sono gli ultimi ad abbandonare il chiosco, ubriachi lerci e con la cabriolet che, purtroppo non è cinquanta di cilindrata.

Persino gli anziani si regalano l’esperienza alienante del chiosco all’aperto, nonostante l’evidente sofferenza che il contesto provoca loro: perché le persone sopra i settant’anni non ce la fanno più a mentire e glielo leggi in faccia che il limone nella bottiglia di birretta è una cazzata perché rovina il gusto, che il reggaeton o la bossa nova diffusi nell’aria, già satura di traffico e sigarette è la colonna sonora ideale per desiderare di compiere un reato.

Glielo leggi in faccia, agli anziani, che un fisico normale non può tollerare quotidianamente pizzette, triangolini di panini farciti, avanzati dalla mattina, salatini, olive e patatine perché si muore per molto meno.

Eppure gli anziani che dovrebbero temere più di tutti la morte, escono e vanno al chiosco come tutti.

Perché l’aperitivo fuori ti fa sentire vivo, guardato e sociale.

Qualora non bastassero gli altri, innumerevoli difetti, l’aperitivo fuori ha anche questo.

Rinunciamo oggi stesso all’aperitivo al chiosco, quest’anno.

Non facciamoci chiudere le arterie da quelle birre prodotte in odore di mafia.

Non compriamo un cazzo di nulla a nostro figlio, che abbia due o quattro ruote, almeno fino a quando non abbia l’età per permettersi una cilindrata dignitosa.

IL PIANO BAR NELLE CARCERI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non conosco nessuno così odievole da meritare una serata in compagnia del piano bar.

Che sia in albergo, in crociera o al villaggio turistico, il piano bar corrisponde al peggiore dei luoghi in terra dove trovarsi senza averne colpa.

Bisognerebbe quindi subire il piano bar, avendone colpa.

Il piano bar dovrebbe essere una specie di punizione simile ai lavori forzati o alternativa al carcere.

Se solo si potesse prevedere il piano bar contro i condannati ai domiciliari, mi sentirei meglio e sarei ancor più incentivata a non commettere crimini: perché farei qualsiasi cosa pur di non essere costretta dallo stato a starmene davanti ad un tizio con la pianola.

Le basi musicali anni settanta e il karaoke con Acqua e Sale mi fai bere, io vorrei che fossero castighi imposti a quelli che hanno fatto bancarotta fraudolenta o che ne so.

E invece siamo stati governati da uno, che il karaoke lo imponeva ai poveracci in viaggio su una nave.

Il piano bar deve essere inflitto ai criminali, non ai poveracci che lavorano tutto l’anno, che pagano le tasse e che cercano di essere bravi genitori perché non è giusto che uno rientri tardi in albergo, dopo una lunga giornata di trasferta professionale e trovi, al bar della hall, un tizio col pizzetto che fa ballare le tedesche sbronze con I will survive.

Non è dignitoso che una brava ragazza venga umiliata, durante le sue uniche ferie, da un signore abbronzato, vestito di lino bianco che la costringe a leggere le parole di Bionde trecce, occhi azzurri e poi, mentre si colorano velocissime o, almeno, più veloci della sua povera gola di impiegata a progetto.

Il piano bar conferisce un improvviso, perfetto alone di tristezza a chi lo provoca e a chi lo subisce e tutto il luogo circostante si contamina, tanfando subito di moquette blue, di vodka del discount e di promiscuità sudata, di dopolavoro, di festa aziendale e di premiazione per il miglior fatturato.

Fatemi morire con l’orgoglio di non aver mai preso parte ad una serata nella morsa del sax o della pianola inflitta da un resident, in un residence.

Mi spiace per i bravi musicisti, costretti dalla vita a suonare le basi di Antonacci ma più rispettoso, nei confronti del loro amore per la musica, sarebbe il gesto di cercarsi un altro mestiere, alla svelta.

Anche umiliante e pesante.

Perché c’è molto poco di più pesante ed umiliante che ascoltare la propria, virtuosa voce, gridare Tutti insieme, Anima mia!

Proteggetevi dal piano bar.

Non permettete a nessuno di darvi un microfono in mano quando siete in costume da bagno o davanti ai vostri colleghi e ad un ragazzo con la camicia hawaiana e la collanina dorata che vi guarda eccitato, pronto a sostenere con voi un ritornello che non doveva neanche essere creato.

Si al piano bar nelle carceri.

No, alla violenza sulle pianole.

Si, alla violenza sugli eventuali eredi di Umberto Smaila.

 

 

CONCERTO

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non andrò più ai concerti.

Che ci vado a fare?! A perder tempo e soldi.

Non comprerò più il biglietto di un concerto, risparmio e mi sento meglio.

Il concerto poi, me lo vedo in dvd, in rete, me lo immagino nella mia triste cameretta ma almeno, non me lo vedrò mai più dagli schermi degli stronzi che passano l’ora del concerto a fare video, con le loro braccettine anchilosate, a formicolare nell’aria sorreggendo lo smartphone.

Poi ai concerti mi devasto i timpani e l’umore.

I timpani, perché il volume proposto dagli impianti audio dei concerti, dovrebbe essere illegale ma non si può dire, perché ai concerti, se ti allontani dalle casse urlando, sei uno sfigato.

Ai concerti, quando capiti sotto le casse, devi fare si con la testa e socchiudere gli occhi.

Ai concerti comprometto anche il mio buonumore perché passo il tempo a guardarmi intorno, nel buio, cercando di individuare i potenziali responsabili di un attentato.

Che c’è di male?! Me l’ha insegnato il tg.

Se sono troppo vicina al il furgoncino dei panini, avrò l’ansia per tutto il concerto perché in quei furgoncini lì, spesso, ci lavorano gli arabi e allora, tu capisci, chi me lo fa fare?! Me ne sto a casa.

Non ci vado ai concerti; tanto, sempre più gente si vergogna di ballare.

La gente figa non balla ma agita il suo drink tra le mani e saltella sul posto, fingendosi annoiata e con la reattività di un dispenser di morfina.

Ormai pare che ballare costi fatica: non bisogna spettinarsi, scuotersi troppo in mosse scomposte, perché fa brutto.

Bisogna sempre far si con la testa e socchiudere gli occhi, così non vedi un cazzo e capiti sotto alle casse, ma sai già come comportarti.

Si vergogna a ballare, la gente.

Non si vergogna di indossare i mocassini lucidi con sotto i fantasmini ma ballare, Dio, che vergogna!

Non andrò più ai concerti.

Mi deprime fare la fila, con la faccia schiacciata sulle giacche di pelle di sconosciuti e mi secca incrociare le facce di quelli che ti guardano come per dire “Ehh, forte sto gruppo, eh?!”, cercando approvazione ed eventualmente ripescandoti poi tra la folla, per abbracciarti quando fanno il pezzo lento.

Non andrò più ai concerti, per cercare l’accendino nelle tasche per venti minuti, finché non finisce il pezzo in cui bisogna tirarlo fuori e, anche trovandolo,  finirei a rosolarmi il pollice o a rompermi le ossa, a furia di tenere premuto il fottuto bottone automatico.

Non ci vado più ai concerti, per ritrovarmi a scivolare sulle bottiglie delle birre e a cadere di nuca sul liquame che fa da tappeto, ai pavimenti dei palazzetti o, peggio, per finire in tribuna d’onore coi calciatori e i loro figli con la gelatina sui capelli.

Si fottessero i concerti e le file riservati a quelli che hanno acquistato online, che si trovano dall’altra parte del foyer ma te lo dicono solo quando arrivi alla fine della fila degli accrediti stampa; e ti dicono che dovrai rifare la fila ma intanto il concerto inizia e i bagarini si fanno sempre più insistenti, e quando sei quasi arrivato al vetro del botteghino, loro, i bagarini, il biglietto te lo mettono nelle tasche e iniziano a gridarti prezzi da capogiro sul collo, per cui tu, ad un certo punto, sei obbligato a dare ascolto ad un disperato che ti sta vendendo il biglietto al costo di stampa perché è competitivo, cazzo, ma sei pur sempre davanti all’impiegata del concerto e non è carino e neanche legale mettersi a contrattare il biglietto lì, davanti al botteghino, allora ti scosti dalla fila e perdi la priorità acquisita per metterti a contrattare con un tizio che ha la faccia da ricercato per avere un biglietto pur di non dover rifare la fila, per pigliarti il tuo di biglietto e perderti metà concerto.

Allora acquisti. Acquisti un biglietto che ti farà stringere il culo all’ingresso, allo strappo, quando i ragazzi della sicurezza ti riconosceranno, perché ti hanno visto laggiù, a fare il bazar col bagarino e allora giù, di umiliazione pubblica, per poi riuscire ad entrare ed accorgerti che sono già tutti dentro, accalcati sottopalco e che da quaggiù non si vede una mazza ma non c’è un buco libero più vicino.

Cioè, in realtà ci sarebbe, ma è vicino alle casse.

L’ORA DI METALLO PESANTE

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Ogni volta che sono triste, penso ai metallari.

Quando penso ai metallari mi sento subito più tranquilla, rassicurata da uno stile di vita e costume che non cambia da anni e tuttavia riesce ancora a risultare provocatorio e a far paura agli sciocchi.

Quando passa un metallaro, le signore perbene si tengono stretta la borsa nonostante sia ormai universalmente provato che i metallari siano da sempre gli unici che le aiutano ad attraversare la strada e che la borsa, al giorno d’oggi, gliela rubano i minorenni annoiati dei quartieri ricchi, i loro nipoti.

 

Ogni volta che incontro un metallaro, mi convinco che nella vita esistono cose più spaventevoli di un chiodo di pelle portato sotto il sole di agosto e che temo più il filo di perle.

Che la borsetta stretta sul petto me la fa tenere certa classe politica semmai, non il metallaro.

Forse Mozart fu metallaro per il suo tempo e chissà quanti altri uomini e donne straordinari fecero tenere stretta la bisaccia o il borsello agli anziani, nei secoli.

Io invece, ogni volta che penso agli scarponi anfibi e a quelle magliette con gli scheletri e le tombe scoperchiate, mi rallegro. Ritrovo la speranza nell’umanità.

Perché ho stima profonda in chi si finge minaccioso e dichiara dissenso attraverso l’espressione di sé stesso perché tanto si sa che i metallari sono buoni da morire e perché preferisco chi, per vestirsi non segue i blog ma i poster degli Iron Maiden.

I metallari hanno un’essenza pioneristica universale, si vestivano in total-black molto prima che ci arrivassero i direttori creativi delle agenzie di pubblicità, si facevano i piercing e i tatuaggi anni luce prima delle cantanti pop di Miami e ispirarono Cher, i Kiss e Riccardo Cocciante in tutte le loro acconciature.

Le loro contraddizioni già citate, mi mettono di ottimo umore, soprattutto i pantaloni di pelle in spiaggia e la loro proverbiale sensibilità che permette loro di cantar d’amore con la voce degli orchi di Mordor.

Le ostili maggioranze pensano che l’igiene personale non appartenga al metallaro mentre invece profuma più un ragazzo vestito di nero e di catene che un impiegato in metropolitana al tramonto.

Lo stile di vita metallaro andrebbe insegnato nelle scuole perché è un movimento sociale che ci accompagna da generazioni e che alleggerisce e rende varia la classificazione degli esseri umani in Occidente che trova nel metallaro un bizzarro imprevisto tra il borghese o il fricchettone.

E poi il metallaro insegna a fregarsene del giudizio altrui, andandosene in giro con la propria purezza interiore e l’armatura di cuoio: una disciplina che non può non essere insegnata a scuola.

Ci vorrebbe qualcuno che inventasse l’ora di metallo pesante.

Professori ne abbiamo e non ci sarebbe più bisogno della campanella nelle scuole, ci penserebbero loro gridando: METALLO!

ALL THAT JAZZ

COSE FASTIDIOSE

Sento che nella mia vita è arrivato il momento di fare quella che s’intende di jazz.

Sento che il jazz più ostentato che mai, possa dare alla mia vita quel tocco interessante che piace.

Quel non so che di intellettuale, di bohémien, di spettinato, così richiesto in questa epoca underground.

Devo fare quella che di jazz ne capisce.

Sento che è il momento storico a richiederlo.

Sento di dover fare quella che il jazz ce l’ha nel sangue.

Ho già un piano: adesso che arriva la primavera io, sai che faccio?!

Spalanco tutte le finestre di casa e metto su una playlist di Spotify, tipo All that jazz, ecco.

Metto su la playlist e la sparo a tutto volume così si diffondono in giro per il quartiere quelle tipiche trombe jazz.

Quelle trombe così agitate.

Così i vicini sentono che ascolto roba chic.

Che m’ascolto tutti quei suoni scuri, selvaggi, negri, rudi.

Che tanto io poi sarò già in ufficio, che mi frega.

A me basta che si sappia che mi sento il jazz.

Poi Rihanna me la sento in cuffia.

A me basta che la gente pensi che sono una di quelle che s’ascoltano il jazz e che bevono il gin più costoso, accasciate sui divani di pelle nera dei jazz-club parigini.

Oppure sopra a quelli sgabelli in metallo.

Dovrò fare un po’ di pratica.

Dovrò capire come arrampicarmici sopra e restarmene lì in apnea per tutta la durata del pezzo jazz.

Che durano un sacco le canzoni di quel genere là e non sai mai quando finiscono.

Ma è tutta questione di pratica e abitudine.

Inizierò anche a fumare perché pare che quelli che si sentono il jazz, fumino a bestia.

Inizierò a dire che New Orleans è la città più figa del mondo.

Dovrò guardarmi qualche documentario su New Orleans.

Dirò a tutti che la figlia di Albano era una mia amica.

Che ascoltavamo insieme il jazz a New Orleans.

Che esiste anche una versione jazz di Felicità.

Sento che nella mia vita è arrivato il momento di far credere a tutti che a me il jazz mi cerca da quando son piccola.

E che comunque me la cavo anche a suonarlo.

Tanto che ce vuole?

Chi ci capisce davvero di jazz?!

Se mi dicono qualcosa, se non sono convinti, dirò loro che è una cosa nuova.

Che è un afro-jazz sperimentale.

Che me l’hanno insegnato i negri di New Orleans.

Che me l’ha insegnata Albano che, in realtà è un bravissimo jazzista ma in Italia fa altro perché l’Italia che ne sa di jazz?

A me basta che la gente sappia che io il jazz ce l’ho in tasca.

Mi basta che la gente pensi che io il jazz lo mastico.

A me basta che la gente mi pensi.

Sti cazzi del jazz.

IL CASSETTO CON DENTRO IL LICEO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Qualche giorno fa sono stata in un liceo per fare una lezione-spettacolo ai ragazzi delle ultime classi, prossimi alla maturità.

Alla fine di questa inedita esperienza che mi ha fatto bene come una rara medicina omeopatica, tornando a casa mi sono accorta di avere uno squarcio aperto tra la bocca dello stomaco e il diaframma: era il cassettino dei miei ricordi liceali.

Il periodo del liceo infatti è la zona temporale del mio passato che ricordo meglio, nonostante le sostanze ingerite in quell’epoca scapigliata.

Forse me la ricordo bene perché, seppure qualche bastardo inizi a chiamarmi “signora” dandomi del lei, è come se una parte di me si sia cristallizzata laggiù, tra i sedici e i diciotto anni, come se mi sia rimasto dentro un cassetto aperto, abile a mantenere le principali connotazioni caratteriali di quando avevo i brufoli per usarle sempre al momento sbagliato quando, in teoria dovrei comportarmi da femmina adulta, da signora, come dicono i bastardi.

Le medesime pulsioni di quando oscillavo tra la I e la II liceo classico si presentano ancora oggi attraverso: predilezione inconscia e costante per il piacere rispetto al dovere, predisposizione a non far nulla di ciò che sia obbligatorio o previsto dalla legge italiana, materna o civica, necessità di sonno oscillante tra le dieci e le quindici ore, dipendenza e amore incontrollato per la guida di un mezzo di trasporto (moto o auto) il cui carburante sia pagato da terzi, ingordigia nei confronti del guardaroba materno a disposizione, capacità professionale nell’assunzione di quantità ciclopiche di alcool, nonostante oggi la qualità abbia conquistato un deciso upgrade rispetto ai tempi in cui si rubava la vodka Keglevich nei supermercati, per bersela liscia e calda al giardinetto.

Dunque guidando il mio gippone verso casa, dopo aver visto tutte queste persone giovani costrette dallo Stato a scalpitare di vita dentro a pesanti aule, mi vergogno ma ho riflettuto su quanto ogni tanto abbia bisogno di tornare al loro stadio di spensieratezza pensierosa.

Perché è così quella fottuta età: dovresti vivere spensierato invece pensi industrialmente, senza sosta, qualsiasi cosa e il contrario della stessa pregando che arrivi qualcuno a dirti cosa è meglio pensare senza però importelo.

Mi vergogno ma ho ammesso a me stessa quanto ogni tanto abbia bisogno di ascoltarmi ancora la musica di quando avevo sedici anni e di come vergognandomi, debba sentirmela in cuffia in modo che nessuno possa pigliarmi per il culo se metto Kylie Minogue, i Sex Pistols, i Foo Fighters o i Jane’s Addiction pur essendo ormai una signora.

Mi vergogno ma ho ammesso a me stessa che forse dovrei smettere di indossare con orgoglio quel mio paio di jeans Subdued con le toppe dei Led Zeppelin cucite sul culo, tutti strappati, non da un designer newyorkese ma dalle secolari avventure vissute insieme a me.

Essere grandi mantenendo un cassetto da teenager può essere utile ma è un po’ anche una fregatura.

Da quando devo far finta di essere adulta non posso più entrare nelle profumerie a rubare smalti per contarli fuori con le amiche, sono obbligata a nascondere bene tutti i chili di timidezza e insicurezza che mi porto in tasca dalla nascita e non ricevo più quella confortante frase che mi piaceva e serviva tanto, quella del “ti capisco, sei in un età difficile, vedrai passerà”.

Non ho più giustificazioni.

Non posso più giustificarmi alle interrogazioni.

Sono una donna sola nel mondo adulto col mio cassetto aperto sull’adolescenza.

Eppure è al liceo che ho imparato le cose più importanti del saper vivere.

Ho imparato a simulare coliche renali da oscar per non essere interrogata e nel tempo ne ho fatto un mestiere retribuito.

Ho imparato a tonificare le chiappe stringendole quando la Facchiano faceva il giro della classe con gli occhi per capire chi interrogare in latino.

Al liceo ho imparato la bellezza di avere una madre che mantiene le promesse anche quando la promessa è di mandarti al suo liceo di suore mantellate serve di Maria, se sarai bocciata.

E, una volta bocciata, è lì che ho imparato che il liceo pubblico non era poi così male, se visto dalle sbarre di un collegio con la divisa bianca e blu e la ricreazione vigilata da Suor Giulia.

Se oggi scrivo per mestiere lo devo al liceo e alla capacità agonistica appresa lì, nella trascrizione delle versioni di Tucidide alla velocità della luce o almeno in settanta secondi di telefonata con la mia compagna di classe Cecilia.

A proposito di Cecilia, al liceo ho imparato che ci sarà sempre gente che col minimo sforzo raggiungerà il massimo dei voti mentre tu, con tutti i tuoi vortici di pensieri selvaggi, i cavalli alati, gli amori drammatici quasi mai corrisposti, i balli feroci, le emozioni che ti divorano e la musica nelle cuffie dalle tre di pomeriggio alle due del mattino, ti farai sempre un culo così per affrontare argomenti e doveri che non ti piacciono e non che non ci sarà mai verso di farti piacere.

E’ al liceo che ho imparato l’esistenza di alcuni gesti deficienti che possono tuttavia aiutarti ad accrescere la stima del pubblico che ti guarda, come accendere una sigaretta alle sette di mattina davanti a scuola o fare la pinna con l’SH nonostante la performance a lungo andare ti fotterà la forcella.

Così oggi guido verso casa dopo una mattinata con queste persone giovani che hanno riaperto il mio cassettino puberale facendomi realizzare che è il momento di chiuderlo, che certe cose non torneranno ed è meglio così.

Che ogni età ha la sua bellezza ma non tutte le età sono così belle come quella in cui ogni mattina incontri il bidello: l’eterno ragazzo che ti ricorda che si, è possibile portare l’orecchino fino a sessant’anni, che non c’è niente di male.

Che l’unico male tutt’al più è Kylie Minogue ma tanto se la senti in cuffia non lo saprà mai nessuno.

TU E LA ROCKSTAR

COSE FASTIDIOSE
Celebrities as Neoclassical Paintings, George Dawe

Celebrities as Neoclassical Paintings, George Dawe

Scorrendo la graduatoria delle categorie più influenti al mondo, sullo scalino subito dopo Dio e la Mamma, lì si trova la Rockstar.
La Rock-star si venera, non si discute.
Ed effettivamente non mi ci metterei a discutere con uno dei Kiss.
E Mick Jagger quando lo vedi in un live con dietro i suoi compagni che cadono a pezzi (il batterista sembra uno di quei soldatini giocattolo inglesi a carica!) mentre lui si muove come Diaghilev, ti viene davvero voglia di venerarlo.
Comunque la scelta di dare autorità ad un artista che produce musica per comunicare, mi pare felice.
E anche dal punto di vista professionale, il mestiere della rockstar conviene per molti buoni motivi.
Tralasciando la banale faccenda del conto in banca e quella forse meno banale di fare un lavoro che si ama, direi che il mestiere della Rockstar è invidiabile sotto tanti punti di vista: vantaggi di tipo estetico, morale e comportamentale irraggiungibili per soggetti normali e sfigati come noi.

Vediamo insieme alcuni di questi vantaggi che la rockstar può avere, a differenza mia e tua.

 

La Rockstar può:

•    usare la stessa maglietta per settimane
•    morire in una vasca da bagno con un completo elegante diventando così una leggenda. Mentre tu se lo fai, sei un coglione, un disadattato.
•    fracassare camere d’albergo insieme agli amici che tanto poi passa il manager a pagare.
•    vomitare o fare pipì senza dover per forza trovare un posto discreto e appartato per farlo.
•    farsi un taglio di capelli normalmente punibile per legge, un taglio come quello dei Righeira. Che, effettivamente sono stati puniti dalla legge in aeroporto, tornando da Ibiza, con le pasticche nei loro pantaloni alla turca.

  •  Una rockstar può uscire con una, due, quattro, quindici modelle contemporaneamente senza che nessuna di loro si offenda o sia gelosa.
    •    avere gli occhiali scuri in qualsiasi situazione senza risultare patetico.
    •    guidare ubriaco.
  • essere figo anche nelle foto del commissariato al momento dell’arresto, qualora si venga arrestati per guida in stato di ebbrezza.
    •    indossare abiti dal gusto ripugnante e non avere accanto una sola persona che abbia il coraggio di dirglielo.

Infatti Elton John sono 60 anni che si veste come una pappagallina Cacatua.
•    cantare strafatto come Vasco Rossi ai tempi di Alba Chiara ed essere comunque amato dalle mamme.
•    firmare autografi sui sederi delle ragazze e rifiutarsi di farlo sui sederi dei ragazzi o viceversa
•    vedere gente che indossa t-shirt con la sua faccia mentre fa un dito medio
•    sapere che quando morirà venderanno all’asta anche le sue mutande
•    sposarsi e divorziare come fosse un hobby alternativo al burraco o al giardinaggio
•    urlare al microfono stronzate come “mi sentiteee?!!”, tanto il pubblico grida e gode lo stesso
•    dare ai figli nomi irragionevoli e ridicoli, come Pixie o Giagarta, tanto essendo figli di una rockstar da grandi faranno le modelle o gli stilisti.
•    nutrirsi solo di bibite di Starbucks
•   una rockstar può rilasciare interviste che vengono diffuse con lo stesso peso mediatico di un discorso presidenziale.
•    produrre brani che abbiano un solo accordo e nel videoclip far finta di sbranare la chitarra con le gengive.
•    produrre brani che abbiano un solo accordo e a fine concerto spaccare comunque la chitarra, anche se l’hai usata solo per un accordo.
•    incontrare il Dalai Lama, la Regina d’Inghilterra, il Papa e Nelson Mandela, anche se è morto.
•    far salire la mamma sul palco
•    mangiare pipistrelli senza essere linciato dai vegetariani
•    scrivere poesie e avere qualcuno che le legga e che ci faccia le magliette.
•    farsi tradurre i propri pezzi in spagnolo e non vergognarsi a cantarli
•    morire giovane e aver fatturato il triplo di quello che fattureresti tu in sei vite

Bene. Ora sai che, quando ti chiederanno cosa vorresti essere nella prossima vita, rispondere “una farfalla o me stesso, sto benissimo così”, è una cazzata. Devi dire “La Rock Star o al massimo il pappagallino Cacatua di Elton John.”

 

PS. Avere un dipinto ad olio di George Dawe con il tuo muso:

http://www.fubiz.net/2014/02/27/celebrities-as-neoclassical-paintings/

IL CIGNO MARRONE ossia NON SONO FATTA PER IL MUSICAL

COSE FASTIDIOSE

Audizioni che passione. Nel senso di Via Crucis.Non capisco perché mi ostino ad andare ai provini dei musicals.
Io e il musical non ci piacciamo, punto.
E’ una reciproca antipatia e così confermo anche stavolta il mio vizio di non fare molta selezione e frequentare anche gli amici che mi stanno sulle palle così, per pigrizia.
E a causa di questa stessa pigrizia evito di dichiarare la mia antipatia al musical e mi preparo meglio che posso per il provino.
Chiamo l’amico coreografo che mi mette sulle punte.
Vado a pranzo dall’amica soprano che prima del risotto mi titilla la gola.
Poi passo dall’amica con la sartoria teatrale (Ci tengo a sottolineare che in questo caso gli amici che mi aiutano mi sono tutti simpatici) le rubo il vestito che affittarono per Liz Taylor nel ’62 e mi chiudo in casa per giorni dichiarando che ho un’audizione.
Poi due giorni prima smetto di prepararmi per riposare, mi piglio il biglietto dell’aereo se l’audizione non è nella mia città, per arrivare la sera prima ed essere la mattina dell’audizione fresca, pulita e rilassata.
La mattina però, mi sveglio di cattivissimo umore senza capire il perché.
La sera prima come al solito non rispetto i canoni artistici di purezza e mi ubriaco con gli amici, così oltre al cattivo umore ho anche la faccia gonfia come Goodman.
Poi faccio di tutto per arrivare in ritardo, tergiverso sul caffè, guardo l’orologio, vedo che manca un quarto d’ora ma tanto in metro ci metto poco allora quasi quasi mi taglio anche le unghie dei piedi, anche perché nell’ansia ho comprato le scarpette (che userò solo per questo strafottuto provino) di un numero più piccole del mio quindi con le unghie corte è meglio.
Quando mi decido ad uscire ho fatto tardi e quindi l’ansia il cattivo alito e il faccione della serata  mi possiedono.
Arrivo al Teatro Nazionale o dove mi convocano e anziché trovare lo splendore notturno trovo solo il bar aperto pieno di tramezzini disgustosi e in fondo al foyer una ragazza trendy piegata sul suo smartphone che dopo avermi guardata dalla testa ai piedi con il sottotitolo “fai cagare, non ho idea del motivo per cui ti abbiano selezionata gli idioti dei miei colleghi”, mi consegna 15 liberatorie tutte diverse da firmare in 30 secondi perché nel frattempo dietro di me sono arrivati altri e sono in ritardo.
Sono liberatorie dove consegno i miei diritti al 100% e con scadenza imperitura alla produzione.
Con la mia immagine potranno farci, nell’improbabile caso ne abbiano voglia, poster, adesivi, documentari, teaser, tende per la doccia, suole per mocassini etc.
E io firmo eh.
Anzi tutti firmano.
Perché ormai sei lì, che fai? Inizi a sindacare ancora prima di essere selezionata?!
Così poi sei quella antipatica e per tutta la tua prova quelli della produzione, il regista, la costumista e lo scenografo  ti guarderanno a braccia conserte su chissà che fila della platea, dicendosi tra loro “Si bravina, ma è quella che rompeva i coglioni sulle liberatorie”.
Insomma, firmo.
Dopodichè il nulla.
Nessuno mi dice dove posso prepararmi o dove posare la borsa, se mi chiameranno loro o ad un certo punto dovrò irrompere sul palco facendo una spaccata e urlando nome, cognome età e altezza.
Dopo 20 minuti di indagine giù per gli scantinati del teatro inciampando su cornici, scenografie, pestando specchi e copioni, io e le mie 7 borse
riusciamo a trovare un discretissimo cartellino su una porta di 2 tonnellate che all’interno nasconde il 70% dei motivi per i quali non parteciperò mai più ad un provino di un musical.
Stipati in una sala tutta specchi e barre ci sono almeno 80 giovani sotto i 25 anni, tra attori, ballerini e cantanti.
Ciascun artista gorgheggia, si piega a scatoletta thailandese, fa smorfie di riscaldamento facciale spaventosissime, tutto rigorosamente facendo finta di non curarsi del collega al suo fianco.
La noncuranza è solo apparente però.
In realtà in questa sala si respira odio, si respira nel senso che è talmente forte che sembra avere un odore: quello di calzini e di sudore, di gloss per le labbra e gelatina per capelli.
E’ come se prima della finale dei mondiali di rugby le squadre si riscaldassero tutte insieme nello stesso ambiente.
I rugbisti però sarebbero più alla mano.
Qui ti linciano con lo sguardo, uno contro l’altro in una rissa immaginaria senza muscoli ma con unghie, tacchi e leggings.
La maggioranza omosessuale è impressionante.
Non darebbe sui nervi se non fosse urlata, sbraitata, scalciata e sbattuta per tutta la sala.
Perché per prendere un lavoro devo sopportare tutta questa esibizione della personalità e dell’orientamento sessuale di miei ipotetici colleghi?
Me ne vado.
No.
Ho sopportato una spesa di quasi 300 euro tra costumi, biglietti aerei e parrucchiere.
Ho portato fiori all’amica cantante, birra artigianale all’amico coreografo e ho passato ore dei miei ultimi 15 pomeriggi a cantare canzoni idiote allo specchio, con le mani svolazzanti allenando il mio sguardo ad essere il più possibile amicone e coinvolgente, cosa che vi assicuro, richiede una certa preparazione, provateci a casa.
Quindi mi intestardisco e aspetto il mio turno, prendendomi la giusta dose di pedate, di spaccate sopra la mia borsa e di “Amooree” ogni volta che entra qualcuno che si conosce con uno dei presenti.
Dopo 5 ore di attesa quel che resta di me è davvero poco competitivo.
Cerco di ricostruire il mio trucco squagliato, tengo sospesi i piedi insaccati nelle scarpette 38, che stanno esplodendo così come sta per esplodere la cerniera del vestitino di Liz Taylor, per il quale la mia amica costumista che si è tanto raccomandata, ma io non potevo prevedere che le scarpette mi avrebbero causato seri problemi di circolazione.
La giuria è composta da dieci signori under 50 vestiti come gli amici di Maria De Filippi, solo più vanitosi e con le rughe e la pelle morta sotto le ascelle.
Dei 3 monologhi, 5 pezzi musicali e 2 coreografie che abbiamo studiato e ripetuto per settimane, ora siccome è pomeriggio e “guarda non ce la faccio proooooprio più”, vogliono vedere solo 30 secondi del brano più ridicolo e il mio dialogo, che prevede l’interazione con una ragazza, viene violato dal regista, uomo peloso, che si offre di darmi le battute della fanciulla interpretandole con un farsetto femminile che dovrebbero accompagnarlo immediatamente fuori dal teatro.
E invece fuori dal teatro ci accompagnano me.
Dicendo che gli spiace tanto, che è la parte più difficile del lavoro ma anche se hai scritto che sei attrice e non cantanteballerinacoreografatruccatricecostumistattrice abbiamo bisogno di un profilo più versatile.
“Così in realtà abbiamo convocato anche attori ma siamo più interessati a ballerini e cantanti”
E viceversa se un ballerino fa loro cagare, gli dicono che cercano attori diplomati.
E al cantante che hanno bisogno di ballerini che mentre cantano facciano anche la verticale senza che però il sangue vada al cervello, perché la faccia rossa è poco teatrale.
Perché non dire semplicemente “Ci fai schifo ma magari per altri lavori funzionerai?”
Mi chiedo poi, perché se mi offrono anche in regalo un biglietto per un musical preferisco in genere stare a casa a spolverare le mensole e invece mi ostino ad andare ai provini dei fottuti musicals?!

METTI UNA NOTTE IN METRO E LA GENTE CHE RIDE.

FAVOLE DI MADAME PIPI'

Metro-de-MadridDevo prendere più spesso la metro di notte.
Possibilmente con fotocamera, quaderno e matita.
Pronta per il reportage, insomma.
La metropolitana di notte è un’ insulina di avventure singolari, sparata in vena nel giro di poche fermate.
Anzi, con una notte di materiale registrato in metropolitana di notte, ci potresti fare direttamente un film.
Non capisco perché non ci abbiano pensato i signori della sicurezza delle varie stazioni.
La metropolitana di notte è un momento di indagine sociale senza precedenti.

Madrid, primo maggio duemilaquattordici / mezzanotte e qualcosa / Linea 11, Plaza Eliptica – Oporto.

Finalmente dopo diciotto minuti di attesa, arriva il fottuto treno.
Di notte è così, aspetti la metro come il giorno del compleanno.
Sul bagnasciuga della stazione ci siamo io, la mia bici, un giovane nero molto bello e un serio messicano con una polo e stranamente alto e senza i baffi che ti aspetti da un messicano.
Sto rientrando a casa dopo una semplice e bella cena dall’amica Claudia e dai suoi 7 piccoli cani trovati dentro la pancia di una mamma cagna di nome Bruna.
Ma questa è un’altra storia.
Il fatto è che arrivare a casa di Claudia, ogni volta, è un’escursione di quelle hard-core.
Ma eravamo alla metro che finalmente arriva.
Tutti salgono me compresa, ma solo dopo essermi graffiata a sangue le caviglie coi pedali della bicicletta.
Mentre entro arriva dal dentro il vagone, una calda soffiata di Gin.
I miei due compagni di viaggio si posizionano distanti ma uno di fronte all’altro, mentre io resto in piedi con la bici che dalle caviglie inizia a sbucciarmi anche le ginocchia.

Fermata Urgel.
Sale un giovane tedesco biondo, molto basso, sui 40, fomentatissimo.
Mi spiace, ho cercato un aggettivo più elegante ma “fomentatissimo” gli si addice alla perfezione.
E’ tutto vestito di nero, canottiera stretta stretta da manichino pepe jeans e capelli esattamente ossigenati come li ossigenava Billy Idol ai tempi di Hot in the City.
Non posso resistere:  da ora in poi il nostro soggetto lo chiameremo Billy Idol.
Sembra appena atterrato da Ibiza, col suo zainetto nero nero e tutto aderente anche lui, alla schienetta muscolosa.
Billy Idol mi si piazza davanti a gambe aperte, talmente aperte che mi ricorda Vasco Rossi quando durante certi concerti si esalta e muove le braccia come per dire “quanta roba, ragazzi!”, presente?!
Dubito comunque che il nostro Billy Idol di Colonia conosca Vasco.
Insomma, si piazza  a gambe apertissime nella parte della metro gommosa, quella a fisarmonica (forse spera che la metro muovendosi gli apra ancora più le gambe, concedendogli più potere).
Appena si rende conto che la sua posizione è ben piantonata a terra, Billy Idol di Francoforte inizia a muovere la testa a ritmo di chissà che canzone tecno ha sparata nelle orecchie.
Il problema (ma anche la fortuna) è che ce l’ha sparata nei timpani solo lui, mentre  fuori c’è il silenzio discreto della metro.
Un silenzio educato che non impedisce alla gente di fissare Billy Idol di Hannover, con la coda dell’ occhio.
Direi che tutte le code dell’occhio, nelle successive 3 fermate, sono fisse sul nostro eroe, appena tornato da una street-parade, senza però accorgersi di esserne andato via.
Le gambe si divaricano sempre più ad ogni curva della metro, il rischio spaccata è imminente.
Il nostro Billy Idol di Dusserdolf è solo e orgoglioso di esserlo, nella sua immensa bionditudine.
E’ talmente orgoglioso da non accorgersi di tutte le code dell’occhio ma anche del fatto che è ormai è molto vicino con la sua piccola rotula sotto sforzo, alla ruota della mia bicicletta e quindi evitare di guardarlo sarà ancora più complicato.
Ma non è il suo sguardo che temo.
Temo quello dei miei compagni di viaggio acquisiti: soprattutto del nero bello e del messicano serio, che nel frattempo sono impegnatissimi a grattarsi qualsiasi angolo di pelle e a frugare nei loro borselli, facendo palesemente finta di cercare qualcosa, pur di non guardarsi tra di loro.
Già, chi incrocia lo sguardo del vicino, in questo momento è davvero fottuto.
E’ bizzarro nella nostra società, ma il nostro Billy Idol di Berlino ha creato con la sua performance un piccolo legame umano tra noi passeggeri.
Tutti lo stiamo guardando ma se uno dei nostri sguardi si incrocia con quello del vicino di sedile, può capitolare la discrezione educata della metro per far spazio ad una risata di quelle barbariche, universali, omogenee, cosmiche direi.
Tutti quindi sono ben attenti a non guardarsi.
Ma è solo questione di secondi.
Io sono tutta fiera di essere attrice.
Chi farà ridere me, che sono così concentrata nei miei esercizi di teatrante per non ridere fino a quando la metro non sarà ferma nella mia stazione (e io al sicuro)?!
Chi, chi potrebbe osare tanto?!
Billy Idol di Amburgo, chiaramente.
Ma non affonderò da sola.
Il caso ha scelto lo sguardo del serio messicano con una polo, stranamente alto e senza i baffi che ti aspetteresti da un messicano.
Ve lo ricordate?
Beh, i nostri sguardi si incrociano per una manciata di secondi e si dicono tutto.
Come in un colpo di fulmine, i nostri occhi si parlano.
Però anziché “Ti Amo” si dicono un enorme, gigantesco “OOOOOOOOHHHH,MALOHAIVISTO??!!!”.
Così dopo un goffo tentativo di limitare la risata, spruzziamo bava dalla bocca chiusa, come dei vaporizzatori o delle giovani balene e ridiamo come due idioti.
Segue tutto il vagone.
Chi più chi meno, grazie a Billy Idol di Dresden questa sera sulla metro si ride tutti insieme, ma di gran gusto.
Billy però è troppo inserito nel pezzo tecno per accorgersi che, la risata di 50 sconosciuti che lo amano e che si amano senza conoscersi per qualche minuto, è nata grazie alla sua performance.
E rimane un pò incuriosito fino alla stazione di Oporto, dove tutto aderente col suo zainetto-guaina, scende dalla metro ancora con le gambe aperte a compasso.
E sono sicura di averlo visto pensare che in metro gira gente strana, ma non immaginava così tanta tutta insieme sul suo stesso vagone.
Coglioni gli spagnoli, ya.