GIANTAXI E LE LUCI DELLA NOTTE – Racconto

FAVOLE DI MADAME PIPI'

A Milano, che si meriterebbe di non essere in Italia.

 

ONE

– Sei ancora lì? Rimani dove sei, scusa sono sotto botta, arrivo da te in cinque min. J

Gian, di mestiere sfreccia nella notte.

Sta venendo a prendermi agli studi, per riportarmi a casa, dopo il mio consueto turno di diretta tv settimanale.

Presento un programma che, da quasi tre anni, mi vuole bella e felice per sette ore a settimana quasi consecutive.

Fresca e smagliante come non sono mai stata nella vita reale. Eppure.

Alle tre del mattino, quando regalo la mia frizzante Buonanotte! ai telespettatori, non appena le luci del palcoscenico si spengono, ecco che magicamente mi trasformo in un impiastro abominevole, a metà strada tra un pagliaccio assassino e una prostituta di Cesano.

Cado a pezzi senza che il processo possa essere fermato: ho i pori del viso completamente occlusi da quintali di cipria a buon mercato e i piedi lessi e straripanti dentro i sandali della ribalta: dalla prima nota della sigla di chiusura lanciata, smetto di essere un soggetto in grado di parlare, di ricordarmi dove abito e come mi chiamo, figuriamoci quanto sia in grado di guidare.

Aver conosciuto Gian ha illuminato le mie notti più buie, perché da oggi ci pensa lui.

La rubrica telefonica di Gian è piena zeppa di contatti di modelle, veline e attricette che manco Lele Mora prima del servizio sociale da Don Mazzi. Ci porta tutte a casa ( ciascuna nella sua) a noi dello show-biz che non possiamo e forse non potremo mai, permetterci un autista privato.

Parla uno slang milanese bizzarro, una lingua che possono a malapena interpretare solo Umberto Smaila e Jerry Cala’ anche perché, a guardarlo bene, Gian è vestito esattamente come loro.

Non saprei dire quanto sia alto perché l’ho sempre visto seduto, ma so perfettamente come lo troverò vestito.

I tassisti infatti, non hanno un’uniforme ma Gian si.

Ne ha una sua, col quale è convinto di essere spregiudicato, sexy, al top, come direbbe lui: jeans slabbrato e la camicia nera di H&M ( quella che concede solo qualche mese di uso prima di lasciare due chiazze bianche salmastre sotto le ascelle) che, sbottonata fino al capezzolo aprirà le porte sensoriali agli audaci che sapranno sbirciare con discrezione e ammirare la rara tipica mollezza pallida che hanno certi ragazzi quasi rossi, come Gian.

Quelli non esattamente arancioni, per intenderci, ma con tutti i sintomi di questa strana razza umana: texture della pelle lattiginosa, corporatura molle e precaria, pioggia di lentiggini, totale assenza di peli, sguardo furbo, a volte cattivo, lo stesso che inquietò Verga.

E per inquietare uno con un cognome così…

Comunque Gian non è cattivo per niente, è solo spregiudicato e perennemente sovraeccitato.

Ha iniziato la sua losca carriera di taxi-driver con un regolare turno serale fuori dalle discoteche milanesi.

In pochi mesi però, è riuscito a mettere insieme un portfolio di clienti boni che lo chiamano per servizi extra e così è diventato il reuccio del trasporto in nero, col sedile sporco di glitter.

Gian esegue piccole commissioni nelle zone malfamate per conto di ballerini di musical, lavori loschi fuori città per le starlet delle televendite, trasporto in massa di fotomodelle di ritorno da coma etilici e da oggi, anche il mio ritorno a casa, che di losco ha molto poco, a parte la mia faccia.

Gian riesce a portare a compimento le sue missioni senza servirsi di quello che per lo Stato dovrebbe essere il miglior collega di lavoro degli addetti al trasporto pubblico su autovettura: il tassametro.

Tiene acceso l’affarino ufficiale solo per pochi clienti, quelli di brutta presenza che hanno la disgraziata di idea di fermarlo per strada o quelli che riescono ad usufruire di lui attraverso il collegamento spesso difettoso, col centralino;

per il resto conduce liscio e sobrio la dissoluta professione non fiscalizzata nel sottobosco metropolitano, senza che nessuno abbia mai avuto voglia, coraggio o capacità logiche di chiedergli spiegazioni legali a riguardo.

Per l’abbondante porzione di notte in cui il controllo della legge italiana cigola, Gian sfreccia col suo SUV bianco, un veicolo che i più chiamerebbero taxi mentre in realtà è più preciso ammettere che si tratti di una vera e propria micro-limousine, piena di adesivi con numeri di telefono assolutamente fittizi appiccicati alla carrozzeria esterna, e il buio fumoso di certi lounge bar rumeni, che avvolge quella interna.

Il nostro eroe cocchiere corre col finestrino abbassato e ha in serbo per i passeggeri la migliore musica delle peggiori discoteche di Ibiza, che diffonde con un sistema audio potente come quello del Privilege di Ibiza, ma rattrappito in un abitacolo con quattro posti a sedere di pubblico utilizzo, sempre occupati da minorenni georgiane, manager con slip leopardati sotto il completo Brioni e qualche volta, senza che ne abbia tali meriti, anche da me.

Il suo smartphone è sempre lì, appoggiato sulla patta, a illuminargli il mento facendolo sembrare un nano del Signore degli Anelli che, non si sa per quale motivo, un giorno si è messo in testa di imparare gli itinerari delle principali arterie stradali tra Milano e Casalpusterlengo e mollare così Mordor , per sempre.

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TWO

A me, un po’ per gioco, un po’ per rabbia, interessa sempre vagliare le mille possibilità di fregare lo Stato offerte dal mercato, quindi ho deciso di fidarmi a occhi chiusi della mia collega Tamara, quando quella notte di Luglio mi ha assicurato che a fine diretta sarebbe venuto a prendermi il suo driver Gian.

Ha usato proprio quella parola lì, quella magic word che è “driver”, una parola che lascia intendere professionalità e competenza, perché alle due di notte non ho proprio voglia di essere buttata in un fosso coi lividi e addosso solo i miei sandali sudaticci. Magari in un altro orario se ne può discutere, ma a quella stramaledetta ora non ho voglia di negoziare.

Sono stanca in modo feroce.

Ma se come alternativa mi si profila la chiamata di un taxi ufficiale, che mi farà aspettare dai quindici ai venti minuti fuori dagli studi, coi sandali che già sudano, beh preferisco affidarmi agli amici degli amici, anzi, ai driver dei colleghi.

Ora sono qui fuori dagli studi televisivi che attendo Gian da più di trenta minuti.

Uno sconosciuto senza manco un numero verde col quale prendersela, mi costringe a sostare sotto un cartello segnaletico di rimozione forzata, a Lambrate, sino alle tre del mattino.

Senza avere idea di chi sia, già sento di detestarlo.

Come detesto le mitragliate di messaggi su whatsapp che mi manda per dirmi a quanti millesimi di minuto si trova anziché posare il cazzo di telefono sul sedile del passeggero e guidare come un puma, visto che lo sto aspettando in mezzo alla strada con trucco e vestito di scena, se così si può definire una striscia di tessuto nero elastico, tra vita e seno.

“Arrivo in quattro min.”

“Girando per Piazzale Lugano, semaforo caxxo!”

Perché molta gente perde la dignità quando si trova a dover scrivere messaggi con lo smartphone?!

Perché sostituire le consonanti di una parolaccia con X?

Perché abusare di faccette e di punti esclamativi e creare un mondo che non esiste ancora più ridicolo, se possibile, di quello reale?

“Ci sono, Tatina, sono dietro l’angolo!”

Tatina chiamaci tutte le donnacce del tuo albero genealogico, imbecille. MUOVITI.

Sento il fischio delle gomme, che lasciano traccia sull’asfalto della curva a gomito appena dietro gli studi.

Arriva Gian, col suo suv tirato a lucido per la notte.

Mi ha mandato talmente tanti whatsapp sulla sua posizione, sempre più vicina alla mia, che sento quasi un brivido di adrenalina, nel vederlo finalmente di fronte a me, in carne e lamiera.

Arriva a 80km/h in una strada privata che quasi penseresti pedonale, percorrendola per la prima volta.

Ma Gian se ne frega. E non solo dei limiti di velocità.

Inizia una frenata graduale, evitando di sgommarmi in faccia,

forse e per un attimo è tornato in sé, e si è reso conto che non siamo a Miami e lui non è Puff Daddy.

Forse se n’è reso conto guardandomi e realizzando che, non solo non sono Beyonce, ma se stanotte Beyonce mi incontrasse per strada farei spavento a lei e al suo bodyguard, talmente sono sfatta.

Nonostante il timore che gli leggo in faccia senza equivoci, Gian apre le sicure, io entro nel suo mondo e sfrecciamo nella notte dell’illegalità.

THREE

Una volta a bordo, potresti essere davvero ovunque.

Gian non guida, nuota. Un po’ per la pioggia milanese, così velenosa e rassicurante, che si attacca ai vetri e sfuma le luci.

I semafori, i fari e le infinite colonne di lampioni della tangenziale però, sono resi ancora più fluidi da una velocità prepotente con la quale Gian si fa largo, lanciandomi ogni tanto un’occhiata dallo specchietto retrovisore, per vedere se reggo la tensione.

Quella di Gian è una velocità aggressiva che mi fa rizzare i peli sulle braccia più dell’umidità, oltre a darmi la chiara sensazione che questa notte sarà interminabile ma, qualora vi fosse un termine, questo potrebbe collocarsi tranquillamente in un commissariato.

Mentre rantolo sui sedili posteriori Gian mi somministra una quantità di informazioni che già normalmente, nelle ore diurne, non sarei in grado di assorbire, figuriamoci alle tre del mattino, agghindata come Moira Orfei dopo la sbronza per il suo sessantesimo compleanno.

Riesco a percepire una sola dichiarazione: non viaggerò sola.

Per ottimizzare i guadagni della notte più rischiosa, il sabato, Gian organizza un vero e proprio piano di produzione coi vari pick-up in giro per Milano.

Questo è l’orario di punta. L’ora in cui i modelli escono dalle discoteche, ridotti come i Ramones a fine serata.

Non lo conosco abbastanza eppure, mentre mi chiede nel suo dialetto alla Umberto Smaila se mi secca che carichiamo altre persone “tutte di ottima presenza, eh zia!” , sento nel mio cuore che è la fine.

Sento che io e Gian stanotte, caricheremo individui sbronzi quanti più possibile, quanti il suv bianco possa contenerne, anche piegati in quattro, per poterli mettere uno sull’altro, al limite anche esanimi e nudi, per lasciarli davanti al loro portone di casa, come sono abituati col Giantaxi.

Perché Gian sarà un po’ ritardatario, imbottito di dopobarba e anti-depressivi ma è assolutamente affidabile: ti carica e ti porta a destinazione in qualunque stato tu ti faccia trovare nel punto di raccolta, purchè tu ti sia ricordato da lucido, di dirgli dove portarti.

Basta un bigliettino in tasca col tuo indirizzo di casa, se sei un cliente fisso, o una telefonata nel pomeriggio prima di immergerti nella notte più tetra della tua esistenza, e sta sicuro che Gian ci sarà e ti riporterà a casa illibato.

Il primo pit-stop è davanti ad una discoteca in pieno centro, di queste con sette piani e altrettante proposte musicali.

Tutto il palazzo è fasciato con lastre di luci a led fucsia.

Sono accecata e atterrita dalla possibilità che a quest’ora della notte, esista gente che ha ancora voglia di camminare sui tacchi e ballare con le mani in alto, come sento dire al Dj dalle finestre aperte del primo piano.

La frase successiva che sento, mentre i miei occhi bruciano di luci e stanchezza è:

“Andiamo dentro a recuperarli che ci mettiamo meno, Ciccia. Sennò stanotte la passiamo cristando!” , mi dice Gian.

Cristando?

Insomma andiamo dentro e cristiamo.

Pare che questo verbo significhi sopportare talmente tanti soprusi e angherie da avvicinare il soggetto che le subisce al martirio di Cristo, senza però conferirgli similare dignità.

Capisco perfettamente questa medesima sensazione di sacrificio estremo e perdita del decoro umano, entrando in questa discoteca che è la rappresentazione precisa dell’inferno, solo coi dannati vestiti Calvin Klein e Kokka che affollano il bancone del bar sbavando, ringhiando e gridando “Negroni” o “Vodka Tonic”, pozioni che prima o dopo, causeranno loro blocchi intestinali e altre pene dell’inferno.

I piani della Disco con le varie sale, si affacciano nella hall con mille balaustre dorate, creando un effetto vortice proprio come quello dei gironi danteschi e la musica, se dovessi immaginarmi l’inferno beh, sarebbe esattamente quella proposta in questo posto, in cui i peccatori stasera vengono puniti a suon di Lady Gaga e di Bachata ecuadoriana.

Le cubiste frustano i dannati, con le frange dei vestiti e le loro cosce slabbrate dai troppi anni di ore piccole sui tacchi e ogni piano ha un uomo nero della sicurezza che vigila, come nei peggiori incubi di ogni bambino.

Gian si muove come Caronte, gridando ingiurie e spostando i dannati come fossero alghe mentre io lo seguo con la borsa stretta stretta contro il petto e lo sguardo atterrito da certe danze inconsapevoli che vedo mio malgrado.

Ad un certo punto Gian grida proprio come griderebbe Belzebù per arringare i suoi diavoli alla massima esaltazione, solo che lui grida “YURI! PORCA BESTIA, ANDIAMO!”.

Yuri sembra non essersi accorto della vita in generale, figuriamoci delle urla di un nano rosso, in quella selva oscura.

Sta ballando attaccato alla balaustra del privè, come fosse un adolescente effeminato, alla sua quotidiana classe di danza classica.

Effettivamente Yuri è un adolescente effemminato ma al posto del tutù è fasciato in un paio di fuseaux (sono un’integralista del fuseaux, lo chiamerò sempre così. Non mi avranno mai quelli stronzi che lo chiamano leggings) in lattice nero e in una maglietta di un fucsia accecante, che dovrebbe essere proibito dalla legge.

Ma siamo all’inferno, quindi Yuri può mettersi quello che vuole, anche perchè sta nel privè dell’inferno, che alla fine è un po’ come la Giudecca.

Gian lo conosce anche il Demonio quindi non subiamo neanche dieci secondi di domande e controlli all’ingresso del privè, perché due omoni neri ci aprono direttamente il cordolo facendo un cenno a Gian, dentro ai loro occhiali scuri che chissà che cazzo se li mettono a fare gli occhiali scuri in un posto più buio di una miniera, ma tant’è.

Yuri si è preso di sicuro qualcosa per ballare senza dover avere altre necessità.

Ha ingerito, fumato o masticato qualcosa che gli ha tolto qualsiasi tipo di bisogno fisiologico: non deve andare in bagno, bere o mangiare né tantomeno crollare dentro ai divani di velluto, dopo la sua sessione di danza classica tecnologica.

Me lo spiega Gian dicendo “Zia, lo Yuri non dice una cazzo di parola dalle undici di sera alle due di pomeriggio del giorno dopo, lui balla e basta. Lui dove lo metti sta tipo in trance, però ti segue eh, se devi andare in qualche posto e ce lo devi portare lui sa che deve seguirti, però ti segue mentre continua a ballare, è tipo autistico, si piglia qualcosa di davvero bomba. Ma a me mi dà retta, eh.”.

Quando gli siamo vicini, per me Yuri è già leggenda.

Indossa anche lui gli occhiali scuri, solo con una montatura tigrata, e ha un’aria professionale e concentrata su ogni singolo passo di danza tecnologica, come fosse in un video dei Daft Punk visto però da una persona con dei problemi cognitivi che le rallentano i riflessi. Yuri si dinoccola a rallentatore, simulando spaccate sulle balaustre e muovendo lingua e braccia a serpentina, ammiccando il nulla, visto che è solo, non c’è nessuno che gli balla intorno, perché “Nel privè non si balla, nel privè”, mi spiega Gian “si fa i fighi e basta, si guarda giù cosa fa la massa di gente di merda, si beve, si fa i fighi, ecco. Capito?”.

Solo Yuri può ballare, perché il suo ballo è da fighi, pare.

Non c’è bisogno di trascinarlo via dal girone del privè, Yuri sa che se riconosce Gian nella folla, è venuto il momento di andare via e deve seguirlo.

Così si stacca dalla sbarra sopra la quale ha portato a termine la sua notte di solveggi e inizia a seguire Gian, facendo del piccolo stretching sul posto.

Non ha una giacca, un borsello, un cellulare, Yuri è venuto in canottiera e fuseaux da casa, forse correndo come Mark Renton, in piena punta di chissà cosa.

Gian mi fa un cenno e grida ancora come un demonio, in mezzo alla folla di dannati, che ci dobbiamo togliere dai coglioni.

Siamo fuori.

Respiro.

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Siamo fuori e mi rendo conto di quanto sia fragile Yuri, fuori dal suo contesto: magro, sudato e pallidissimo, ancora con gli occhiali scuri attaccati alla pelle appiccicosa, silenzioso, indifeso.

Meno male che c’è Giantaxi che lo porta a casa, altrimenti Yuri verrebbe picchiato e derubato perfino da una classe di signore di punto e cucito.

Fuori, appoggiate al cofano del taxi di Gian, piazzato in mezzo alla strada con le doppie frecce che lo illuminano come fosse un pacco regalo di questi degli allestimenti nei centri commerciali a Natale, ci sono due ragazzine col trucco sfatto e i tacchi in mano.

Sono quelle modelle minorenni moldave, che vedi a Milano in qualunque stagione dell’anno, con la minigonna senza calze, anche quando a Gennaio ci sono le maniglie dei negozi ghiacciate.

Maledette loro, giovani e con il gelo nel dna che le farebbe sopravvivere anche nei cassoni di un obitorio.

Loro non ci andrebbero in discoteca, se ne starebbero a casa a guardare Sex and the city e a mangiare patatine con le amiche.

Eppure ci vanno perché vengono pagate dai PR per starsene lì tra amiche, a bersi un drink e fare la famosa bella presenza.

Sulla carta dovrebbe funzionare così: qualcuno le vede e sparge la voce tra i maschi che in quella discoteca ci sono le modelle.

Allora tutti i maschi vanno lì, pagano il biglietto intero, bevono l’imbevibile e cercano di rimorchiarle.

Solo che nessuna di loro sa parlare italiano.

Mai una modella moldava minorenne riuscirà a imparare l’italiano.

Non si sa per quale motivo.

Parleranno inglese, al massimo sorrideranno ma in italiano non scuci loro neanche un “Buongiorno” dopo sei mesi.

E di certo i maschi che frequentano quella discoteca infernale e bevono quei drink sacrileghi, oltre al milanese, parlano il Nulla più desolante.

Però le modelle moldave minorenni, qualora pensino, questa sera penserebbero senz’altro “Meno male che c’è Giantaxi che ci porta a casa e non quell’imbecille di Gallarate con la gelatina anche nel culo”.

Siamo tutti. Si va.

FOUR

Non so se ci si possa ubriacare di riflesso, semplicemente respirando gli aliti di gente ubriaca in ambienti ridotti ma non mi sento molto bene, tutta compressa dentro a questo abitacolo che sa di vodka chimica, con la faccia contro il finestrino e le cosce appiccicate a quelle sudate e bianche delle moldave.

Se poi il tanfo di alcool si mescola a quello acuto della centrifuga di schifezze lisergiche ingerite da Yuri, credo che gli effluvi che stanotte scivolano per l’abitacolo del taxi di Gian siano pericolosi per la salute quanto gli scarichi di una raffineria calabrese.

Yuri poi non sembra essere tra i viventi.

Gian lo ha appoggiato sul sedile posteriore come un cappotto che ti togli prima di guidare altrimenti si sgualcisce e lui è rimasto lì, come un invertebrato, con gli occhiali da sole ancora indosso a proteggere i suoi occhietti bianchi e collosi.

Ad ogni curva, il suo corpo senza gravita’ viene sbattuto contro le moldave che lo rilanciano come se giocassero a palla avvelenata contro il vetro del finestrino, dove il suo naso si schianta e si appiccica come una ventosa diventando cianotico e freddissimo e regalando agli automobilisti, nonostante gli oscuranti, una visione spettrale.

Come se stessimo trasportando un cadavere senza sacco nero.

Gian vola nella notte.

Non lo ferma nessuno e se sei con lui andrà tutto bene.

Anzi andrà tutto “ da famiglia reale, ciccia!”, dice lui.

Yuri abita a Niguarda, un quartiere che se non avessi la certezza di trovarmi a Milano potrei tranquillamente scambiarlo per qualche periferia di San Paulo di quelle che ti fanno capire quanto sia preziosa e fragile la vita, soprattutto se hai una borsetta appresso.

Yuri non viene barbaramente scaricato sul pianerottolo, come farei io prendendolo per un braccio; vedo Giantaxi infatti, scendere dall’auto, aprire professionale lo sportello posteriore, chinarsi e caricarsi in braccio i resti esanimi dell’acrobata di Niguarda per poi volgersi al portoncino e iniziare una difficoltosa arrampicata dei tre scalini che portano all’uscio rognoso dove vive il poveretto.

Sull’ultimo scalino sento Giantaxi inveire contro la vita e le creature della notte.

Non capisco bene cosa dica nel suo dialetto che capisce solo Umberto Smaila ma sono certa che sta prendendosela col mondo mentre porta avanti il suo lavoro fino all’ultimo e con dignita’, mentre compie il suo giornaliero “servizio completo”.

Arrivato in cima alle scale Gian appoggia il ballerino moribondo contro l’angolo del portoncino annerito dalle pisciate dei cani e citofona.

Sono le cinque del mattino e Gian citofona senza sosta, come fosse un postino.

Dopo qualche minuto di attesa, mentre le moldave si fanno un selfie al volante del Giantaxi e ridono nella loro lingua, si sentono i tonfi pesanti di chi scende le scale incazzato.

Apre il portoncino un’immensa massa di adipe sudamericano senza sesso definito.

Che sia lo/a fidanzato/a di Yuri?

Il sesso è incerto ma non la sua età, minimo sessanta anni, nonostante il grasso iperbolico tenti di deviare le mie analisi.

E’ un essere appartenuto per tanti anni alla notte, forse una Drag-Queen o un mercante di perversioni da strada.

Lo intuisco da come inveisce contro la notte insieme a Giantaxi, con fare esperto: si lamenta di quanto la notte ormai faccia schifo, di quanto non ci siano piu’ i locali leggendari della movida milanesa.

Poi guarda Yuri e scuote la testa.

Paga Giantaxi quel che deve pagare e mentre il nostro protettore risale in auto e la moldava scivola sul sedile davanti continuando a selfarsi, la/o vedo che piglia Yuri per un braccio e inizia a gridargli contro come fossimo in pieno giorno “Alzati Ediota, vamos! Otra volta con esta puta istoria. ALZATI PUTO AMOR!”.

Lo scuote, si arrabbia, diventa rosso/a in viso e inizia a prendere a calci nello stomaco con le sue gambotte flaccide il secco Yuri che non reagisce.

Gli sfila gli occhiali, li disintegra dentro al suo pugno, poi chiude la porta e lo lascia li, esanime contro il muro, appena sotto i citofoni, stretto nei suoi fuseaux e senza un grammo di forza in corpo.

Ho paura.

E anche le moldave hanno smesso di farsi le foto e sono lì che guardano Yuri e guardano Giantaxi per avere risposte.

“Sempre così eh, ognuno ama come può, bellezzine secche”, dice lui mentre inchioda e fissa lo specchietto retrovisore.

Portami a casa, maledetto driver.

Ho paura e sono stanca.

La porta viene riaperta con rabbia e riemerge la creatura di lardo portoricano che piglia Yuri per un polso e se lo trascina dentro il buio della tromba delle scale.

Addio Yuri, portami a casa Gian.

E lui annuisce guardando la porta richiudersi e parte sgommando.

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FIVE

Giantaxi vola nella notte più acida, vola dentro alla notte che, sembra piombare tra le strade di Milano solo per lui e per il suo lavoro che accarezza da anni l’illegalità.

Vola Giantaxi, coi suoi boccoli sudati e rossicci fuori dal finestrino e gli ACDC diffusi a volume da esaurimento nervoso; guida sentendosi solo anche quando il suo taxi è strapieno di gente.

Brian Johnson gracchia con le sue corde vocali ruvide “Don’t stop me”, e io guardo il mio driver preferito e mi nasce in testa, e non so perché non ci abbia pensato prima, la certezza dell’ incredibile somiglianza col frontman di questa band leggendaria.

Invecchiando, le distanze delle similitudini tra loro si accorceranno sempre più e mentre voliamo su Milano, io Giantaxi me lo immagino col kilt e la scoppola e immaginarmelo così, è forse la cosa più piacevole che mi sia capitata stanotte.

Questa notte in cui Giantaxi e io planiamo insieme a due moldave con le gambe più lunghe della mia giornata di lavoro, questa notte che sta morendo e che io mi ritrovo, senza averlo scelto, a vivere in macchina con gente che sa di glitter e cocaina.

Le moldave dormono un sonno etilico rilassato, sono abituate.

Una riposa appoggiata sulle gambe dell’amica, l’altra con la testa china sul collo, che domani si sveglierà sentendo i trenta sempre più vicini.

E poi ci sono io, che coi miei trenta e più, spero di riuscirmi ad addormentare a casa mia, sana e salva, senza nessuna moldava sul divano, senza nessun Yuri sul tappetino di casa, massacrato di calci dal fidanzato e senza nessun agente di polizia all’uscio di casa che mi chiede come conosco il tassista illegale più famoso della città.

Le due moldave condividono una di quelle famose case milanesi per modelli: appartamenti identici a quelli per studenti, loculi angusti, sovrappopolati e sovrapagati, con l’unica differenza che le case per modelli si trovano in zone trendy e sulle pareti delle stanze hanno i composit, quindi sono più fighe di quelle per studenti e vengono ancora più sovraprezzate.

Nella via del fashion flat non si cammina, tanto è intasata dalla gente che ha ancora voglia di ridere, baciarsi, vomitare, alcolizzarsi e ricominciare il giro.

Giantaxi chiude gli specchietti mentre procede a passo d’uomo e ogni tanto abbassa i finestrini per inveire o chiedere in inglese, se si sono accorti che lui sta guidando una macchina.

Mi giro verso le moldave e le vedo di nuovo sveglie e in pieno selfie, che salutano i baristi dal finestrino abbassato e ammiccano i loro colleghi modelli sudati e marci dalla serata.

Mi chiedo perché molta gente che lavora col proprio aspetto riduca lo sviluppo dell’intelletto, forse pensando che un peso mentale importante possa compromettere la carriera nei casting.

Forse le moldave pensano di essere arrivate a qualche festival.

Forse credono che tra poco Giantaxi aprirà loro le portiere dell’auto e srotolerà il red carpet e loro potranno sgambettarci sopra coi loro leggings e i loro boots, regalati da qualche stilista pallido, coi capelli bruciati dall’ammoniaca.

Invece Giantaxi le portiere le apre, si, ma dice “Basta, qui non si va più avanti, fuori dalle balle ladies, vado di retro e voi proseguite a piedi, che rassodate i glutei!”.

Non credo che le moldave sappiano cosa sono i glutei anche perché, guardandole mentre scendono dall’auto, scopro che ne sono completamente sprovviste, che hanno quei tipici sederi talmente piatti che la parte dei jeans dedicata alla naturale fisionomia pensata da Dio, rimane penzolante come uno zaino vuoto, di quelli peruviani, di lana morbida e colorata.

Non appena le loro cavigliette sono tra le pozzanghere e io sospiro pensando che sia finalmente finita, due tizi vestiti esattamente come il resto della folla, come dei rapper appena usciti dalla copertina di Esquire, si piantano davanti al nostro cofano, sbattendo le mani contro la carrozzeria e, mentre sento Giantaxi dire “Oh cazzo”, loro già gli hanno aperto la portiera e gli stanno spiaccicando la faccia rossa e umidiccia sul cofano.

E’ un attimo, io vorrei scendere ma non riesco a lasciare lì quel maledetto cagnaccio di strada che sembra aver scelto il mestiere di mettersi nei guai.

Credo di aver capito da come lo sbatacchiano contro il cofano, che Giantaxi deve aver sbagliato zona o orario di servizio illegale e che i due tizi travestiti da rapper sono in realtà colleghi con regolare licenza, in pausa dal lavoro ma non dalla voglia di attaccare briga.

Intorno alla nostra auto si crea un piccolo circolo di pubblico non pagante che non osa intervenire ma si gode la scena, succhiando nervosamente vodka-tonic dalle cannucce nere.

Detesto quelli che non si lasciano prendere dal sangue, quando ribolle nella testa e vorrebbe riportare l’essere umano ad una condizione di selvatica battaglia: questi stronzi se ne stanno lì, mentre i due rapper pestano di botte Giantaxi, con le loro gambette atrofizzate nei pantaloni stretti-stretti a sigaretta, coi loro baffetti lisci e freschi di barbiere, inabili a qualsiasi tipo di reazione che esca dai cliches del ragazzo trendy.

Nessuno si indigna, tutti guardano la scena con lo sguardo da eroi ma solo quando reputeranno che è il momento giusto di esserlo.

Mentre sto scendendo dall’auto di Giantaxi, che continua a prendersele in silenzio, tutto davanti a noi, viene illuminato dai fari di un’auto che procede lenta tra la folla.

L’auto si ferma esattamente di fronte al ring, chiudendoci definitivamente ogni via di fuga.

Pensavo fosse una volante, invece è un altro taxi: le forze dell’ordine hanno la peculiarità di non arrivare mai quando c’è davvero bisogno e di esserci sempre quando il loro intervento è inutile e fastidioso, penso stringendomi la borsa addosso e preparando la fuga, sempre che le mie gambe, paralizzate sul sedile dalla tensione, me la consentano.

Dal taxi scende una ragazza bionda, minuta e con una piccola coda spettinata.

Ha gli occhi azzurri ed è completamente vestita di jeans, dalla testa ai piedi, sembra uscita da uno di quei telefilms anni 90, alla Bayside School ma, al posto del diario ha un tubo di ferro sottobraccio, un pezzo dell’asse del motore di chissà quale auto, che brandisce in maniera determinata e poco elegante.

Si avvicina e con una forza impossibile da prevedere, si lancia contro uno dei rapper e lo legna duro fino a farlo piangere, fino a quando quello non si china per proteggersi la faccia e la testa, fino a quando non ti fa tenerezza che quasi ti dimentichi che, fino a pochi minuti prima, stava massacrando un povero giovane rosso slabbrato.

La piccoletta allontana i due rapper a colpi di rabbia inespressa da secoli e il pubblico maschile, si rifugia in un imbarazzante silenzio sgomento, poi prende Giantaxi per un lembo della camicia, lo trascina in auto e chiude le sicure.

Siamo dentro.

Giantaxi è di nuovo al volante della sua auto esanime e la biondina gli è accanto, sul sedile del passeggero, che sbava ancora di rabbia.

Non si è accorta che ci sono anch’io, immobile come sono sul sedile posteriore, ipnotizzata da tanto cinema americano.

Come se non bastasse, la biondina tira a sé quel che resta di Giantaxi e gli stampa un bacio muscoloso sulle labbra violacee,

poi si gira di scatto e mi guarda dentro alle pupille.

Mi entra dentro agli occhi come il fuoco e dice “Fuori di qui, prendi la mia auto e seguimi”; io neanche rispondo, piglio le chiavi che mi lancia praticamente in faccia e, come ipnotizzata, mi ritrovo già coi piedi dentro alle pozzanghere delle moldave.

L’auto di Giantaxi si accende, ingrana una retromarcia potente e inizia a svicolare tra la gente, incurante di colpirla o schiacciarla.

Una retro da Fast and Furious che si allontana dal circo di pugni e baci appena vissuto.

E io davanti a loro, assurdamente al volante di un’auto mai vista, coi fari piantati contro il loro parabrezza, pronta a seguirli ovunque, perché le femmine, quando c’è di mezzo una storia d’amore, diventano incredibilmente collaborative, anche nell’illegalità.

La nostra notte non è finita Giantaxi: sfrecciamo nel crimine e baciatevi ancora, vi prego.

 

Arianna Porcelli Safonov

 

 

 

 

 

STRABEL

BRANDED PARODY CONTENT, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Spero non mi veda nessuno, nascosta perbene come sono tra la fila dei cassonetti della differenziata e il piccolo tunnel di plastica e acciaio dove dormono i carrelli, stretti alle loro catenelle dopo aver passato la notte all’addiaccio e pronti, che lo vogliano o meno, ad una nuova giornata di chilometri e urla di bambini, costretti a portar pesi al limite della sopportazione, riempiti di casse dell’acqua o disturbati solo per trasportare due confezioni di pelati e la borsetta.

Sono in macchina, col motore spento e il freddo che mi ha ghiacciato i denti e tutte le punte del corpo.

Ma ho gli occhi accesi come turbine e le vertebre eccitate dal preciso momento in cui ho deciso di agire e sono montata in macchina nel cuore della notte con la voglia feroce nella gola di farmi aprire da quei bastardi.

Ho guidato bruciando chilometri e tutta la discografia di Eric Clapton.

Ho pensato a quando Eric amò Lori Del Santo e che comunque l’amore ha mille sfaccettature e non lo si può chiudere dentro a ragioni sociali prestabilite o a contratti.

Ho messo gli abbaglianti mentre battevo l’asfalto delle strade provinciali isolate e ammorbidite dal peso del tempo, gli ho tolti quando qualche camionista solitario mi ha quasi accecata per ricordarmi di abbassarne la potenza.

Ho pensato che l’incontro tra due vetture di notte e provenienti da carreggiate opposte sia sempre preludio di un duello: uno dei due deve soccombere altrimenti è omicidio o quantomeno frontale che poi, in molti casi, è la stessa cosa.

La mia carne è tutta una vibrazione da otto ore e le insegne luminose della zona commerciale bagnano la notte come piccoli led da pesca, quando ne intravedi le striature dalla barca e loro son lì nel fondale, a boccheggiare sott’acqua per te.

La mia saliva compone il novanta per cento dei liquidi del mio corpo.

Non ho più sangue, ho solo saliva.

Il cuore mi pulsa nelle tempie mentre vedo le prime ombre avvicinarsi.

Vedo persone avvolte nel loro cappotti e il loro camice che spunta dall’estremità delle giacche.

Sento la puzza del gas di scarico delle loro auto mentre entrano nel piazzale uno per uno, lentamente, rassegnate.

Mi abbasso e divento piccola piccola dentro al sedile per non farmi vedere.

Sono stata l’unica macchina nel piazzale per ore e ora l’asfalto si riempie di meccanica colorata e di fumo.

Non voglio che mi vedano, non voglio che abbiano paura.

Ne avranno già abbastanza nelle loro case quando ci torneranno a fine turno e penseranno a ciò che aspetta loro l’indomani, uguale all’oggi che gli è scivolato dalle dita.

Ai bancali, alle file alle casse, ai clienti stronzi che non possono essere picchiati per legge.

Penseranno a tutte queste cose ma non a me.

Dai finestrini appannati vedo uomini e donne che si avvicinano alle serrande e accendono all’unisono la prima sigaretta del mattino.

Sono le cinque e mezza e se fumi a quest’ora, vuol dire che ti interessa poco vivere.

Sono le cinque mezza e arriva quello con le chiavi, nella sua Ford blu con tutti gli orsetti dei bimbi appesi con le ventose.

Figli che vedrà solo durante il week-end, quando avrà la forza di portarli al fast-food per stupirsi di quanto basti poco per farli felici, se adeguatamente storditi.

E anche io voglio stordirmi.

Quando, da sotto gli strati di lana e cotone dove mi ritrovo nascosta, sento il frastuono delle serrande che si alzano, l’euforia mi schizza nei muscoli e mi getto fuori dalle coperte.

Disinnesco le sicure anche se quella pericolosa sono io.

Scendo dalla macchina come ci si immagina possano le essere le discese dei poliziotti americani in borghese nei film d’azione americani.

Mi muovo come un’ anaconda quando decide di volare in superficie contro la sua preda e parte dalle profondità dei fiumi amazzonici con solo la morte in testa.

Corro come un crociato contro qualsiasi cosa araba, mi scaglio contro il cappotto del responsabile del supermarket, che ha ancora in mano le chiavi e il pezzo di lucchetto della serranda, quella chioccia di ottone da cinque chili che piomba subito sui di lui piedi, facendolo gridare di dolore e spavento, alle cinque del mattino, all’inizio di uno dei suoi mille turni d’apertura che lo separano dalla morte.

Vorrebbe girarsi per capire cos’è quella slavina che gli si è avvinghiata alla giacca ma ha troppi strati protettivi e non riesce a girare il collo.

Le sue urla di dolore non sono abbastanza efficaci da richiamare l’attenzione dei colleghi che sono nel retro dell’hangar a proteggere le borse ognuno dall’altro, negli armadietti con lucchetti più leggeri di quello che gli ho piantato io sul collo dei piedi.

Aspetto che si riprenda mentre con un fazzoletto tengo a bada la saliva.

Mi scuso sostenendo di non averlo visto e che sì, lo so che il supermarket è chiuso e che sono le sei del mattino ma io vengo da lontano e che se fosse così gentile da lasciarmi entrare e aprire una cassa per me, gliene sarei infinitamente grata.

Il poveraccio mi guarda atterrito, teme la rapina quindi lo precedo, rassicurandolo sul fatto che non voglia far male a nessuno mentre mi rendo conto che questa è la tipica frase del rapinatore a mano armata.

Gli dico di corsa che non voglio rubare nulla ma che sono qui per lo straordinario cioccolato col ripieno alla menta Strabel che vendono nel reparto equosolidale e che ho finito l’ultima dose proprio la scorsa notte.

E che ho bisogno di tutte le loro scorte e che se mi farà entrare per rifornirmi del cioccolato col ripieno alla menta Strabel che vendono nel reparto equosolidale e pagare tutto regolarmente, nessuno si farà male.

Ma che non mi chieda di aspettare fino alle otto perché succede un casino a lui e alla sua famiglia.

SEQUESTRO DEGLI ASSAGGIATORI DI FORMAGGI

MADAME GURME'

parmaregg

GUARDA IL LIVE DI QUESTO PEZZO!

C’è chi studia tutta la vita le vibrazioni della lingua dei draghi di komodo, chi viene pagato per fare la manicure ai levrieri afgani, chi diventa milionario inventando un sito web in cui la gente può inserire le proprie foto e aspettare che piacciano agli amici.

Esistono associazioni di appassionati di incisioni su lapidi, feci dei dinosauri, lancio di stoviglie contro il muro o biancheria intima usata da adolescenti coreani.

Esistono professioni bizzarre, hobbies discutibili, passatempi di gruppo inquietanti…MA gli assaggiatori di formaggi…

Vi rendete conto anche voi, di essere su un altro livello di stravaganza, vero?!

Posso capire tutti i professionisti, i personal shopper, i cuochi ciccioni che diventano ricchi con le pubblicità delle patatine, lo stilista della Santanchè, ma come posso avvicinarmi ai professionisti dell’assaggio lattico consapevole?

Prima di venire qui stasera non avrei mai creduto alla possibilità che esistesse della gente che studia come farsi massaggiare le papille gustative dai formaggi e sapete perché?!

Perché io il formaggio non lo assaggio.

Lo getto direttamente intero nel tubo digerente, come una anaconda.

Tutto ciò che viene dichiarato commestibile dall’umanità, io lo sbrano, lo smolecolo come fossi il rullo di un mulino a gasolio o una pressa da acciaio.

Io vorrei tanto riuscire ad assaporare il Penicillium Candidum, vorrei tanto avvicinare una scaglia al naso o dirvi che residuo olfattivo di sudore di vacca ha quella pasta semidura di bufala o inumidire le labbra con quella muffa rarissima che si solleva dalla crosta dello Zola del ‘43 ma…non riesco a degustare: sono malata.

Ho la sindrome da cane di Pavlov.

Io se ho un erborinato a meno di 20 centimetri dalla mia faccia inizio a salivare che voi vi vergognate tutti di conoscermi.

Quando vedo delle piccole dosi di formaggio prelibato, tagliate a regola d’arte, mi si riempiono gli occhi di lacrime e di sangue rappreso e le mie mani assumono la stessa velocissima, capacità di presa dei rapaci.

Io il buffet di un evento privato non lo posso avvicinare con stile: devo raderlo al suolo altrimenti mi vengono i crampi allo stomaco.

Allora, questa sera insegnatemi voi, assaggiatori patentati di formaggi, piloti delle arti lattiche col brevetto nazionale.

Insegnatemi come posso approcciare in maniera delicata, qualcosa che in realtà vorrei dal profondo, squartare con piacere e avidità.

Ditemi il segreto per assaporare in maniera sobria e delicata, le gioie che riposano sui vostri taglieri, perché io non ce la faccio da sola.

Insegnatemi quella storia delle sensazioni trigeminali, che saperla fa tanto chic.

Insegnatemi a percepire la sensazione rinfrescante, quella metallica (quella astringente meglio di no, che sono stitica da sempre).

Io vorrei essere elegante come voi, così glamour da farvi credere che stasera sia qui con voi, per fare del food-tasting, per sfiorare la pasta morbida dei vostri taleggi, quando invece quello che davvero desidererei fare è narcotizzarvi tutti col Penthotal, chiudere le porte e tuffarmi a candela sui tavoli, senza cuffia da nuoto ma con le fauci aperte e le mani a cucchiaio rotante.

Così, a briglia sciolta, senza essere vista da nessun esperto, io sottoscritta vorrei accanirmi contro ogni sorta di formaggetta all’aroma di fieno, frutta fermentata, truciolo di legno, prodotta dai vostri fottuti quadrupedi.

Insegnatemi, dunque a farlo con competenza e professionalità o nessuno esce vivo di qui.

Questo pezzo è stato scritto per una serata speciale all’Onaf di Milano.

Grazie ai maestri assaggiatori che si sono lasciati prendere per il naso…con stile!

 GUARDA IL LIVE DEL PEZZO!

 

 

 

 

 

 

 

 

GIANTAXI E LE LUCI DELLA NOTTE, Racconto

FAVOLE DI MADAME PIPI'

I

– Sei ancora lì? Rimani dove sei, scusa sono sotto botta, arrivo da te in cinque min. ☺ –

Gian, di mestiere sfreccia nella notte e mentre lo fa invia sms.

Sta venendo a prendermi agli studi, per riportarmi a casa dopo il mio consueto turno di diretta tv settimanale.

Presento un programma che da due anni mi vuole bella e felice per sette ore a settimana; fresca e smagliante come non sono mai stata nella vita reale. Eppure.

Alle tre del mattino, quando regalo la mia frizzante Buonanotte! ai telespettatori, non appena le luci dello studio si spengono, ecco che magicamente la mia persona si trasforma in un impiastro abominevole, a metà strada tra il pagliaccio di un brutto film dell’orrore e una prostituta di Cesano.

Cado a pezzi senza che il processo possa essere fermato: ho i pori del viso completamente occlusi da quintali di cipria a buon mercato e i piedi lessi e straripanti dentro ai sandali della ribalta: dalla prima nota della sigla di chiusura io sottoscritta smetto di essere un soggetto in grado di parlare, di ricordarmi dove abito e come mai sono capitata lì, in quel tugurio alle periferie di Milano.

Figuriamoci quanto sia in grado di guidare.

Aver conosciuto Giantaxi ha illuminato le mie notti più buie perché da oggi ci pensa lui.

La rubrica telefonica di Giantaxi è piena zeppa di contatti di modelle, veline e attricette che manco Lele Mora prima del servizio sociale al mercato.

Gian ci porta tutte a casa (non la sua) a noi dello show-biz che non possiamo e forse non potremo mai, permetterci un autista privato.

Parla uno slang milanese bizzarro, una lingua che possono a malapena interpretare quelli come Umberto Smaila e Jerry Cala’ anche perché a guardarlo bene, Gian è vestito esattamente come loro.

Non saprei dire quanto sia alto perché l’ho sempre visto seduto ma so perfettamente come lo troverò vestito.

Infatti i tassisti non hanno un’uniforme ma Gian si.

Ne ha una sua con cui è convinto di essere spregiudicato, sexy, al top, come direbbe lui: jeans slabbrato e la camicia nera di H&M che dopo solo qualche mese di utilizzo e una dozzina scarsa di lavaggi, lascia due chiazze bianche salmastre sotto le ascelle che non andranno mai via manco con l’uranio, qualora tua mamma lo usasse.

Una camicia quella di Gian che, sbottonata fino al capezzolo aprirà le porte sensoriali agli audaci che sapranno sbirciare con discrezione e ammirare la rara tipica mollezza pallida che hanno certi ragazzi quasi rossi come lui.

Quelli per intenderci, non esattamente arancioni ma con tutti i sintomi di quella strana razza umana: texture della pelle lattiginosa, corporatura morbida e precaria, pioggia di lentiggini, totale assenza di peli, sguardo furbo e a volte cattivo, lo stesso che inquietò Verga.

E per inquietare uno con un cognome così…

Comunque Gian non è cattivo per niente, è solo spregiudicato e perennemente sovraeccitato.

Ha iniziato la sua losca carriera di taxi-driver con un regolare turno serale vicino a una discoteca milanese.

In pochi mesi però, è riuscito a mettere insieme un portfolio di clienti che lo chiamano per servizi extra e così è diventato il reuccio del trasporto in nero, col sedile sporco di glitters.

Gian esegue piccole commissioni nelle zone malfamate per conto di ballerini di musical, servizi loschi fuori città per le starlets delle televendite, trasporto in massa di fotomodelle di ritorno da coma etilici e da qualche settimana effettua anche il mio ritorno a casa, che di losco ha molto poco, faccia della sottoscritta a parte.

Gian riesce a portare a compimento le sue missioni in maniera piuttosto remunerativa e senza servirsi di quello che per lo Stato dovrebbe essere il miglior collega di lavoro degli addetti al trasporto pubblico su autovettura: il tassametro.

Il nostro amico tiene acceso l’affarino ufficiale solo per i pochi, odiati clienti ufficiali: quelli di brutta presenza che hanno la disgraziata idea di fermarlo per strada o quelli che riescono a usufruire di lui attraverso il collegamento difettoso col regolare centralino; ma per il resto, Giantaxi conduce liscio e sobrio la sua dissoluta professione non fiscalizzata nel sottobosco metropolitano, senza che nessuno abbia mai voglia, coraggio o capacità logiche di chiedergli spiegazioni legali a riguardo.

Così, per l’abbondante porzione di notte in cui il controllo della legge italiana cigola, Gian sfreccia col suo SUV bianco, un veicolo che i più chiamerebbero taxi mentre in realtà è più preciso ammettere che si tratti di una specie di micro-limousine, piena di adesivi con numeri di telefono assolutamente fittizi appiccicati alla carrozzeria esterna, e il buio fumoso di certi lounge bar bulgari che avvolge quella interna.

Il nostro eroe cocchiere corre col finestrino abbassato e ha in serbo per i passeggeri la migliore musica delle peggiori discoteche di Ibiza, che diffonde con un sistema audio potente come quello del Privilege di Ibiza rattrappito in un abitacolo con quattro posti a sedere di pubblico utilizzo, sempre occupati da minorenni georgiane, manager con slip leopardati sotto il completo Brioni e qualche volta, senza che abbia particolari meriti, anche da me.

Il suo smartphone è sempre lì, appoggiato sulla patta a illuminargli il mento facendolo sembrare un nano del Signore degli Anelli che si è messo in testa di imparare gli itinerari delle principali arterie stradali tra Milano e Casalpusterlengo e mollare Mordor per sempre.

A me, un po’ per giuoco, un po’ per rabbia, interessa sempre vagliare le mille possibilità di fregare lo Stato offerte dal mercato quindi ho deciso di fidarmi a occhi chiusi della mia collega Tamara quando quella notte di Luglio mi ha assicurato che a fine diretta sarebbe venuto a prendermi il suo driver, Gian.

Ha usato proprio quella parola lì, quella magic word che è “driver”, un’anglofonia che lascia intendere professionalità e competenza perché alle due di notte c’è bisogno di questo e io voglio viaggiare in modalità safety e non ho molta voglia di essere buttata in un fosso coi lividi e addosso solo i miei sandali sudaticci. Magari in un altro orario se ne può discutere, ma a quella stramaledetta ora non ho voglia di negoziare, sono stanca in modo feroce e quand’è così divento cattiva più dei rossi.

Ma se come alternativa mi si profila la chiamata di un taxi ufficiale che mi farà aspettare dai quindici ai venti minuti fuori dagli studi col rischio del fosso, preferisco affidarmi agli amici degli amici anzi, ai driver dei colleghi.

Ora però sono qui, fuori dagli studi televisivi che attendo Gian da più di trenta minuti.

Uno pseudo sconosciuto senza manco un numero verde col quale prendersela, mi costringe a sostare alle tre di notte, sotto un cartello segnaletico di rimozione forzata a Lambrate.

Dopo poche settimane di collaborazione sento già di detestarlo quasi quanto detesto le mitragliate di messaggi su whatsapp con le faccine che mi sta mandando per dirmi a quanti millesimi di minuto si trova anziché posare il cazzo di telefono sul sedile del passeggero e guidare come un puma, visto che lo sto aspettando in mezzo alla strada come un ballerino cubano con trucco e vestito di scena, se così si può definire una striscia di tessuto nero elastico che mi strizza da otto ore tra vita e seno.

– Arrivo in quattro min ☺☺☺-

– Girando per Piazzale Lugano, semaforo caxxo! –

Perché molta gente perde la dignità quando si trova a dover scrivere messaggi con lo smartphone?

Perché sostituire le consonanti di una parolaccia con X?

Perché abusare di faccette e di punti esclamativi e creare un mondo che non esiste ancora più ridicolo se possibile, di quello reale?

– Ci sono, Tatina, sono dietro l’angolo! ☺☺☺☺☺-

– Tatina chiamaci tutte le donnacce del tuo albero genealogico, imbecille. MUOVITI.-

Questo vorrei scrivergli ma desisto.

E poi sento il fischio delle gomme che lasciano traccia sull’asfalto della curva a gomito appena dietro gli studi.

Ecco Gian, col suo Suv tirato a lucido per la notte.

Mi ha mandato talmente tanti whatsapp sulla sua posizione sempre più vicina alla mia, che sento quasi un brivido di adrenalina, nel vederlo finalmente di fronte a me, in carne e lamiera.

Arriva a 80km/h in una strada privata che quasi penseresti pedonale e con la musica a un volume che più che fottersene dell’orario notturno, lo sberleffa.

Perché Gian se ne frega e non solo dei limiti di velocità.

Comunque quando mi vede inizia una frenata graduale evitando di sgommarmi in faccia; forse per un attimo è tornato in sé e si è reso conto che non siamo a Miami e lui non è Puff Daddy.

Forse se n’è reso conto guardandomi che, non solo non sono Beyonce ma se stanotte Beyonce mi incontrasse per strada farei spavento a lei e al suo bodyguard, talmente sono sfatta.

Nonostante il timore che gli leggo in faccia senza equivoci, Gian apre la sicura centralizzata delle porte e io m’infilo ed entro nel suo mondo, inconsapevole che tra poco sfrecceremo insieme nella notte che ricorderò per sempre come esemplare in quanto a illegalità.

II

Gian non guida, nuota. Un po’ per la pioggia milanese, così velenosa e rassicurante che si attacca ai vetri e sfuma le luci, un po’ per quello stile fluido e rilassato che hanno quelli che al volante vogliono fare

Così, anche i semafori, i fari e le infinite colonne di lampioni della tangenziale sono diluiti non solo dall’acqua sporca della pioggia ma anche dalla velocità prepotente con la quale Gian si fa largo, lanciandomi ogni tanto un’occhiata dallo specchietto retrovisore per vedere se reggo la tensione.

Quella di Gian è una velocità aggressiva che mi fa rizzare i peli sulle braccia più dell’umidità, oltre a darmi la chiara sensazione che questa notte sarà interminabile ma, qualora vi fosse un termine, questo potrebbe collocarsi tranquillamente in un commissariato.

Mentre rantolo sui sedili posteriori Gian mi somministra una quantità di informazioni che già normalmente, nelle ore diurne, non sarei in grado di assorbire, figuriamoci alle tre del mattino, agghindata come Moira Orfei dopo una brutta sbronza.

Riesco a percepire una sola notizia importante: non viaggerò sola.

Per ottimizzare i guadagni della notte più rischiosa, quella del sabato, Gian organizza un vero e proprio piano trasporto di massa, coi vari pick-up in giro per Milano.

Questo è l’orario di punta: l’ora in cui i modelli escono dalle discoteche, ridotti come i Ramone, quella in cui i direttori generali vogliono schiaffare le modelle che non servono più, quelle che non respirano più dall’alcool e dalla bamba in qualche posto al sicuro, lontano da casa loro, lontano dal divano di casa.

Forse perché non lo conosco ancora bene, forse perché di notte ci insegnano a non fidarci di nessuno, mentre Gian mi chiede nel suo dialetto alla Umberto Smaila se mi secca che carichiamo altre persone “tutte di ottima presenza, eh zia!” , sento nel mio cuore che è la fine.

Sento che io e Gian stanotte, caricheremo individui disdicevoli quanti più possibile, quanti il suv bianco possa contenerne, anche piegati in quattro, per poterli mettere uno sull’altro, al limite anche esanimi e nudi, per lasciarli davanti al loro portone di casa, come sono abituati con Giantaxi.

Perché Gian sarà un po’ ritardatario, imbottito di dopobarba e anti-depressivi ma è assolutamente affidabile: ti carica e ti porta a destinazione in qualunque stato tu ti faccia trovare nel punto di raccolta purchè tu ti sia ricordato da lucido, di dirgli dove portarti.

Basta un bigliettino in tasca col tuo indirizzo di casa, se sei un cliente fisso, o una telefonata nel pomeriggio prima di immergerti nella notte più tetra della tua esistenza, e sta sicuro che Gian ci sarà e ti riporterà a casa illibato.

Una volta a bordo del suv bianco di Giantaxi, potresti essere davvero ovunque, invece sei solo a Milano ma è normale: a Milano hai spesso la sensazione che potresti trovarti ovunque e invece sei soltanto lì.

Il primo pit-stop è davanti a una discoteca in pieno centro, di queste con sette piani e altrettante proposte musicali.

Tutto il palazzo è fasciato con lastre di luci a led fucsia.

Sono accecata e atterrita dalla possibilità che esista gente che a quest’ora della notte abbia ancora voglia di camminare sui tacchi e ballare con le mani in alto, come sento dire al Dj dalle finestre spalancate del primo piano.

La frase successiva che sento, mentre i miei occhi bruciano di luci e stanchezza è di Gian, “Andiamo dentro a recuperarli che ci mettiamo meno, Ciccia. Sennò stanotte la passiamo cristando!” , mi dice.

Cristando?

Insomma andiamo dentro.

Pare che questo verbo significhi sopportare talmente tanti soprusi e angherie da avvicinare il soggetto che le subisce al martirio di Cristo senza però conferirgli similare dignità.

Capisco perfettamente questa sensazione di sacrificio estremo e perdita del decoro umano, entrando in questa discoteca che è la rappresentazione precisa dell’inferno, solo coi dannati vestiti come concorrenti dei talent-show in tivvù.

Vedo che affollano il bancone del bar sbavando e ringhiando “Negroni” o “Vodka Tonic” e forse, anche grazie a questa roba un giorno proveranno davvero le pene dell’inferno.

I piani della Disco con le varie sale, si affacciano nella hall con mille balaustre dorate, creando un effetto vortice proprio come quello dei gironi danteschi e la musica, se dovessi immaginarmi l’inferno beh, sarebbe esattamente quella proposta in questo posto di merda, nel quale i peccatori stasera vengono puniti a suon di Lady Gaga e di bachata ecuadoriana.

Le cubiste frustano i dannati, con le frange dei loro vestiti e le cosce slabbrate dai troppi anni di ore piccole sui tacchi e ogni piano, anzi floor, ha un uomo nero della sicurezza che vigila davanti alle porte di emergenza come nei peggiori incubi di ogni bambino.

Gian si muove come Caronte, gridando ingiurie e spostando i dannati a forza di spinte come fossero alghe mentre io lo seguo con la borsa stretta stretta contro il petto e lo sguardo atterrito da certe danze inconsapevoli che intravedo nel buio.

Ad un certo punto Gian grida proprio come griderebbe Belzebù per arringare i suoi diavoli solo che grida “YURI! PORCA BESTIA, ANDIAMO!”.

Yuri sembra non essersi accorto della vita in generale, figuriamoci delle urla di un nano rosso, in questa selva oscura.

Sta ballando attaccato alla balaustra del privè come fosse un adolescente effeminato alla sua quotidiana classe di danza classica.

Ed effettivamente Yuri è un adolescente effemminato ma al posto del tutù è fasciato in un paio di fuseaux in lattice nero (sono un’integralista dei fuseaux e li chiamerò sempre così. Non mi avranno mai quelli stronzi che li chiamano leggings) e in una maglietta di un fucsia accecante, che dovrebbe essere proibito dalla legge.

Ma siamo all’inferno quindi Yuri può mettersi quello che vuole, anche perchè sta nel privè che alla fine è un po’ come la Giudecca.

Giantaxi lo conosce anche il Demonio quindi non subiamo neanche dieci secondi di domande e controlli all’ingresso del privè perché due omoni neri sanno che Yuri rastrella le anime dei dannati e così ci aprono il cordolo facendo un cenno a Gian da dentro i loro occhiali scuri che chissà che cazzo se li mettono a fare gli occhiali scuri in un posto più buio di una miniera, ma tant’è.

Yuri si è preso di sicuro qualcosa per ballare senza dover avere altre necessità.

Ha ingerito, fumato o masticato qualcosa che gli ha tolto qualsiasi tipo di bisogno fisiologico: non deve andare in bagno, bere o mangiare né tantomeno crollare dentro ai divani di velluto dopo la sua sessione di danza classica tecnologica.

Me lo spiega Gian dicendo “Zia, lo Yuri non dice una cazzo di parola dalle undici di sera alle due di pomeriggio del giorno dopo, lui balla e basta. Lui dove lo metti sta tipo in trance, però ti segue eh, se devi andare in qualche posto e ce lo devi portare lui sa che deve seguirti, però ti segue mentre continua a ballare, è tipo autistico, si piglia qualcosa di davvero bomba ma a me mi dà retta, lo sa che gli salvo il culo”.

Quando gli siamo vicini, per me Yuri è già leggenda: anche lui ha gli occhiali scuri, solo con una montatura tigrata, e ha un’aria professionale e concentrata su ogni singolo passo di danza tecnologica, come fosse in un video dei Daft Punk rielaborato però da una persona con dei problemi cognitivi che rallentano i riflessi e ammorbidiscono le ossa rendendola quasi un rettile.

Yuri si dinoccola a moviola, simulando spaccate sulle balaustre e muovendo lingua e braccia a serpentina, ammiccando il nulla, visto che è solo e non c’è nessuno che gli balla intorno perché “Nel privè non si balla”, mi spiega Gian “nel privè si fa i fighi e basta. Si guarda giù dalla tromba delle scale cosa fa il resto della massa, la gente di merda, insomma. Nel privè si beve, si fa i fighi, ecco. Hai capito?.

Solo Yuri può ballare, perché il suo ballo è da fighi, pare. Hai capito?”.

Non c’è bisogno di trascinarlo via dal girone del privè, Yuri sa che se riconosce Gian nella folla, è venuto il momento di andare via e deve seguirlo.

Così si stacca dalla sbarra sopra la quale ha portato a termine la sua notte di solveggi e inizia a seguire Gian, facendo del microscopico stretching sul posto.

Non ha una giacca, un borsello, un cellulare, Yuri è venuto in canottiera e fuseaux da casa, forse correndo come Mark Renton, in piena punta di chissà cosa.

Gian mi fa un cenno e grida ancora come un demonio, in mezzo alla folla di dannati, che ci dobbiamo togliere dai coglioni.

Siamo fuori.

Respiro.

Solo ora mi rendo conto di quanto sia fragile Yuri, fuori dal suo contesto: magro, sudato e pallidissimo, ancora con gli occhiali scuri attaccati alla pelle bianca e appiccicosa, silenzioso e indifeso.

Meno male che c’è Giantaxi che lo porta a casa, altrimenti Yuri verrebbe picchiato e derubato perfino da una classe di signore di punto e cucito.

Appoggiate al cofano del taxi di Gian, piazzato in mezzo alla strada con le doppie frecce che lo illuminano come fosse un pacco regalo di questi degli allestimenti nei centri commerciali a Natale, ci sono due ragazzine col trucco sfatto e i tacchi in mano.

Sono quelle modelle minorenni che vedi a Milano in qualunque stagione dell’anno e non capisci come facciano a sopravvivere perché non parlano nessuna lingua oltre alla loro, un russo adolescenziale.

Se stanno lì con la minigonna senza calze, anche quando a Gennaio ci sono le maniglie dei negozi ghiacciate.

Maledette loro, giovani e con il gelo nel dna che le farebbe sopravvivere anche nei cassoni di un obitorio.

Loro non ci andrebbero in discoteca, se ne starebbero a casa a guardare Sex in the city e a mangiare patatine con le amiche.

Eppure ci vanno perché vengono pagate dai PR per starsene lì a bersi un drink e fare la famosa bella presenza.

Sulla carta dovrebbe funzionare così: qualcuno le vede e sparge la voce tra i maschi che in quella discoteca ci sono le modelle.

Allora tutti i maschi vanno lì, pagano il biglietto intero, bevono l’imbevibile e cercano di rimorchiarle.

Solo che nessuna di loro sa parlare italiano nè inglese né niente.

Mai una modella bielorussa minorenne riuscirà a imparare l’italiano.

Non si sa per quale motivo.

Parleranno inglese, al massimo sorrideranno ma in italiano non scuci loro neanche un “Buongiorno” dopo sei mesi.

E di certo i maschi che frequentano quella discoteca infernale e bevono quei drink sacrileghi, oltre al milanese, parlano il Nulla più desolante.

Però le modelle bielorusse minorenni so a cosa stanno pensando nella loro lingua.

Lo so forse perché è la stessa dei miei avi: “Meno male che c’è Giantaxi che ci porta a casa e non quell’imbecille della Brianza con la gelatina anche nel culo”.

Siamo tutti. Si va.

III

Non so se ci si possa ubriacare di riflesso semplicemente respirando gli aliti di gente ubriaca in ambienti ridotti ma non mi sento molto bene, tutta compressa dentro a questo abitacolo che sa di vodka chimica, con la faccia contro il finestrino e le cosce appiccicate a quelle sudate e bianche delle bielorusse.

Se poi poteste sentire oltra al tanfo di alcool, quello acuto e amaro della centrifuga di schifezze lisergiche ingerite da Yuri, credo che converreste con me che gli aromi dell’abitacolo di questo taxi siano pericolosi per la salute più degli scarichi di una raffineria.

Gian ha appoggiato Yuri, che non sembra essere tra i viventi, sul sedile posteriore come un cappotto che ti togli prima di guidare altrimenti si sgualcisce e lui è rimasto lì come un invertebrato, con gli occhiali da sole ancora indosso a proteggere i suoi occhietti bianchi e collosi.

Ad ogni curva, il suo corpo senza gravita’ viene sbattuto contro le bielorusse che lo rilanciano come se giocassero a palla avvelenata contro il vetro del finestrino, dove il suo naso si schianta e si appiccica come una ventosa diventando cianotico e freddissimo e regalando agli automobilisti, nonostante gli oscuranti, la visione spettrale di ciò che avviene all’interno dell’abitacolo: come se stessimo trasportando un cadavere senza sacco nero.

Gian intanto vola nella notte.

Non lo ferma nessuno e se sei con lui andrà tutto bene anzi, andrà tutto “ da famiglia reale, ciccia!”, come dice lui.

Yuri abita a Niguarda, un quartiere che se non avessi la certezza di trovarmi a Milano (ancora per quella vecchia storia che Milano somiglia a molte città ma poi ti accorgi che hai solo lei), potrei tranquillamente scambiarlo per qualche periferia di San Paulo di quelle che ti fanno capire quanto sia preziosa e fragile la vita, soprattutto se hai una borsetta appresso.

Arriviamo davanti a un complesso di quattro palazzoni rancidi e Giantaxi sgomma e si ferma.

Scende dall’auto, apre professionale lo sportello posteriore, si china sul sedile e si carica in braccio i resti esanimi dell’acrobata di Niguarda per poi volgersi al portoncino e iniziare una difficoltosa arrampicata dei tre scalini che portano all’uscio rognoso dove vive il poveretto.

Sull’ultimo scalino sento Giantaxi inveire contro la vita e le creature delle notte.

Non capisco bene cosa dica nel suo dialetto che capisce solo Umberto Smaila ma sono certa che sta prendendosela col mondo mentre porta avanti il suo lavoro illegale fino all’ultimo e con dignità, mentre compie il suo giornaliero “servizio completo”.

Arrivato in cima alle scale Gian appoggia il ballerino moribondo contro l’angolo del portoncino annerito dalle pisciate dei cani e citofona.

Sono le cinque del mattino e Gian citofona senza sosta, come fosse un postino.

Dopo qualche minuto di attesa, mentre le bielorusse si fanno un selfie al volante del Giantaxi e ridono nella loro lingua, si sentono i tonfi pesanti di chi scende le scale incazzato.

Apre il portoncino un’immensa massa di adipe sudamericano senza sesso definito.

Che sia lo/a fidanzato/a di Yuri?

Avrà minimo sessanta anni nonostante il grasso iperbolico tenti di deviare le mie analisi.

E’ un essere appartenuto per tanti anni alla notte, forse una Drag-Queen o un mercante di perversioni da strada, lo intuisco da come inveisce contro la notte insieme a Giantaxi, con fare esperto: si lamenta di quanto la notte ormai faccia schifo, di quanto non ci siano piu’ i locali leggendari della movida milanesa.

Poi guarda Yuri e scuote la testa.

Paga Giantaxi quel che deve pagare e mentre il nostro protettore risale in auto e la bielorussa scivola sul sedile davanti continuando a selfarsi, la/o vedo che piglia Yuri per un braccio e inizia a gridargli contro come fossimo in pieno giorno “Alzati Ediota, vamos! Otra volta con esta puta istoria. ALZATI PUTO AMOR!”.

Lo scuote, si arrabbia, diventa rosso/a in viso e inizia a prendere a calci nello stomaco con le sue gambotte flaccide il secco Yuri che non reagisce.

Gli sfila gli occhiali, li disintegra dentro al suo pugno, poi chiude la porta e lo lascia li, esanime contro il muro, appena sotto i citofoni, stretto nei suoi fuseaux e senza un grammo di forza in corpo.

Ho paura.

E anche le bielorusse hanno smesso di farsi le foto e sono lì che guardano Yuri e poi Giantaxi per avere risposte.

“Sempre così eh, ognuno ama come può, bellezzine secche”, dice lui mentre sistema il sedile e fissa lo specchietto retrovisore.

Portami a casa, maledetto driver.

Ho paura e sono stanca.

La porta viene riaperta con rabbia e riemerge la creatura di lardo portoricano che piglia Yuri per un polso e se lo trascina dentro il buio della tromba delle scale.

Addio Yuri portami a casa Gian.

E lui annuisce guardando la porta richiudersi e parte sgommando.

IV

Giantaxi vola dentro alla notte che, sembra piombare tra le strade di Milano solo per lui e per il suo lavoro che accarezza da anni la criminalità.

Vola Giantaxi, coi suoi boccoli sudati e rossicci fuori dal finestrino e gli ACDC diffusi a volume da esaurimento nervoso; guida sentendosi solo anche quando il suo taxi è strapieno di gente.

Brian Johnson gracchia “Don’t stop me” e io guardo il mio driver preferito e mi nasce in testa, e non so perché non ci abbia pensato prima, la certezza dell’ incredibile somiglianza col frontman di questa band leggendaria.

Invecchiando, le distanze delle similitudini tra loro si accorceranno sempre più e mentre voliamo su Milano, io Giantaxi me lo immagino col kilt e la scoppola e immaginarmelo così, è forse la cosa più piacevole che mi sia capitata stanotte.

Questa notte in cui Giantaxi e io planiamo insieme a due bielorusse con le gambe più lunghe della mia giornata di lavoro, questa notte che sta morendo e che io mi ritrovo senza averlo scelto, a vivere in macchina con gente che sa di paillettes e cocaina.

Le modelle dormono un sonno etilico rilassato, sono abituate: una riposa appoggiata sulle gambe dell’amica, l’altra con la testa china sul collo, che domani si sveglierà sentendo i trenta sempre più vicini.

E poi ci sono io, che coi miei trent’anni già c’ho fatto i conti e ormai sono sveglia come una civetta e anelo solo a un obiettivo: riuscirmi ad addormentare a casa mia, sana e salva, senza nessuna bielorussa sul divano, senza nessun Yuri sul tappetino di casa, massacrato di calci dal fidanzato e senza nessun agente di polizia all’uscio di casa che mi chiede se conosco il tassista illegale più famoso della città.

Le ragazze condividono una di quelle famose case milanesi per modelli: appartamenti identici a quelli per studenti, loculi angusti, sovrappopolati con l’unica differenza che le case per modelli si trovano in zone trendy e sulle pareti delle stanze hanno i composit, quindi sono più fighe di quelle per gli studenti sfigati e vengono affittate ad un canone ancora più alto, se possibile.

Nella via del fashion flat non si cammina, tanto è intasata dalla gente che ha ancora voglia di ridere, baciarsi, vomitare, alcolizzarsi e ricominciare il giro.

Giantaxi chiude gli specchietti mentre procede a passo d’uomo e ogni tanto abbassa i finestrini per inveire o chiedere in inglese se si sono accorti che lui sta guidando una macchina, cazzo.

Mi giro verso le bielorusse e le vedo di nuovo sveglie e in pieno selfie, che salutano i baristi dal finestrino abbassato e ammiccano i colleghi fashion seduti ai tavolini, sudati e marci dalla serata.

Mi chiedo perché molta gente che lavora col proprio aspetto debba ridurre lo sviluppo dell’intelletto così miseramente: forse pensano che un peso mentale importante possa compromettere la carriera nei casting.

E forse le bielorusse pensano di essere arrivate a qualche festival.

Forse credono che tra poco Gian aprirà loro le portiere del taxi, srotolerà il red carpet e loro potranno sgambettarci sopra coi loro leggings o fuseaux e i loro boots, regalati da qualche stilista vestito di pelle, coi capelli bruciati dall’ammoniaca.

Invece Giantaxi le portiere le apre si, ma dice “Basta, qui non si va più avanti, fuori dalle balle ladies, vado di retro e voi proseguite a piedi, che rassodate i glutei sovietici, forza!”.

Non credo che le ragazzine sappiano cosa sono i glutei anche perché ne sono completamente sprovviste.

Hanno quei tipici sederi talmente piatti che la parte dei jeans dedicata alla naturale fisionomia pensata da Dio, rimane penzolante dietro come uno zaino vuoto, di quelli peruviani in lana morbida e colorata.

Comunque perfino Giantaxi a quest’ ora se ne fotte dei loro sederi, anche perché immagino abbia ancora diversi servizi malavitosi da portare a termine, così rientra in macchina ma, non appena le cavigliette sovietiche sono tra le pozzanghere e io sospiro pensando che sia finalmente finita, due tizi vestiti esattamente come il resto della folla, come dei rapper appena usciti dalla copertina di Esquire, si piantano davanti al nostro cofano, sbattendo i pugni contro la carrozzeria.

Mentre sento Giantaxi dire “Oh cazzo”, i tipi gli hanno già aperto la portiera e lo hanno trascinato fuori per spiaccicargli la faccia rossa e umidiccia sul cofano.

Succede tutto in un attimo, vorrei scendere perché mi spiace lasciare lì quel maledetto cagnaccio di strada che sembra aver scelto il mestiere di mettersi nei guai, a farsele dare senza pietà.

Non mi piacciono le storie senza pietà.

Credo di aver capito da come lo sbatacchiano contro il cofano, che il nostro amico abbia sbagliato zona o orario di servizio illegale e che i due tizi travestiti da rapper siano in realtà colleghi con regolare licenza, in pausa dal lavoro ma non dalla voglia di attaccare briga e punire dove la legge non riesce ad arrivare.

Intorno alla nostra auto si crea un piccolo pubblico non pagante in circolo che non osa intervenire ma si gode la scena, succhiando nervosamente robaccia dalle cannucce nere dei loro bicchieri.

Detesto quelli che non si lasciano prendere dal sangue quando ribolle nella testa e vorrebbe riportare l’essere umano ad una buona condizione di selvatica battaglia.

La gente è stronza e se ne resta lì mentre i due rapper pestano di botte Giantaxi.

La gente stronza con le gambette atrofizzate nei pantaloni stretti-stretti a sigaretta e i baffetti lisci e freschi di barbiere, la gente inabile a qualsiasi tipo di reazione che esca dai cliches.

Nessuno si indigna, tutti guardano la scena, alcuni balbettano “Basta!” con lo sguardo da eroi ma pare che vogliano intervenire solo quando reputeranno che è il momento giusto di fare gli eroi, quando cioè sarà tutto finito e ci sarà da raccontare la faccenda alle guardie.

La gente è matta in due modi: quello spettacolare, pieno di colpi di scena e salti carpiati che spaventano le folle, sconvolgono le classi politiche e quello silenzioso, compito, assopito dall’ordinarietà, incapace di reazione.

Sono follie che provengono dallo stesso ceppo, dal grado di educazione ricevuta in famiglia, un grado ossessivo oppure completamente assente.

Mentre sto scendendo dall’auto di Giantaxi, che continua a prendersele in silenzio ormai esamine, tutto davanti a noi viene illuminato dai fari di un’auto che procede lenta tra la folla.

L’auto si ferma esattamente di fronte al ring chiudendoci definitivamente ogni via di fuga.

A quel punto il mio istinto decide di farmi rientrare in auto.

Chiudo le portiere e spero sia una volante, alla quale potrò spiegare che io stasera avevo solo chiesto un fottuto taxi e guarda qui che inferno è successo.

Che poi è la verità ma io non so perché, non mi sento affatto pulita. Purtroppo o per fortuna non è una volante ma un altro taxi; le forze dell’ordine hanno la peculiarità di non arrivare mai quando c’è davvero bisogno e di esserci sempre quando il loro intervento è inutile se non fastidioso, penso stringendomi la borsa addosso e preparando la fuga, sempre che le mie gambe me la consentano, paralizzate dalla tensione dentro allo stramaledetto Suv di Gian.

Dal taxi scende una ragazza bionda, minuta e con una piccola coda spettinata.

Ha gli occhi azzurri ed è completamente vestita di jeans, dalla testa ai piedi, sembra uscita da uno di quei telefilm anni 90, alla Bayside School ma al posto del diario ha un tubo di ferro sottobraccio, un pezzo dell’asse del motore di chissà quale auto, che brandisce in maniera determinata e poco elegante.

Si avvicina e con una forza impossibile da prevedere, si lancia contro uno dei rapper e lo legna duro fino a farlo piangere, fino a quando quello non si china per proteggersi la faccia e la testa, fino a quando non comincia a farti tenerezza che quasi ti dimentichi il dramma che pochi minuti prima stava massacrando un giovane rosso slabbrato.

La piccoletta bionda allontana i due rapper a colpi di rabbia inespressa da secoli come un dobermann e il pubblico maschile si rifugia in un imbarazzante silenzio sgomento.

“Tutti a guardare eh, figli di puttana?!” dice alla platea e zittisce quel brusìo senza senso che si diffonde quando accade qualcosa di inedito che sveglia perfino gli animi più rattrappiti.

Poi prende per un lembo della camicia Giantaxi o ciò che resta di lui, lo trascina in auto e chiude le sicure.

Siamo dentro.

Giantaxi è di nuovo al volante della sua auto esanime e la biondina gli è accanto, sul sedile del passeggero, che sbava ancora di rabbia.

Non si è accorta che ci sono anch’io, immobile come sono sul sedile posteriore, ipnotizzata da tanto cinema americano e dalla paura, col respiro che ha fermato ogni effetto sonoro.

Come se non bastasse, la biondina tira a sé quel che resta di Giantaxi e gli stampa un bacio muscoloso sulle labbra violacee,

poi si gira di scatto e mi guarda dentro alle pupille.

Mi entra dentro agli occhi come il fuoco e dice “Fuori di qui, prendi la mia auto e seguimi, stronzetta” e io neanche rispondo o rimando l’insulto al mittente perché questa biondina alla fine mi piace.

Quindi piglio le chiavi che mi lancia, anche perchè altrimenti mi arriverebbero dritte in faccia e mi ritrovo, quasi senza accorgermene già coi piedi dentro alle stesse pozzanghere delle bielorusse.

L’auto di Giantaxi si accende, ingrana una retromarcia potente e inizia a svicolare tra la gente, incurante di colpirla o schiacciarla.

Una retro da Fast and Furious che si allontana dal circo di pugni e baci appena vissuto.

E io davanti a loro con una timida prima, assurdamente al volante di un’auto mai vista e coi fari piantati contro il loro parabrezza, pronta a seguirli ovunque perché le femmine, quando c’è di mezzo una storia d’amore diventano incredibilmente collaborative, anche nell’illegalità e nella più ampia follia.

La nostra notte non è finita Giantaxi: sfrecceremo in questa pozzanghera lombarda e presto saremo fuori Milano, lontano da tutta questa gente che guarda e non fa niente, che approfitta della criminalità fino a quando i suoi servizi fanno comodo e restano sepolti nei sotterranei.

Ho capito che tu e la tua bella non siete matti ma cercate di ammaestrare la disperazione con qualche piccolo tranello teso al fisco per non crepare; se questa è follia siamo tutti, chi più chi meno, matti.

Voi siete solo romantici anche se imbevuti nello squallore urbano, siete i Bonnie e Clyde della tangenziale, matti in apparenza perché costretti a lavorare con loro, i vostri clienti, i veri mentecatti.

Costretti a fare i criminali perché lo Stato non vi tutela e neanche i colleghi, a quanto pare.

E io penso, mentre guido e vi seguo che non ce la farei.

Non riuscirei a vivere come voi, sempre sull’orlo dell’illegalità conclamata, caricando e scaricando gente destinata a morire male, sperando che non arrivino retate organizzate dai colleghi più che dalla finanza.

Ma ora non pensiamoci e usciamo da Milano, andiamo a fare colazione a Camogli e baciatevi ancora, vi prego.