BELLE ABITUDINI

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

In questi ultimi vent’anni sono sparite un sacco di belle abitudini

Senza dover per forza rimpiangere un’epoca, sarebbe bello semplicemente recuperare le deliziose tendenze estinte e ripristinarle come si fa con certo vestiario di merda quando torna di moda, tipo i calzini di spugna dell’Adidas o i pantaloni a zampa che però devi poterti permettere mentre le belle attitudini stanno bene addosso a tutti.

Vediamone insieme alcune:

– Guardarsi dai finestrini delle auto, ai semafori, certi di potersi innamorare.

– Parlare coi tassisti perché qualunque tassista ha almeno una storia assurda da raccontare per cui conviene farlo parlare anziché usarlo come un distributore automatico perché il vero cinema è lì, non nei prodotti Vanzina.

– Far sedere la gente sui mezzi pubblici senza paura di offendere, anche in un’epoca in cui le gentilezze vengono scambiate per discriminazioni.

– Lasciare biglietti di gradimento sotto al tergicristallo perché laddove si osa con lo sconosciuto, lì prosegue l’evoluzione.

– Annotare ricette a mano anziché bazzicare i terribili siti di ricette sponsorizzati da marchi di mondezza; passarsi le ricette al telefono, annotarle in un quaderno apposito e non lasciare che i cuochi famosi interferiscano col regno gastronomico dei nostri avi.

– Smettere oggi stesso di essere i servitori dei nostri figli, ripristinare l’antica noncuranza dei genitori di cent’anni fa, abolire i passaggi in auto alle due di notte, le paghette superiori allo stipendio di un impiegato, le felpe della Nike, il cellulare da duemila euro, il corso di circo ucraino, la comprensione mansueta di risposte come “Non rompermi i coglioni, Mà”.

– Tornare a chiamare i posti dove si mangia ristoranti, osterie o trattorie piuttosto che enoteca con cucina, bistrot con fornello, forno con spaccio. Riprendersi i veri valori e dare i nomi alle cose ma darglieli semplici.

– Tornare a parlare italiano, anche se dobbiamo dire cose noiose come “riunione virtuale” al posto di “call”, “tutto compreso” in luogo di “all inclusive” e, reggersi forte, “luogo”, al posto di location.

– Giocare a tennis nonostante i tempi siano duri. Farsi forza affinché si riesca a trovare qualcuno che schifi il padel come noi.

– Viaggiare con le vere compagnie aeree di linea perché, dovremmo averlo capito, viaggiare sugli autobus low-cost del cielo stressa anche i nervi più imperturbabili e per trasportare lo stress c’è un supplemento.

– Telefonare. Specialmente nei primi passi di un corteggiamento decidere fin da subito di abolire le chat e di reintrodurre l’antico, emozionantissimo, “Pronto, avevo voglia di sentirti”.

– Chiedere informazioni. Anche con Google maps inserito, si torni a rompere il cazzo alla gente per strada e a scoprire quanto essa sia ormai poco abituata ai rapporti umani fra sconosciuti: recarle questo fastidio porterà solo buoni frutti alla società futura.

– Sperare di poter tornare a votare a sinistra. Seppur con uno sforzo sovraumano, cercare di immaginare come potrà essere il giorno in cui torneranno persone capaci di rappresentare la sinistra che possano esser guardate in faccia senza provare lo stesso sentimento che proviamo oggi, irripetibile persino in questa sede normalmente scurrile.

FACCIAMO CHE IO ERO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

– Giochiamo che io ero nata negli anni 2000 ma non ascoltavo musica di merda?

– No, facciamo che andavamo in rete oppure, ancora meglio, in edicola e c’erano giornali dignitosi e quotidiani seri!

– No, ci abbiamo giocato l’altra volta e siamo finiti a litigare. Facciamo che avevamo trentacinque anni e una laurea ma riuscivamo a vivere in Italia senza dormire in sei in una stanza o peggio, a casa dei genitori!

– Mmmm….troppo difficile. Perché non giochiamo al gioco dei colori? Io ero giallo, tu rosso ma entrambi non potevamo uscire di casa per andare al museo o dagli amici e potevamo vivere solo su amazon e andare a messa o al centro commerciale.

– Mmmm…no, io non gioco più.

CHE ANNO DI MERDA

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Tutti a parlar male del 2020.

Sono molto dispiaciuta: è comunque un anno vissuto e merita di essere rispettato.

Quindi, per andare contro corrente mi sono appuntata sul mio taccuino ad anelli, dodici bei momenti vissuti in questo 2020, in modo da dimostrare che, se uno si volesse fermare un secondo a riflettere, si renderebbe conto che la massa sviluppa spesso visioni e comportamenti esagerati.

Gennaio: ho aperto il nuovo anno buttandomi in mare, in pieno inverno, assieme a centinaia di anziani liguri, sperimentando il cosiddetto “cimento”, una consuetudine per cui, il primo giorno dell’anno ci si ritrova tutti in spiaggia, in costume, flaccidi d’inverno e, al suono di un volgare fischietto da arbitro, ci si lancia in acqua verso una grossa boa allestita a largo, a cui son state legate alla buona, diverse bottiglie di prosecco di infima qualità, posto che ne esista di buona.

Si starnazza nell’acqua a due gradi e si finge di esser felici perché tutti guardano.

Febbraio: sono andata in Messico, da sola, per quindici, indimenticabili giorni.

Poco prima di partire sono stata investita da cinquemila paranoie di altrettanti amici e parenti che evidentemente stavano rosicando: secondo loro, mi avrebbero drogata, stuprata e poi mi avrebbero mozzato la testa, questo era il programma.

Avrei speso tanto, mangiato male, incontrato rettili letali e sarebbe anche scoppiata una pandemia.

Per fortuna non è successo quasi nulla di tutto ciò anche se, effettivamente non ho mangiato benissimo.

Marzo: ho avuto la fortuna di trascorrere il lockdown al mare, nella mia piccola casa in Liguria, da sola, con grandi quantità di alcool ed un tempo realmente merdoso che non metteva voglia di far niente di festaiolo che tanto sarebbe stato proibito.

Aprile: per sfuggire alla noia ho instituito delle dirette su Instagram, connettendomi dal cesso di casa mia, non avendo altre zone rispettabili a disposizione.

Ho dato a questo ciclo di dirette l’infelice titolo di Saturday Night Fever.

Maggio: rientrata al mio domicilio, abbiamo trovato un cucciolo di capriolo femmina, orfana e denutrita e l’abbiamo curata, prima di affidarla ad un centro specializzato. Noa, così è stata chiamata, è qualcosa che si avvicina al concetto di amore cosmico e si è perfettamente adattata a convivere con cane e gatti. L’unico problema è che ha iniziato a grandinare per casa, immense piogge di dure palline nere. L’amore vuole sacrificio ma a noi sarebbe dispiaciuto farne e quindi l’abbiamo graziata e l’abbiamo portata nel centro specializzato.

Giugno: ho girato l’Italia in un momento in cui tutti lo sconsigliavano, per registrare un programma tv, con un team di produzione composto da quindici persone sotto ai 40 anni, simpaticissimi.

Erano anni che non stavo così a contatto coi giovani.

Abbiamo dormito in posti dove non dormirei neanche dovendo scontare lavori socialmente utili, ci siamo svegliati alle 5:30 del mattino ed abbiamo finito di lavorare, a volte molto tardi per andare a dormire tutti sporchi e sudati.

E’ stato bellissimo rivedere il risultato ed accorgersi che alla tv si vede solo il 4% di ciò che accade davvero.

Luglio: mi sono riposata. Ho avuto solo tre date del tour ed era parecchio che non avevo un Luglio così libero, un mese in cui normalmente avrei avuto almeno venti tappe del tour! La felicità di non lavorare è stata senz’altro sintomo di grande incoscienza ma mi sentivo davvero al settimo cielo!

Mica immaginavo che il mio settore professionale sarebbe stato raso al suolo, di lì a poco.

Agosto: non paga del riposo, sono andata anche in vacanza.

Sono arrivata sull’Etna con la mia mountain-bike e ho fatto uno splendido tour di due giorni in fuori strada.

A fine tour mi sono ritrovata con gli stessi polpacci che immagino abbia Al Cogan, le narici nere di fuliggine come i camini di Mary Poppins e le natiche paralizzate perché i famosi pantaloncini imbottiti dei ciclisti non sono solo ridicoli ma anche roba che può letteralmente salvarti il culo.

Settembre: ho iniziato a scrivere il manoscritto di quello che dovrebbe essere uno dei prossimi libri. Parla di viaggi. Praticamente è un libro di fantascienza.

Ottobre: ho fatto la Via del Sale. Si tratta di un sentiero escursionistico dell’Appennino settentrionale che parte dalla provincia di Pavia ed arriva fino al mare, in Liguria ma io non ci sono mai arrivata perché nessuno mi aveva detto che le scarpe da trekking bisogna comprarle di un numero in più del proprio e comunque vanno usate un bel po’ prima di affrontare ottanta chilometri a piedi.

Così sono scesa dal famoso Monte Antola, scalza e con le lacrime agli occhi e mi son ripromessa di bruciare più combustibili fossili e affanculo Greta e il trekking.

Novembre: per il mio compleanno mi sono ubriacata con uno dei miei vini preferiti, il Terza Via di De Bartoli. Basterebbe ciò, invece l’ho fatto al mare, in compagnia dei miei amici ottantenni liguri, quelli del Cimento, che sono ancora tutti vivi e questo per me è il miglior tampone che si possa fare.

Dicembre: ha nevicato come non nevicava da anni e ho riscoperto le gioie infinite del bob.

L’ultima volta lo avevo usato a nove anni e mi si erano rotte le maniglie gialle, quelle con cui si frena: mi erano rimaste in mano entrambe e mi ero schiantata a tutta velocità contro il muro del retro dell’albergo e mia madre mia aveva anche picchiata quasi a morte, come usava fare ogni volta che le facevo prendere un brutto spavento. In questo Dicembre, invece, a quasi quarant’anni, non ho mai avuto problemi e sono andata giù in picchiata come un falco e mia madre non ha potuto far nulla perché abitiamo in regioni diverse.

Quindi, in fondo, questo è stato un bell’anno.