IL PIANO BAR NELLE CARCERI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non conosco nessuno così odievole da meritare una serata in compagnia del piano bar.

Che sia in albergo, in crociera o al villaggio turistico, il piano bar corrisponde al peggiore dei luoghi in terra dove trovarsi senza averne colpa.

Bisognerebbe quindi subire il piano bar, avendone colpa.

Il piano bar dovrebbe essere una specie di punizione simile ai lavori forzati o alternativa al carcere.

Se solo si potesse prevedere il piano bar contro i condannati ai domiciliari, mi sentirei meglio e sarei ancor più incentivata a non commettere crimini: perché farei qualsiasi cosa pur di non essere costretta dallo stato a starmene davanti ad un tizio con la pianola.

Le basi musicali anni settanta e il karaoke con Acqua e Sale mi fai bere, io vorrei che fossero castighi imposti a quelli che hanno fatto bancarotta fraudolenta o che ne so.

E invece siamo stati governati da uno, che il karaoke lo imponeva ai poveracci in viaggio su una nave.

Il piano bar deve essere inflitto ai criminali, non ai poveracci che lavorano tutto l’anno, che pagano le tasse e che cercano di essere bravi genitori perché non è giusto che uno rientri tardi in albergo, dopo una lunga giornata di trasferta professionale e trovi, al bar della hall, un tizio col pizzetto che fa ballare le tedesche sbronze con I will survive.

Non è dignitoso che una brava ragazza venga umiliata, durante le sue uniche ferie, da un signore abbronzato, vestito di lino bianco che la costringe a leggere le parole di Bionde trecce, occhi azzurri e poi, mentre si colorano velocissime o, almeno, più veloci della sua povera gola di impiegata a progetto.

Il piano bar conferisce un improvviso, perfetto alone di tristezza a chi lo provoca e a chi lo subisce e tutto il luogo circostante si contamina, tanfando subito di moquette blue, di vodka del discount e di promiscuità sudata, di dopolavoro, di festa aziendale e di premiazione per il miglior fatturato.

Fatemi morire con l’orgoglio di non aver mai preso parte ad una serata nella morsa del sax o della pianola inflitta da un resident, in un residence.

Mi spiace per i bravi musicisti, costretti dalla vita a suonare le basi di Antonacci ma più rispettoso, nei confronti del loro amore per la musica, sarebbe il gesto di cercarsi un altro mestiere, alla svelta.

Anche umiliante e pesante.

Perché c’è molto poco di più pesante ed umiliante che ascoltare la propria, virtuosa voce, gridare Tutti insieme, Anima mia!

Proteggetevi dal piano bar.

Non permettete a nessuno di darvi un microfono in mano quando siete in costume da bagno o davanti ai vostri colleghi e ad un ragazzo con la camicia hawaiana e la collanina dorata che vi guarda eccitato, pronto a sostenere con voi un ritornello che non doveva neanche essere creato.

Si al piano bar nelle carceri.

No, alla violenza sulle pianole.

Si, alla violenza sugli eventuali eredi di Umberto Smaila.

 

 

DIAGNOSI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Come si chiama la malattia che prende quelli che comprano le Superga con la doppia suola?

Che malattia è quella che hanno i vegetariani che mangiano pesce?

Com’è che si chiama quel virus che attacca le persone quando si trattengono più di due secondi su Canale 5?

Che malattia hanno quelli che rubano gli accendini?

E quella degli attori famosi quando arrivano a fare le pubblicità delle merendine?

Da cosa precisamente sono affetti quei tipi che si fanno tatuare un bacio col rossetto sul collo?

Come si trasmette il virus di quelli che chiedono di parlare con un responsabile quando non la carta di credito gli rifiuta la transazione?

E’ contagiosa la malattia di quelli che suonano dopo un quarto di secondo che il semaforo è diventato verde? Si passa?

Come si chiama la malattia di quelli che ascoltano la partita chiusi in macchina, in un parcheggio?

Che malattia è quella che affligge le persone che inviano più di quattro emoticon in un sms?

Di cosa sono ammalate le persone che votano il meno peggio?

DI CHE TI OCCUPI TU?

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Di che ti occupi tu?!

Io mi occupo di design, di visual merchandising, di personal shopping.

Io sono un buyer, un copy, un art, un human resourcer, un digital enterpriser e tu? Di che ti occupi tu?

Dai, coraggio!

Non essere timido.

Fammi sentire l’odore del tuo mestiere umile di merda.

Fammi sentire l’aria di poraccitudine che ti avvolge.

Non ti vergognare con me, eh!

Se fai l’impiegato poi, mica è colpa tua.

Se lavori in un negozio mica c’è niente di male.

Puoi dirmelo, eh.

Guarda che io sono un tipo smart, open, sono multi-tasking, cool hunter, son videomaker.

No, non sono solo regista: il videomaker è uno che fa operatore, regista, montatore e attore, tutto insieme contemporaneamente, al prezzo di un attore di teatro, per le grandi televisioni, le grandi aziende.

Mi faccio sfruttare dici?

Forse ma posso dire che faccio cinema, capisci?!

Posso dire che faccio fotografia, sceneggiatura, acting, tv production.

Non sempre mi pagano ma ho il grande plus rispetto a te, di poter dire che faccio entertainment, mica la guardia giurata, la commessa, l’operaio, il low-profile.

Insomma, di che ti occupi tu?

Io sono light-designer, sono stylist, sono mainstream che non vuol dì un cazzo ma tanto tu, che ne sai?

Che ne sai tu di business e di creativity?!

Di che ti occupi tu, insomma?!

Dimmelo, dai! Non vergognarti.

Non lo dico a nessuno se c’hai la busta paga e timbri il cartellino, dai.

Fammi sentire il tanfo della tua scrivania Ikea, dai.

Non lo dico a nessuno, ti dico.

Stai tranquillo, saperlo serve solo al mio ego titanico, al mio state of mind.

Che mi frega poi a me che vivo nel loft, faccio chi-cong, compro da whole-food e mi vesto Galliano?!

Che mi frega realmente di te, che tanto io faccio crowdfunding, mi alleno alla Virgin e ascolto electro-punk jumping?!

Di che ti occupi tu, porca malora?!

Dimmelo, cazzo.

Fammi sentire le vibrazioni della tua pessima normalità.

Dai!

Come?! Mio padre?!

Mio padre lavora in banca, poveretto.

Andrà in pensione quando potrà.

La vita è così, le vecchie generazioni, hai presente?!

In banca, si.

Altrimenti come potrebbe permettersi il luxury di una figlia stylish che fa design, frequenta vinery e conosce il jet-set?!

Ma cambiamo discorso.

Di che ti occupi tu?

 

IL VERO MESTIERE PIU’ ANTICO DEL MONDO

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Ogni volta che sono ad una festa, prima o dopo, arriva sempre il momento in cui sento il bisogno di vivere i miei consueti dieci minuti di alienazione dal pianeta terra. Arriva il momento in cui sento l’urgenza di chiudermi a chiave dentro quel piccolo, irresistibile salotto che sono Io medesima; di immergermi in quel brodino melenso che è la mia immaginazione.

 

Mi rifugio nel mio pensatoio e rilascio un lungo flusso di coscienza, senza farmi disturbare dalla musica alta e dagli aliti di prosecco degli invitati e così immagino di scrivere un report sull’andamento della serata, un feedback in lettere grandi e fumanti, marchiate a fuoco sul sedere del festeggiato.

 

Un feedback che poi è sempre lo stesso: alle feste, agli aperitivi, alle anteprime, in qualsiasi strafottuta occasione che costringa dieci o più persone vestite con dignità a riunirsi nello stesso luogo, si ripropone sempre la stessa legge morale secondo la quale la gente se la tira.

 

Le persone, specie se in branco, sviluppano una sgradevole propensione a credere nella loro personalità in maniera esagerata, scomposta. Ma perchè? Cosa porta un individuo mortale a tirarsela?

 

Tante volte mi sono riproposta questo spunto di riflessione e ammetto che fino ad oggi non ho prodotto nulla di definitivo dato che le uniche risposte che la mia mente ha trovato, le sole giustificazioni che i miei occhi hanno trovato di fronte a tanta ambizione, sembrano essere riconducibili a stronzate: una borsa griffata, un paio di scarpe in pelle di un tizio che si chiama Manolo, un contratto a progetto in un’agenzia di comunicazione, un fuoristrada costoso, un paio di zigomi più alti di quelli che hanno sviluppato certe popolazioni mongole nei secoli, per far fronte a temperature molto basse.

 

Questi sembrano essere i motivi che portano alcune persone appartenenti alla cosiddetta società evoluta, a credere di essere migliori, non di altre ma di tutti. Personalmente non conosco grandi scienziati, astronauti o professori emeriti ma dal loro abbigliamento trasandato, dai loro baffi e dai loro occhiali spessi, non mi pare se la tirino e non mi pare di averli mai visti con una borsa di Yves Saint Laurent sotto braccio, durante un’intervista, come invece ho visto fare ad avvocati di assassini famosi, a calciatori, ad attrici o a critici d’arte immersi nella sugna della loro religione auto-riflessiva.

 

Registi, prefetti, capi del gabinetto, modelle rimbecillite e amici di tutte queste categorie, senza mai generalizzare ma senza neanche perdere di vista le grandi numeriche con le quali questo fenomeno si replica negli stessi settori, credono che la loro persona intellettuale o fisica sia superiore a quella di un fornaio friulano, di un impiegato della Accenture o di un thailandese che li sta portando col suo taxi sgangherato dall’aeroporto al Four Season di Bangkok.

 

Magari è pure così. Magari davvero si tratta di personaggi meritevoli di onore; ma nel momento preciso, nel secondo puntuale in cui nel loro cervelletto si forma la convinzione di essere anche solo uno scalino sopra rispetto al resto dell’umanità, in alto sul famoso disegnino della piramide evolutiva, ecco che la loro supposta superiorità ha miseramente fallito in partenza.

 

Mi piacerebbe tranquillizzare tutti quelli che se la tirano che, se domani per caso dovessero schiattare (dipendesse da loro non schiatterebbero di certo, ma visto che non possono controllare tale spiacevole inconveniente, il rischio esiste!) sono sicura che il mondo non subirebbe cambiamenti fondamentali per il proseguimento della specie. Al massimo eventuali, flebili migliorie.

 

Sempre a proposito di vita, mi sento in dovere di poter dire che fino ad oggi siamo dichiarati tutti mortali e che nessuno è maggiormente richiesto sul pianeta terra rispetto a qualcun’altro, specialmente in occasione di una festa, a meno che certo, non si tratti del legittimo festeggiato, però non è comunque il caso di tirarsela oltre il dovuto.

 

Sembrano banalità ma evidentemente non lo sono, visto che c’è ancora tanta popolazione che cammina nel mondo col mento proteso verso i nembi, con una Birkin appesa al polso e gli occhiali da sole a riparare la cornea dagli sguardi zozzi di gente estranea.

 

Sono esenti da questa breve invettiva quelli che risultano indolenti o intolleranti verso il genere umano (e quindi superbi) semplicemente perchè ammettono la chiara involuzione di certi individui quali:

le persone che si picchiano negli stadi, le mamme che truccano le loro figlie, i signori col gilet rosa salmone del Nord che danno retta a quello che dice Salvini, i condomini della Santanchè che ancora non le hanno tolto il saluto, tutti coloro che ancora non hanno preso in considerazione l’idea di rimuovere il tasto 5 dal loro telecomando della TV, quelli che se la tirano.

 

IL RAGAZZO COL SACCHETTINO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non so perché continuo ad andare alle feste o peggio, a quelli che la gente definisce party.

Ogni volta mi dico che sarà l’ultima eppure sono recidiva.

A giustificare il party che pensavo bello, di questa sera posso dire che, dopo innumerevoli feste noiose, l’invito sembrava finalmente seducente: fiumi di vino artigianale, musica funky di ottima qualità e una bella terrazza.

Invece quando arrivo lì, trovo un numero straordinario di amici che conosco e che non vedevo da tempo.

Normalmente ci si sente in imbarazzo quando si arriva ad una festa dove ci sono solo perfetti sconosciuti.

Nel mio caso sono a disagio quando arrivo in un posto e trovo le sale della festa piene delle solite facce dei conoscenti assidui del cazzo.

I conoscenti assidui sono quelli che per tutta la vita non frequenti o non vuoi frequentare, quelli con cui magari ti ci dici solo Ciao da quindici anni e che, per una fastidiosa alchimia ce l’hai sempre tra i coglioni in ogni occasione mondana.

I conoscenti assidui quando ti scappa la pipì ad una festa, si posizionano sul tragitto che traccia la traiettoria tra te e il cesso e cercano con domande assurde e personali, di fartela fare nei pantaloni.

Sono suppostamente amici quelli che incontri e che ostruiscono la porta del cesso o il tavolo degli alcolici, interessati a salutarti solo per sapere se stai facendo qualcosa di meno interessante di loro per poterti mortificare coi loro successi.

Ma ciò che rende il caso di questo party più triste degli altri è che i suppostamente amici di stasera, dopo aver sbrigato le formalità dei loro Ciao fittizi, finiranno per fare alcuni gesti di stampo vergognoso, facinoroso, illegale, criminale o distruttivo nei confronti della location, rigorosamente davanti a tutti gli invitati che l’indomani saranno pronti a telefonarmi per dire ” comunque quel tuo amico è completamente fuori di testa”.

Allora vorrei urlare una volta per tutte e dire che non si tratta di miei amici, ma di fottuti conoscenti assidui!

Eppure le voci fuggono e si diffondono in società così, ogni volta che arrivo ad una festa e ne avvisto uno mi sento tremendamente a disagio mentre lo saluto col sorriso duro e rigido come se avessi appena masticato un tubo di calcestruzzo.

Stasera poi ci sono proprio tutti, compreso Lucio.

Lucio non è pericoloso in quanto Lucio.

Lucio è pericoloso in quanto formula Lucio + compagnia dei suoi amici di sempre e quelli si, che sono suoi amici.

Non per niente in Arancia Meccanica hai la sensazione che il problema della banda sia rintracciabile nella loro amicizia e che in realtà, quei ragazzotti, se presi singolarmente non sarebbero poi così pericolosi.

Lucio la banda di amici ce l’ha e, anche se non sono ancora arrivati a stupri e rapine (non ne sarebbero in grado), non vuol dire che si tratti di invitati nocivi anzi, a dirla tutta Lucio e i suoi amici sono il ritratto di un disagio molto meno spettacolare della Banda dei Drughi.

Già dal punto geografico in cui viene prodotta la Coca viene notoriamente appesantita con scarti di medicinali, figuriamoci all'arrivo in Italia, cosa arriva nel povero naso del povero Lucio...

Descrivendo Lucio, descrivo il resto della banda: faccia simpatica e pallida, appena sopra i quaranta, Lucio è il disegnino povero di un personaggio de La Grande Bellezza, come avrete intuito.

I suoi quaranta e qualcosa li ha passati tra Roma e la Thailandia.

I conti in banca del papà e della mamma di Lucio sono importanti e soprattutto sempre aperti e a disposizione dei pruriti di Lucio.

A proposito di pruriti, Lucio non ha mai l’aspetto di ragazzo dalla corretta igiene personale quindi è anche il disegnino piccolo del grande Lebowsky.

Lo incontri al supermercato a comprare porcherie in pigiama, con barba sfatta e alito demoniaco, lo incontri all’aperitivo con la camicia di lino bianca, la barba sfatta, l’alito demoniaco e il naso che gocciola.

Lucio si droga, è inutile che ci giriamo intorno.

Ma quello che mi fa più rabbia di Lucio è che viaggia sempre a metà strada tra la vergogna di drogarsi e la goliardia di essere tra quelli che lo fanno.

Mi spiego meglio: ci sono serate in cui ti chiedi che ne sia di Lucio e della sua banda, visto che poco prima erano tutti in salotto e ora non c’è più nessuno.

Quelle sono le serate in cui Lucio e la sua banda si vergognano.

Non si sa perché ma con lo stesso atteggiamento dei bambini che devono togliersi il costume davanti a tutti dopo l’ora di piscina, anche Lucio e la sua banda fanno la fila timidi davanti alla porta della toilette, comunicando a sguardi e sussurri prima di entrarvi e chiudersi a doppia mandata, a coppia, due, tre.

Dovranno togliersi il costumino anche loro?

A sfatare il dubbio stasera ci penso io e, con un bicchiere di troppo, prendo il coraggio che manca alla mia generazione e mi metto a bussare alla porta del cesso, dicendo a voce alta “Lo sappiamo che vi state facendo le righe di coca, lo ha capito anche il barboncino della padrona di casa, dobbiamo fare finta di non essercene accorti per un motivo preciso o si può avere di nuovo accesso al gabinetto?! Perché se si tratta di un motivo connesso all’ illegalità della faccenda, sappiate che siamo ad una festa privata, non vi vedono le forze dell’ordine e semmai qualcuno volesse chiamarle, siete tutti chiusi in bagno quindi fottuti e pronti per essere arrestati in un luogo piuttosto umiliante”.

A onor del merito mi tocca ammettere che capitano anche serate in cui nella banda si respira goliardia, quelle in cui tutti aspettano Lucio che “chissà quando arriva/ha tutto lui/speriamo che ha preso quello che doveva prendere/appena arriva ci divertiamo/io lo pago domani/stasera mi devasto” etc.

Così quando arriva, Lucio è la vera superstar e mentre tutta la banda lo assedia e gli balla intorno come si fa con un capo indiano, lui sbava di piacere perchè sente che tutti gli vogliono bene.

Ma io sono come la morte che aspetta con la falce dietro gli angoli più inaspettati e me ne sto lì, nell’ angolino del salotto a guardarlo, pronta a dirgli la verità, semmai mi verrà chiesta opinione.

Lucio sembra me quando porto la pappa al mio gatto e lui ronfa, si struscia contro e sembra aver visto la Dea Luna.

Poi, quando ha finito di mangiare e sta digerendo coi baffi ancora unti, già gli faccio schifo e neanche mi guarda.

Le droghe di Lucio sono proprio come i croccantini.

E proprio come una gattara, anche Lucio arriva alle feste col suo sacchettino di MDMA, distribuisce, fa felici tutti, come il druido di Asterix ,a il giorno dopo, se ci fossero le possibilità informatiche di creare un collegamento video tipo Grande Fratello, con una diretta in mondovisione nelle case di tutta la banda, il pubblico vedrebbe come le controindicazioni del sacchettino di Lucio siano comuni: un tripudio di mal di vivere che a confronto Jeff Buckley era un ragazzo che gioiva alla vita!

Il punto non è morale, spero si capisca.

Il punto è che il sacchettino è una piaga non in quanto droga ma in quanto croccantino che tiene sveglia la socialità.

Lucio e la sua banda non conoscono le droghe che assumono, le pigliano chissà dove senza preoccuparsi del fatto di non essere più giovani e così, non solo si compromettono fisicamente ma diventano anche fastidiosi.

La banda del sacchettino infatti, può dividersi in due correnti di pensiero:

Quelli che importunano gli invitati urlando nei loro timpani quanto abbiano la vita sotto controllo, quanto stiano bene e quanto siano molto occupati sia nel lavoro che in amore.

Sputano blaterando quanto abbiano dimenticato la ex con facilità oppure tengono i poveri interlocutori per un polso o un braccio in modo da non farli fuggire, mentre loro gli gridano contro tutto quell’entusiasmo artefatto.

Quando Lucio esagera davvero te ne accorgi perché anziché tenere i polsi, ti prende direttamente la faccia nelle sue manone, che se provi a scappare lui ti rompe il collo senza volerlo.

Non devi scappare, devi ascoltarlo altrimenti è il disastro, potrebbe fare qualsiasi cosa, persino mettersi a piangere a dirotto e gridare che è tutto un inganno che in realtà è triste da far schifo e non sa come essere all’altezza di una vita così impegnativa.

La seconda categoria mi rompe particolarmente il cazzo perché include coloro che ballano come forsennati, non avendo però la minima idea dello spazio occupato dal loro corpo e dagli ostacoli mobili e immobili presenti nel raggio in cui stanno ballando.

Un raggio che poi non è mai un raggio preciso ma una serie di linee molto curve.

Loro ballano perché è una festa, ballano e si lamentano di quelli che non ballano insultandoli.

E così stasera mi costringono a ballare anche se io volevo starmene rilassata sul divano a chiacchierare con l’amica.

Arriva uno e mi piglia per il solito polso, sempre insultandomi con quel tipico grande sorriso divaricato che sembra gli si spacchi la mascella da un momento all’altro, poi inizia a farmi roteare fino a quando la flebile e nervosa presa non mi molla, facendomi finire a peso morto, contro un comò.

Il dolore acuto che sento sul fianco, domani sarà un livido viola ma lo stronzo della banda non mi raccatta perché si è già dimenticato di me e sta di nuovo rastrellando altri soggetti per coinvolgerli nella sua danza chetaminica contemporanea.

Dopo qualche ora, la corrente di quelli che si sono sfogati sui timpani degli invitati mi saluta a braccio teso, con mio profondo imbarazzo ed esce dicendo di andare ad un’altra festa.

La corrente dei ballerini segue il flusso, per fortuna senza salutarmi.

A festa finita, anche stasera come ogni volta, mi propongo come volontaria per dare una mano a sistemare il disastro che Lucio e la sua banda lasciano dietro di loro, come un’orda di barbari lisergici.

Poi scendo le scale affranta in compagnia di un paio di amiche, volontarie come me.

Giù per la tromba delle scale, in strada, sugli scalini, nelle macchine parcheggiate, ci sono tutti i componenti della banda, Lucio incluso.

Sono passate due ore dai saluti e loro sono ancora lì sotto: c’è chi chiede una sigaretta ai passanti, chi vomita, chi dorme in auto con la portiera aperta (Lucio), chi piange al telefono con quel famoso ex che in realtà non ha dimenticato manco per un cazzo.

Le amiche mi guardano e mi chiedono incuriosite “Ma quelli lì non sono i tuoi amici di prima ?!” .

IL TUO BAGNO PARLA DI TE, purtroppo.

SINFONIE

Quando vado a cena a casa di amici, quando sono ospite in qualsiasi casa e per qualsiasi occasione non posso mai esimermi dal dovere morale di effettuare un sopralluogo al cesso della casa.

Visito la camera da bagno almeno una volta, non solo per far pipì ma anche per compiere un’accurata indagine psico-sociale sui padroni di casa attraverso l’analisi stilistica dello spazio che maggiormente li rappresenta.

Sarà un desiderio perverso ma, se siamo persone sane, quando ci troviamo completamente soli nel bagno di qualche amico, ci sentiamo davanti a un importante bivio: fare quello che tutti si aspettino si faccia in bagno ed uscire oppure rimanere lì almeno una dozzina di minuti per scoprire particolari che evochino e confermino gusti, abitudini e tic del padrone di casa.

Qualche minuto per assaporare il fresco delle piastrelle, in silenzio e poi inizia il piccolo meticoloso tour.

Studio la posizione delle confezioni dei prodotti, il colore e la consistenza dell’accappatoio (se è duro come un foglio di compensato, come nella maggior parte dei casi oppure no), se la doccia o la vasca sia imballata di flaconi di sapone spremuti, se ci sono quei quadri di merda con le damine o ci si salva e se lo spazzolino da denti è sventrato oppure ve ne sono quindici stipati nello stesso bicchiere quando so bene che in quella casa vivano due persone.

Ci sono i famosissimi sputi sullo specchio?

Il bidet gode di ottima, buona o pessima salute?

Apro gli armadietti inventandomi colpi di tosse per non far sentire il rumore delle piccole ante o dei cassetti che si aprono per farmi ispezionare perbene.

Voglio catalogare cosa compri per lavare il bagno e te stesso e valutare anche le letture che fai in bagno perché ci tengo ad andare a cena da quelli che hanno al cesso i giornali di viaggio o la Settimana Enigmistica anziché il gossip.

Il cesso è per me la stanza chiave.

Ormai molti purtroppo hanno intuito la potenza mediatica che può avere il proprio gabinetto e si è creata una tendenza d’avanguardia per cui si fa in modo che questa camera splenda di luce propria, come una pagina del catalogo Ikea.

Soprattutto la sera della festa, la toilette diventa una vetrina di cose che desideri gli altri vedano che senza tu debba fare la figura di apparire egocentrico, condizione nella quale però tanti sguazzano perchè ora va di moda.

Vuoi cose che possano farti sembrare più carino di come sei: il poster di qualche film indipendente, la tavoletta trasparente con dentro le conchiglie, il romanzo di Capote mai letto, il dopobarba maschio o la trousse di trucchi pirotecnica.

Il cesso parla, dice chi sei ma se sei un altro io me ne accorgo.

Il cesso del mio ex fidanzato ingegnere, aveva nel piatto doccia una piccola spazzola lavavetri così, a fine doccia potevi lucidare i vetri del box in segno di civile convivenza e devozione al supremo ordine degli ingegneri.

Il gabinetto della mia amica S. è tutto completamente rosa: il mosaico sui muri, i complementi d’arredo, gli asciugamani, tutto è fottutamente rosa e S. è la femmina più femmina che conosco.

Quello della mia amica B. ha sempre un gatto nel bidet e una collezione imperdibile di prodotti da bagno del 1960, solo che lei credo non sappia che si tratti di una collezione perché continua ad utilizzarli anche oggi, nonostante siano scaduti da un secolo.

Una volta sono stata ad una festa in uno splendido attico in centro a Roma, ho prontamente chiesto del bagno per la mia perlustrazione e sono rimasta a bocca aperta quando mi hanno portata in una stanza sopraelevata rispetto al salone con il pavimento completamente trasparente, in vetro lucido, a dimostrazione imperitura che pur di apparire fighi siamo disposti a mostrarci seduti sulla tazza dentro ad un cubo di vetro.

Ve l’ho detto: il bagno può essere emblema di grande vanità e forse è davvero il posto giusto dove usarla.

Ma ci sono anche bagni che parlano di coppie innamorate, con i prodotti e gli asciugamani di uno e dell’altra che si mescolano in una danza d’amore oppure i bagni dei signori anziani, coi sanitari anni cinquanta e il dopobarba che lo annusi e resti cieco.

Ho paura di quelli che in bagno tengono gli attrezzi da palestra, tipo cyclette o i pesi; me li immagino dentro a quei quindici metri quadrati ad allenarsi sbattendo coi gomiti contro le ceramiche e portando nella camera una sferzata di sudore che frusta chiunque passi in corridoio.

Sono felicissima invece, quando qualcuno ha le spugne naturali che sembrano appena pescate dal mare oppure il cestino dei panni sporchi che ti fa sentire subito a tuo agio che ti ci siederesti dentro per qualche minuto, a riposare, a pensare alla vita.

Uno dei dettagli legati ai cessi che ricordo con più affetto è senza dubbio il Libro del Gabinetto nella casa di famiglia della mia amica V.

In accordo con tutti i componenti della famiglia, quattro in tutto, V. conservava nel bagno di casa un taccuino con una penna e tu, anche se sei ospite, potevi prenderti la libertà di scrivere una poesia o un semplice pensiero.

Un momento così personale e prezioso, reso unico dal tuo componimento che qualcuno dopo di te, seduto nella tua stessa misera posizione, avrebbe letto e magari risposto con un versetto o una rima.

Un componimento durante il componimento.

Il gabinetto è motore ispiratore di molte più cose di quelle che immaginiamo.

Il suo potenziale creativo è immenso perché resta la camera più intima della casa quindi non restateci male, amici miei se, quando verrò a casa vostra mi beccherete a frugare tra le vostre creme o ad aprire il piccolo armadio a specchi, sopra il lavandino odorando l’aria come quando si aprono le confetture buone.

Ruberò un po’ della forza creativa che tenete inconsapevolmente conservata nel cesso di casa vostra, una forza che non adoperate, che altrimenti andrebbe sciupata invece la piglio io che credo in queste cose dei muri che vivono e, nel frattempo mi sincererò che il vostro bagno vi corrisponda o se invece sia anche lui al di sopra della vostra personalità.