LO BEVE QUEL PROSECCO?

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Inutile fare quelli abituati: volare è una faccenda assurda.

Se ci si pensa bene, prendere un aereo è una di quelle cose sopravvalutano l’uomo.

In aeroporto, col trolley firmato e con gli inserti in pelle e le etichette bagaglio rubate al banco check-in della Emirates, siamo tutti fichissimi.

Gli occhiali scuri in aeroporto sono consentiti e i piloti hanno un fascino magnetico che, anche quando fai di tutto per non guardarli, rilascia un enzima nell’aria che ti fa girare verso di loro, per forza.

I negozi del duty-free sono un privè al quale hanno eccesso solo quelli con la carta d’imbarco, una ristretta selezione di fortunati che chissà dove se ne vanno.

In aeroporto siamo tutti fichissimi.

In aeroporto siamo tutti a nostro agio.

A parlare di viaggi si diventa internazionali, si diventa invidiabili.

A prenotare un viaggio ci si sente privilegiati.

Ma poi arriva il dunque.

Poi si sale in cabina.

Che abbia la vip, la business, la excellence, la six stars deluxe tu, essere mortale, quando sei in aereo, a traballare senza controllo, senti di esserlo davvero, mortale.

Arriva quell’attimo in cui, anche se sei membro di tutte le sale lounge, anche se hai le miglia che possono farti fare il giro del mondo gratis due volte tu, essere contemporaneo, devi ammettere che in aereo possa capitare qualcosa che ti suggerisca di riempire figuratamente le mutande.

Può essere un vuoto d’aria, l’ articolo che hai letto su quel disastro aereo di tanti anni fa, un rumore nella turbina che non avevi mai sentito e che ti fa realizzare che tu, la turbina non sai neanche che cazzo sia.

Arriva quella frazione di secondo in cui, lode a Dio, realizzi che gli umani non dovrebbero volare, che l’affare sopra al quale stai senza possibilità di poter cambiare idea e scendere, altro non è che una sofisticazione della tua destinazione naturale, la terra, al massimo il mare ma non l’aria, porca merda.

Ma ormai ci sei sopra, con la vita consegnata nelle mani a un figo, con gli occhi azzurri che però non conosci.

Che poi, perché i piloti hanno quasi tutti gli occhi azzurri?

Tra l’altro più sensibili alla luce del sole rispetto a quelli scuri quindi dovrebbero proibire le tratte al tramonto o contro sole ai piloti con gli occhi azzurri e forse non lo fanno perché quelli con gli occhi castani manco fanno il primo test, per diventare piloti.

Ci rinunciano.

Stanno più coi piedi per terra.

Comunque arriva un momento in cui te lo chiedi, se quello è uno di quei voli maledetti di cui parlano i giornali.

Arriva un momento in cui, tu non so, ma io me lo chiedo per davvero e quando l’aereo sta per alzarsi in volo, io mi giro in cerca del tuo sguardo, di un sorriso, di una battuta ma tu, maledetto, stai dormendo.

Io quelli che dormono già prima del decollo, li sveglierei a morsi in faccia.

Perché dormi, brutto stronzo?!

Non lo vedi sopra a quale diavoleria ci siamo accomodati?

E lei se lo tenga il prosecco, signorina, che non c’ha un’idea di quanto me ne servirebbe.

Non vi basterebbe la stiva per sedarmi, questo vorrei gridare alla hostess.

Invece non posso.

Anche sull’aereo devo continuare a fare quella fighissima, non posso sfogarmi con nessuno.

E’ proibito ammettere di aver paura, figuriamoci di volare, una cosa così bella che ci fa scoprire il mondo!

E’ proibito mostrare debolezze esistenziali.

Figuriamoci in aereo, in un posto dove, quando vieni preso per un disadattato come nel mio caso, hanno il diritto di isolarti e legarti alla poltrona.

E’ proibito dire al vicino che hai paura di morire perché ce l’ha anche lui ma se l’è messa nella tasca più profonda dell’anima ed è più bravo di te a controllare che resti lì, ben nascosta e borghese.

Volare è una faccenda assurda e io voglio dirlo a tutti.

Voglio stampare degli opuscoli clandestini con questo mio pensiero e distribuirlo in maniera carbonara, nelle tasche davanti alle poltrone, in mano ai miei vicini di posto, svegliando i bastardi che dormono, graffiandoli col bordo tagliente della carta per ricordare loro che dormire è da vili.

E che se il prosecco sul tavolino non lo bevono, ci penso io.

 

https://www.internazionale.it/notizie/2016/05/04/paura-volare-rimedi

 

LA CASA CHE NON CI VUOLE BENE.

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non puoi sbagliarti, la riconoscerai tra mille.

Se cerchi casa, magari in affitto e con l’unica pretesa di non farti tramortire il conto in banca, preparati a incontrarla.

E’ la casa che non vuoi ma che rischia di impossessarsi di te.

E’ la casa di nuova costruzione, la casa che le foto degli annunci non ti raccontano come dovrebbero ma che anzi, cercano di occultare coi filtri fotografici, il maledetto grandangolo o direttamente con l’assenza di foto per supposta mancanza di tempo per farne.

Mentre la supposta dovrebbe destinarsi a chi ancora progetta tali ripugnanti costruzioni.

Anche se ci stai attento la incontrerai e dovrai per educazione, costringerti a falsare le tue espressioni facciali almeno per rispetto nei confronti di un proprietario che c’ha speso soldi, tempo e disperazione pensando che possedere una casa sia ancora indice di benessere.

Il problema è sempre lì, tra la gente che ha soldi nel portafogli, tempo in tasca e gusto nel cesto della biancheria sporca.

E che magari affitta casa.

Ogni regione la identifica alla sua maniera: la casa del geometra, la casa della nonna morta, la casa della provincia malavitosa, la casa dormitorio, la casa della depressione.

 

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Tutte le regioni del mondo, a prescindere dalla creatività con la quale le nominano, ne riconoscono però gli stessi difetti comuni che ora scopriremo insieme per poterli riconoscere in tempo e fuggire coi razzi al culo:

I muri esterni della casa del geometra sono solo intonacati o peggio pitturati in rosso fuoco degli inferi, giallo limone acerbo, verde vomito di terminale, rosa polo Fred Perry e, se davvero vi è del marcio, in grigio malattia venerea.

Se è presente un giardino condominiale vi è proibito fare qualsiasi cosa all’interno, perfino calpestarlo.

Se il giardino è privato avrà i confini determinati da recinzioni in ferro nero con passeggiata sino al portoncino d’ingresso in mattoncini immacolati e atmosfera circostante da omicidio familiare di piccola città lombarda.

La casa del geometra di nuova costruzione è un tripudio di cellophane: dai sanitari ai mobili della cucina e ai battiscopa, tutto è avvolto in una spessa plastica trasparente che promette di regalare alla casa secoli di deodorazione al petrolio grezzo e, se ci si distrae un attimo, c’è il rischio che l’agente immobiliare avvolga anche noi nel millebolle come gesto compulsivo e di disinfezione dello spazio.

All’interno troveremo pareti di cartongesso, se si tratta invece di costruzione vecchia vien da sé che avrà i muri bisunti da cucina esagerata del parente deceduto e pavimenti in graniglia.

La graniglia è una delle principali cause di malattie psichiatriche e se ci si imbatte in un pavimento di questo materiale è meglio, con una qualsiasi scusa, allontanarsi immediatamente dall’abitazione e chiamare aiuto preparandosi anche alla colluttazione, in caso l’agente immobiliare impedisca l’uscita piazzandosi davanti alla porta.

Ripeto, la graniglia è il dimonio.

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La casa della nonna morta ha ovviamente tutto il mobilio rimasto intatto dal giorno del decesso, dalle foto di famiglia agli orecchini, dai cassetti aperti a trasudare naftalina, alle coperte in flanella piazzate sopra alle poltrone in modo da effondere un pesante effetto aldilà che nessun set cinematografico riuscirebbe a riprodurre meglio.

La casa del geometra e/o della nonna morta può avere tutti i confort immaginabili ma non lasciamoci fregare dal garage privato, dalla passerella per salire ai piani superiori con la sedia a rotelle, dal box degli attrezzi in giardino o dal set di pentole in rame perché il pericolo di vivere come se già morti e tumulati in uno spazio malsano è dietro l’angolo.

Il caminetto elettrico come le scale di marmo scuro, la credenza comprata al centro commerciale come i sottopentole all’uncinetto e ancora i leoni di ceramica a guardia del cancello così come le tende di pizzo rosa confetto o i battiscopa in ceramica laccata, sono tutti sintomi che siamo nel posto sbagliato.

Non importa che si tratti di nuova costruzione o di un immobile d’epoca perché una siffatta casa è sicuramente spregevole per il nostro quieto vivere dunque procediamo impavidi e decisi alla ricerca della casa giusta per noi, facendo ben attenzione a non sposare un geometra o a contrarre il virus del tipico design da defunto da trovarci intorno mentre siamo ancora in vita.

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IL POSTO DI BLOCCO E I NIRVANA

COSE FASTIDIOSE

Il posto di blocco è una di quelle poche esperienze che, in pochissimi secondi, toglie dignità persino ai cittadini più scaltri e rognosi.

Il posto di blocco, normalmente gestito da due carabinieri che lottano contro noia, freddo o caldo per arrivare a fine turno, è una delle occasioni stradali più temute e meno agognate, anche se sei di Bressanone e quindi, per definizione, con tutta la vita in regola.

Il timore e la paura atavica nascono dalla presa di coscienza che esistano alcuni perfetti sconosciuti inviati dalla legge, con il potere e il diritto di fermarti quando e come desiderano, incuranti del fatto che tu sia di fretta, triste, arrabbiato o impensierito ma comunque (almeno nella tua testa) al sicuro, nell’auto di tua proprietà e che possano addirittura toglierti la proprietà di quell’auto.

E questa è una consapevolezza tra le più socialmente destabilizzanti, soprattutto per le popolazioni del sud.

Il posto di blocco è un’entità che non ti vuole bene perché, già il nome lo dice, ti blocca.

E’ un luogo dove tutti i tuoi programmi, la tua allegria e le tue chattate vengono congelati all’istante e anche se non sei d’accordo.

Ma soprattutto il posto di blocco è una situazione durante la quale perdi fiducia in te stesso e nella tua coscienza, che non ti appare più così pulita come credevi, una situazione durante la quale perdi vigore , spavalderia e forse anche i punti della patente.

Il momento più impegnativo è il primo, quello in cui all’appuntato e a tutto il suo bagaglio di vita, viene in mente l’idea di alzare la paletta proprio al tuo passaggio:

“Perché?!”, pensi mentre deceleri e cominci un vergognoso processo di sudorazione istantanea, “cos’ho, la faccia di un criminale?!”.

Scopri così, forse per la prima volta, che la percezione che hai di te non sempre corrisponde a quella che ha il resto del pianeta terra.

Nel momento in cui vedi la paletta ti rendi conto che non puoi far finta di non averla vista: deceleri, accosti e inizi a pensare alle tante cose belle della vita, che ti scorrono in una successione velocissima, esattamente come dicono che avvenga negli ultimi istanti prima di morire.

Passi a scandagliare i tuoi cari che ti aspettano a casa ma soprattutto tutti i documenti e i valori che hai a bordo, cercando di prevedere il punto debole, il dettaglio che troveranno fuori posto, a meno che tu non faccia qualcosa per occultarlo, in quella manciata di secondi a disposizione tra la paletta e la frenata, rigorosamente effettuata con freccia a destra.

Ma niente, non c’è più tempo: le pupille dell’appuntato sono dentro le tue già da molti secondi.

Appena ti fermano hai due possibilità: abbassare il finestrino e salutare le forze dell’ordine mostrandoti gioviale oppure reagire “all’americana”, restando immobile e attendendo ordini.

Normalmente il posto di blocco non nasce per crearti problemi eppure, puntualmente te ne crea perché esso è gestito da persone e le persone con le loro reazioni sono, purtroppo, quasi sempre tutte diverse tra loro e non sempre equilibrate nei propri ruoli.

Se, ad esempio vivete nella zona nord di Roma e avete più o meno la mia età, ricorderete un signor carabiniere soprannominato “Il Baffo”.

Dire Baffo, quando eravamo giovani col motorino truccato, era come dire demonio, mamma, prigione, sequestro e umiliazione, tutte incluse in un’unica parola, “baffo”, appunto.

Lui poveraccio era un signore sulla sessantina che faceva il suo dovere prima della pensione anche se, debbo ammettere, un po’ ce l’aveva coi giovani.

Se lo incontravi, se per caso non eri stato avvisato dalla rete di solidarietà telefonica che si creava, quando qualcuno lo vedeva posizionarsi in questa o quella piazzola della Cassia, sapevi che per te non c’era scampo, perché il Baffo avrebbe multato la tua anima, non il tuo motorino.

Il Baffo umiliava le tue profondità non la marmitta Proma o il bollo non pagato.

Il Baffo, con la sua sgridata che proseguiva ben oltre il tempo di stesura del verbale, proclamata mentre la sua enorme mano ti teneva fermo il piccolo polso da quindicenne che avevi, in realtà ci teneva a te e non gli interessava sequestrarti il motorino se non con l’unico, importante scopo di far sapere ai tuoi, il coglione che eri.

Comunque ora il Baffo è in pensione ma resta lo choc resta che si ripropone ogni volta che qualcuno con la giacca blu e rossa ti dice “Documenti, per favore” (il “per favore” non sempre è conosciuto e incluso).

Allora diamo per scontato che tu i documenti ce li abbia e che li tiri fuori dal cassettino tutti spiegazzati, sotto i cd dei Doors e a quel punto è la fine perché le forze dell’ordine vedono che musica ascolti in auto e deducono velocemente se ti fai le canne o no.

E i Doors sono ovviamente nella lista nera.

Restano però confusi perché nonostante il CD da figlio dei fiori tu, qualsiasi cosa accada e qualsiasi documento ti chiedano, sei come trasfigurato; gli amici e i parenti, se ti incontrassero fermo a un posto di blocco, non ti riconoscerebbero: il tuo viso è contratto in una smorfia di tensione a metà strada tra il sorriso e l’emorroide.

Le tue mani mentre consegni i documenti (magari anche tutti in regola, se sei di Bressanone), sono intrise di sudore come Simone il Cireneo e se l’appuntato percepisce la tua liquidità, non potrà non sospettare di te, secondo l’antica e primordiale equazione: sudore=coscienza sporca.

La tua voce va per proprio conto e racconta tremante e spaccona di quando hai fatto il militare oppure ai limiti del teatrale, di quanti bambini hai lasciato soli a casa, con non poca preoccupazione.

Se hai tutto in regola e il posto di blocco non desidera accanirsi su di te e purificare le proprie frustrazioni attraverso l’incontro con la tua vettura, vieni letteralmente liberato e la sensazione che provi quando metti in moto, inizi ad allontanarti e capisci che sei salvo è qualcosa di incredibile, qualcosa che farebbe tornare la voglia di vivere anche a Baudelaire.

E’ un momento talmente potente, talmente intriso di gioia vigorosa che vorresti gridare come un tifoso del Napoli ma sei ancora troppo vicino al posto di blocco e dunque costretto a soffocare il giubilo dentro alla gola e il dito medio ferreo che le tue dita sudate innalzano come una bandiera che inneggia alla Liberazione, sotto al sedile o ad altezza cambio.

Se invece non hai le cosine in regola, preparati al rito antico della Reale Umiliazione, dell’avvilimento, della macerazione, della danza ridicola del “devo averlo scordato a casa/abbia pazienza/chiuda un occhio per stavolta/sa che lei è proprio un uomo interessante?”.

In genere funziona.

Ma non col figlio del Baffo.

FOTTUTA CAMPAGNA – l’esperienza.

FOTTUTA CAMPAGNA

Come è potuto succedere?

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Nel 2014 sono a Madrid, dove vivo e lavoro da circa tre anni.

Conduco un programma TV e una vita dissoluta e metropolitana.

Sono benestante e decisamente infelice.

Poi, grazie a Dio arriva l’inaspettato: mi scade il contratto con la produzione televisiva per la quale lavoro.

Meno male che ad un certo punto nella vita arriva l’inaspettato!

Come sempre, tutto ciò che non è progettato da noi stessi finisce per salvarci.

Il breve e inconsapevole processo di trasferimento in campagna è raccontato quasi fedelmente nel resoconto di Fottuta Campagna.

E’ una storia vera.

Il racconto della particolare fase della vita, che prima o poi capita a tutti, durante la quale, siamo così disperati e famelici di cambiamenti, che sembriamo disposti a subìre qualsiasi tipo di habitat purchè abbia il profumo di nuovo, di autentico.

Me ne frego dei pantaloni, io volevo la campagna ( i pantaloni sono stati comprati successivamente per non graffiarmi le gambe coi rovi) anzi, volevo l’idea che mi ero immaginata della campagna.

Ben mi sta.

Attraverso la mia spietata iniziazione al mondo rurale ho imparato che l’essere umano anche se donna, è ancora programmato per adeguarsi a qualsiasi cosa.

Ho imparato che esistono sorrisi di vecchi, notti con le lucciole e antiche mulattiere che possono mettere nel cuore una felicità semplice ma dal peso specifico imponente.

E ho imparato a non sottovalutare la potenza del rinculo della tagliaerba quando la accendi.

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http://fazieditore.it/catalogo-libri/fottuta-campagna/

 
 

BREVE INDAGINE SOCIALE SUI PASSAGGI SCROCCATI

SINFONIE

 

Stasera vi racconto un aneddoto della mia gioventù prima che me ne dimentichi.
La crisi rende furbo anche chi scommettereste di veder morto alla prima carestia.
Così, dopo aver tentato per un’epoca di diventare l’unica pilota di GT, è arrivata la crisi.
E io sono rimasta senza macchina.
Dopo il viaggio del “vado e non torno più” nelle Americhe, la scena è:  me ragazzetta di nuovo nelle campagne a casa di mamma e papà (e che mamma e che papà!) senza più la preziosissima Y Sprint 1.2 venduta qualche mese prima ad un grasso diciottenne che nel frattempo, ho saputo, ha provveduto a violarla con raccapriccianti adesivi con teschi e tendine luminose.
Lo vedevo passare per il centro, il bastardo, dopo aver speso un’altro paio di mila euro per abbassarla di 60cm, oscurarle i vetri (a una Lancia Y?!) e farle calzare delle pedaliere di metallo coi buchi, che perfino Alonso le troverebbe esagerate.
Insomma sono a piedi.
E la città è così lontana da certe campagne italiane e noi siamo così abituati a rimanere a bocca aperta se passa qualsiasi cosa somigli ad mezzo pubblico puntuale, che la mia giovinezza perde di colpa luminosità.
Meno male che ci sono i treni!!
Ne abbiamo uno la mattina e uno in tarda serata.
Siamo costretti ad ammettere che il servizio pubblico è in qualche modo garantito.
Ma se perdi una delle 2 corriere proposte dallo stato sei certamente fottuto.
E non siamo nel New Jersey che uno gira il pollice e ti caricano senza chiederti nulla di carnale in cambio.

Così, da disperati si diventa furbi.

Dopo qualche giorno paralizzata a casa dalla consapevolezza che ero ufficialmente passata dalla classe medio-agiata degli auto-muniti a quella dei certamente fottuti, ho scelto di reagire iniziando a sfogliare la mia rubrica di amici italiani che potenzialmente avrebbero potuto per sfortunate coincidenze (loro) trovarsi nelle mie campagne e accogliermi sul loro sedile.
Ho applicato, per far sembrare la richiesta di passaggio meno opportunista possibile, rudimenti di gentilezza spontanea, organizzando aperitivi in campagna proprio quando sapevo di avere appuntamento serale in centro.
La somministrazione di cibo e bevande gratuita è sempre infallibile.
Così, quasi ogni week end da Marzo a Settembre, sono riuscita a cavarmela, spendendo però parte del patrimonio in snacks e fiumi di birra.
Come per tutte le altre occasioni disperate che la vita ti propone, è simpatico impararci sempre qualcosa così, divento in breve tempo un’autostoppista del centro Italia.
Il tragitto è sempre lo stesso.
All’andata uno se la cava.
Il ritorno è un avventura che manco Into the Wild.
Ma grazie a questo giovane opportunismo mi sono accorta negli anni di quanto l’auto rappresenti una protesi della casa di chi la guida.
Anzi, stando sempre sullo stesso sedile alla guida, il proprietario non si accorge di ciò che accumula nel resto della vettura, così molti si lasciano sfuggire dettagli che il mio occhio registrò con ferocia, in quel mio periodo di povertà dove tuttavia non ho fermato la mia personale missione per l’indagine sociale.
Direi così che possiamo suddividere gli automobilisti in 2 macro-aree:
La prima categoria riguarda quelli che pensano che possa succedergli qualsiasi cosa mentre sono in giro.
La prima categoria, è per la maggior parte dei casi, squisitamente femminile.
Si può chiedere loro un fazzoletto, e dal cassettino tireranno fuori salviette tonificanti astringenti, bombolette per asmatici, perfino piccoli estintori che non avranno mai provato a usare in vita.
Una quantità di felpe e di pedalini che sembrano essere stati appena confezionati da una mamma meridionale per il figlio militare in partenza per il medio Oriente.
Non per forza sono auto pulite ma se per caso vi viene fame o sete, questa categoria avrà sotto il sedile una discreta dispensa o almeno un pacco di biscotti e succhi da scolaretta, alla pesca.
Siccome la mia indagine sociale a quei tempi era minuziosa, riporto qui qualche dettaglio di un’avventura avuta durante lo scrocco di un sedile di Categoria 1:
Salgo in macchina dell’amica Categoria 1 e per 40 minuti ricevo una serie di avvertimenti e informazioni su come gestire il mio soggiorno in macchina.
Le informazioni sono talmente tante che scendo a destinazione con le ascelle sudaticce per via dell’ansia di sbagliare un gesto minimo in un ambiente così piccolo, che può costarmi caro.
“Io ci tengo, sai, la stò ancora pagando”.
Mi accorgo che la velocità media è sempre costante, qualsiasi cosa accada.
Sorpassi, svolte improvvise di altre auto sulla carreggiata, lei tiene il piede sul pedale come incollato, perché “a frenare si consumano le pasticche ed è un casino poi”.
Le chiedo se posso aprire il cassettino, perché voglio scrivere un racconto su tutte le macchine che mi ospitano durante il mio periodo di astinenza da motori miei.
“Apri piano, che ti esplode in faccia, talmente è pieno”.
In realtà l’interno mi delude con una geometria povera di oggetti puliti, nuovi, riposti con metodo.
Un atlante, salviette, caricatore cellulare, una pochette coi cd italiani e una con quelli stranieri.
Ma non dico nulla per non contraddire a prescindere nulla, durante la traversata.
Caso vuole, come sempre, che l’eccesso in ogni sua forma, venga punito.
Ed io inizio a sentirmi male dopo aver appuntato i contenuti del cassettino appena descritti, sul taccuino.
Inizio a sentirmi davvero male e smorzo lo sbratto con una serie di sbadigli di grande mammiferi mentre lei, incurante della saliva che comincia a uscirmi dalla bocca, mi elenca il contenuto della dispensa sotto i sedili.
La seconda categoria riguarda quelli che hanno un’auto su cui scommettereste di morire a bordo dalla trascuratezza con cui la povera lamiera è obbligata a portare in giro il proprietario.
La seconda categoria non fa il bollino blu e controlla le ruote solo dopo che sono esplose in autostrada.
Sui tappetini non potrete posare i piedi perché tra peluche, lattine di birre, libri e copertine di cd, avrete un tappeto di porcherie a impedirvi il riposo.
Non si apre il finestrino del passeggero se non trascinandolo giù con le mani sudate e uno sforzo da emorroidi.
Le auto di questa area di studio hanno sempre lo stesso, inconfondibile odore di tappezzeria intrisa di tabacco e briciole di crackers.
Questi arredi interni corrispondono quasi sempre ai fricchettoni, e lo dico con rammarico, perché la selezione musicale che scelgono in auto, è senza dubbio eccellente.
Ma non basta buona musica se vai in giro con un mezzo al quale sono caduti tutti gli specchietti retrovisori.
Circa questa categoria avrei davvero tanti aneddoti da ricordare.
Ma per la maggior parte dei casi si tratta sempre di posti di blocchi dove ho rischiato l’arresto insieme al conduttore.
Magari per le cinture di sicurezza rotte o direttamente per la totale mancanza secolare di polizze assicurative o grandi carichi di droghe leggere in macchina.
Droghe leggere ma in carichi pesanti.
Meglio non approfondire.
Esiste poi una terza serie di automobilisti dei quali però per scelta etica , ho deciso di non approfittare.
Quelli con il gusto tutto esibizionista di usare la propria auto come una vetrina.
Tendine, Alberi Magici, Luci al Neon per intenderci.
Quella del bastardo che mi ha comprato l’adorata Y.
Me ne voglio tener fuori per questioni di igiene morale.
Alla fine di questa indagine sociale ho finalmente messo insieme qualche euro per comprarmi un fottuto mezzo di trasporto.
Come categoria direi che appartengo più alla numero 2, con propensione spigliata verso il camionista o il campeggiatore automobilistico.
Quello che, vista la lontananza di casa dalla città, ha tutto ciò che serve per fermarsi a dormire all’angolo della strada, quando la cicagna arriva prepotente.
E voi che macchina siete?

 

GROUPONIZE ME

COSE FASTIDIOSE
Mi scuso con tutti i chirurgi, è un problema mio, giuro.

Mi scuso con tutti i chirurgi, è un problema mio, giuro.

Appuntamento alle 11 in punto.
Appuntamento preso a luglio per settembre.
E’ precisamente il 23 Settembre e io cammino tutta agitata con la borsa aperta, l’indirizzo segnato sul telefonino e tanta pipì da fare, non appena sarò arrivata.
Vi sto per raccontare un’esperienza normalissima per molte persone.
Ve la racconterò perché per me di normale, questa esperienza ha avuto solo tanta pipì da fare, come avviene quando ho un appuntamento dove sono costretta ad essere puntuale.
Un appuntamento preso con 2 mesi di anticipo perché c’è tanta gente che lo ha richiesto prima di te, già ti mette in soggezione.
Se poi è un appuntamento preso con Groupon oltre alla soggezione c’è anche la sicurezza di essere una cliente di serie C in trasferta.
Se poi è la prima volta nella tua vita che acquisti a scatola chiusa un prodotto di estetica, oltre la soggezione, il senso di inferiorità, oltre alla pipì e alla borsa aperta, sei anche una persona in difficoltà.
Perché nonostante sembri che questa epoca sia fatta apposta per certe operazioni, esistono ancora soggetti che come me non accettano inconsciamente o meno, che qualcuno possa modificare il loro aspetto con attrezzi simili alle posate.

Così arrivo al n°54 tenendomi la pancia che sento scoppiare nei pantaloni.
Suono al citofono della Clinica Estetica Europea col mio coupon n°2045679 in mano e aspetto che mi aprano, in mezzo a tutto quel marmo e a quelle piante grasse.
Dopo qualche minuto mi risponde una voce femminile conturbante che mi dice di raggiungerla al 2 piano, chiamandomi “Cariño” .
Questo simpatico appellativo si usa nei paesi latini per identificare qualsiasi persona sotto i 75 anni.
In italiano può essere tradotto con lo schifosissimo “Dolcezza”.
Per un attimo penso di aver sbagliato citofono.
Penso che la signorina voglia vendermi qualcosa di ancora meno interessante di quello che ho acquistato due mesi fa su Groupon:
una sessione di fleboterapia, un’oretta sdraiata su un lettino durante la quale un ignoto professionista, mi toglierà con una gomma da cancellare un paio di piccole vene viola che mappano le mie strepitose gambe da trentenne.
Strepitose e da trentenne ok,  ma con la stessa circolazione di una signora dopo 20 anni di pensione e di vita sedentaria alle spalle.
Invece no.
Il posto è quello giusto e mentre salgo le scale la Signorina conturbante apre già la porta e sento i suoi tacchi correre di quà e di là mentre una musica da soap-opera si diffonde per le scale del palazzo senza che nessuno a parte me, abbia da ridire.
La signorina dalla voce conturbante è il risultato di un bizzarro incontro tra ciò che un tempo fu una creatura di sesso femminile argentina e un pullman di chirurghi ubriachi che hanno deciso di esercitarsi sul suo viso mentre però il pullman corre per i tornanti della Valtellina, facendo cadere borse, giacche e bisturi dappertutto.

Già visibilmente spaventata, al momento però non ho tempo di soffermarmi troppo su di lei perché la prima missione in quel posto è urinare.
Dopo essere uscita dal bagno (anche io col viso appena rigenerato da una pisciata che non bastano 6 lifting) mi accomodo nel salottino dove trovo una decina di donne silenziose che leggono e fanno qualsiasi altra cosa pur di evitare gli sguardi delle altre.
E se ti impegni per incontrare il loro sguardo, la loro faccia sembra dire solo una cosa: “sto aspettando qualcuno, ok?! io sono perfetta, non ho bisogno di niente”.
A proposito del bisogno di niente:  non sono qui per giustificarmi, ma Groupon ha sperimentato sulla clientela un’alchimia malvagia per cui ti senti costretto a comprare qualsiasi inutile stronzata solo perché costa poco.
Così io ho pensato che non fosse bene avere delle minuscole vene all’altezza del ginocchio sinistro e soprattutto che non fosse bene non approfittare di 2 ore in cui qualcuno ti maneggia per soli 29,90 euro.
Questo è il motivo per cui mi trovavo lì, perciò guardo tutte le altre.
Voglio capire.

Quando la tipa mi chiama e mi invita a seguirla, ho il tempo di fare una maggiore indagine sociale su di lei.
E’ simpatica come una cartella esattoriale, ha al massimo 35 anni ed è piuttosto sbrigativa, deve aver visto che sono una col Groupon.
Le sue labbra hanno il 60% del volume in più consentito dalla sicurezza  in ambienti chiusi.
Sembra cinese ma non lo è, deve avere tutta una serie di pieghe di pelle in eccesso, nascoste dietro le orecchie e fissate con una spillatrice perché la sua pelle è trasparente.
Il suo sedere sembra uno zaino Invicta nascosto sotto il camice in cima alle spalle o poco più sotto.
Quando mi siedo nel suo studio, mi accorgo che tutto è completamente fatto di pelle.
Sedie, penne, portacarte, tavolo, muri, forse anche il computer ma non ci faccio caso, perché la Signorina conturbante nei pochi minuti in cui mi  consente di sostare nel suo studio, mi elenca una serie di controindicazioni ed effetti indesiderati che il trattamento che ho acquistato potrà provocare.
Sono col sedere stretto sulla sedia di pelle.
Culo a zaino sostiene che aggiungendo 25 euro al costo del mio Coupon, in nero, non avrò i problemi che invece col trattamento base mi verranno sicuramente a citofonare a casa: pigmentazione della pelle nelle zone trattate, dolori intramuscolari, possibilità quasi certa di dover ripetere il trattamento ogni 6 mesi per i prossimi 12 anni, scarsa circolazione sanguigna, malumore, tendenze suicide.
Tutto questo per eliminare delle piccole vene accanto a un ginocchio, che secondo lei, mi hanno già causato debolezze psicologiche e insicurezze sul lavoro, che non possono più avere la meglio su di me.
Devo vincerle e “il Dottore” mi dice, “sarà qui a breve per aiutarti a vincerle, Cariño”.
Mi strappa il coupon dalle mani, lo registra e da quel momento sono sua.
E’ un sequestro.
Sembra quasi che abbia un piccolo sorriso soddisfatto mentre io mi sento un cavallo appena acquistato dal mattatoio.
Poi culo a zaino si alza di scatto e io ho un sussulto sulla sedia di pelle ma il mio sedere, a differenza del suo che si muove sulle sue spalle, è rimasto appiccicato col sudore alla sedia, perché ho i pantaloni corti quindi mando un gemito di dolore mentre lei mi dice di seguirla.
Tutto, a questo punto, diventa più veloce: lei inizia a correre per i corridoi e io la seguo inciampando, con le cosce ancora doloranti dallo strappo della sedia di pelle.
Mi infila un camice in corsa e io continuo a farle una sola domanda alla quale lei continua a non rispondere “Mi può dire come funziona, in cosa consiste il trattamento?”.

Il Dottore è un signore argentino, affabile come il pugno di Tyson senza riscaldamento.
Somiglia a Moretti, l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato.
Gli somiglia talmente tanto che sembra lui, solo con un camice bianco e un sacco di diplomi attaccati al muro.
Severissimo, non ha tempo da perdere né tiene in conto la mia visibile paura.
Mi dice di sedermi su un lettino e di non muovermi, che in un altro contesto potrebbe essere un invito ammiccante ma in questo l’unica cosa ammiccante è la porta di uscita.
La signorina dal culo a zaino è già tornata di là a prelevare altre cavie col coupon e io sono sola con il dottor Moretti severissimo che di spalle, sta già preparando tutta una serie di piccole siringhe.
Ho detto SIRINGHEEE???!!
A quella vista, torno indietro nel tempo di 25 anni e rivedo il vecchio pediatra Savignoni che mi pianta aghi pieni di vaccini, severissimo anche lui, dentro il muscolo della mia gambetta di cerbiatta innocente.
Quando mi portavano dal pediatra Savignoni io iniziavo a piangere a 6 km di distanza della mia auto dal suo studio, perché sapevo che ci avrei rimediato un “Stai ferma!” o un “Se ti muovi ti faccio molto, molto male”.
(costava anche tanto)
Ma, insomma, davanti alle siringhe senza preavviso non posso non ribellarmi.
“Dottore, può spiegarmi cosa sta succedendo?!” gli chiedo tremante.
Lo scongiuro di spiegarmi cosa mi farà, se mi farà male e quanto durerà.
E il Dottore senza neanche girarsi mi spiega che il trattamento che ho acquistato su Groupon è un modello base per eliminare le mie piccole vene, vene che da quando sono dentro questo studio iniziano a sembrarmi sempre più affascinanti.
Mi dice che, quando avrà preparato tutto, mi pianterà tutte quelle siringhe, contemporaneamente su ogni singola, fottuta vena.
Mi raccomanda di rimanere immobile perché altrimenti farà male (l’ha detto, giuro! E’ finita!!!).
Dice anche che questo è il primo di almeno 4 trattamenti, che le vene sono dure a morire.
Mi dice che le siringhe hanno dentro un liquido che brucia e che le farà tutte fuori quelle fottute.
Quando il Dottor Moretti severissimo si gira con le prime 4 siringhe, io sono già per strada verso la metro con il passo veloce e le vene ancora lì, bellissime, lucenti.

 

FUORI IN 60 SECONDI

COSE FASTIDIOSE

Qualcuno ci salvi. Noo, tu no. Tu resta lì appeso.

 

Sono appena rientrata a casa, bevo un bicchiere d’acqua e vi racconto.

Devo riposarmi un attimo, ok?!

Tutti i miei sensi sono sotto stress in questo momento.

Tutti, ad eccezione del tatto.

Eh, mi son guardata bene io dal toccare qualcosa.

Le uniche cose toccate, lo ammetto, sono quelle che ho dovuto comprare e il sacchetto che le contiene.

Il sacchetto è qui in casa ora, e ha stampato sopra entrambi i lati il torso di un ragazzo minorenne

tutto scolpito dalle polveri anabolizzanti che gli compra di sicuro la mamma.

Così può dire alle amiche che suo figlio fa il modello, che anche se non si vede la faccia sul sacchetto, quel blob di muscoli oliati è il suo Mark.

Posto che mamme di questo tipo andrebbero immediatamente trasferite nelle prigioni messicane dimenticate dal Signore, non è di questo che mi voglio sfogare con voi.

Innanzitutto non è stata una mia scelta.

No, voglio svincolarmi subito dalla possibilità che pensiate sia mia abitudine andare in certi posti.

La mia famiglia è variegata e purtroppo uno dei miei fratelli non riesce a uscire dal problema.

E’ coinvolto in una seria e preoccupante attitudine per tutto ciò che viene diffuso dai Media come “prodotto cool”.

E’ un ragazzo sano per il resto, un buon padre di famiglia e un ottimo professionista.

Ma nelle persone apparentemente brillanti, spesso si nasconde il vero disagio.

Insomma per il suo compleanno mi chiede di entrare lì, dove nessun essere umano con dignità si sognerebbe di entrare: nello Store Abercrombie.

Non solo mi chiede di entrare, ma pretende anche che il budget destinato per il suo regalo di compleanno venga speso lì.

Compleanno n°42 ( se  certi problemi non vengono affrontati e risolti prima, d’altronde, poi uno se li trascina per tutta la vita ).

Allora io, con coraggio e affetto, mi trascino in bicicletta nella zona più chic della città.

La zona dove i signori in giacca e cravatta ti guardano il sedere in pausa pranzo (per capirci) e le ragazze sembrano tutte avvocatesse:

collant 40 denari, tacco firmato, abitino serio, occhiale, telefonino…

E lì, in fondo a questa passerella, ecco un palazzo elegantissimo tutto merli e colonne, senza però nessun tipo di insegna pubblicitaria, fuori.

Riconosco che si tratta dell’ Orrido dove dovrò entrare perché è da circa 500 metri che il mio naso lotta contro un odore acuto di un’ acqua di colonia  ignobile che appesta tutto il quartiere.

Un odore che ti inietta dentro, oltre a questa essenza di…pino acido, un repentino fastidio nei confronti di tutti gli esseri umani che incroci.

Mica sono una che si fa intimorire dagli odori io.

E’ che sono in bicicletta e ho gli occhi che mi lacrimano, che mi bruciano da questo porco profumo.

Sembra che Dio abbia rovesciato un deodorante per l’ambiente, per quantità destinato a tutto l’universo, solo qui. Sopra questo fottuto quartiere.

Ora ho capito perché le avvocatesse hanno tutte gli occhiali, anzi che non hanno le maschere con aria pressurizzata nella borsetta.

Finalmente riesco ad arrivare alla porta dell’Orrido.

Sulla porta ci sono due biondini minorenni (potrebbero essere i miei figli se fossi nata a Beverly Hills) che sembrano pagati per doversi spogliare da un momento all’altro.

Hanno l’aria di chi pensa che tu sia uno specchio, avete presente?!

Ti guardano ma in realtà stanno guardando che reazione che fanno su di te.

Devono aver capito la reazione che fanno a me perché sembrano spaventati e manco mi salutano, mentre entro.

Fuori dal negozio sono le 2 di pomeriggio di una fine Maggio luminosissima.

Dentro il negozio sono le 2 di notte in una discoteca di Ibiza alla festa di chiusura stagione.

Entro con la sensazione che al minimo imprevisto finirò al commissariato.

Dappertutto cloni dei ragazzini spogliarellisti dell’ingresso.

Una quantità di commesse bionde che ti chiedi come cazzo possa andare avanti la gestione del negozio.

E non solo perché sono bionde.

E non solo perché sono minorenni.

Te lo chiedi perché nessun essere sano può sopravvivere 8 ore al giorno, a piegar maglioni al buio, con l’ aria appestata da ettolitri di acqua di colonia, sparati da bocchettoni.

Per non parlare dei decibel di questa musica infernale.

I ragazzini all’ ingresso dovrebbero distribuire caschi integrali ai clienti che entrano.

Tutto qui è biologicamente insostenibile.

I 3 piani dello Store sono disseminati di mobili di mogano tutto lucidato.

Qua e là sono piegate a pile da un team di architetti, le magliette e le felpe.

Non ho mai visto un negozio dove toccare la merce ti mette così a disagio.

Hai la sensazione che sfiorando una camicia romperai un equilibrio che non potrà più essere ripristinato.

Tutto ciò che si trova sugli scaffali non si distingue.

E’ praticamente tutto uguale.

Felpe, magliette, jeans, tutti identici fra di loro, disponibili in diversi colori, con o senza zip, con o senza cappuccio, però  i d e n t i c i.

Il reparto donna sembra la camera guardaroba di Paris Hilton, dentro la quale tante giovani con il suo stesso stile spuntano da dietro le statue dei David di Donatello e dalle piante finte e ti salutano a mano tesa, dicendoti di tornarle a trovare.

Anche se tu sei appena entrato, loro già vogliono che te ne vai a fanculo e che  ritorni.

Io però sono una tosta, so quello che voglio: lasciare meno denaro possibile per far si che cose di questo tipo non si diffondano ulteriormente e uscire da questo quartiere compromesso.

Mi nascondo in una delle sale di questo mega store che sembra il Titanic pochi minuti prima di affondare

(luci spente, mobili di legno, boccette di profumo cadute…) e una volta che mi accorgo di essere sola, faccio saltare una pila-design di magliette.

Intercetto la taglia giusta e non rimetto a posto nulla, lascio l’angolo esploso e mi lancio fuori dalla camera prima che arrivi uno spogliarellista a calcolare i meridiani per rimettere a posto tutto.

Le casse sono una specie di ingresso al privè di un club di Miami.

Tutto cordonato, spogliarellisti più grossi di quelli all’ingresso, posizionati ai lati del bancone più lucido e laccato del cofano di una Lamborghini in esposizione e cassiere-modelle (stavolta more, guarda un pò) che stampano scontrini di una grammatura talmente alta che per produrre un rotolino per la cassa di Abercrombie bisogna disboscare mezza Amazzonia.

Ma tanto un giorno anche lì ci saranno i negozi-discoteca A&F quindi, avanti tutta!

Pago e sento che sarebbe stato più etico se con quei soldi avessi comprato un fucile ad un bambino in Congo.

Pago e mi lancio dalle scale perché sento che il mio corpo non ha più un alito di aria pulita dentro.

Pago, mi lancio dalle scale ed esco prima di aver bisogno di una settimana di lavanda alle vie respiratorie, oltre che di un corno acustico.

Sono fuori.

Gli spogliarellisti mi guardano pettinandosi mentre io, con gli occhi a fessura, accecata dalla luce improvvisa del giorno, cavalco la bicicletta e inizio a pedalare alla cieca, come se l’avessi rubata.

Non mi sono fermata neanche ai semafori ed eccomi a casa, al sicuro.

Il sacchetto è lì, fuori dalla finestra in quarantena e io sono ancora sotto choc.

Se dovete farlo, almeno comprate online da Abercrombie, eviterete esperienze al limite della sopportazione fisica e intellettuale.

E nessuno vi vedrà comprare certa roba.

Lo saprete solo voi e il corriere.

E se a consegnarvi il pacco si presenta un modello minorenne a torso nudo, fategli lasciare il pacco sul tappetino.

E non aprite fino a quando non siete sicuri che sia andato via.

Datemi retta.