NON BASTASSE IL RESTO

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Abbiate pietà di noi.

Possiamo sopravvivere quasi a tutto ma in questo tempo di grande prova non infliggeteci anche Sanremo.

Non fate in modo che là fuori dicano che siamo fatti di questo, che quello è l’unico modo che abbiamo di far spettacolo.

Tirateci siringhe con soluzione fisiologica, rovesciateci olio bollente dal terrazzo, quando parcheggiamo la macchina sotto casa, impazienti di accoccolarci sul divano, parlate male di noi ai nostri partner, rubateci l’account, dateci cibo velenoso per farci diventare il fegato grosso come una cassaforte e morire come gli americani, seccateci i capelli con le polveri sottili, diminuite il limite di velocità sulle provinciali ma non fate Sanremo.

Non fate che si dica che la musica dal vivo sia tutta lì, non fate credere che ci si vesta tutti come quelli lì, non dateci Sanremo.

Non vedete come siamo stanchi?

Non vedete che ci prendiamo le gocce per l’ansia, che respiriamo male, che spendiamo troppo, che compriamo dolci, videogiochi, libri sul gruppo sanguigno che non leggeremo mai?

Non vedete che non riusciamo più ad arrivare alle undici di sera con le palpebre, che non sappiamo più ballare, abbracciare, non vedete com’è debole la nostra psiche?

Davvero volete finirci così?

Davvero la fine del popolo italiano sarà questa?

Ve lo chiediamo per il bene di tutti, non fate Sanremo.

Piangeranno tutti i teatri d’Italia e, se funzionano davvero le vibrazioni negative come dicono gli yogi, cosa pensate che succederà all’Ariston e ai figuranti parenti, pagati per fare il pubblico?

Prendete a scarpate i nostri bambini, rigateci la moto, metteteci in lista d’attesa per sei mesi per fare un’ecografia, misurateci la febbre con le vostre pistole, mandate in onda qualche fiction italiana ma, vi preghiamo, non fate Sanremo.

Quest’anno non riusciremmo a sopportarlo, il nostro sistema immunitario non si riprenderebbe più.

Fatevi un esame di coscienza, non potete spremerci così, non riusciremmo a sopravvivere restando buoni, diventeremmo brutte persone: davvero volete questo?

No, siamo certi che non lo volete, ci tenete alla nostra salute, non è vero?

E allora come fate a pensare di organizzare Sanremo?

CANTICO ALLA CACCIA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Abitare in campagna è forse la scelta migliore che io abbia mai fatto in vita mia.

In effetti è l’unica scelta buona che io abbia fatto, in mezzo a tante scelte di merda e perciò la migliore.

Inutile dirvi che salto di qualità incredibile abbia fatto la mia vita, da quando vivo su queste colline selvagge!

Così, anche stamattina mi sveglio e, dopo una rapida colazione, sono pronta per portare il mio cane nei boschi!

Allora prendo il giubbotto anti-proiettile, il fischietto, il casco integrale e lo scudo.

Metto al mio cane la pettorina giallo fosforescente, il collarino con la campana di ottone e un paio di lampadine a intermittenza che si accendono quando un sensore percepisce il dialetto bergamasco, nel raggio di duemila metri.

E’ iniziata la caccia, mica si può uscire così, in maniera avventata, come quelle che si fanno violentare nei parchi pubblici.

Andiamo nel bosco, io e il mio cane, con la speranza di portarci a casa qualche fungo, nascosto sotto alle cartucce di plastica, che i cacciatori, normalmente anziani non vedono cadere in terra, così come non vedono neanche i funghi, così come non vedono neanche le belle altezze intellettuali che l’essere umano sarebbe in grado di toccare, se solo volesse.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Usciamo di casa e io passeggio con lei nel bosco, fischiando come un arbitro della Champions oppure usando direttamente la tromba di SOS delle navi quando affondano, per far sentire ai cacciatori che io e il mio cane vorremmo passeggiare senza il timore di morire dissanguate su queste colline belle e selvagge, per mano di un coglione che non fa visite alla vista, da secoli.

Infatti, non mi rassicurano le notizie di cronaca, che dicono che spesso si sparino tra di loro; perché se sparano ad un vecchio amico, perché non dovrebbero sparare a me, che sto scrivendo un pezzo contro di loro?

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Esco di casa col mio cane, rientro a casa col mio cane e altri quattro cani sperduti, coi collarini fatti con le funi delle barche o con le fettucce colorate, che i cacciatori mettono loro per non perderli, ma forse alcune fettucce non hanno la garanzia.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Li incontreremo vestiti di verde, coi loro fucili a centocinquanta metri dal portoncino della nostra casetta.

Cordiali nonostante mettano i loro nove cani (non perduti) in una gabbietta che sarebbe per un bassotto.

Gentili nonostante sparino a piccoli animali che vengono acquistati in cattività coi soldi della Regione e rilasciati per i loro unici, due giorni di libertà.

Educati nonostante finanzino un mercato già florido, come quello delle armi, che poi è il fiore all’occhiello del Made in Italy in tutto il mondo, se solo lo sapessero.

Li incontreremo nei boschi, dove anziché investire il loro tempo libero in volontariato o attivismo politico, anziché caricare il fucile a sterco di pecora e andare sotto Montecitorio, anziché utilizzare i soldi della pensione per portare in vacanza le mogli, li troveremo ad accanirsi contro gli uccelli, forse invidiosi del loro nome, della loro libertà e della loro innocenza.

Li troveremo accucciati nelle casine di legno a sparare in sessanta a un cinghiale al quale per tutta l’estate hanno dato cibo, mettendo i dispenser nei boschi, e io che pensavo lo avessero adottato…

Li troveremo lì, nel bosco, a cambiare la nazione sparando alle lepri, immaginandole nemiche mentre i nemici veri riducono loro la pensione a poche centinaia di euro.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Basterà aver pazienza tre mesi e aspettare che ripongano di nuovo la propria virilità sul divano di casa, allo stadio, al bar o in quel posto lì, sperduto chissà su quale collina dove hanno lasciato dignità e pietà chiuse anch’esse nel fodero.