MORTE DEL CONSIGLIO ALTRUI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra le circostanze che mi rendono una donna fortunata, pur senza che io me ne accorga del tutto, c’è il fatto inconsueto di non avere necessità del consiglio altrui.

Mi dispererei all’idea di venir privata delle persone nelle quali ripongo fiducia, con le quali uso confidarmi; sarebbe doloroso non averle più accanto perché queste persone oggi mi restano accanto pur sapendo che poi, dopo il loro consiglio farò sempre e comunque come cazzo mi pare e piace; la loro opinione su fatti che mi riguardano mi trapassa con la stessa potenza di un alito di vento nel deserto, a mezzogiorno, lasciandomi indifferente dentro e fuori e questo fatto mi permette di amare sinceramente queste persone, a prescindere dall’opinione che hanno di me giacché essi sanno che per me, tale opinione andrà molto probabilmente tra i rifiuti organici.

L’indicazione affettuosa ad agire in un determinato modo, il consiglio spassionato di chi c’è già passato, la lungimiranza altrui offerta gratuitamente senza richiesta alcuna da parte mia m’infastidiscono quanto il volo di una mosca in piena faccia poiché tutto di me tende ed è proteso a far costantemente come cazzo crede.

Sono fortunata ad avere ancora la fedina penale pulita: vuol dire che la mia capacità di discernimento non è poi così male.

A pensarci meglio, la capacità professionale di dar retta solo a me stessa non nuoce la società ma solo a me stessa perché, non dando retta ai saggi che popolano il mondo, combino una dose massiccia di cazzate nella mia vita personale.

Ma si tratta comunque di cazzate homemade!

Ogni piccolo protone di una singola cazzata che compiamo scientemente è frutto di un nostro personale atto creativo mentre il consiglio altrui è un noioso prestampato a metà strada tra Osho e Lessico Amoroso.

Se vogliamo davvero far felice il prossimo mettiamoci a dieta dalle frasi che iniziano con “Secondo me…”, “Se fossi in te”.

Riponiamoci al nostro posto e nessuno si farà male, specialmente gli altri dietro nostro consiglio sbagliato.

 

Ps. Il disegno in copertina è colorato da me.

 

EVOLUZIONE STILISTICA DEL GRAFICO

BRANDED PARODY CONTENT, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Breve trattato pseudosociologico sull’evoluzione stilistica del Graphic-designer, proposto al GRAnde Festival 2018, a Castelfranco Veneto.

Non volendomi accanire sulle mansioni tecniche di un grafico e su quanto esse siano spesso discutibili, ho scelto di accanirmi sulla sua evoluzione stilistica; non quella riguardante i suoi lavori, bensì quella del suo proprio stile personale, del suo abbigliamento e del simpatico processo che accompagna la sua persona, sin dai tempi dello studio, non lasciandolo in pace, neanche quando e semmai, il suddetto grafico diventi una superstar.

Anzi.

Quando un ragazzo si iscrive ad un corso di grafica, inizia la propria metamorfosi: il giovane assume, non troppo lentamente, i connotati e le linee di un perfetto babbeo.

Del prototipo della sfiga.

Non sarà difficile riconoscere un giovane grafico ad una fermata della metro: basterà individuare il soggetto con più brufoli, nonostante abbia ampiamente superato i vent’anni e con maggior malinconia in volto.

Quel soggetto che, ostinato ed imperterrito, continui ad indossare abbigliamento simile a certo punk dismesso persino dai tossici o dalle vecchie groupies dei Ramones: quello, non potrete sbagliare, è il giovane studente di grafica.

Per fortuna o purtroppo, man mano che la carriera del giovane grafico prende piede, si avvierà un curioso processo di pulizia di tale disagio stilistico, attraverso il quale, il designer in questione entrerà, esattamente come certi pittori d’avanguardia, nel suo periodo nero.

E tutto in lui sarà nero.

Possiamo identificare il periodo nero di un grafico con il periodo della sua prima assunzione in un’agenzia e forse, la scelta di questo pantone, ha in sé qualcosa di profetico che sembra presagire la maledizione della carriera futura che lo attende.

Se tornaste alla fermata della metropolitana, non vi sarebbe più così facile, identificare il grafico, in mezzo alla gente, soprattutto se la fermata fosse a Milano durante la settimana del Salone o a Roma, fuori da uno dei tanti noviziati vaticani.

Infatti, tra un prete, un architetto ed un grafico in quella fase lì, la differenza è impercettibile, se non rivelata dai rispettivi conti in banca.

Il periodo nero è comunque uno dei momenti stilistici considerati, dai giovani grafici, più interessanti.

Man mano che il grafico acquisisce consapevolezza, capacità e autorevolezza nel proprio mestiere, il nero del suo abbigliamento si definisce meglio, assumendo toni, se possibile, ancor più scuri ma soprattutto si perfeziona la scelta dei capi e, budget permettendo, il total black inizia la sua implacabile marcia verso la griffe costosa nord-europea.

Dio solo sa perché il grafico scelga di acquistare una t-shirt nera firmata da un designer omosessuale a tremila euro anziché optare per una cazzo di maglietta nera dell’ Oviesse visto che, la differenza tra l’una e l’altra si trova solo tra le pieghe dei tormenti dell’anima di colui che la indosserà.

Una volta che il grafico riceve il miracolo di diventare un’eminenza, esso, proprio come un Dio, egli può tutto.

Si tratta di un vero e proprio miracolo inspiegabile poiché non si capisce in che modo, uno studio grafico riesca a meritare tale, assurdo successo, rispetto ad un altro studio analogo che lavori altrettanto bene ma consideriamo l’annosa motivazione del contatto giusto, come influente.

Nel momento in cui il grafico assume le sembianze di Dio, automaticamente perde la denominazione umiliante di grafico e acquisisce quella più congeniale di Art Director.

A quel punto gli viene conferito il leggendario paio di occhiali da vista, con la montatura strana e colorata.

Anche se ci vede benissimo, l’occhiale colorato segna il battesimo, l’iniziazione al gotha della grafica.

Dal momento in cui l’Art Director assume tutti i poteri e gli onori, qualsiasi fregnaccia esca dal suo studio verrà valutata alta gioielleria, arte pura.

Panchetti sorretti da gnomi, sedie in cristallo che causano ragadi dopo pochi secondi di seduta, tavoli con una sola gamba che bisogna usare, restando immobili per otto ore, in modo da mantenere gli oggetti in perfetto equilibrio.

Ma anche la progettazione premeditata di marchi osceni come quello di H&M o di Kraft insomma, qualsiasi porcheria grafica esca anche dalle fogne dell’agenzia del Guru Art sarà considerata compendio alla Bibbia e alla Costituzione (di un paese nord-europeo, però).

Inoltre, da quel momento inizierà il processo stilistico a ritroso e l’Art Director Guru potrà finalmente iniziarsi a vestirsi come più cazzo gli piaccia.

Da quel momento potranno riemergere in superficie, reminiscenze dal passato e il total-black potrà subire discutibili contaminazioni con gli antichi dettagli adoperati nel look di gioventù.

Lo vedrete quindi arrivare in agenzia vestito da rocker di seconda categoria o da lettore di fumetti manga; lo vedrete, per la prima volta, sicuro del suo stile invidiabile, anche mentre tutti scappano gridando.

Concludendo questo nostro accurato studio potremmo dire che, più aumenta il fatturato e la credibilità dell’Art guru, più quest’ultimo può permettersi di tornare ad essere ciò che è sempre stato: un pezzo disadattato, come tutti noi, d’altronde, nonostante il design.

 

 

 

 

DIAGNOSI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Come si chiama la malattia che prende quelli che comprano le Superga con la doppia suola?

Che malattia è quella che hanno i vegetariani che mangiano pesce?

Com’è che si chiama quel virus che attacca le persone quando si trattengono più di due secondi su Canale 5?

Che malattia hanno quelli che rubano gli accendini?

E quella degli attori famosi quando arrivano a fare le pubblicità delle merendine?

Da cosa precisamente sono affetti quei tipi che si fanno tatuare un bacio col rossetto sul collo?

Come si trasmette il virus di quelli che chiedono di parlare con un responsabile quando non la carta di credito gli rifiuta la transazione?

E’ contagiosa la malattia di quelli che suonano dopo un quarto di secondo che il semaforo è diventato verde? Si passa?

Come si chiama la malattia di quelli che ascoltano la partita chiusi in macchina, in un parcheggio?

Che malattia è quella che affligge le persone che inviano più di quattro emoticon in un sms?

Di cosa sono ammalate le persone che votano il meno peggio?

LA DIETA DEL PUNTO DI VISTA

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Da oggi non voglio mai più diffondere il mio punto di vista.

Non voglio che, all’interno di una conversazione anche futile, gli altri sappiano come la penso.

Primo, perché a causa di quelle poche parole che mi dovessero incautamente sfuggire, si sbrigherebbero a catalogarmi in qualche recinto sociale.

Secondo, perché a causa di quella irragionevole legge convenzionale del contraccambio, mi obbligherebbero a sentire il loro punto di vista che davvero mi interessa, se possibile, meno del blog di bellezza.

Allora voglio rinunciare per prima all’ingordigia di dover esprimere per forza il mio personale parere su un politico, su quel gruppo di musica balcanica che suona dappertutto, su quel film che sbanca ai festival o sul complotto nazionale o internazionale del momento di cui, tra l’altro in quanto cittadina, non posso non saperne più di quanto mi propongano i giornali, sperando che sia riuscita a procurarmene di qualità.

Non pretenderò mai più di soddisfare il desiderio viscerale di dover condividere le mie opinioni con gli altri su cosa sia bene bere e mangiare, sui benefici del pilates o sull’eutanasia.

Non produrrò più leggi marziali.

Non avrò più nulla a che fare con quei soggetti disadattati chiamati opinionisti.

Non mi piace la tecnica dell’archiviazione di una povera persona in un determinato compartimento, in base a come la possa pensare su cazzate o cose serie: nel faldone dei vegetariani, se gli scappa da dire che ama gli animali, nel faldone dei figli di papà se ammette che questo mese ha chiesto aiuto a casa, nella scatola con l’etichetta vecchi porci se per caso dice di avere la fidanzata giovane o in quella dei senza orientamento politico se si lascia sfuggire di aver votato i Cinque Stelle.

Quello ha la vespa = è del PD/ Quella è single e frequenta uomini per trovare quello giusto = è una mignotta/ Quello vota radicali= si droga / Mangia bio = è ricco / Dice che lavora con la Romania = è un criminale.

Personalmente non desidero un check-up di questo tipo, prodotto da un prossimo occasionale senza il mio consenso e diffuso in tempi rapidi, alla prima occasione in cui esca fuori il mio nome in mia assenza.

Desidero che, se a qualcuno pigli il prurito di nominarmi durante una conversazione, non sappia un cazzo di me: sia confuso, non abbia abbastanza materiale per potermi infilare in questa o quella casella.

Non sia certo se sia ciellina, col vizio del gratta e vinci, ragazza madre, radical chic, fascista vecchio stampo* , nevrotica, buddista, se ami il ragamuffin o tutte queste cose contemporaneamente.

Non voglio che qualcuno possa inventarsi cosa sono in base a poche parole dette davanti a un bicchiere ma soprattutto non voglio che qualcuno possa dirmi cosa crede di essere lui.

Con la coscienza pulita di non aver detto nulla che riguardi i miei gusti personali sarò libera di rifiutare la conoscenza di quelli altrui perché ne farei cattivo uso.

Lascerò spazio, ci sarà maggior posto per argomenti davvero edificanti e in questo modo scopriremo tutti di non avere un cazzo di niente da dirci che non comprenda le persone assenti come soggetti protagonisti e che, a questo punto, sia meglio andarsene a casa.

Per non rischiare di restarsene zitti a temere insieme il silenzio.

Per non rischiare di risultare poco informati.

Meglio andarsene a casa a leggere qualcosa che inventarsi un punto di vista adeguato alle mode del momento.

*Quanto è anacronistico etichettare qualcuno come fascista?!

Non ho mai sentito qualcuno dare a un amico del borbonico o del carbonaro.

Ci sono cose che non esistono più, che appartengono alla storia e solo sui libri di storia si trovano.

Non possiamo perder tempo a dare ancora del fascista a qualcuno, oggi si dice ignorante, punto.

DI CHE TI OCCUPI TU?

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Di che ti occupi tu?!

Io mi occupo di design, di visual merchandising, di personal shopping.

Io sono un buyer, un copy, un art, un human resourcer, un digital enterpriser e tu? Di che ti occupi tu?

Dai, coraggio!

Non essere timido.

Fammi sentire l’odore del tuo mestiere umile di merda.

Fammi sentire l’aria di poraccitudine che ti avvolge.

Non ti vergognare con me, eh!

Se fai l’impiegato poi, mica è colpa tua.

Se lavori in un negozio mica c’è niente di male.

Puoi dirmelo, eh.

Guarda che io sono un tipo smart, open, sono multi-tasking, cool hunter, son videomaker.

No, non sono solo regista: il videomaker è uno che fa operatore, regista, montatore e attore, tutto insieme contemporaneamente, al prezzo di un attore di teatro, per le grandi televisioni, le grandi aziende.

Mi faccio sfruttare dici?

Forse ma posso dire che faccio cinema, capisci?!

Posso dire che faccio fotografia, sceneggiatura, acting, tv production.

Non sempre mi pagano ma ho il grande plus rispetto a te, di poter dire che faccio entertainment, mica la guardia giurata, la commessa, l’operaio, il low-profile.

Insomma, di che ti occupi tu?

Io sono light-designer, sono stylist, sono mainstream che non vuol dì un cazzo ma tanto tu, che ne sai?

Che ne sai tu di business e di creativity?!

Di che ti occupi tu, insomma?!

Dimmelo, dai! Non vergognarti.

Non lo dico a nessuno se c’hai la busta paga e timbri il cartellino, dai.

Fammi sentire il tanfo della tua scrivania Ikea, dai.

Non lo dico a nessuno, ti dico.

Stai tranquillo, saperlo serve solo al mio ego titanico, al mio state of mind.

Che mi frega poi a me che vivo nel loft, faccio chi-cong, compro da whole-food e mi vesto Galliano?!

Che mi frega realmente di te, che tanto io faccio crowdfunding, mi alleno alla Virgin e ascolto electro-punk jumping?!

Di che ti occupi tu, porca malora?!

Dimmelo, cazzo.

Fammi sentire le vibrazioni della tua pessima normalità.

Dai!

Come?! Mio padre?!

Mio padre lavora in banca, poveretto.

Andrà in pensione quando potrà.

La vita è così, le vecchie generazioni, hai presente?!

In banca, si.

Altrimenti come potrebbe permettersi il luxury di una figlia stylish che fa design, frequenta vinery e conosce il jet-set?!

Ma cambiamo discorso.

Di che ti occupi tu?

 

TUTTO BENISSIMO

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

« Maddy, mi senti?!

Come va, Ciccia?! E’ tanto che non ti sento e mi son detta, fammi sentire quel fenomeno di donna che è la Maddy.

Io?! Tutto benissimo, grazie!

L’anno è iniziato alla grandissima con un sacco di progetti nuovi, caterve di lavoro, il telefono che squilla senza un attimo di tregua, non ho un minuto libero ma non lamentiamoci, cara.

Non lamentiamoci mai, evviva la vita!

Adesso sto seguendo un progetto con un Art-Director famosissimo ma non ti posso dire il nome perchè è top-secret, per fare una campagna ad un fashion brand, top-secret anche quello.

Una cosa high-budget, molto esclusiva.

Posso dirti solo che sarà una join-venture di giovani artisti di street-style e body art, che faremo del food-jogging a Central Park, una cosa ricercata però eh, non la solita burinata.

Anzi, un’avanguardia direi ma non so come spiegartela adesso perché, sai comunque l’Italia non capisce di queste cose.

Anche se tu sei una che gira parecchio.

Comunque penso che farò avanti e indietro con the Apple per duemila riunioni, vediamo. Sono gasatissima, guarda!

Le feste?! Tutto benissimo!

Quest’anno le ho passate tranquilla, a casa con la famiglia, sai com’è, a noi piace fare clan!

Giampi ordina un po’ di catering biologico in questo mercato rionale online che si chiama chilometri meno due, lo conosci?

Ti mando il link, cara!

Ti portano i germogli saltati in duemila modi e poi lui si scarica questi tutorial di cucina macrobiotica che vanno tanto adesso e si diverte come un pazzo.

Così abbiamo fatto un Natale un po’ fusion, che ci piace far provare ai ragazzi le contaminazioni, gli influssi internazionali anche a tavola, tofu, noodles, bacche..

La Maya?! Creatura della mamma, è cresciutissima!

Ha iniziato a fare yoga con la mamma, poi le facciamo prendere lezioni di questa nuova danza sciamanica che arriva dalla Papua, la Gururoa, la conosci?! Una specie di ballo lisergico sullo stile di Ayahuasca che tira fuori l’estro tribale ai bambini, fanno lezione solo in cinque con questa maestra illuminata che mi costa un fottìo ma ne vale la pena.

Arash? Il mio piccolo uomo, Maddy!

Ti ricordi che sta imparando a suonare le campane tibetane?!

Beh, a Natale ne ha ricevuta un’altra dai nonni, due metri e mezzo di diametro, praticamente quando la suona ci corre intorno!

Mi sa che quest’estate lo mandiamo a fare pratica in Nepal, c’è una scuola super esclusiva dove fanno fare ai ragazzi anche un po’ di jam-session con altri strumenti antichi, resta fuori tre mesi poi rientra che gli ricomincia la steineriana, i corsi di hockey sulla sabbia, l’acrobatica circense ucraina e il flauto traverso per non vedenti tutti i giovedì.

Anche lui, un agenda più full di quella della mamma!

Si, guarda, lo facciamo studiare con un maestro che insegna ai ragazzi ciechi perché ci hanno detto che in questo modo sviluppa una sensibilità diversa sullo strumento, una roba emotiva che mi lavora sui chakra del ragazzino.

E’ un nuovo studio di una psicologa ebrea che vive in Maine e lavora anche sulle foche monache, ti mando il link anche di questo, se vuoi, carina mia.

Poi a Pasqua lasciamo i ragazzi con la tata madrelingua inglese e io e Giampi ci facciamo qualche giorno in questa SPA marocchina pa-zze-sca.

Una toccata e fuga, guarda ma almeno ci riprendiamo un attimo che siamo stra-vol-ti.

Senti Maddy, ti saluto che come al solito sto coi minuti contati, devo vedere l’assistente di un big boss della fotografia digitale.

Ascolta solo una cosa: ti secca se ti giro il mio materiale appena riesco ad avere un minuto di tempo, tipo stasera?!

Il mio showreel, il mio showcase, il mio website.

Così se senti che qualcuno cerca un free lance, un’out-sider in agenzia, un soggetto multitasking, un brand-developer, che so.

Insomma, sto cercando ma più che altro per rilassarmi, qualcosina che tappi i buchi della noia, che nel poco tempo libero io mi annoio a morte, Maddy.

Anche part-time eh, una consulenza one shot, una collaborazione running ogni tanto ci sta, no?!

Un paio di fatture in più all’anno poi non farebbero mica male adesso che abbiamo i due levrieri mongoli con la loro dieta alla fassona.

Come dici?!

Ah. Ehm..ma si dai, va bene anche al bar dell’agenzia.

Un progetto un po’ umile, un po’ low-profile mi farà bene ora che va tanto di moda il charity.

Come dici, Maddy?! Ah, ehm…

Ma siii, dai! Anche fare le fotocopie che fa tanto cool questa cosa del coming-back to the street.

To the print in realtà.

I bagni? I bagni dell’agenzia?! Beh, Oddio Maddy.

Dai, su, per te lo faccio volentieri, cuore!

Ti mando tutto allora eh, appena ho un attimo.

Tra quattro minuti hai tutto in posta e ti chiamo quando invio, ok?

Ok, Maddy?! Oi?! Pronto?! »

 

Guarda, c’è anche il video di questo pezzo, che bellezza!

 

 

 

QUI GIACE IL CONTATTO GIUSTO

COSE FASTIDIOSE

Non esiste sulla faccia della terra, una parola che la nostra epoca abbia reso maggiormente spregevole della parola “contatto”.

In principio, poverino il contatto, era solo un sostantivo maschile con molti interessi.

Quando voleva rimorchiare le studentesse di astronomia, si riferiva al gesto di un astro che entra o esce dal cono d’ombra del corpo che eclissa.

Se voleva fare il latinista, andava in giro a dire di essere il participio passato di contingere, che vuol dire “toccare” in latino quindi, con questa scusa, si poteva prendere un sacco di libertà anche con le studentesse di latino.

Poi crescendo il contatto è diventato esperto di chimica, di elettrotecnica ma il perché ve lo andate a leggere sulla Treccani, perché questo è un blog di stronzate.

E a proposito di stronzate, non vi sarà difficile ammettere quanto oggi il nostro caro, vecchio sostantivo contatto sia diventato ridicolo.

Egocentrico, effimero, superficiale, oggi questo sostantivo si occupa principalmente di pubbliche relazioni, lasciandosi masticare da bocche di gusto discutibile.

-Ho un buon contatto

-Andiamo a quella festa al Republic?! Possiamo fare un sacco di contatti.

-Non capisco come ci sia arrivato, quello stronzo! Quello era un mio contatto!

-Hai un contatto per entrare lì?

-Vuoi che ti dia il contatto di qualcuno là?

-Contattalo a mio nome.

-Eh…caro mio, se non hai i contatti non vai in nessun posto.

E se quelli che non hanno contatti non vanno in nessun posto, qual è invece il posto dove vanno quelli coi contatti?

Se mi fosse concesso di sognare, vorrei che il posto destinato a quelli che coi contatti ci fanno professioni, meriti e ambizioni, fosse un luogo angusto e pericoloso, una specie di caverna dove questi omini e donnine si ritroverebbero tutti insieme, ad un certo punto della loro vita o della loro morte, magari causata dalla loro agenda strapiena di contatti, che gli è caduta in testa.

Me li immagino, in questo girone infernale esclusivo per PR e genti inserite socialmente, a picchiarsi e a smanacciarsi per entrare alla festa più figa che c’è.

Me li vedo in questo buco nero pieno di transenne e tappeti rossi, di entrate in platea tutte cordonate, di privè e posti riservati ai quali loro, sempre secondo i miei sogni, non avrebbero accesso, perché ci sarebbe sempre qualcuno più fico di loro.

Qualcuno con più contatti.

Qualcuno che conosce il ragazzo della sicurezza, il ministro, la moglie del maresciallo, il figlio del regista, il marito della direttrice marketing, la suocera del signore delle pulizie

Qualcuno che arriva e passa davanti a tutti loro millantando più competenze attraverso lo scrollo dei numeri in rubrica e umiliando il resto degli omini, delle donnine e dei loro contatti miseri.

E questi me li immagino lì, col trucco sfatto e il tablet tra le mani, che restano così, col niente in faccia e nella testa, a guardare quello sconosciuto coi contatti giusti, che entra prima di loro.

Qualcuno morderebbe la faccia al vicino per accaparrarsi il primo posto alle transenne, un altro griderebbe “Lei non sa chi sono io”, un altro ancora si allontanerebbe imbarazzato, dicendo ad alta voce che chiama uno che conosce che sta già dentro, di non preoccuparsi, insomma sogno un luogo dove tutti questi omini e queste donnine si vergognerebbero del vestito che indossano che non è abbastanza firmato, dell’accessorio che stasera proprio non c’entrava nulla, della miseria intellettuale che si ritrovano in tasca, del contatto potente che non hanno, della dignità che c’era il giorno della loro nascita e che ora, non si sa perché, non trovano più, dei confini così stretti di un paese impietoso come il loro, che non consente altra possibilità di riscatto sociale se non la conoscenza di qualcuno che abbia i contatti.

Nel mio sogno, si spegnerebbero le luci e il sostantivo contatto griderebbe nel buio qualcosa di incomprensibile e poi si farebbe esplodere.

 

Vuoi vedere il video del live di questo pezzo?