STORIE DI MATTI: TAMARA

STORIE DI MATTI

Un estratto dal libro Storie di Matti e, in fondo al racconto, un estratto dal reading live organizzato negli spazi dell’Ex Ospedale psichiatrico di Voghera.

***

La faccenda irresistibile di certi esseri umani è che scrivendo di loro non devi inventarti nulla ma semplicemente abbandonarti alla cronaca dei fatti e lasciare che i lettori restino naturalmente colpiti quanto te dalle mille incredibili sfumature che può assumere l’essere umano, se lasciato a briglie sciolte.

Tamara è uno di quei personaggi che t’ispira subito la sacra fiamma dell’indagine sociale.

La conosco durante la presentazione del mio libro, anzi prima.

Perché arrivo con mezz’ora di anticipo in libreria e lei è già lì che aspetta da tre quarti d’ora, col sederone conficcato dentro a una sedia a ovetto, di quelle in plastica che usavano i bidelli della mia epoca scolastica.

Tamara si è piazzata proprio accanto al tavolo allestito per la presentazione e io penso che sia la mamma del libraio o la signora delle pulizie che sta riprendendo fiato dopo aver preparato la sala.

E invece no.

Tamara è lì per essere la protagonista indiscussa della serata e non sembra alla sua prima esperienza in tal senso.

Resta lì per tutta la sera e specialmente durante il mio intervento, mentre son là a spremermi le meningi per essere efficiente e sintetica, la donnaccia che è Tamara se ne sta marmorizzata dentro alla sedia col suo tubino color nocciola tutto sformato dalle sue cicce, la borsa in similpelle verde pistacchio sulle ginocchia e un paio di demoniaci, oltraggiosi gambaletti color carne, indossati per sostenere tutte quelle vene che vengono quando le gambe hanno superato i duecentomila chilometri.

Tamara è indiscutibilmente nella categoria pubblico eppure non ne fa parte anzi, se ne mantiene al di fuori con composto esibizionismo rendendo la mia presentazione un’occasione imbarazzante e indimenticabile.

Magari a Voghera, con la storia delle generazioni di pazzi, già la conoscono ma io vengo da fuori e sono intimorita dalla possibilità che questa signora possa fare follie da un momento all’altro mentre spiego le mie cosine e lei se ne sta seduta a pochi centimetri da me, così vicina che riesco a sentire il suo respiro e l’odore della sua pelle molle di signora.

Tamara fu maestra e dovevo capirlo subito dal fatto che per tutta la durata della presentazione non mi ha degnata di mezzo sguardo, restando con gli occhiacci dritti e severi, ben rivolti in faccia alla povera platea dei presenti, in quel momento considerati da lei categoria inferiore ossia “alunni”.

Li ha scrutati uno ad uno, tenendo immobile la testa e muovendo esclusivamente le pupille, come solo una maestra sa fare quando arriva in classe e fa sentire agli alunni il tanfo di una giornata sbagliata.

Se li è guardati tutti facendo l’appello a mente, col suo taglio alla maschietta anch’esso tipico delle maestre in pensione.

Li ha guardati come se da un momento all’altro, dovesse tirar fuori dalla borsetta il registro e mettere la nota alla classe oppure un’ascia e spargere sui muri sangue e muscoli di venti poveretti, colpevoli solo di essere giunti alla presentazione del mio libro.

Tamara di poveretti ne ha visti moltissimi nei suoi onorati e coraggiosi anni alla scuola.

A suo favore posso dire che i professori delle medie sono degli eroi e anche Tamara lo fu e per questo merita rispetto.

I professori si beccano per cinque ore no-stop tuo figlio e altre persone come lui, nella fase più cupa e disgustosa, quella puberale.

I professori delle medie sono persone che sopravvivono a situazioni emotivamente compromettenti e Tamara è una donna che per ben quaranta anni si è battuta con classi e classi di giovani acneici senza senno e col gusto per la presunzione, perciò è classificabile all’interno della stessa categoria dei partigiani e dei pompieri e meriterebbe medaglie.

Però ora si togliesse dai coglioni o almeno dal tavolo dove sto cercando di parlare del mio libro, visto che sta diventando difficile mantenere la concentrazione mentre gli occhi del pubblico sono atterriti da questa signora coi gambaletti e la pupilla che non perdona.

Proprio quando penso di essermela cavata, proprio nel momento in cui siamo giunti ai saluti finali e la gente applaude e qualcuno tira anche un sospiro di sollievo, Tamara scatta in piedi e chiede la parola.

Chiede di parlare alla mia presentazione e c’è qualcosa in lei che ha l’autorità per farlo o qualcosa in me che ha paura di impedirglielo.

Chiede la parola e gliela diamo perché sapevamo tutti che prima o poi l’avrebbe chiesta e che in caso di rifiuto, se la sarebbe presa da sola.

Dopo essersi presa la parola, Tamara resta giustamente in silenzio totale per qualche eterno minuto, in piedi davanti alla sua sedia a ovetto col tubino sgualcito sul ventre dalla seduta.

Li guarda tutti, di nuovo, uno per uno: le donne si tengono la borsa stretta tra le mani e gli uomini smaniano sulle sedie ma non hanno il coraggio di alzarsi.

Poi inizia a parlare.

Mi ringrazia per aver partecipato ma dice che ora presenterà i suoi lavori artistici.

Si dirige secca e decisa verso il retropalco e vedo la gente che sussulta dalla paura mentre lei sbatte da un lato una piccola tenda a righe, liberando dall’oscurità un immenso quantitativo di statuine.

Un piccolo esercito di creta, ceramica e gesso che ricorda quello di Qin Shi Huang ma in miniatura e ancora più inferocito.

(….)

La spaventosa maestra piglia la prima che le capita e inizia a illustrarcela come si trattasse di una lezione di algebra e tutti stanno a sentire, per carità.

Dice che sono di gesso, calchi fatti a mano.

“Faccette e abitini sono tutti dipinti a mano da me e da mio marito”, dice Tamara, “e potete scegliere anche quelle non ancora dipinte e farvele dipingere da me come preferite!”.

Questa signora sfacciata sta obbligando il mio pubblico ad assistere ad una televendita a sorpresa e non è mica giusto.

Allora mi alzo dalla sedia e chiedo la parola e lei quasi mi fulmina e dice “Siediti!” cattiva, come fossimo davvero in classe e io mi siedo, cazzo. Come fossi telecomandata.

La maestra Tamara grida che nessuno uscirà dalla sala se non avrà acquistato almeno una statuina per sé stesso o per un caro.

In un attimo scoppia una tensione che fino a quel momento sembrava talmente immaginaria, irreale ma latente da rimanere in quello spazio socialmente accettato del pensiero tranquillizzante che ti sussurra “Ma ti pare che succede?!”.

La società che abbiamo sistemato, così come meglio ci è riuscito, è talmente fragile e repressa, controllata eppure fuori controllo che basta una scintilla di una qualsiasi patologia psichica delle tante sottovalutate, non capite e non curate, per incendiare ettari di terreno popolati da brave persone.

La moltitudine di impiegati, vicini di casa, familiari, fidanzati, figli adolescenti e madri è un gigante di sabbia addestrato a correre in una sola direzione fino a quando non gli si sgretola un piede e tutto deraglia.

(…)

Tamara è l’anello debole di oggi, la nuova potenziale protagonista dell’articolo di cronaca nera di provincia.

I protagonisti di certi giornali, i soggetti di certo pessimo giornalismo sono persone normali fino a quando riescono a mantenersi tali, a resistere, a contenersi con l’aiutino da casa della televisione e delle altre istituzioni.

Il fino a quando non puoi prevederlo.

Puoi solo cercare di contenerlo fino a quando…

(…)

Tamara ha le gambe talmente divaricate dalla rabbia che lo spacco della gonna si strappa fino all’attaccatura del sedere, mentre io penso a queste cose della rivoluzione e alla mia vita in generale e mi chiedo cosa ci faccio qui stasera e perché non imparo a selezionare gli eventi anziché accettarli tutti senza farli passare sotto al raggio del normale buongusto o dell’intuito femminile.

Si avvicina al suo esercito di statuine e le inizia a scagliare contro il mio pubblico; le piglia e le sbatte contro il petto dei presenti gridando il prezzo.

Sono prezzi irrisori, venti euro, quaranta al massimo, non capisco perché sia così arrabbiata.

La gente tira fuori i soldi ed è costretta a comprare mentre lei, come Wanna Marchi quando ancora poteva derubare in tivvù a piede libero, urla “Vuole il sacchetto?!”.

Qualcuno prova a prendere il telefonino per chiamare il 118 ma lei, da brava maestra sente l’odore delle batterie tirate fuori dalle tasche e salta agli occhi dei malcapitati.

(…)

La statuina di un ometto lungo come certe raffigurazioni del Don Chisciotte colpisce alla tempia un grosso signore che inizia a sanguinare dalla testa e anche dagli occhi ma per la rabbia.COVER

Prova ad alzarsi per porre fine alla vecchia follia ma non riesce ad arrivare a Tamara che, dal palchetto sta letteralmente lapidando la platea inerme.

Quando la maestra si accorge che le statuine stanno per finire dal tavolo a disposizione e che a breve resterà senza munizioni e piena di soldi estorti al mio pubblico tenuti stretti tra le mani e nelle tasche del tailleur, gliela leggi negli occhi la disperazione.

La donnetta capisce di non aver pensato al piano di fuga e inizia in fretta e furia a raccogliere i frammenti da terra per scagliarli con ancora più ferocia ma la gente, che reagisce sempre con fastidioso e lascivo ritardo, si è rotta il cazzo di subire e nel momento in cui si capisce che la vecchia maestra è in trappola, inizia la rivolta.

Inizia il signore colpito da Don Chisciotte sollevando una sedia e scagliandogliela contro la faccia a velocità supersonica.

Tamara grida dal dolore e gli ospiti della libreria iniziano a staccare i quadri dai muri e a lanciare il contenuto della sala-presentazioni contro di lei che ribalta il tavolo per farsene scudo.

Io, che mi lamento dell’attuale classe politica ma che non ho mai partecipato ad una manifestazione che sia poi sfociata in guerriglia e un po’ me ne sono sempre rammaricata, sento il sangue al cervello e l’adrenalina a pulsargli dentro.

Il cervello a volte è assurdo come le sue reazioni, spesso inaspettate, visto che nel giro di una frazione di secondo mi ritrovo, e non so perché, dietro al tavolo al fianco di Tamara, in trincea con lei mentre il mio pubblico ci bombarda con qualsiasi oggetto che arredava questa sala, in grado di dirsi tale prima della nostra presentazione e divenuta ora poltiglia informe di grida, schegge di vetro, plastica accartocciata e statuine.

“Cazzo, Signora Tamara!!”, grido senza riuscire a proferire una domanda, un perché, un insulto nei suoi confronti.

E lì, nel delirio senza controllo la guardo e lei, accucciata dietro alla scrivania con la gonna completamente strappata e i capelli ridotti alla Johnny Rotten, si volta e mi guarda; mi guarda come ti guardano i maiali dentro ai mattatoi, come immagino guardino i bambini che abitano nei posti che vengono bombardati.

Mi guarda e mi lascia immaginare nei suoi occhi, con un piano americano che vediamo solo io e lei, la sua casa col pavimento in graniglia, i muri bisunti e la poltrona davanti alla tivvu’ dove suo marito fa la muffa dai tempi del suo cinquantesimo compleanno.

Le vedo le lacrime agli occhi e vorrei dirle che non è il momento, brutta stronza di una donna, che dopo tutto sto casino che ha combinato, si mette pure a piangere?

Però non riesco a dirle niente perché il suo è un pianto che non vuole fare pena, sembra un pianto che aspettava di uscire da secoli ma non riusciva con tutta quella pellaccia dura da superare per sgorgare.

Il pianto di Tamara è una dichiarazione di fallimento che c’entra poco con l’insuccesso delle sue statuine ma recupera l’amarezza di tutti i guai degli ultimi quaranta anni e li propone stasera in quella che potrebbe definirsi la vera presentazione, altro che libro.

La presentazione della disperazione di chi non riesce ad arrivare a fine mese e non ha più età e scaltrezza per lavorare.

Non so cosa succede dal punto di vista biologico quando uno pensa di voler fare una cosa e ne fa un’altra che si avvicina all’esatto contrario ma io, quasi ipnotizzata da quello sguardo pieno di lacrime così violente e indispettite, prendo e imbraccio una gamba della scrivania e le sorrido.

Tamara mi guarda e intuisce il mio invito.

Quindi si pulisce il naso che gli cola, imbraccia sicura la gamba dal suo lato e insieme ci alziamo, lanciando un grido di battaglia disperato, fuori controllo.

Ci scagliamo con tutta la nostra forza contro l’armata inferocita del mio pubblico, approfittando dello stupore che si crea in sala, alla vista della nuova alleata di Tamara che non si sarebbero mai aspettati.

Col nostro scudo sbaragliamo donne e vecchietti, buttiamo giù ragazzi e sedie con la nostra scrivania ribelle, simbolo dell’istruzione che guida il popolo perché la libertà se n’è andata chissà dove.

Ci fracassiamo contro il muro che sostiene la porta d’ingresso della sala, insieme al mobile che ci ha salvate dalla furia del pubblico e a qualche corpo schiacciato contro.

Non ci penso un secondo e raccatto Tamara, tutta sporca e malmessa e la trascino su per le scale mentre la gente venuta da lontano per la presentazione del mio libro cerca di riprendersi e impreca contro di noi.

Ci sono signore a terra che sanguinano, gente che si tocca ossa rotte e la sala è praticamente distrutta mentre scompare ai nostri occhi dalla tromba delle scale.

Corriamo al piano di sopra, mano nella mano come madre e figlia contro tutti.

Corriamo tra gli scaffali e i banchi pieni di libri e quando il libraio alla cassa realizza che siamo ridotte come dopo un bombardamento e muove la mascella per chiamarci, noi veloci come la notte siamo già in auto, la mia.

Ed è subito tangenziale di Voghera che, anche se la direzione non è chiara, sembra essere la strada perfetta perché punta dritto alla parte opposta della città dalla quale stiamo scappando come due ladre.

In auto non parliamo, Tamara guarda fuori dal finestrino e ogni tanto si sistema i capelli in maniera nervosa.

Mentre guido veloce ho dei pensieri per lei, cose che vorrei dirle ma che non ho il coraggio di buttar fuori, come al solito.

Non so dove stiamo andando Tamara ma da questo momento purtroppo siamo socie.

Doveva essere una serata noiosa di letteratura contemporanea.

Doveva essere solo la presentazione del mio libro e ora, io e te possiamo fare grandi cose, possiamo andare in Messico o fondare delle nuove brigate decidendo un colore più femminile e meno inflazionato del rosso.

Possiamo suicidarci sulla tangenziale o andare a casa tua e farla esplodere con tuo marito dentro.

Possiamo fermarci in un campo dietro a una delle cascine abbandonate della Lomellina a fare pipì e poi accendere un fuoco e ballarci intorno e richiamare in vita il tuo esercito di statuine che ora è anche un po’ mio oppure i pazzi di Voghera o almeno le puttane.

Saremo invincibili io e te, Tamara.

Ma non voglio più vederti quei vergognosi gambaletti color carne addosso.

 

ODE ALLA CACCA

SINFONIE

Piero Manzoni Artist's shit

Se ammetterai che la merda in fondo non è cattiva, dovrai mangiarla due volte al giorno.

Ennio Flaiano, Taccuino del marziano, 196o

Con sincerità mi tocca ammettere un segreto che i miei amici stretti per rispetto e delicatezza non hanno mai voluto diffondere.

Ho aperto un blog perché aspettavo che arrivasse prima o poi il momento di parlare di Cacca.

Non perché l’argomento interessi a molti, ma semplicemente perché l’argomento interessa a me.

Anzi, più che interessarmi è una vita che aspetto il momento di parlare di Cacca.

Madame Pipi cerca di distinguersi sempre per stile ed eleganza comunicativa, anche trattando argomenti scabrosi, perciò spero mi consentiate di rubare la vostra attenzione per 6 minuti, per parlarvi solo ed esclusivamente di feci.

D’altronde 6 minuti non sono molti.

L’ anno scorso ho condotto una diretta radio, parlando esclusivamente di cacca, tra una canzone e l’altra.

Non riuscivo a fermarmi: parlavo della Merda d’Artista di Manzoni e mi venivano in mente gli studi psicologici di Freud legati alla defecazione.

Citavo una poesia e affioravano nella mia mente, testi e testi di letteratura e di narrativa per bambini dove la cacca è indiscussa protagonista.

Una diretta di un’ora e mezza, parlando solo di popò!

Stavolta vi va meglio, solo 6 minuti la previsione di tempo di lettura di questo umile testo.

Protagonista la più antica e leggendaria produzione di ogni essere vivente.

La Cacca fa parte del nostro background a 360 gradi: è nel nostro bagaglio genetico, nell’arte, nella letteratura e senza dubbio anche abbondantemente presente nel nostro vocabolario.

I Francesi hanno un primato in Europa: la nominano almeno 6 volte al giorno, per i loro piccoli inconvenienti.

A proposito di Europa, ho scoperto che ci stanno togliendo un altro diritto vitale: fare la cacca.

Nei paesi occidentali la stitichezza, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, colpisce più del 50% delle donne e più del 35% degli uomini, causando una spesa annua sociale che supera i 25.000 miliardi in prodotti lassativi.

La stitichezza colpisce ben il 20% dell’intera popolazione dei paesi più industrializzati.

Bell’affare che abbiamo fatto: ci hanno stressati talmente tanto da toglierci la voglia di sprigionare qualcosa di davvero nostro.

Guardate che può esserci molto poco da ridere quando si parla di cacca.

Ma questo, per vostra fortuna, è un blog cinico ma spensierato.

Quindi butto lì solo con un paio di righe le brutte notizie e le lascio a pasturare nel vostro inconscio mentre torno rapidamente al buon amico humor.

La Cacca.

Una delle prime parole che impariamo e una delle ultime cose rimaste che non siamo in grado di tenerci dentro.

Quando scappa scappa, non c’è governo, legge, religione, che può privarci di uno degli istinti umani più travolgenti.

Per questo la stitichezza va combattuta non a suon di lassativi, come dice l’Organizzazione mondiale della sanità, ma come vero e proprio blocco psicologico.

Stitici: io ci son passata, imparate a pretendere di fare la cacca perché la cacca è un diritto inviolabile.

E fa parte della categoria Diritti di Espressione.

Fondamentali.

La Cacca.

Celebrata mai come in questi ultimi tempi, dalla letteratura e dalla narrativa per bambini.

Elegantemente scopro su Wikipedia che In Italia, nel 2005 “La Cacca: storia dell’innominabile” di Nicola Davies,

vince il Premio Andersen come miglior libro di divulgazione.

Mica merda.

Qualche anno dopo, dal libro di Davies prende spunto la mostra itinerante proprio con il titolo del suo libro.

La mostra è ospitata a Ravenna, alla Biblioteca De Amicis di Genova nel 2007, a Riccione e a Cagliari in vari spazi espositivi.

La mostra sulla cacca passa anche al Museo di Storia Naturale di Trento (e dove se non al museo di Storia Naturale!!)

Per far contenti anche i piccini, la cacca in mostra è passata anche al Museo dei Piccoli di Napoli.

Così i bambini napoletani hanno potuto sperimentare ( spero non con mano )  che la cacca non  si trova solo sui marciapiedi della loro città.

In Spagna il capolavoro grafico di Sergio Mora “La Caca Magica”, un racconto illustrato per grandi e piccini dove si mostra come dalla Cacca possa nascere qualcosa di buono, sta vendendo più di 50 sfumature.

Sarà che nelle librerie questi libri si troveranno senz’altro uno accanto, alla lettera M di merda.

La Cacca.

Cosa dire del suo apporto alle arti figurative e alla poesia?

90 barattoli di pupù.

Quanto avrà impiegato ( e soprattutto cosa avrà impiegato ) il grande artista Piero Manzoni per produrre le sue conserve di cacca…ehm, voglio dire la sua famosa opera “Merda d’ artista”?!

La Merda d’Artista connota la degenerazione dell’arte e la bassezza morale degli artisti della sua epoca.

Di qui mi viene in mente una connotazione odierna:  barattolo di conserva con dentro cacca d’artista = consumatori e telespettatori di oggi.

Mangiamo cacca perché ci viene venduta come arte e come preziosa.

A proposito di vendita di cose preziose: nel 2007 un collezionista privato ha comprato la scatola n°18 di Merda d’Artista a 124 mila euro e 2 gusci di noccioline.

Dante, De Andrè, Artaud, Leonardo da Vinci, Samuel Beckett, Freud, Flaiano, Bukowski e Madame Pipì sono nella lunga lista di artisti che hanno creato intorno alla Cacca.

Quasi tutti in realtà ne hanno parlato come qualcosa di negativo, gli unici che si sono divertiti rotolando la pallina marrone sul foglio di carta sono Benigni ( e Madame Pipi, chiaramente).

La Cacca: cos’è per te la Cacca?

Per me ( rompo il ghiaccio ) è l’amica più fedele, la protagonista di tante avventure che conservo nei ricordi, la simpatica possibilità che se pestata con le ciabatte possa portare ancora più fortuna che con le scarpe chiuse.

La Cacca per me è l’unica parola che fa immediatamente smettere di piangere i bambini, più di gelato.

A volte è il pretesto per l’unico momento della giornata che posso dedicare a me stessa.

Altre volte è il pretesto per far allontanare gente noiosa ( provate a parlare di emorroidi in una cena elegante, al tizio che sta parlando da 40 minuti senza fermarsi a respirare ).

La Cacca infine, essendo ancora qualcosa di cui non si possa parlare, conserva una pellicola affascinante di primordialità, di mistero che mi fa credere che ci sia ancora qualcosa da scoprire dentro e fuori di noi: La Pietra Filosofale, come la chiama uno dei miei Maestri, Daniele Luttazzi.

La Pietra che racconta di noi.

Lasciamola parlare, restiamo in ascolto.

Tutti i nostri sensi sono ricettivi ad argomenti di merda ma la cacca originale è solo una: quella che sa scomparire per sempre nei flutti o nella terra, non quella che rimane a galla a cercare di convincervi a comprare qualcosa.

Diffidate dalle imitazioni.

***

Là dove si sente la merda si sente l’essere.

Antonin ArtaudPer farla finita col giudizio di dio, 1948

Se sei in un mare di merda senza barca, non aspettarti la Guardia costiera.

Neal AsherNeve nel deserto, 2002

Quando si è nella merda fino al collo non resta che cantare.

Samuel Beckett

Che schifo, eh, fratello, che la nostra merda sembri meglio di quel che sembriamo noi.

Charles BukowskiShakespeare non l’ha mai fatto, 1979

Agli scrittori piace soltanto la puzza dei propri stronzi.

Charles BukowskiIl capitano è fuori a pranzo, 1998

L’uomo è più complicato della mosca, che divora gli escrementi purché ne trovi. L’uomo coprofago li cerca nel corpo e li vuole ricevere dal corpo, come parte vivente di quel corpo, desiderato brancicando nella sua intimità alchemica più oscura.

Guido Ceronetti, Il silenzio del corpo, 1979

L’escremento, finché è nel corpo, è accettato: non è separato dall’unità del microcosmo; isolato spaventa e ripugna, per l’odore di anima denudata e anonima che esala.

Guido CeronettiIl silenzio del corpo, 1979

Se Denaro è simbolo di Escrementi, l’avarizia non è che una forma di coprofagia.

Guido CeronettiIl silenzio del corpo, 1979

Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!

Tyler Durden (Brad Pitt), in Fight Club, 1999

Se ammetterai che la merda in fondo non è cattiva, dovrai mangiarla due volte al giorno.

Ennio FlaianoTaccuino del marziano, 196o (postumo, 1974)

Le feci furono il primo dono che il lattante poté fare, sono ciò di cui egli si privò per amore verso la persona che aveva cura di lui. Dopodiché, in modo completamente analogo al cambiamento di significato nell’evoluzione linguistica, questo antico interesse per le feci si converte nella stima per l’oro e per il denaro.

Sigmund FreudIntroduzione alla psicoanalisi, 1915/32

La gente nuoterà nella merda se ci metti un po’ di dollari dentro.

Sir Guy Grand (Peter Sellers), in The Magic Christian, 1970

Tutte le opere della scultura, i capolavori di Fidia e di Michelangelo non esisterebbero se il neonato non avesse formato con gli intestini e con l’ano i suoi stronzi, per poi lavorarli con le manine in immagini della sua fantasia ancora vicino al cielo.

Georg GroddeckLo scrutatore d’anime, 1921

Ci sono tre cose che ci accompagnano fino alla morte: sangue, urina e feci.

Georg Groddeck

Si dice che il mondo sia fatto dal niente. Molto probabilmente è fatto dalla merda.

Christian Friedrich HebbelDiario, 1835/63

La merda è un problema teologico più arduo del problema del male. Dio ha dato all’uomo la libertà e quindi, in fin dei conti, possiamo ammettere che egli non sia responsabile dei crimini perpetrati dall’umanità. Ma la responsabilità della merda pesa interamente su colui che ha creato l’uomo.

Milan KunderaL’insostenibile leggerezza dell’essere, 1984

Ecco alcuni che non altramente che transito di cibo, e aumentatori di sterco e riempitori di destri chiamarsi debono, perché per loro non altro nel mondo apare, alcuna virtù in opera si mette, perché di loro altro che pieni destri non resta.

Leonardo da VinciCodice Forster III, XV/XVI sec.

Quando questa merda intorno sempre merda resterà / riconoscerai l’odore perché questa è la realtà.

Luciano LigabueIl giorno di dolore che uno ha, 1997

Mangiate merda, milioni di mosche non possono sbagliare.

Marcello MarchesiIl malloppo, 1971

Se la merda avesse qualche valore i poveri nascerebbero senza buco del culo.

Eddie MurphyAncora 48 ore, 1990

La merda è dissacrante.

Giovanni SorianoMaldetti. Pensieri in soluzione acida, 2007

Nessuno può dire di sé stesso in modo veritiero di essere una merda. Perché, se io lo dicessi, potrebbe anche essere vero in un certo senso, ma io non potrei essere intriso di questa verità: poiché in tal caso dovrei impazzire, oppure cambiare me stesso.

Ludwig WittgensteinPensieri diversi, 1934/37

La vita è come la scala di un pollaio: corta e piena di merda.

Proverbio

Quando la merda varrà oro, il culo dei poveri non apparterrà più a loro.

Proverbio portoghese

E se Natale o un’altra simpatica ricorrenza si avvicina, a questo link potete trovare un corriere espresso di merda: http://it.shitexpress.com/

Grazie all’amica Roberta Tucci per la deliziosa segnalazione!

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