Ecologia Umana

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Un estratto del monologo “Ecologia Umana” scritto per il Festival delle Idee, Mestre, 2021

“Not Enough Brains to Survive” di Thomas Lerooy

L’equivoco è la chiave di qualsiasi testo comico.

Tanto si viene comunque fraintesi per qualsiasi cosa, tanto vale fingere che la cosa sia divertente.

Fingere di aver capito il contrario di ciò che si è ascoltato oppure prendere un dettaglio di ciò che si è ascoltato e stravolgerlo a proprio favore non fa solo sorridere: approfittarsi di un equivoco, fingersi scemi o quantomeno sostenere fino all’ultimo, fino a quando ci è possibile, di esserlo, apre porte a carriere ed amicizie (che poi, in Italia, le due cose sono interdipendenti: se non hai amici non fai carriera e se non fai carriera non hai amici).

Fingere di aver compreso altro rispetto a ciò che è stato detto preserva i rapporti coniugali: fraintendere è alla base della sopravvivenza in questo contesto sociale così sofisticato.

Fraintendere conviene ma ripeto, in ambito satirico, il fraintendimento è sempre stato una vera panacea, l’antidoto per risolvere situazioni spiacevoli, la chiave per comprendere un concetto troppo chiaro, troppo cruento per poter esser digerito.  

Quante volte, in Italia, quando esisteva la satira, abbiamo compreso fatti storici e personaggi politici ascoltando le parola di un comico che si fingeva sciocco per poter dire la verità senza essere linciato?

Adesso invece la verità sembra essere così alla portata di tutti che io non mi fido neanche più dei comici, figuriamoci della verità.

Son cambiati i tempi.

Adesso l’equivoco e il fraintendimento sono diventati strumenti di demagogia.

Sono diventati come Bruno Vespa.

L’equivoco è il protagonista, lo spunto per affrontare questo aspetto malvagio insito del fraintendimento.

E qual’è il tema più frainteso (ma purtroppo senza alcun fine comico) del momento?

E’ il tema più caldo che ci sia, il tema che sta surriscaldando pianeta e tastiere: la sostenibilità!

Il punto focale della discussione accesissima sul nostro impatto ambientale è stato vergognosamente frainteso.

Noi non siamo tanti sulla terra.

Noi semplicemente facciamo schifo alla terra.

Anzi, facciamo schifo sulla terra.

Non è l’incremento delle nascite che dovrebbe preoccuparci (anche se un po’ dovrebbe, visto che facciamo bambini che poi ci possiedono come divinità pagane).

La dimensione sempre più ingombrante del nostro ego è più pericolosa delle emissioni di Co2.

La superficie occupata dal nostro ego abnorme supera quella degli oceani, di fatti la gente ci nuota dentro al proprio ego e spesso ci affoga oppure, ancor più spesso, ci affoga i propri simili.

Il nostro ego ha un impatto mostruoso sull’ambiente e sugli altri.

La maggior parte degli ego fortunatamente si può distruggere con relazioni sbagliate ma l’ingombro iniziale è sempre più che massiccio.

Sono certa che in un minuto di tempo, così senza preavviso riuscireste a stilare, in questo momento, la top-ten della gente che conoscete munita di ego ciclopico.

Ecco la mia:

10. Amadeus. Ormai conduce anche il traffico

9. Chiara Ferragni. Si presenta ai festival dedicati ai settori più bizzarri pur non avendo alcuna competenza comprovata in quei settori, in nessun settore. Perché ci vai al festival allora?

8. Mia nipote Elena. Quando facciamo i pranzi in famiglia, non abbiamo modo di dire la nostra ma dobbiamo restare muti ad osservarla mentre fa la ruota. Quattro ore di ruote di merda.

7. Il mio cane che non mi consente di toccare nessun’altra creatura che abbia pelo, neanche me stessa.

6. Maria de Filippi. Colpevole purtroppo non solo di egocentrismo.

5. I maestri di yoga sui social. Non ne posso più. Ovunque c’è un pelato vestito da Hare Krishna che pensa al mio benessere.

4. Francesco Totti. Speravo fosse andato in pensione e invece mi insegue al supermercato con le sue palline di detersivo.

3. Burioni e i virologi. Muniti di un ego più sfrontato delle attrici romane quando vanno alle feste per lavorare.

2. Tutto ciò che proviene dagli Stati Uniti D’America.

1. Mia madre che mi telefona ogni giorno per dirmi cose tipo “Con tutti i soldi che abbiamo speso per farti studiare, che vergogna!”, “Ma non ce la fai a trovarti uno straccio di uomo?”, “ Io sono stata inviata direttamente da Dio, se hai qualche problema con me, lamentati con lui”, “A frequentare i teatri finirai drogata”.

Magari. La droga rende sostenibili un sacco di cose.

Il nostro ego ci vuole pettinati, col lavoro bello, la macchina costosa, la cultura cinematografica ineccepibile, i social pieni di seguaci ma più cerchiamo di stare appresso a tutte le sue richieste come degli stagisti retribuiti col buono pasto, più diventiamo brutte persone.

Ora: diventare brutte persone per sé stessi, poco male, conosco un sacco di persone che si stanno antipatiche e non si frequenterebbero.

Diventare brutte persone per gli altri però non è bello perché gli altri hanno già un sacco di problemi e oramai non hanno voglia di farsi rovesciare addosso la lettiera dei cazzi nostri, come si faceva una volta.

Ma c’è una soluzione.

Avete mai sentito parlare di ecologia umana? Potrebbe essere un nuovo movimento sostenibile per davvero.

L’ecologia umana: la capacità di una persona di riuscire a farsi sopportare dai propri simili.

La possibilità di renderci conto di quanto siamo difficilmente smaltibili dagli altri può migliorarci all’istante.

Non si tratta soltanto di non disturbare la quiete pubblica, di non diventare quelle persone orrende che parlano al telefono come fossero rimasti soli al mondo, che mettono la musica del momento, tipo “Labbra rosse/coca cola” e, come se ciò non bastasse, la mettono a tutto volume in spiaggia.

Non si tratta solo di non essere come quelle persone orrende che giocano a racchettoni sul bagnasciuga rompendo le tempie alla gente che prende il sole, insomma, non si tratta di non diventare come diventiamo tutti in vacanza.  

L’ecologia umana è qualcosa di più intellettualmente alto ma anche di estremamente pratico: è quell’atteggiamento per cui prima di cercare uno stile di vita sostenibile, comprare la cascina e le caprette tibetane, ti fermi a riflettere e ti chiedi “Ma io, invece, sono sostenibile? Gli altri riescono a sostenermi? Oppure quando mi vedono arrivare fanno gli occhi bianchi e consumano combustibili acidi nello stomaco?”

Come possiamo fare per ridurre questo incredibile impatto che abbiamo sull’ambiente?

Semplice, con l’ecologia umana.

Isolando, lavando e differenziando il nostro carattere insostenibile e diventando davvero delle persone ad impatto zero perché stare sulle palle alla gente inquina molto più di quanto si pensi.

Anziché fare i summit con Draghi che stringe la mano a Greta pur sapendo che la stretta di mano sia proibita, facciamo un processo a tutto ciò che diventando insostenibile nella società:

La burocrazia italiana è sostenibile?

La digitalizzazione per un anziano che, poveraccio deve procurarsi uno SPID altrimenti per lo Stato è morto, è sostenibile?

La quantità di persone che guadagnano migliaia di euro raccontando la propria routine di bellezza sui social, è sostenibile?

Le femmine di tutti mammiferi svezzano il proprio cucciolo scacciandolo a morsi.

Le femmine italiane, umane ormai partoriscono solo in acqua e preferiscono elettrificare il cordone ombelicale e mantenere sotto sequestro il proprio cucciolo fino ai sessant’anni, a meno che non chiudano l’affare con qualche femmina più giovane che possa proseguire il sequestro ehm…sposarlo.

Le madri italiane sono sostenibili?

In questo momento, in Italia 1 padre separato su 2 vive in stato di totale povertà.

Nel 94% dei casi di separazione giudiziale, alle madri vengono affidati figli, casa coniugale ed assegno di mantenimento.

Si parla di privilegio maschile intendendo la prevalenza dei maschi nei ruoli di responsabilità aziendale ed è verissimo e conclamato. Me too!! Me too!

Nessuno però sembra parlare di prevalenza di suicidi fra i maschi (3 volte maggiore, rispetto alle donne, secondo la Onlus Samaritans), nessuno parla di prevalenza di morti maschili in occupazioni pericolose, nella carpenteria pesante, ad esempio, occupazione dove noi donne ci defiliamo con grande stile. Le gallerie in autostrada fatele voi, noi solo prime ministre!

Tutto ciò è sostenibile?

L’uso continuo, compulsivo, malato di parole come “PAZZESCO” e “QUESTO”: è sostenibile?

Sostenibilità.

Una parola più violentata di resilienza, di ordinanza, di vaccino.

sostenere ha un etimologia importante: viene da sustinere ed è composto da sub (sotto) + tenere (tenere).

Tenere sotto.

Effettivamente, in questo tempo siamo sotto ad un sacco di cose.

Siamo sottotono, sotto in banca, sotto schiaffo ma soprattutto, come si dice dalle mie parti: siamo sotto a un treno.

Impariamo dunque l’arte di restare al di sotto: è difficilissimo in un mondo che vuole vivere al di sopra delle proprie possibilità e si sovrastima ed è proprio questo lo stile che inquina.

Ridimensioniamoci perché è davvero il gesto più sostenibile che si possa fare.

Il pianeta ci ringrazierà.

E pure chi ci dorme accanto.

COSE CHE HO IMPARATO DURANTE IL LOCKDOWN

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE
Claudio Silighini

Non tutti possiedono case vivibili.

Esiste gente che soffre per non poter andare dall’estetista.

Esiste gente che soffre per non poter andare a lavorare.

I tedeschi governano l’Europa.

La governano perché coi loro camper sono sempre stati in grado di andarsi a ficcare in posti sconosciuti anche agli abitanti di quei posti.

Si ficcano ovunque, come un virus. Perciò governano.

I virologi hanno un ego se possibile più importante degli attori.

Non è vero che in Italia la prostituzione è illegale, esistono i giornalisti.

La mia professione è un bene di lusso: non necessaria e molto costosa da professare. Quindi potete lasciare un’offerta all’uscita.

Il vaccino è l’unica cosa obbligatoria che gli italiani amano fare.

Il vaccino sembra facoltativo ma non è vero: è obbligatorio se vuoi essere accettato dalla società come avere le Stan Smith.

C’è gente che pensa che i Maneskin siano rockers solo perché fanno le linguacce nelle foto e suonano strumenti.

Se non sei gay sei retrogrado.

C’è gente che riesce a gestire il poliamore senza prendere goccine per i nervi.

Le goccine per i nervi.

Giletti fa dell’ottima tv: dove andremo a finire?

Come essere umano sono in grado di sopportare tanto ma non il ritorno di Orietta Berti.

Se non fai una diretta sui social ti cancellano dall’anagrafe e smetti di esistere.

Il corriere che mi consegna è un medico senza frontiere.

Una società in pigiama può esistere.

Andare a letto alle undici è meraviglioso.

Andare a letto da soli, alla lunga rompe un po’ il cazzo.

C’è gente che fa jogging con la mascherina pensando di morire anziana.

La gente è un potenziale nemico.

Ma questo lo sapevo da un pezzo.

Però il fatto che ora lo dica lo Stato, quasi me la fa piacere.

IL DIO SONNO CONTRO SHIVA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

La meditazione è ormai ben radicata, in Occidente ma l’Occidente non è affatto ben radicato alla meditazione.

La maggior parte di noi, infatti, occupa la propria vita urbana con l’insana iscrizione a questa od a quell’altra pratica orientale non ammettendo però di non essere geneticamente portata a sostenere tutto questo fottuto e minaccioso equilibrio.

Yoga, pilates ed altre pratiche ancor meno vicine al caro vecchio sudore da palestra di merda di una volta, si presentano all’occidentale sotto la sgradevole forma di una sfida a non addormentarsi.

Con la bava agli angoli della bocca e gli occhi bianchi.

Una sfida a non terminare la giornata sdraiati sopra ad un tappetino come sul tavolo dell’obitorio, cuciti dentro ad una tutina che può farci morire di trombosi da un momento all’altro.

Siamo stressati fino alle vertebre, coi minuti contati ( se non bastasse già il conto alla rovescia della vita stessa) e la mente sempre in funzione come un’impastatrice di tortellini industriale però tra le mille imprese e peripezie giornaliere, non solo pretendiamo di essere belli, stilosi ed equilibrati ma vogliamo anche arrivare alle diciannove in punto alla classe zen e lasciar fuori da quelle maledette tutine da mimi slabbrati che siamo, tutti i pensieri e lo stress del nostro albero genealogico.

Ma se la tutina forse ne ha (e questo potrebbe salvarci) il relax invece non ce l’ha il bottone quindi noi dell’Occidente si paga e si attende che il maestro ci dica come raggiungerlo e se non ce lo fa raggiungere non siamo noi ma il maestro che è incapace perché noi, nel frattempo, ci siamo addormentati come delle merde quindi non potrebbe esser colpa nostra anche volendo, pensiamo.

Alcuni hanno ammesso la propria incapacità nei confronti del relax ma la maggior parte di noi lotta ogni sera durante “la pratica” per sopravvivere all’occhio pendulo e alla figura di merda coi compagni.

Esisterà senz’altro ed è di urgente esigenza, un’applicazione che registri l’appropinquarsi del dormiveglia e che ci desti attraverso piccole micro-scosse elettriche come si fa coi recinti al bestiame.

Per il momento però, continuiamo a subire, ad indignare milioni di maestri che nel mondo, vedono crollare, ogni sera, nella propria platea di discepoli, migliaia di manager, mamme, cuochi, architetti che confondono la posizione shavasana con l’adorato Dio sonno.

Converrebbe dunque ripristinare la modestia e accettare che il proprio corpo, in tale circostanza, si risvegli due ore dopo la fine della pratica quando discepoli imbarazzati e maestri stizziti saranno andati via e noi, nella semioscurità delle luci al neon di emergenza ci contrarremo dalla vergogna come dei bruchi schiacciati ma avremo la grande occasione di realizzare una delle nostre priorità: non conseguire per forza il nirvana ma il semplice, agognato ed idratante svenimento dell’impiegato contemporaneo.

 

 

TEST: QUANTO SEI RESILIENTE?

LE FIGURINE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

TEST DI AUTOVALUTAZIONE PER CAPIRE SE SEI DAVVERO UN TIPO RESILIENTE.

Non si parla d’altro.

I soldi sono anacronistici, gli immobili e la bellezza fisica sono ormai decaduti.

Oggi, l’ultima possibilità per sopravvivere sani e fichissimi consiste nel possedere una sola dote: la resilienza.

In psicologia, la resilienza è un concetto che indica la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.

Sono persone resilienti quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà e a dare nuovo slancio alla propria esistenza.

Per capire se apparteniamo a questa fortunata categoria di persone, ecco un breve test di autovalutazione

Rispondi sinceramente a queste domande e poi, a seconda del punteggio, vai a leggere il tuo profilo:


1.
Con quale atteggiamento positivo convivo, quando son costretto ad entrare dentro a un ipermercato all’ora di punta, per comprare solo un pacco di pasta e, su ventinove casse, ne trovo aperte sono tre?

a) Convivo con il mio amico smartphone, grazie al quale mi alieno dalla società per le intere quattro ore di attesa che mi separano dal mio turno.

b) L’atteggiamento è positivo solo se sono donna e soffro di meteorismo e gonfiore esofageo cronico, in modo da poter fingere di essere sempre al nono mese, con facilità ed eleganza.

c) Non vi è dentro di me alcun atteggiamento positivo perché sono consapevole di trovarmi in un posto di merda.

 

2. Come reagisco al trauma di scoprire che il/la mio/a compagno/a apprezza la musica di Young Signorino?

a) Chiedo prontamente al/la mio/a compagno/a se ha bisogno di sostegno da parte dell’azienda sanitaria locale.

b) Applico le tecniche di respirazione imparate sul libro Yoga for Dummies e comunico al/la mio/a compagno/a di non considerarsi più tale.

c) Contatto subito due amici moldavi per porre fine alla stirpe intera del/la mio/a compagno/a, non potendo raggiungere, in tempi rapidi, quella di Young Signorino.

 

3. Qual è stata la circostanza maggiormente avversa della mia vita che ho saputo fronteggiare con destrezza agonistica?

a) La pertosse

b) la perdita del proprio posto di lavoro

c) il giorno in cui ho scoperto che Cracco ha collaborato con McDonald all’ideazione di nuovi panini gourmet.

 

4. Se fossi un personaggio famoso, noto per esser resiliente sarei:

a) Napoleone

b) Lele Mora

c) Il chirurgo di Lilly Gruber

 

5. In che modo desidero dar nuovo slancio alla mia vita futura?

a) Andando a vivere in campagna, coltivando alghe o canapa di quella noiosa.

b) Obbligando tutti i miei amici a cancellare il mio numero di telefono.

c) Rintracciando uno per uno tutti i miei professori e pestandoli a sangue, per chiudere del tutto con la mia adolescenza difficile che non vuole morire.

 

RISULTATI DEL TEST

I PROFILI

 

Maggioranza di risposte A

Sei normale, chiedi aiuto.

 

Maggioranza di risposte B

Più che resiliente risulti, al test attitudinale, un gran cacacazzo od ingegnere iscritto all’albo.

Forse non otterrai resilienza ma, con impegno metodico e costante, potrai collezionare risultati concreti e rigeneranti come un benefico allontanamento sociale in tantissimi e diversi contesti.

 

Maggioranza di risposte C

Il perfetto resiliente. La tua capacità di risolvere i grandi traumi del tuo piccolo mondo è più che performante. Un consiglio: apri subito un corso a pagamento con tassa d’iscrizione al di sopra dei seimila perché è il momento perfetto per sfruttare i poveretti che anelano ad utilizzare la parola Resilienza più di tre volte al giorno, anche a cazzo.

DIAGNOSI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Come si chiama la malattia che prende quelli che comprano le Superga con la doppia suola?

Che malattia è quella che hanno i vegetariani che mangiano pesce?

Com’è che si chiama quel virus che attacca le persone quando si trattengono più di due secondi su Canale 5?

Che malattia hanno quelli che rubano gli accendini?

E quella degli attori famosi quando arrivano a fare le pubblicità delle merendine?

Da cosa precisamente sono affetti quei tipi che si fanno tatuare un bacio col rossetto sul collo?

Come si trasmette il virus di quelli che chiedono di parlare con un responsabile quando non la carta di credito gli rifiuta la transazione?

E’ contagiosa la malattia di quelli che suonano dopo un quarto di secondo che il semaforo è diventato verde? Si passa?

Come si chiama la malattia di quelli che ascoltano la partita chiusi in macchina, in un parcheggio?

Che malattia è quella che affligge le persone che inviano più di quattro emoticon in un sms?

Di cosa sono ammalate le persone che votano il meno peggio?

IL PATENTINO PER GENITORI

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Ho un sogno ricorrente.

Sogno che arrivi il giorno in cui venga tolto il diritto democratico alla riproduzione.

Sogno che apra un ufficietto piccolo ma funzionale in ogni municipio d’Italia, in cui un team di esperti verifichi con test e perizie i soggetti in calore che presentino domanda ed eventualmente rilascino loro, con tutti i se e tutti i ma, un patentino col permesso a riprodursi.

Un permesso con scadenza e con l’obbligo di effettuare controlli continui per monitorare la supposta efficienza genitoriale e poterlo rinnovare.

Con questo iter, in Italia avremmo già una prima, grande scrematura fra la moltitudine che credo di poter essere genitore solo perché la natura glielo consente.

Gli uffici pubblici del mio paese hanno tempi più lunghi e noiosi della messa in scena dell’Antigone e la burocrazia è in grado di divorare cittadini, ancor prima che essi prendano il numeretto col proprio turno; conto molto su questo disservizio e penso che tanti desisterebbero e se ne tornerebbero a casa, imprecando contro la nazione ma almeno evitando di procreare.

Desisterebbero di certo tutti quelli con turni di lavoro che non consentono attese agli sportelli superiori alle tre ore, tipo quelle che sostenevo alla segreteria amministrativa della mia Università.

Tre ore sono un discreto spazio di tempo per cambiare idea e scegliere di non riprodursi!

Il problema più ostico sarebbero quello le irriducibili: le ragazze che vedono arrivare da lontano la vecchiaia e la solitudine e prendono queste circostanze come disgrazie.

Come se un figlio possa salvare dalla solitudine!

Non ci riescono novanta amiche a salvarti dalla solitudine, ci riesce uno che, ad un certo punto avrà il diritto di farsi una vita estranea alla tua?

Eppure le irriducibili vedono la vecchiaia e la solitudine non come opportunità di una saggezza ma come una piaga.

Come fossero i Visigoti che spuntano sul crinale della collina e si preparano ad uccidere e gridano il loro canto di morte prima di lanciarsi giù, con le asce librate in aria, contro la donna di quarant’anni.

Il problema più ostico per il team di psichiatri dell’ufficio per la consegna del patentino dei miei sogni sarebbero quelle donne che, insieme al loro devoto o casuale (od entrambe le cose) partner restano, ad oggi un pericolo concreto contro l’evoluzione di una società sana e felice.

La coda davanti all’ufficio per il diritto alla riproduzione non fermerebbe queste persone neanche se terminasse in Antartide!

Perché si tratta di persone che hanno perso il lume in virtù della possibilità di comprare vestitini, giochi col sonaglio, carrozzine, quaderni e merletti rosa o blu.

Non ci sono altre sfumature di pantone possibili.

Li riconoscerete così, questi soggetti che se esistesse il mio ufficietto dei sogni, non avrebbero i timbri necessari sul patentino.

Li riconoscerete dal delirio di rosa e blu.

Li riconoscerete dal tanfo del senso di un dovere che non esiste se non per ostentarlo, dalla puzza che rilascia la loro convinzione dettata non da amore cosciente ma dalla legge granitica che sia arrivato il momento di metter su famiglia e sti cazzi se poi la loro famiglia mette giù la società.

Non solo i miei sogni ma anche lo Stato dovrebbe responsabilizzarsi e proteggere i cittadini legiferando per contenere l’utilizzo libero ed inconsapevole del seme e di tutto ciò che provoca.

Ci vorrebbero test attitudinali, simulazioni, polsi girati, letture di libri obbligate ed esami continui per questi possessori di organi riproduttori incapaci di averne pieno possesso.

Pigri, bugiardi, ignavi, gente che vota Forza Nuova, quelli con l’ossessione della possessione del coniuge, quelli del tappeto sotto al quale tenere i propri inferni, i violenti di mano, di intelletto e di lingua riceverebbero un bel bollino rosso sangue e un microchip.

E guai se si riproducono in maniera illegale!

Certa gente non va persa di vista, figuriamoci se va fatta riprodurre.

Il team di esperti piglierebbe per il braccio tutti quelli che si servono dei ricatti morali, dei sensi si colpa e delle recriminazioni e li accompagnerebbe all’uscita e, con la forza del collo del piede spiegherebbe loro che queste cose non possono essere insegnate ad un bimbino perché altrimenti la società diventa luogo impervio.

Sogno un ufficio funzionale e snello dove se ti presenti e sei la mamma di Andreotti, magari qualche domanda te la fanno.

Se ti ascolti il reggaeton, mangi al fast-food e ti compri più scarpe che libri, te ne stai al riposo col tuo utero perché puoi fare solo danni al mondo.

Se lavori per pagarti l’abbonamento allo stadio e passar così tutte le domeniche proposte in terra, pensi di essere davvero in grado di creare geni interessanti?

Sogno esperti che rilascino il patentino solo a gente limpida, che fa del viaggio un abitudine e della verità uno stile di vita.

Sogno il patentino per genitori fresco di stampa e consegnato solo a chi non cambia umore come un camaleonte, a chi ascolta la bossa nova e non simpatizza per Bruno Vespa.

Sogno che l’istinto di maternità o paternità sia direttamente proporzionale al desiderio di ridere ed inversamente proporzionale alla frase “Ma tanto è tutto uno schifo”.

Sogno che lo Stato tolga il diritto di farsi chiamare “Mamma” senza meritocrazia, evitando catastrofi nucleari e che conceda il beneficio di esser detto “Papà”, come premio e non come risultato di entusiasmo distratto.

Nel mio sogno più ricorrente c’è un ufficietto che ci protegge tutti dalla potenziale mamma dei figli raccomandati in Rai, dal potenziale papà di futuri clienti abituali degli outlet, al sabato pomeriggio, dalla riproduzione disordinata che generi persone che non faranno sedere le signore sul tram, dal dna simile a quello di Provenzano, dalla procreazione di futuri lettori di Libero e di gente che dica “Lo hanno detto in tv”.

  1. Nel mio sogno l’ufficio per il rilascio del patentino per genitori ha orari di apertura improponibili.

Roba da supereroi.

Roba che neanche l’Inps. Poi voglio vedere…

 

IL BLOGGER MIGLIORA IL MONDO?

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Quando mi chiedono di parlare del blog di Madame Pipì provo sempre molto imbarazzo.

Non perché il blog abbia come titolo un appellativo che usiamo per definire la signora delle pulizie negli autogrill francesi.

Ma perché la parola blog mi crea orticaria.

Non ci sarebbe niente di male in questa paroletta proveniente dal nuovo vocabolario della rete, non mi provocherebbe prurito anzi, al contrario mi salverebbe dall’imprudenza di definirmi scrittore in un tempo in cui i racconti non è bene che provengano da chi pubblica libri, perché i racconti si sa, stanno meglio nel blog.

Il blog definirebbe perfettamente il contenitore che è Madame Pipì e non mi darebbe così fastidio dirlo se fosse per la figura del blogger.

Sentir qualcuno definirsi blogger mi ribalta le viscere, porta il sangue al mio cervello in avanzato stato di ebollizione e mi fa subito imprecare contro chi accetta di chiamare mestiere questa definizione.

Il blogger nel mio immaginario se ne va in giro con la borsa che gli sfrega sul tricipite, gli occhiali tondi leopardati e il leggings nero.

Se ne va alle conferenze e prende la cartella stampa pur non avendone diritto e senza mai aprirla per leggerne i contenuti.

Se la tiene sul petto con lo sguardo affaticato dai mille impegni che lo aspettano davanti al computer in quanto blogger.

Il blogger ha spesso un povero cagnolino phonato che lo segue agli eventi e non so che istinto primordiale che lo richiama al dovere di postare qualcosa su instagram ogni otto ore.

Una regolarità sociale che senz’altro non replica in bagno perché il blogger in bagno ci va solo per usare quella bb cream o quell’acqua profumata che si è fatto inviare gratuitamente a casa in cambio di una recensione.

Non ho niente contro il blogger, anche se non si direbbe.

E’ la parola.

Una parola che è causa di associazioni mentali che molestano profondamente i miei sensi.

A me il blogger sa di opinionista e dire le proprie opinioni non può diventare una professione retribuita altrimenti non c’è davvero più meritocrazia perché un’opinione ce l’abbiamo tutti, non c’è bisogno di andarsela a comprare.

A che titolo gli opinionisti propongono il loro pensiero nei salotti televisivi?

Potrei capire gli assistenti sociali, gli storici, coi filosofi siamo proprio al limite con l’assurdo ma l’opinionista non s’imbarazza a farsi chiamare così?!

Perché a me toglierebbe il sonno sapere di esser pagata per dire la mia riguardo fatti che non son mai di rilievo ma sempre rasenti alla cazzata.

Riguardo il calciatore che si è fidanzato o l’abito dell’attrice alla prima che proprio stonava con la sua borsetta.

Il blogger mi sa di opinionista ma anche di roba peggiore: di outfit consigliato, di must-have, di foodporn e di tagsforlike mentre io vorrei solo vivere serena senza le istruzioni di qualche stronzo col problema dello shopping compulsivo e il telecomando facile che vuol darmi le tavole con le leggi in fatto di ultime tendenze.

Allora, quando mi chiedono cos’è Madame Pipì me le invento tutte per sfuggire a questo pregiudizio sul blogger che mi martella la testa e dico che si tratta di un sito web, di un giornalino o di un libretto virtuale, di una porcheria, di una roba immonda che fa il verso a questo o quell’umorista, di una pagina inutile dove riverso i miei problemi esistenziali, di qualsiasi strafottuta cosa però non si un blog.

Perché il blog presuppone che ci sia un blogger e io ho già fatto tanti mestieri dequalificanti nella mia vita.

SFOGO DI UNA MADRE

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

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Mi sono svegliata questa mattina con una voglia incredibile di mandarvi tutti a ramengo.

Sono stanca di tutto il lavoro che mi date, di tutte le lavatrici che devo fare ogni giorno per voi, delle ore passate in cucina per darvi da mangiare roba che schiferete.

Stanca di riordinare le vostre cose che abbandonate per casa, le palle e gli altri giocattolini di merda che devo sempre rimettere a posto io senza la vostra minima riconoscenza.

Ma che ho fatto di male per meritarmi voi?

Perché quel giorno non sono andata a passeggio?

Siete dei lavativi, perdigiorno, egoisti che non siete altro, ecco.

Mi sono svegliata stamattina e ho capito che sono stanca marcia di sacrificarmi per voi.

Coi vostri orari di merda che se ne fregano di una stronza che lavora tutto il giorno e di notte vuole dormire.

Invece no, mi svegliate come fossi una serva.

Questa casa non è mica un albergo, sapete?!

Parassiti: senza di me non sopravvivreste mezza giornata!

Ah, ma vi sistemo io, cari miei.

Da oggi le cose cambiano.

Mi sono svegliata stamattina e ho capito io come aggiustarvi a voi, teste calde.

Da oggi ognuno lava le sue cose, che cazzo.

Ognuno rimette a posto quello che usa o, quanto è vero Dio, vi sbatto fuori di casa e al diavolo.

Soprattutto tu, Leopoldo, che la fai puntualmente fuori dalla lettiera.

Da oggi le cose cambieranno, gatti di merda.

FURESTA: UNA STORIA VERA.

FAVOLE DI MADAME PIPI'

“Ahhh l’amore!!”, stai pensando questo Ettore, vero?

Te lo leggo negli occhi, stai pensando all’amore, amico mio!

Mentre lucidi gli specchietti retrovisori della tua Honda Civic fresca di autolavaggio tu stai pensando proprio a questo.

Oddio, ma ti vedi?! Guardati: quarantadue anni, un buon lavoro e un principio di rincoglionimento che ti percorre la spina dorsale, i pensieri, la pancia e “la furesta”, come la chiami tu.

Danzi tra le macchine come fossi Pamela Anderson al car-wash show in qualche postaccio del Kentucky.

Che roba amico mio, come ti sei ridotto.

Insomma, sono felice per te ma guardati!

Dio santo, stai ballando intorno alla tua Civic con la pelle di daino in mano e sospiri guardando gli altri automobilisti anche se in realtà non li vedi neanche perché gli occhi ce l’hai da un’altra parte, amico mio.

Ce l’hai piantati ancora sulle foto-profilo della tua Bella, specialmente le ultime, quelle che hai visto ieri sera mentre eri al lavoro e sbirciavi felice come un ragazzino quando torna a scuola dopo il Natale e sta in classe a fantasticare sul parco giochi che lo aspetta a casa.

Ettore tu sei innamorato fracico.

“Viva l’amore! Ahhh, che sensazioni primitive, che sconvolgimento chimico, che dolce disordine che ti fa camminare storto ed essere buono con tutti”, mi rispondi.

Ettore c’hai l’amore dappertutto: hai scelto la tua sposa, sei andato.

Ma la cosa più bella, la cosa più Rock, come dici tu è che proprio ora, mentre stai controllando che ogni angolo della tua Civic sia più lucido del cesso di un magnate russo, l’amore corrisposto.

Non è così cazzo?! E’ quando tu guardi nelle pupille di chi ti piace e intravedi feeling.

E’ proprio così!

“L’ho capito subito, poi mi ha invitato lei al campeggio e ho pensato che Dio c’è sul serio”, mi dici.

Ettore, non è che sei al settimo cielo.

Puoi tranquillamente pisciare sulla nuca a quelli al settimo cielo, dal tuo loft al nono!

E poi sei all’antica come l’amore, amico mio.

Hai aspettato e dopo ben otto mesi di corteggiamento pudico e contenuto hai raggiunto l’obiettivo: una proposta.

La tua bella ti ha chiesto di andare in vacanza al campeggio!

Che strano, penso io.

Uno di norma prima si fa un concerto insieme, poi un week-end e poi si spara una settimana intera.

Così tutto insieme ti arriva una doccia di ghiaccioli alla fragola in testa!

“Ahhh, l’amore, cazzo!”, mi rispondi tu mentre il campeggio di Polignano a Mare che hai prenotato ti sembra meglio di uno Spa Resort a Honolulu.

“L’amore spreme ogni contrazione, ti libera la mente dalle sciocchezze, alleggerisce il peso corporeo di grammi e grammi.

L’amore drena, ti purifica, ti fa essere migliore.”

E’ proprio così come dici, Ettore caro.

Occhio che ti squilla il telefono!

L’amore è l’ultima particella di Dio ancora visibile sul pianeta terra che ti cancella qualsiasi bruttura dalla testa e ti fa diventare un principe anche se stai lavando la tua macchina per attaccarci dietro una roulotte e partire alla gitana, alla ruspante.

Ma che ti frega, c’hai l’amore Ettore.

Ma chi ti ferma?!

Nessuno.

Manco il fatto che la tua bella abbia avuto un bambino da un altro.

E allora?

Ormai è così: separarsi non è più un problema e poi se lei è una mamma, tanto meglio, è già sul pezzo con la storia della riproduzione e non te ne chiederà certo un’altra, di puzzola.

E qualora la volessi tu non ci sono problemi, Ettore!

E’ già programmata per produrne all’industriale.

Così domani partite e c’hai le mutande che cantano le melodie degli angeli e il meteo che ti assiste: cinque giorni di sole e due pioggia, ideali “Per fare furesta”, come dici tu.

Questo penso mentre tu dici “Si” al telefono.

Era lei?!

Che ha detto?! Dimmi, raccontami tutto che io sono femmina e queste cose le capisco!

Ti ha chiesto se può portare suo figlio?!

Ah.

Ma si, hai ragione! Ma che ti frega, giocherete insieme.

E poi c’è l’amore, Ettore, hai ricevuto?!

C’è l’amore, porco mondo!

Chi vi ferma?!

Farai i castelli di sabbia, scarterai gelati e merendine, gli farai un po’ da papà a tempo determinato e chissà che non ti si sveglia l’istinto, canaglia!

E poi alle nove i bimbi vanno a letto e allora… “Furesta!”.

Che? Chiama ancora?!

Eh, rispondi, rispondi pure.

Che ha detto?! Ti ha chiesto se paghi tu?

Va beh, ma è ovvio!

Non deve neanche chiederlo.

Mi raccomando Ettore, fai il gentleman eh.

Anche se lei insiste, guarda che noi insistiamo per mettervi alla prova, tu sii intransigente, neanche un caffè!

Ti si scioglierà sulle ciabatte.

Ahh, l’amore! L’amore Ettore è così, ti trasfigura.

Guarda che pelle che hai!

Sembri levigato dal Canova, c’hai i capelli lucidi come un levriero afgano appena uscito dalla toilette.

Ancora con ‘sto telefono?

E’ lei?! Ancora?! Beh ma allora è alle fiale.

E’ cotta sulla pietra.

Considerati già a cena dai suoi nonni a Natale.

Che voleva?

Dimmelo Ettore che io sono femmina, c’ho intuito per queste cose.

Se può venire anche sua madre?!

Oh.

Oh beh, forse è un po’ esagerato.

“Vuole mettermi alla prova, vuole vedere quanto ci tengo!”, mi dici convinto.

Eh si, hai ragione, senz’altro è così.

Tu non cedere al maschilismo e sii gentile, che ti frega.

Magari porta la nonna per fare un po’ di baby-sitting alla creatura così vi unite sugli scogli.

E poi se lei è splendida come dici, sarà caruccia anche la suocera, no?!

Dai, dai, bravo! Fai bene a prenderla così.

Già vi vedo a giocare a burraco insieme.

Conoscerai figlio e suocera in una botta sola, fico dai!

“Unico, direi”, mi rispondi, che ti trema quasi la voce.

Ahh l’amore, Ettore.

L’amore fa miracoli.

“Ne ha già fatti, lo vedi?”, mi rispondi tu con le guance rosa porcellino, “sto per fare una settimana di campeggio dentro a una roulotte condividendo quattro metri quadri e un solo cesso di plastica con lei, sua madre e suo figlio, hai voglia a miracoli! Sono felice, pieno, completo, mi sento un uomo”.

Hai ragione, amico mio, hai ragione!

Ahhh, Dio benedica l’amore e pure il campeggio.

Ma chi ti scrive, mica lei?!

Non ci posso credere.

Dio ti ama, amico mio. E anche lei.

E che dice ora?! cosa dice, dimmi!!

Che sono una femmina, c’ho intuito, ti do la soluzione come la settimana enigmistica senza manco aspettare il prossimo numero.

Suo fratello?

Perché anche suo fratello?!

No, dai.

Le hai detto che non c’è posto?

“Ma un lettino in più c’è, se si toglie il tavolo. Dice che è tanto che non lo vede, che vive ancora a Bari e che è a due passi”, mi rispondi, “poi se possiamo passare a prenderlo già che siamo giù ed eventualmente riportarlo”.

E io credo, sinceramente amico mio che ti stiano pigliando per il culo con la scusa dell’amore e delle farfalle nelle mutande.

Con tutta ‘sta gente te la scordi la furesta, da retta a me.

Ma tu già non mi degni di uno sguardo, amico mio.

Tu fai come vuoi perché sei scimunito dall’amore.

Ti vedo: c’hai l’occhio vitreo come gli squali mentre ti volti e dici che così ti offendo.

Viva l’amore, Ettore.

Che sensazioni primitive, che sconvolgimento chimico, che dolce disordine che ti fa camminare storto ed essere buono con tutti.

Che dramma sarà raccogliere le tue ceneri al ritorno.

Servirà una paletta di quelle per le stalle.

Saluti alla signora.

***

 Per gentile ispirazione del mio amico Ettore. Tratto da una storia vera.

GESTO CORAGGIOSO N°5

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Devo trovare il coraggio.

Devo farmi forza.

Devo concentrare tutte le energie che mi restano e dire a tutti che io quel film lì, quello che ha vinto l’Oscar e di cui parlano tutti non l’ho mai visto.

Devo raccogliere le forze e dire al mondo che non ho mai letto Shantaram o l’Eleganza del riccio o quel libro che ha vinto un sacco di premi e “Porca puttana ma che non lo conosci, ma dove vivi?!”

La prossima volta che mi siedo a cena con gli amici giuro che lo dico che non m’intendo un cazzo di vini biodinamici anziché guardare la carta dei vini con pollice e indice sotto il mento.

Non si può continuare così.

Mi vergogno.

Mi vergogno tanto ma non si può continuare così e devo dirlo.

E’ una sfida che ho con me stessa, ormai.

Lo dirò a tutti che quel gruppo lì che non mi ricordo come si chiama, quella band californiana che fa cross-over elettronico d’avanguardia e che tutti andranno a sentire a Los Angeles a Ottobre, io non l’ho mai sentita nominare.

E quando mi faranno ascoltare un loro pezzo, lo dirò senza indugi se mi ha fatto cagare.

E con l’occasione se mi girano, dirò che non ho sentito neanche l’ultimo album dei Radiohead, d’accordo?!

Io scoppio, non ce la faccio più ma devo dirlo: ignoro chi abbia vinto X-Factor quest’anno e Master-chef mi repelle.

Avrò il perdono degli amici?!

C’è qualcosa di molto rischioso che devo trovare il coraggio di ammettere al pianeta.

Qualcosa per cui tutti al vernissage di martedì mi schiferanno: io di arte contemporanea non c’ho mai capito un cazzo di niente.

E se non riuscirò più a controllarmi dirò a tutti che Marina Abramovich alle volte mi fa cadere gli zigomi.

E a proposito di arte, dovrò ammettere anche che si, è capitato anche quello.

E’ successo che sono andata a teatro e ho avuto tanta ma tanta voglia di gridare “Rivoglio i soldi del biglietto! Non ho capito un cazzo, che c’è troppa introspezione. Che va bene eh, ci sta nel teatro contemporaneo ma così è troppo!”

Può succedere, non c’è niente di male.

E’ mio diritto, sono il pubblico.

O no?!

Visto che sono in vena devo confessarvi anche questo altrimenti mi viene un brutto mal di stomaco: non ho mai fatto spinning in vita mia.

Poi: non so cosa penserà la gente di me però è giusto che tutti sappiano che il sushi non è mi ha mai fatto impazzire.

E la musica chill-out che mettono in certi posti a Ibiza mi ha sempre fatto orrore come anche l’applauso che fanno al tramonto.

Devo trovare il coraggio di dirlo.

Devo aprire il mio cuore e dire a quello che mi piace che non ho mai visto una serie americana e che Netflix per me potrebbe essere tranquillamente un adesivo per dentiere.

E che il vodka-tonic è una porcheria!

Voglio essere libera di dire a tutti che una volta ho messo il like sulla pagina di Tiziano Ferro ma poi l’ho subito tolto per paura di ritorsioni dei miei amici che ascoltano solo LCD Sound System, i Royskopp, gli Striztnich.

Mi sento già sola come un cane al pensiero di doverlo fare ma devo trovare la forza di ammettere al mondo tutto che anche se non faccio yoga e pilates, sto benissimo.

E, a proposito di benessere, l’ultimo film di Tarantino mi ha fatto star male con lo stomaco nonostante la sua incredibile fotografia.

Prenderò fiato e dirò che non mi è necessaria nessuna delle cose che dovrei apprezzare per forza.

Nessuna di quelle cose che “Ma dove vivi?!”, “Ma dici sul serio? Davvero non lo conosci/non lo hai mai visto/mai sentito parlare?”

Devo trovare la forza di ammettere che non faccio parte della maggioranza che compone l’opposizione.

Lo farò, eccome se lo farò.

Guarda il video di questo pezzo:

 

I CERCATORI DI ATTENZIONE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Qualche mattino fa ero sul treno, sul solito regionale che meriterebbe non pezzi comici ma denunce e zainetti imbottiti.

Ma va beh.

Seduto di fronte a me c’era un signore indiano sui cinquantacinque.

Sinceramente non si trattava di un soggetto interessante ma è bello cambiare idea e lasciarsi stupire dalla verità granitica che i migliori punti di partenza dell’ispirazione alla comicità sono le persone normali.

Anche perché, so che vi rovinerò la settimana con questa sentenza ma devo dirvelo: alla fine nessuno di noi è normale.

Ma torniamo al signore indiano.

Il treno si ferma in stazione più del dovuto: lui mi guarda e sbuffa.

Il capotreno comunica il ritardo accumulato e lui alza gli occhi e fa il segno dell’orologio.

Passa una ragazza che non riesce ad aprire la porta di accesso all’altra carrozza, lui guarda me e la cinese che ho affianco e ridacchia, scuotendo la testa come a dire “Guarda st’imbecille!”.

Passa un vecchietto e lui lo blocca indicandogli posti liberi dove sedersi anche se lui non ha nessuna intenzione di farlo perché il posto ce l’ha già più avanti.

Ma niente, lui insiste e lo obbliga perché è anziano.

La cinese affianco a me invia messaggi vocali con whatsapp e lui mi guarda sgranando gli occhi come a dire “ma cosa fa, questa matta?!”.

Insomma il signore indiano vuole chiacchierare in maniera compulsiva e non si tratta di corteggiamento, eh.

Non vuole rimorchiare nessuno.

Vuole compagnia.

Ma il suo modo di chiederla così dinamico e insistente rompe il cazzo.

Perchè in treno la gente ha il diritto di starsene per i suoi amati affari.

Il signore indiano è malato.

E’ uno dei tantissimi sconosciuti che si aggirano nel mondo elemosinando un “Eh, già! Ha proprio ragione” oppure un “Eh, guardi, da non crederci!” ma anche un “Sempre in ritardo, è una vergogna!”.

I signori cercatori di attenzione non riescono a stare un attimo fermi e zitti al loro posto senza che gli venga nelle vene la bramosia febbrile di attaccare bottone.

Fanno ridere e paura allo stesso tempo.

Perché se disgraziatamente annuisci col sopracciglio, loro ti sbranano di parole.

Se li guardi per sbaglio, perché il loro corpo si trova nella traiettoria verso il soggetto della tua attenzione, per queste persone diventi automaticamente di loro proprietà e, se necessario, ti seguiranno anche fino a casa.

E’ la categoria di persone con la grave patologia di chi non riesce a essere discreto, in silenzio e immobile, nei luoghi pubblici.

Magari anche a casa loro eh, però nei luoghi pubblici offrono il meglio del loro repertorio di tic e di tentativi di abbordo sociale.

Non puoi non vederli.

E vederli si può, sia chiaro.

E’ guardarli che diventa un problema.

Perché per loro è una gioia, una vittoria monumentale incontrare il tuo sguardo; hanno urgenza di incrociarlo e di trovare occasione per rivolgerti la parola circa la meteorologia, un disservizio di qualche ufficio pubblico dove sono in fila con te o sulla reciproca provenienza geografica.

Hanno premura psicopatica di inventare al volo un pretesto per far accadere qualcosa su cui poi poter discorrere con te: un finestrino che non si apre, il telefonino caduto che si apre il due o il grande dilemma se il cesso sia libero o occupato.

Dai cercatori di attenzioni come il nostro amico signore indiano, si salvano solo quelli con le cuffiette ben visibili e incastonate nei timpani e quelli scaltri che dopo anni di allenamento hanno capito che il segreto per sfuggire è evitare le loro pupille.

Per tutti gli altri non c’è speranza.

Soprattutto gli anziani cadono nella rete di quelli lì.

I vecchietti che per indole, noia o solitudine sono propensi a far due chiacchiere mentre aspettano di fare le analisi o sono in fila alle poste, vengono sbranati di parole da questi lupi alla perpetua ricerca di amici nel mondo.

Ci sono dei metodi infallibili per capire se la persona di fronte a voi in treno o alla fermata dell’autobus, in fila alle poste o accanto alla vostra tazzina di caffè al bar, fa parte della categoria degli Elemosinatori di Attenzione e Chiacchiere (EAC), degli attaccasiluri detta alla popolare:

Le loro dita tamburellano nervosamente su qualsiasi superficie quasi come se parlassero attraverso gli arti, in attesa di farlo con la voce.

La loro mimica è da teatro dell’Opera: gesti giganteschi, espressioni da palcoscenico e grande protagonismo se succede qualcosa nel luogo pubblico.

I loro tic trasbordano da ogni poro della pelle: si sistemano gli occhiali, sbuffano sulla frangia o sul riporto, si aggiustano gli abiti, guardano fuori dal finestrino e poi guardano voi, guardano la gente che passa e poi guardano voi, guardano il cartellone col numerino che stanno chiamano alle poste e poi guardano voi, nella speranza che qualcosa della vostra persona gli dia un cenno per poter partire.

State attenti.

E ricordate: Musica alta, sguardo fisso e occhiali da sole, nessun orologio al polso per farvi chiedere l’ora, nessun cagnolino né bambino al seguito per farvi chiedere come si chiama, aria frettolosa e muso incazzato.

E ora scusate ma ho giù l’indiano che mi chiama che è pronto in tavola.

I GIORNI DEL VAFFANCULO

FOTTUTA CAMPAGNA

La Prefazione un filo provocatoria di Fottuta Campagna

Quanti luoghi comuni uso durante la mia giornata?

Anche la domenica, quando mi sveglio tardi e vado a letto presto, quindi le ore a disposizione per abusare di loro sono poche, riesco sempre a farne un uso smodato.

Non per vantarmi ma sono bulimica di luoghi comuni.

Si tratta di un’ingordigia causata da una buona educazione, ricevuta tanti anni fa anche se mai richiesta: una bella, grossa e cordiale educazione comprata a caro prezzo dai miei genitori e perfezionata in un contesto urbano, a Roma, città tanto più grossa dell’educazione quanto meno cordiale.

In città ho assimilato tutti i giudizi e le morali socialmente utili per programmare il mio comportamento civile e raggiungere una discreta antipatia.

Complici la città e la grossa educazione, sono arrivata ai trenta trascinandomi dietro una gamma di borgheserie così imponente, che prima di scrivere Fottuta Campagna, avevo pensato ad un processo al Bon-Ton, un dizionario con tutti i moralismi e le illusioni che affollano un modello base di cervello adulto: lo avrei chiamato “Orgoglio e Pregiudizio” solo che, al posto di una storia d’amore, avrei scritto tutto ciò che di repellente si cela nella nostra società a livello intellettuale.

Poi ho ragionato (quello del ragionamento è un movimento cerebrale che mi stupisce sempre) e ho pensato che un vademecum di pregiudizi non avrebbe venduto molto, perché oggi va così di moda essere liberali e open-minded che leggere un libro che sostiene il contrario ci sembrerebbe offensivo, amorale. Scoprirci ripieni di falsi moralismi come arancini rancidi non è corretto. Quindi molto meglio scrivere cazzate.

Sulla Campagna, ad esempio.

Sul verde, sul bio, argomenti caldissimi oggi, sui quali tutti hanno qualcosa da dire anche se pochi conoscono la materia fino in fondo, come avviene sempre con gli argomenti caldissimi.

Mi ci sono trasferita pensando che per avere autorevolezza su un argomento lo si debba approfondire, così ho preso e sono andata a vivere in mezzo ai campi.

Ma anche scrivendo di campagna, pagina dopo pagina, ecco che i pregiudizi continuano a perseguitarmi e non smetto di trovare anche lì, in mezzo ai contadini, contesti che pensavo di trovare nel modo in cui me li ero immaginati, un modo assolutamente diverso dal reale.

Imbevuta di razzismi su luoghi, persone, fiori, frutta e animali e poco a poco guarisco, ammettendo la disarmante autorità che il pregiudizio ha avuto fino a questo momento nella mia vita, all’apparenza così fricchettona.

Un’ammissione dolorosa ma liberatoria, una consapevolezza resa possibile grazie ad un procedimento catartico che ho definito in gergo tecnico “I giorni del Vaffanculo”.

Candidi e inattesi, profetici e illuminanti, questi giorni arrivano per concederci l’opportunità di fare pulizia di persone e convinzioni che non rappresentano più nulla di positivo nella nostra esistenza.

Se ci abbandoniamo a essi diamo il via ad un processo di purificazione che ci farà realizzare quanta fiducia abbiamo riposto in soggetti e oggetti inutili quanto deleteri, e quante verità supposte (nel senso che tante volte a causa loro, ce la siamo spesso presa in quel posto) ci hanno tenuti sotto scacco senza che ci balenasse per un attimo il dubbio che si potesse trattare di stronzate.

Un processo di illuminazione che ci libera da tutti i pesi morti attraverso una raffica di salvifici Vaffanculi irradiati nella nostra atmosfera.

Una forza centrifuga alla quale è fondamentale aprire la porta e con tanta consapevolezza, darle carta bianca per far nascere magnifiche rivoluzioni nella nostra vita, altrimenti rischiamo di perdere una preziosa occasione di rinascita e rimaniamo immersi nel nostro brodo di idiozie civili.

Fottuta Campagna è pensato per tutti coloro che sentono il richiamo primordiale dei giorni del Vaffanculo, che desiderano smantellare le fortezze di pupù che da troppi anni affollano le loro teste.

Il cervelletto umano funziona un po’ come la speculazione sui terreni edificabili in Spagna: se c’è spazio libero, i pregiudizi comprano ettari di materia grigia a poco prezzo e costruiscono sovrastrutture mentali granitiche che poi non c’è pastiglietta in grado di guarire.

Possiamo dire che i pregiudizi sono la camorra del cervelletto.

Il pregiudizio preferito dal mio cervelletto era legato al meraviglioso mondo della Natura, alla vita nel verde (da non confondere con la vita al verde, che di meraviglioso ha molto poco), alla campagna, a quel luogo che non ha mai smesso di affascinare l’essere umano, almeno fino a quando è rimasto un ideale irrealizzato.

Voglio dire: Virgilio scriveva di pastori ma rimaneva col sedere piazzato sui cuscini della sua casa piena di colonne; Ippolito Caffi dipingeva gli scorci di rovine romane abbracciate dai rampicanti ma poi se ne tornava a fumare sul terrazzo del suo palazzo veneziano; oggi la storia non è cambiata: amiamo il verde, compriamo prodotti biologici, ma non sappiamo cosa sia l’olio di palma e inquiniamo i campi dove produciamo quello che mangeremo.

Affittiamo il casale nel Chianti e la prima notte in cui ci dormiamo abbiamo un attacco di panico perché non avevamo mai sentito prima tanto, gigantesco silenzio.

Il Pianeta Verde: ecco il mio luogo comune preferito, l’illusione contro la quale i miei giorni del Vaffanculo hanno dovuto combattere una guerra impietosa ma necessaria dalla quale sono nate le pagine di Fottuta Campagna come un diario di battaglia, un De Bello Bucolico.

Non è che l’illusione porti alla morte però spesso causa un sacco di altri guai peggiori e la radice delle più antiche disgrazie è l’idea romantica che nutriamo nei confronti di qualcosa, la bramosia che ci fa pretendere che l’oggetto (o il soggetto) del nostro desiderio si comporti esattamente in un modo: il nostro.

Un fidanzato bellissimo ma deleterio, un gruppo rock che amano tutti e che ci accorgiamo di odiare solo dopo aver speso ottanta euro per il loro concerto perché “ci andavano tutti”.

I pregiudizi creati dall’illusione ci scaldano e rendono sicuri per molto tempo ma a ciascuno di essi corrisponde una disillusione devastante quanto miracolosa.

Sfatare un pregiudizio toglie la terra da sotto i piedi, ma a lungo andare regala un senso di vera e propria redenzione.

Questo libretto ha la presunzione missionaria di soccorrere tutti coloro che hanno sete di sfatare le proprie illusioni e lo farà attraverso una collana di situazioni e personaggi che hanno distrutto la mia di illusione: l’idea infantile sulla vita bucolica, un modello ispiratore applicabile a tanti altri contesti.

Fottuta Campagna è il racconto di come la mia vita sia stata messa in pericolo dall’illusione di conoscere a fondo il significato della parola “campagna”.

E la morale è la seguente: ricordati che è importante conoscere bene il significato delle parole, delle cose e delle persone che credi di desiderare, soprattutto se vuoi smettere di desiderarle all’istante.

Non so se qualche profeta o saggio abbia già anticipato questa morale, ma tutto parte da questo insegnamento e dai guai che mi hanno portata alla consapevolezza che la campagna non è per tutti.

Sono nata e ho vissuto per ventidue anni in un centro residenziale pieno di aiuole, cacche di cane raccolte nelle bustine di plastica, vigilanza notturna e tennisti educati, pensando che quella fosse campagna, sicura che la campagna fosse dove c’è verde, aria buona e dove c’è il labrador che corre con la pallina in bocca

Senza dubbio è tutto questo. Ma non solo.

La campagna è ben altro.

E per capirlo ho dovuto viverlo, quel fottuto ben altro.


Altre brevi anteprime del libro, disponibili aggratise per farvi venire il prurito della compera, qui:

https://books.google.it/books?id=LTtdCwAAQBAJ&pg=PT1&dq=fottuta+campagna+google&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjovdis7pXOAhVDaxQKHchLA0oQ6AEINDAA#v=onepage&q=fottuta%20campagna%20google&f=false

Il Book-trailer

IL GLIFOSATO CULTURALE

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

 

Cosa manda in putrefazione il cervello di un maggiorenne del nostro secolo?

Cosa debilita l’intelletto di un giovane medio appartenente a questa società?

Ci sono molte cose apparentemente futili che in realtà intossicano il sistema intellettivo di un povero ragazzo nato in questo sventurato secolo e le cose futili in apparenza, esattamente come i pesticidi usati in agricoltura, fanno apparire risultato e involucro ottimi mentre in realtà il contenuto è avvelenato e il sapore misero per non dire di merda.

Quali sono i diserbanti della nostra società giovane?

L’accessibilità a tutto, senz’altro.

Il gusto sfrenato di non doversi sforzare per ottenere un sacco di cazzatine e allo stesso tempo la difficoltà estrema a ottenere le cose importanti che fino a pochi anni fa erano diritti inviolabili e ora invece sono lussi per pochi, il lavoro retribuito o la casa, per fare un paio di esempi di quelli che dici “Oh Signore, è banale ma verissimo!”

C’è poi un altro pesticida giovanile ed è il business della comunicazione, intesa come involucro patinato che permette di vendere qualsiasi cosa, anche poco igienica o spregevole, come fosse l’ultima frontiera del trend.

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“Ti assumo come responsabile della comunicazione, mi occupo di comunicazione, facciamo comunicazione, studio comunicazione”

Cioè?! Che cazzo fai nella sostanza?!

Perché il cervello, anche il più basico, vuole sostanza.

Certa comunicazione manda in pappa il cervello perché il linguaggio e la scrittura si affinano con le scuole dell’obbligo, le relazioni sociali e la scrittura, mica col master da ventimila euro dove ti insegnano come ipnotizzare il cliente con frasi glamour.

Anche il pop è un gran bel pesticida: quel pop che passa prima dai giornali scandalistici e poi finisce in cuffia.

La Hit è un veleno come tutto ciò che viene scelto dalla massa, da tutti.

Ciò che viene scelto da tutti infatti, non sempre è democratico.

Anzi, spesso ciò che è scelto da tutti è tirannia.

Anche il selfie, a proposito di tirannie, fotte tutte le cose belle di cui siamo dotati in calotta cranica.

Rinunciamo oggi stesso all’autoscatto in ascensore.

La Chirurgia facciale: misericordia per i nostri connotati!

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Le riviste di gossip rilasciano una tossina letale per i nostri neuroni molto simile rilasciata dai comizi politici in tv pilotati da giornalisti faziosi.

Certo giornalismo è peggio del glifosato.

Gli stabilimenti balneari con i lettini in fila come in tangenziale.

Le discoteche dove sei costretto a ballare roba che ripete lo stesso ritornello per venti minuti, queste sono cose che mandano in merda il cervello.

Accadono sempre più attentati ma ogni giorno chi sopravvive ai terroristi con lo zainetto deve lottare contro un terrorismo più subdolo e frizzantino.

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La tassazione in Italia rispetto alla qualità dei servizi pubblici non è forse una specie di attentato alle buone intenzioni?

Ci sono un sacco di cose che possono mandare in puzza il sistema intellettivo di un giovane, oggi: quel gustino dolce dell’apatia che innescano per fargli credere che non si possa scegliere, che ci si debba adeguare, che si debba comprare.

Che il trasgressivo è figo ma il diverso è sfigato.

Resta sveglio, ragazzo, non comprare niente dai venditori abusivi di cultura sottosviluppata, proteggi la tua calotta cranica.

Resta sveglio, ragazzo.

Resta fluido.

Perché il tuo acume sveglio e protetto è più piacevole di una birretta fresca.

Certa intransigenza è sexy più di Kate Moss.

E certi NO ben detti meritano le medaglie dei partigiani.

CHI CI PROTEGGERA’?

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Sapete chi dobbiamo davvero temere?

Sapete di chi bisogna davvero avere paura?

Di quelli che progettano i centri commerciali.

Sono loro il vero pericolo pubblico, non i musulmani, non i rumeni!

Quelli che si mettono a tavolino e dicono “Cosa possiamo inventarci per far marcire il cliente nel nostro centro commerciale? Cosa possiamo progettare per fare in modo che un individuo muoia di vecchiaia cercando l’uscita o compri oltre i confini del comprabile?”

Questi strateghi dell’outlet riescono a fottere sonoramente anche i più intransigenti, quelli che ti lasciano in seconda fila e promettono “Guarda, entro ed esco! Mi serve solo il detersivo”.

Davanti a quelli che pianificano nuove aree destinate allo shopping dobbiamo rabbrividire.

Perché ci vogliono male.

Non possono volerci bene, persone che progettano un solo cesso per piano, se ciascun piano è di 7000 mq.

Non possono amarci quelli che costruiscono labirinti facendoci credere che siano negozi per farci passare là dentro il nostro sabato.

E’ inutile che mettano la musica in filodiffusione, i vasi con le stelle di Natale, le bilance per pesarsi, le giostre con la monetina, le hostess bone che vendono abbonamenti di qualsiasi cosa brutta.

E’ inutile che ci riempiano di buoni omaggio se l’obiettivo finale è quello di stordirci come vecchi orsi da circo.

E’ inutile che si fingano simpatici pagando omini travestiti dai nostri supereroi preferiti per distribuire foreste di volantini, è inutile che ci facciano mangiare tutto ciò che il nostro intestino peccaminoso desidera, se poi ci lasciano schiattare mentre cerchiamo il piano dove abbiamo lasciato la macchina.

Chi progetta i parcheggi multipiano dei centri commerciali, se non persone malvage?

Chi ci salverà?

Quale legge ci proteggerà stabilendo un massimo oltre al quale non si possano scavare piani-parcheggio altrimenti si arriva alla lava del centro della terra?

Conosciamo tutti la disperazione di non trovare, in mezzo a trentasei piani, quello con la nostra auto.

Piani che percorreremo trainando due carrelli della spesa stracolmi, sudando e pensando che stiamo davvero scendendo troppo, che prima o poi finiremo dal demonio, talmente si scende, inconsapevoli che dal demonio ci siamo appena stati, ai piani alti, alle casse dell’Ipermercato con nostro figlio trasfigurato dal pianto che ci implora di comprare tutto e il contrario di tutto.

Conosciamo tutti la disperazione di quando finalmente troviamo la nostra macchina ma capiamo di essere distanti nove chilometri dal punto dove si riconsegnano i carrelli.

Siamo dei principianti di merda ma c’è anche gente dispettosa pagata per predisporre tutto il necessario per non farci pensare, almeno in quelle svariate ore che trascorreremo nel loro immondo centro commerciale di merda

Sono pazzi quelli che progettano i centri commerciali.

E vogliono farci uccidere tra di noi.

Vogliono che ci scanniamo per liberare posti auto.

E ci scanneremo a causa della precedenza dei carrelli che non si capisce mai bene come funziona, per colpa del sorpasso involontario alle casse o per altri futili motivi che loro hanno acutamente progettato per attirarci nella gigantesca rete di saldi, di rateizzazioni, di “provalo per trenta giorni” e di “siamo aperti anche la domenica!”

C’è da aver paura.

Non fidatevi di chi progetta grandi centri commerciali ma soprattutto non parlate con chi nel week-end ci si trascina dentro, se non per offrirgli sostegno, gruppi di aiuto o assistenza sanitaria.

Tenetevi lontani e diffidate di chi vi porta nella mecca del multi-shopping o almeno ditegli che preferite aspettare fuori.

E non fatevi tentare dall’area delle poltrone massaggio mentre aspettate.

Sono fichissime.

 

IL POSTO DI BLOCCO E I NIRVANA

COSE FASTIDIOSE

Il posto di blocco è una di quelle poche esperienze che, in pochissimi secondi, toglie dignità persino ai cittadini più scaltri e rognosi.

Il posto di blocco, normalmente gestito da due carabinieri che lottano contro noia, freddo o caldo per arrivare a fine turno, è una delle occasioni stradali più temute e meno agognate, anche se sei di Bressanone e quindi, per definizione, con tutta la vita in regola.

Il timore e la paura atavica nascono dalla presa di coscienza che esistano alcuni perfetti sconosciuti inviati dalla legge, con il potere e il diritto di fermarti quando e come desiderano, incuranti del fatto che tu sia di fretta, triste, arrabbiato o impensierito ma comunque (almeno nella tua testa) al sicuro, nell’auto di tua proprietà e che possano addirittura toglierti la proprietà di quell’auto.

E questa è una consapevolezza tra le più socialmente destabilizzanti, soprattutto per le popolazioni del sud.

Il posto di blocco è un’entità che non ti vuole bene perché, già il nome lo dice, ti blocca.

E’ un luogo dove tutti i tuoi programmi, la tua allegria e le tue chattate vengono congelati all’istante e anche se non sei d’accordo.

Ma soprattutto il posto di blocco è una situazione durante la quale perdi fiducia in te stesso e nella tua coscienza, che non ti appare più così pulita come credevi, una situazione durante la quale perdi vigore , spavalderia e forse anche i punti della patente.

Il momento più impegnativo è il primo, quello in cui all’appuntato e a tutto il suo bagaglio di vita, viene in mente l’idea di alzare la paletta proprio al tuo passaggio:

“Perché?!”, pensi mentre deceleri e cominci un vergognoso processo di sudorazione istantanea, “cos’ho, la faccia di un criminale?!”.

Scopri così, forse per la prima volta, che la percezione che hai di te non sempre corrisponde a quella che ha il resto del pianeta terra.

Nel momento in cui vedi la paletta ti rendi conto che non puoi far finta di non averla vista: deceleri, accosti e inizi a pensare alle tante cose belle della vita, che ti scorrono in una successione velocissima, esattamente come dicono che avvenga negli ultimi istanti prima di morire.

Passi a scandagliare i tuoi cari che ti aspettano a casa ma soprattutto tutti i documenti e i valori che hai a bordo, cercando di prevedere il punto debole, il dettaglio che troveranno fuori posto, a meno che tu non faccia qualcosa per occultarlo, in quella manciata di secondi a disposizione tra la paletta e la frenata, rigorosamente effettuata con freccia a destra.

Ma niente, non c’è più tempo: le pupille dell’appuntato sono dentro le tue già da molti secondi.

Appena ti fermano hai due possibilità: abbassare il finestrino e salutare le forze dell’ordine mostrandoti gioviale oppure reagire “all’americana”, restando immobile e attendendo ordini.

Normalmente il posto di blocco non nasce per crearti problemi eppure, puntualmente te ne crea perché esso è gestito da persone e le persone con le loro reazioni sono, purtroppo, quasi sempre tutte diverse tra loro e non sempre equilibrate nei propri ruoli.

Se, ad esempio vivete nella zona nord di Roma e avete più o meno la mia età, ricorderete un signor carabiniere soprannominato “Il Baffo”.

Dire Baffo, quando eravamo giovani col motorino truccato, era come dire demonio, mamma, prigione, sequestro e umiliazione, tutte incluse in un’unica parola, “baffo”, appunto.

Lui poveraccio era un signore sulla sessantina che faceva il suo dovere prima della pensione anche se, debbo ammettere, un po’ ce l’aveva coi giovani.

Se lo incontravi, se per caso non eri stato avvisato dalla rete di solidarietà telefonica che si creava, quando qualcuno lo vedeva posizionarsi in questa o quella piazzola della Cassia, sapevi che per te non c’era scampo, perché il Baffo avrebbe multato la tua anima, non il tuo motorino.

Il Baffo umiliava le tue profondità non la marmitta Proma o il bollo non pagato.

Il Baffo, con la sua sgridata che proseguiva ben oltre il tempo di stesura del verbale, proclamata mentre la sua enorme mano ti teneva fermo il piccolo polso da quindicenne che avevi, in realtà ci teneva a te e non gli interessava sequestrarti il motorino se non con l’unico, importante scopo di far sapere ai tuoi, il coglione che eri.

Comunque ora il Baffo è in pensione ma resta lo choc resta che si ripropone ogni volta che qualcuno con la giacca blu e rossa ti dice “Documenti, per favore” (il “per favore” non sempre è conosciuto e incluso).

Allora diamo per scontato che tu i documenti ce li abbia e che li tiri fuori dal cassettino tutti spiegazzati, sotto i cd dei Doors e a quel punto è la fine perché le forze dell’ordine vedono che musica ascolti in auto e deducono velocemente se ti fai le canne o no.

E i Doors sono ovviamente nella lista nera.

Restano però confusi perché nonostante il CD da figlio dei fiori tu, qualsiasi cosa accada e qualsiasi documento ti chiedano, sei come trasfigurato; gli amici e i parenti, se ti incontrassero fermo a un posto di blocco, non ti riconoscerebbero: il tuo viso è contratto in una smorfia di tensione a metà strada tra il sorriso e l’emorroide.

Le tue mani mentre consegni i documenti (magari anche tutti in regola, se sei di Bressanone), sono intrise di sudore come Simone il Cireneo e se l’appuntato percepisce la tua liquidità, non potrà non sospettare di te, secondo l’antica e primordiale equazione: sudore=coscienza sporca.

La tua voce va per proprio conto e racconta tremante e spaccona di quando hai fatto il militare oppure ai limiti del teatrale, di quanti bambini hai lasciato soli a casa, con non poca preoccupazione.

Se hai tutto in regola e il posto di blocco non desidera accanirsi su di te e purificare le proprie frustrazioni attraverso l’incontro con la tua vettura, vieni letteralmente liberato e la sensazione che provi quando metti in moto, inizi ad allontanarti e capisci che sei salvo è qualcosa di incredibile, qualcosa che farebbe tornare la voglia di vivere anche a Baudelaire.

E’ un momento talmente potente, talmente intriso di gioia vigorosa che vorresti gridare come un tifoso del Napoli ma sei ancora troppo vicino al posto di blocco e dunque costretto a soffocare il giubilo dentro alla gola e il dito medio ferreo che le tue dita sudate innalzano come una bandiera che inneggia alla Liberazione, sotto al sedile o ad altezza cambio.

Se invece non hai le cosine in regola, preparati al rito antico della Reale Umiliazione, dell’avvilimento, della macerazione, della danza ridicola del “devo averlo scordato a casa/abbia pazienza/chiuda un occhio per stavolta/sa che lei è proprio un uomo interessante?”.

In genere funziona.

Ma non col figlio del Baffo.

LETTERA ALLA MIA VOGLIA DI NON INVECCHIARE

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ad un certo punto arriva quel giorno.

Quel giorno in cui non ti è più possibile trattenere il respiro e sbottonare i jeans per infilarti la pancia tra le interiora.

Arriva il giorno in cui non hai più cura nel dosaggio della tua costosissima crema antirughe anzi, inizi a praticare il doppio strato mattina e sera: gesto inutile quanto dispendioso.

Speri che dentro alla confezione della tua crema ci sia un santino, un’immaginetta sacra, un ricordino di quel santo che ti piace tanto, ritratto nella sua posa migliore e con lo sguardo benevolo a rassicurarti sul fatto che andrà tutto bene, che capita a tutti.

Ed è vero ma per ciascuno è sempre una scoperta esclusiva e deprimente: la scoperta che non hai più vent’anni.

Quell’istante di consapevolezza che ti rende lucido sul fatto che ormai da troppo tempo gli adolescenti ti danno del lei ed è ridicolo continuare a raccontarlo agli amici come un fatto assurdo, ridendoci su.

Che non c’è nulla da ridere.

Non c’è proprio niente da ridere se ti addormenti sul divano o al cinema quando non è ancora apparso il nome del protagonista nei titoli di testa.

Non c’è da essere contenti quando si va dal parrucchiere se sei obbligata ad andarci almeno una volta al mese altrimenti assumi le sembianze di Leslie Nielsen.

Amico, è inutile che metti fuori dal finestrino del fuoristrada il tuo braccio molle, perchè poi stasera ce l’hai bloccato come quello di Barbie.

C’è un antico, importante processo che accompagna l’essere umano da sempre detto Rassegnazione: perché non ti abbandoni sulle sue calde spalle anziché sulla poltrona del chirurgo, amica mia?

Che poi il chirurgo non è il santo che ti piace tanto, non è programmato per fare i miracoli né per garantirti un risultato di gusto gradevole.

E’ un attimo assomigliare alla duchessa di Alba, rincorrendo l’ideale ricordo delle tue foto di quindici anni fa.

Perché ti gonfi come il tender dello Yatch di Briatore nella speranza di somigliare ad una delle sue fidanzate, quando ancora ne aveva di deliziose?!

Perché indossi ancora i camperos, amico mio?!

Non sei Paul Hogan e neanche un suo mignolo incarnito.

Rilassati, stai solo invecchiando.

Calmati: la tua pelle deperisce esattamente come quella di tutti gli esseri umani, esclusa Loredana Bertè.

Respira: non potrai fermare le tue guance mentre scendono verso i piedi come latte condensato sciolto.

Accetta il fatto che avrai meno amici, ma saranno quelli sinceri.

E poi che te ne fai di tutti quei like sulla foto del liceo, che sei già in andropausa?

Il processo beatificante di Rassegnazione è accompagnato, amico mio, dall’altrettanto utile atteggiamento di consapevolezza umile della propria persona.

La consapevolezza, dicono gli yogi, è una specie di religione e allora fa che il tuo mantra da oggi abbia frasi miste, da ripetere ogni giorno, per salvarti da ogni tentazione.

Ripeti insieme a me:

Non è bene che io indossi i leggings perché pesando novanta chili, non risulto carina ma solo un improbabile insaccato da pigliare per il culo.

Non è corretto che io continui a guardare con concupiscenza giovani donne che potrebbero chiamarmi senza imbarazzo alcuno, “Nonno”.

Non è rispettabile che io mi presenti alla festa di 17 anni di mio figlio, obbligando tutti i suoi coetanei a ballare i New Order e agitandomi come fossi il compagno di tenda di Joe Cocker.

Mi dispiace ma è arrivato il momento di smetterla coi libri di Harry Potter, con le patatine fritte a tutte le ore, col vodka-tonic fatti dai ragazzini tatuati fino all’ingresso del loro sfintere perché il tatuatore era stanco.

Basta con le partite a tennis dopo la sbronza del sabato come se niente fosse, perché ora si rischia l’arresto cardiaco.

Basta con la musica alta in macchina, a meno che non sia a Tunisi o nel garage del condominio.

Bisogna smetterla anche con le emoticon nei messaggi, che all’età mia i cuoricini e le faccette, in faccia me le dovrei dare.

E ancora basta coi biglietti del concerto dei Rolling Stones, non è vero che sono loro! Sono dei sosia, non possono essere ancora vivi mentre io raggrinzisco giorno dopo giorno come uno sphynx.

Specialmente il batterista.

Rassegnati amica mia.

Calmati, riposati e accettati: sei in corsa per il decesso, non ti basterà il fondotinta di Giorgio Armani.

Sei con gli anni contati è arrivato il momento di disdire l’abbonamento alla clinica dell’amore.

Non preoccuparti, andrà tutto bene.

E’ pieno di gente con rughe che non aveva pianificato.

Ce la farai anche tu ad invecchiare sereno, a maturare tranquillo o forse no ma tanto i Rolling Stones seppelliranno anche te.

L’ ABITUDINE ALLA PERVERSIONE

COSE FASTIDIOSE

Perché ci stiamo abituando alla moda della perversione?

Ormai più fai quello strano, perverso, underground e fetish, più sei fico.

Esiste chi, venendo a sapere che la perversione in questa epoca rende fighissimi, finisce per vendersi le proprie unghie in Corea, vestirsi come Cindy Lauper o mangiare la merda.

Esiste una categoria di gente detestabile che dice:

“Ah guarda, io sono uno liberal: siamo nel III millennio.

Per me puoi fare quello che vuoi, l’importante è che non fai male a nessuno”.

A parte il fatto che se mangi la merda fai del male a qualcuno, prima di tutto a te stesso: te lo insegnano da piccolo.

Ti dicono “No! Questo cacca!”, non è che ti dicono “No! Questo gianduiotto!”

Ti puoi sbagliare una volta a causa della consistenza simile ma poi al primo assaggio, non ti fregano più.

Poi mangiare merda fa male anche dal punto di vista sociale, nel rapporto con gli altri: se io ho la perversione di mangiare merda, poi vengo da te mi avvicino e ti chiedo una informazione o magari ti bacio, non è bello.

Io non sposerei mai uno col vizio di mangiar la merda.

Già l’alito del mattino è fastidioso.

Piuttosto sposo un vigile urbano, e sono romana quindi il sacrificio è alla pari.

Questo panegirico volgare per ricordare quanto sia importante la libertà di espressione ma anche la priorità di non perdere di vista ciò che è vero e soprattutto quella di dare i nomi giusti alle cose.

E parlare chiaro.

Perché il rischio è che la perversione diventi cosa, non solo normale ma addirittura trendy, è ormai certezza.

“Trendy” è una parola che detesto nominare, figuriamoci scrivere.

Una parola più sgradevole di Equitalia, una parola che sta bene solo sulla bocca di Paris Hilton.

Eppure in questo contesto mi è utile perché ci sono dei mezzi di comunicazione che vorrei eliminare con un po’ di cara, vecchia censura, che si servono e abusano proprio di questo iniquo termine.

Prendete un giornale come Wired: uno di questi magazine che parlano di ultime tendenze, di arte contemporanea, di roba trendy.

Sono specializzati in avanguardie per gente davvero cool.

Tu apri Wired e, anziché leggere articoli, non dico di fisica quantistica ma almeno di cultura base, trovi servizi sull’ultima frontiera della trasgressione sessuale a Londra, tipo che “Adesso va di moda andare negli zoo di notte a incularsi i draghi di Komodo”.

E tu, se sei uno che cerca di essere accettato dalla società, beh ci vai davvero allo zoo, alla fine.

Prendi quella come ultima tendenza, pensi “Porca miseria, quanto sono antico, demodè, non sono mai andato a rettili…”

E invece no.

Bisogna continuare a dare i nomi giusti alle cose.

Ti piace affittare i nani alle feste e non quelli da giardino?

Fai pure, ma sei un pervertito, non sei trendy.

Ti piace fare scambismo, andare sui siti di gossip, far fare la carrozzeria della Smart color verde militare?

Sei libero. Ma anche un pervertito.

Peggio della gente in corsa per il trendy, c’è la gente che ci fa il business su questa ossessione del trendy, vendendo porcherie come necessarie, obbligatorie, per il nostro fascino.

Ci sono 3 città che lottano per contendersi il titolo di città più pervertita d’Europa: Amsterdam, Lugano e Voghera.

A Voghera ci sono dei negozi specializzati nella vendita di prodotti audiovisivi pornografici con anziani come protagonisti.

Ci sono delle persone che prima di prendere il treno delle 9:45, entrano in questi negozi e dicono “Si, salve ho visto in vetrina quel dvd Fa caldo al pensionato, quello da 14,90 euro, si.

E’ un regalo, me lo incarta?”

C’è da preoccuparsi se accettiamo qualsiasi cosa in nome della libertà di gusti e di espressione.

C’è da preoccuparsi se nella vostra città ci sono più sexy shop e slot machine che librerie e alimentari.

Perché vuol dire che siete a Voghera o che la vostra città si sta trasformando in una città come Voghera.

E poi, se spariscono gli alimentari e aumentano i sexy-shop e le slot machine: che ne sarà delle casalinghe?

IL RAGAZZO COL SACCHETTINO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non so perché continuo ad andare alle feste o peggio, a quelli che la gente definisce party.

Ogni volta mi dico che sarà l’ultima eppure sono recidiva.

A giustificare il party che pensavo bello, di questa sera posso dire che, dopo innumerevoli feste noiose, l’invito sembrava finalmente seducente: fiumi di vino artigianale, musica funky di ottima qualità e una bella terrazza.

Invece quando arrivo lì, trovo un numero straordinario di amici che conosco e che non vedevo da tempo.

Normalmente ci si sente in imbarazzo quando si arriva ad una festa dove ci sono solo perfetti sconosciuti.

Nel mio caso sono a disagio quando arrivo in un posto e trovo le sale della festa piene delle solite facce dei conoscenti assidui del cazzo.

I conoscenti assidui sono quelli che per tutta la vita non frequenti o non vuoi frequentare, quelli con cui magari ti ci dici solo Ciao da quindici anni e che, per una fastidiosa alchimia ce l’hai sempre tra i coglioni in ogni occasione mondana.

I conoscenti assidui quando ti scappa la pipì ad una festa, si posizionano sul tragitto che traccia la traiettoria tra te e il cesso e cercano con domande assurde e personali, di fartela fare nei pantaloni.

Sono suppostamente amici quelli che incontri e che ostruiscono la porta del cesso o il tavolo degli alcolici, interessati a salutarti solo per sapere se stai facendo qualcosa di meno interessante di loro per poterti mortificare coi loro successi.

Ma ciò che rende il caso di questo party più triste degli altri è che i suppostamente amici di stasera, dopo aver sbrigato le formalità dei loro Ciao fittizi, finiranno per fare alcuni gesti di stampo vergognoso, facinoroso, illegale, criminale o distruttivo nei confronti della location, rigorosamente davanti a tutti gli invitati che l’indomani saranno pronti a telefonarmi per dire ” comunque quel tuo amico è completamente fuori di testa”.

Allora vorrei urlare una volta per tutte e dire che non si tratta di miei amici, ma di fottuti conoscenti assidui!

Eppure le voci fuggono e si diffondono in società così, ogni volta che arrivo ad una festa e ne avvisto uno mi sento tremendamente a disagio mentre lo saluto col sorriso duro e rigido come se avessi appena masticato un tubo di calcestruzzo.

Stasera poi ci sono proprio tutti, compreso Lucio.

Lucio non è pericoloso in quanto Lucio.

Lucio è pericoloso in quanto formula Lucio + compagnia dei suoi amici di sempre e quelli si, che sono suoi amici.

Non per niente in Arancia Meccanica hai la sensazione che il problema della banda sia rintracciabile nella loro amicizia e che in realtà, quei ragazzotti, se presi singolarmente non sarebbero poi così pericolosi.

Lucio la banda di amici ce l’ha e, anche se non sono ancora arrivati a stupri e rapine (non ne sarebbero in grado), non vuol dire che si tratti di invitati nocivi anzi, a dirla tutta Lucio e i suoi amici sono il ritratto di un disagio molto meno spettacolare della Banda dei Drughi.

Già dal punto geografico in cui viene prodotta la Coca viene notoriamente appesantita con scarti di medicinali, figuriamoci all'arrivo in Italia, cosa arriva nel povero naso del povero Lucio...

Descrivendo Lucio, descrivo il resto della banda: faccia simpatica e pallida, appena sopra i quaranta, Lucio è il disegnino povero di un personaggio de La Grande Bellezza, come avrete intuito.

I suoi quaranta e qualcosa li ha passati tra Roma e la Thailandia.

I conti in banca del papà e della mamma di Lucio sono importanti e soprattutto sempre aperti e a disposizione dei pruriti di Lucio.

A proposito di pruriti, Lucio non ha mai l’aspetto di ragazzo dalla corretta igiene personale quindi è anche il disegnino piccolo del grande Lebowsky.

Lo incontri al supermercato a comprare porcherie in pigiama, con barba sfatta e alito demoniaco, lo incontri all’aperitivo con la camicia di lino bianca, la barba sfatta, l’alito demoniaco e il naso che gocciola.

Lucio si droga, è inutile che ci giriamo intorno.

Ma quello che mi fa più rabbia di Lucio è che viaggia sempre a metà strada tra la vergogna di drogarsi e la goliardia di essere tra quelli che lo fanno.

Mi spiego meglio: ci sono serate in cui ti chiedi che ne sia di Lucio e della sua banda, visto che poco prima erano tutti in salotto e ora non c’è più nessuno.

Quelle sono le serate in cui Lucio e la sua banda si vergognano.

Non si sa perché ma con lo stesso atteggiamento dei bambini che devono togliersi il costume davanti a tutti dopo l’ora di piscina, anche Lucio e la sua banda fanno la fila timidi davanti alla porta della toilette, comunicando a sguardi e sussurri prima di entrarvi e chiudersi a doppia mandata, a coppia, due, tre.

Dovranno togliersi il costumino anche loro?

A sfatare il dubbio stasera ci penso io e, con un bicchiere di troppo, prendo il coraggio che manca alla mia generazione e mi metto a bussare alla porta del cesso, dicendo a voce alta “Lo sappiamo che vi state facendo le righe di coca, lo ha capito anche il barboncino della padrona di casa, dobbiamo fare finta di non essercene accorti per un motivo preciso o si può avere di nuovo accesso al gabinetto?! Perché se si tratta di un motivo connesso all’ illegalità della faccenda, sappiate che siamo ad una festa privata, non vi vedono le forze dell’ordine e semmai qualcuno volesse chiamarle, siete tutti chiusi in bagno quindi fottuti e pronti per essere arrestati in un luogo piuttosto umiliante”.

A onor del merito mi tocca ammettere che capitano anche serate in cui nella banda si respira goliardia, quelle in cui tutti aspettano Lucio che “chissà quando arriva/ha tutto lui/speriamo che ha preso quello che doveva prendere/appena arriva ci divertiamo/io lo pago domani/stasera mi devasto” etc.

Così quando arriva, Lucio è la vera superstar e mentre tutta la banda lo assedia e gli balla intorno come si fa con un capo indiano, lui sbava di piacere perchè sente che tutti gli vogliono bene.

Ma io sono come la morte che aspetta con la falce dietro gli angoli più inaspettati e me ne sto lì, nell’ angolino del salotto a guardarlo, pronta a dirgli la verità, semmai mi verrà chiesta opinione.

Lucio sembra me quando porto la pappa al mio gatto e lui ronfa, si struscia contro e sembra aver visto la Dea Luna.

Poi, quando ha finito di mangiare e sta digerendo coi baffi ancora unti, già gli faccio schifo e neanche mi guarda.

Le droghe di Lucio sono proprio come i croccantini.

E proprio come una gattara, anche Lucio arriva alle feste col suo sacchettino di MDMA, distribuisce, fa felici tutti, come il druido di Asterix ,a il giorno dopo, se ci fossero le possibilità informatiche di creare un collegamento video tipo Grande Fratello, con una diretta in mondovisione nelle case di tutta la banda, il pubblico vedrebbe come le controindicazioni del sacchettino di Lucio siano comuni: un tripudio di mal di vivere che a confronto Jeff Buckley era un ragazzo che gioiva alla vita!

Il punto non è morale, spero si capisca.

Il punto è che il sacchettino è una piaga non in quanto droga ma in quanto croccantino che tiene sveglia la socialità.

Lucio e la sua banda non conoscono le droghe che assumono, le pigliano chissà dove senza preoccuparsi del fatto di non essere più giovani e così, non solo si compromettono fisicamente ma diventano anche fastidiosi.

La banda del sacchettino infatti, può dividersi in due correnti di pensiero:

Quelli che importunano gli invitati urlando nei loro timpani quanto abbiano la vita sotto controllo, quanto stiano bene e quanto siano molto occupati sia nel lavoro che in amore.

Sputano blaterando quanto abbiano dimenticato la ex con facilità oppure tengono i poveri interlocutori per un polso o un braccio in modo da non farli fuggire, mentre loro gli gridano contro tutto quell’entusiasmo artefatto.

Quando Lucio esagera davvero te ne accorgi perché anziché tenere i polsi, ti prende direttamente la faccia nelle sue manone, che se provi a scappare lui ti rompe il collo senza volerlo.

Non devi scappare, devi ascoltarlo altrimenti è il disastro, potrebbe fare qualsiasi cosa, persino mettersi a piangere a dirotto e gridare che è tutto un inganno che in realtà è triste da far schifo e non sa come essere all’altezza di una vita così impegnativa.

La seconda categoria mi rompe particolarmente il cazzo perché include coloro che ballano come forsennati, non avendo però la minima idea dello spazio occupato dal loro corpo e dagli ostacoli mobili e immobili presenti nel raggio in cui stanno ballando.

Un raggio che poi non è mai un raggio preciso ma una serie di linee molto curve.

Loro ballano perché è una festa, ballano e si lamentano di quelli che non ballano insultandoli.

E così stasera mi costringono a ballare anche se io volevo starmene rilassata sul divano a chiacchierare con l’amica.

Arriva uno e mi piglia per il solito polso, sempre insultandomi con quel tipico grande sorriso divaricato che sembra gli si spacchi la mascella da un momento all’altro, poi inizia a farmi roteare fino a quando la flebile e nervosa presa non mi molla, facendomi finire a peso morto, contro un comò.

Il dolore acuto che sento sul fianco, domani sarà un livido viola ma lo stronzo della banda non mi raccatta perché si è già dimenticato di me e sta di nuovo rastrellando altri soggetti per coinvolgerli nella sua danza chetaminica contemporanea.

Dopo qualche ora, la corrente di quelli che si sono sfogati sui timpani degli invitati mi saluta a braccio teso, con mio profondo imbarazzo ed esce dicendo di andare ad un’altra festa.

La corrente dei ballerini segue il flusso, per fortuna senza salutarmi.

A festa finita, anche stasera come ogni volta, mi propongo come volontaria per dare una mano a sistemare il disastro che Lucio e la sua banda lasciano dietro di loro, come un’orda di barbari lisergici.

Poi scendo le scale affranta in compagnia di un paio di amiche, volontarie come me.

Giù per la tromba delle scale, in strada, sugli scalini, nelle macchine parcheggiate, ci sono tutti i componenti della banda, Lucio incluso.

Sono passate due ore dai saluti e loro sono ancora lì sotto: c’è chi chiede una sigaretta ai passanti, chi vomita, chi dorme in auto con la portiera aperta (Lucio), chi piange al telefono con quel famoso ex che in realtà non ha dimenticato manco per un cazzo.

Le amiche mi guardano e mi chiedono incuriosite “Ma quelli lì non sono i tuoi amici di prima ?!” .

LA SINDROME DA CARTELLA DI PLATINO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Cosa hanno in comune gli Orchi di Mordor a digiuno coi tuoi figli, pochi giorni prima che inizi la scuola?
Hai la risposta.
Quando si avvicina il suono della prima campanella, c’è solo un input per il bambino medio:

Avrò la cartella con dentro le sette meraviglie del mondo e se esiste l’ottava, questa sarà proprio la mia cazzo di cartella.
Li schiaccerò di invidia tutti quanti, grazie allo sfoggio dei miei mille beni di lusso anzi, di cancelleria pesante.

Insieme al vortice di emozioni che precedono il lieto evento scolastico, ad una piccola dose d’ansia, all’impazienza e al filo tristezza per essere rientrati dalle vacanze, il tuo bimbo ha la consapevolezza che si avvicina un momento di ancor più centrale importanza per la sua vita: il momento dello shopping in cartoleria.

Quando una mattina tu gli dirai in maniera sbrigativa di mettersi la giacca perché dovete andare a comprare i quaderni, lui si volterà e tu avrai paura: ti guarderà con gli occhietti iniettati di sangue di chi non dorme da giorni aspettando solo che tu, genitore, pronunci questa incantevole frase.
Ti prenderà per mano con una stretta da morsa di asino, comunicandoti che ha con sè la lista delle cose che la maestra ha espressamente chiesto di comprare.
Ricordati, genitore: non c’è maestra che richieda le gomme profumate di Hello Kitty per la lezione di tecnica nè tantomeno la biro a tre fasci di luce di Iron Man, per italiano e se ti capiterà di avere la conferma ad un colloquio che effettivamente si, la maestra aveva chiesto questo tipo strumenti per la sua lezione,  avvisa il preside sulla possibilità che una docente della scuola assuma metanfetamine durante le lezioni.
Ma in tutti gli altri casi non sentirti solo: tuo figlio sta cercando di prenderti per il culo, di fregarti come fossi un anziano appena uscito dalle poste.

Rilassati, genitore: hai solo uno dei tanti bambini afflitti dalla Sindrome da Cartella di Platino.
La tua creatura ammalata della SCP è capace di cambiare connotati già molte ore prima di salire in macchina per andare in cartolibreria: una trasfigurazione che comporta gli angoli della bocca leggermente bagnati di bava canina, piccole vene blu negli occhi, occhiaie, aggressività e ira se si viene contraddetti e crollo dei nervi alla cassa, qualora tu non ceda all’acquisto di un prodotto totalmente inutile ma a quanto pare vitale per il bimbo, come il temperino a forma di naso di Violetta per sostenere le prove di algebra.
La tua creatura si aggira tra i corridoi della cartoleria come un succiacapre, prendendo questo o quel quaderno, dicendo frasi come “questo mi serviva proprio” oppure “ah, eccolo finalmente, lo cercavo, è proprio quello che vuole il preside”.

Se c’è qualcosa di inutile e costoso il tuo cucciolo famelico sostiene che sia determinante per la sua carriera scolastica: mica vorrai privarlo di questo diritto?!
Il raccoglitore ad anelli di quella stronza di Peppa Pig sembra essere importante quanto un pozzo in Africa.
Il righello di Cars sembra essere lo strumento grazie al quale il tuo cucciolo diventerà un capitano d’azienda: vorrai mica farglielo mancare?

Ci sono diverse categorie di bimbi indemoniati dalla Sindrome da Cartella di Platino, devi solo riconoscere a quale categoria appartiene il tuo:

1) Lo Gnorri: fa finta di essere superiore agli acquisti, un bambino che non deve chiedere mai, che l’unica cosa che vuole e fare felici la mamma e il papà e passeggia tra i corridoi guardando la mercanzia con la faccia da fiammiferaio merdoso, che esprime emozioni come “Uh, come lo vorrei..ma non lo chiederò per non dare un dispiacere alla mamma”. Così tu ti sciogli come un ghiacciolo a Marrakech e gli compreresti anche lo scaffale di compensato. Mio fratello era così. Ignobili. La vincono sempre. Ma tu non cedere! Ricordati che quando sarai vecchio, ti porterà al pensionato.

2) Il bambino serio: il soggetto più pericoloso di cui abbiamo già trattato, quello del senso del dovere, del “Mamma, dobbiamo comprare questo astuccio dei Transformers perché lo chiedono a Tecnica” oppure “Papà, la maestra ha detto che quest’anno dobbiamo avere solo quaderni di Barbie” (anche qui attento alla possibilità delle metanfetamine ma soprattutto a tua figlia che, con troppa oggettistica rosa intorno, ti diventerà scema).

3) Batman: quello che mette le cose nel carrello a tradimento. Mentre sei piegato a 90° cercando di leggere il prezzo esorbitante della nuova cartella (perchè quella dello scorso anno ha una piccola scucitura),  lui schiaffa dentro gomme, penne, matite e altri piccoli oggetti che possono rimanere incastrati nei prodotti più grandi e quindi, eventualmente rubati.

4) Il complessato: quello del “Ma questo ce l’ha anche…” e aggiungi il nome del suo amico/a del cuore. E’ un affronto pesantissimo alla serenità psicologica del piccolo privarlo della possibilità di sentirsi in squadra coi coetanei attraverso la condivisione degli stessi giochi o oggetti e te lo rinfaccerà quando andrà in analisi. Per il momento però, tu sii forte e cambiagli sezione.

La cosa spregevole di tutta questa storia è che mentre per altre sindromi si fa di tutto per assistere e aiutare, nel caso della Sindrome da Cartella di Platino, il Cartolaio rappresenta davvero una figura criminale: un ragno perfido che tesse per tutta l’estate una tela di adesivi, poster, diari e altri prodotti golosi esposti secondo leggi del più bieco marketing, con le facce dei più famosi supereroi forti e ammiccanti, in vetrina già dai primi di Agosto, in modo che a tuo figlio venga la salivazione a mille.
Il tuo cartolaio di fiducia, forse non lo sai, ma quando mette il cartello Chiuso per Ferie,  in realtà rimane dentro il negozio e con la pistola sparaprezzi improvvisa una danza sciamanica che i bimbi di tutto il quartiere percepiscono sotto forma di onde sonore e come il pifferaio magico li ammalia e li prepara alla riscossa di settembre.
Non c’è antidoto per questa questa ma se c’è, non è di certo nascosto dentro l’astuccio dei Gormiti, come vorrà farti credere il tuo cartolaio, quindi sii forte.

DIMMI CHI ERA IL TUO EROE DA BAMBINO E TI DIRO’ CHE ANTI-EROE SEI OGGI

COSE FASTIDIOSE

L'uomo mascherato. Cosi vintage cosi avanguardia.

Spesso ci stupiamo delle persone che scegliamo di avere vicine.
Amici che dopo tanti anni di avventure e fiducia reciproca, ti rubano la fidanzata.
Marito che dopo tanti anni di felicità e rispetto vieni a scoprire che va nei locali dove si frustano nani mascherati da cerbiatto.
Migliori amiche dalle elementari che ti rigano il cofano della macchina di notte..
Per non parlare delle guerre legali tra familiari.
Quelle dove l’esito finale lo vedranno gli avvocati dei tuoi pro-nipoti nel 2073.
Chi ci sta accanto, soprattutto chi siamo abituati ad avere accanto perché lo abbiamo evidentemente scelto, prima o poi ce lo fa il sorpresone.
Insomma presto o tardi, alla fine arriva sempre questo tipo di domanda nella nostra vita:
” Ma perché ho scelto quel coglione tra i miei fedelissimi? Cosa ho trovato in quella miserabile di così affine o malato per gemellarmici?”
La risposta, la so. Per questo il mio è un blog dalla vocazione missionaria.
Perché possiedo tantissime risposte che voglio regalare ai miei affezionati.
Risposte che tuttavia non riesco a mettere in pratica neanche io, da sempre.
Sono perlopiù risposte ricevute grazie alla discreta esperienza che ho accumulato attraverso innumerevoli, svariate, variegate e secolari figure di merda e legnate tra naso e bocca.
Per questo possiedo tanta saggezza.
Comunque, torniamo a noi.
E ammettiamo di essere composti da un buon 45% di componenti che provengono da chi ci circonda quotidianamente.
Siamo chi frequentiamo: prendiamo atteggiamenti, abitudini, vizi e spesso anche odori, delle persone che ci sono più vicine.
Soprattutto siamo chi frequentiamo da piccoli.
E chi frequenti da piccolo, a parte la mamma ( per la mamma ci vorrebbero un paio di enciclopedie in più, oltre a questo umile trattato che state leggendo, quindi rimando a chi c’ha capito qualcosa più di un cazzo, sulla mamma ) e gli amichetti, che però cambiano velocemente e nutrono per noi un rapporto esclusivamente legato all’amore per il gioco?
Chi frequenti da piccolo se non il tuo mondo invisibile e i tuoi eroi?

I nostri eroi, cazzo.
Non ci avevate mai pensato?!
Non solo hanno influenzato il nostro modo di essere perché erano i nostri modelli di vita ma, secondo me ( e quindi fino a che qualcuno non mi contraddica, è universalmente riconosciuto ) ci sono molti motivi interessanti che ci spingono a scegliere un beniamino rispetto ad un altro.
Perché scegli He Man piuttosto che il Signor Bonaventura o Batman?
Perché amavi Sailor Moon invece di Poochie?
Dimmi chi è il tuo eroe e ti dirò chi sei.
Se scegli il Signor Bonaventura, ad esempio, è quasi certo che da grande ti vestirai come lui.
Senza però avere il suo culo nel trovare bigliettoni per terra.
Se amavi la sirenetta probabilmente oggi avrai le spalle da nuotatore. O sbaglio?
Big Jim è il migliore amico dei piccoli gay mentre direi che Iron Man è di quelli che anelano alla eterosessualità (Superman rimane irraggiungibile.)
Se scegli Doraemon mi ci gioco che da grande sarai secchione.
Mag Gyver, neanche da metterlo in discussione, è soprattutto il beniamino degli ingegneri.
Che quasi sicuramente in età adulta avranno mantenuto quella stessa capacità di mettere la propria vita e quella degli altri, continuamente a repentaglio, sperimentando sport estremi e reazioni chimiche in cucina.
A te piacevano i Power Rangers? Ti sarai di sicuro iscritto almeno un paio di volte a judò e avrai una passione sfrenata per i caschi con interfono integrato.
Andavi pazza per Kiss me Lycia?! E’ da lì che nasce tutto il movimento delle groupies.
Se sei stato un seguace di Obi Wan Kenobi? Molto probabilmente oggi sarai quello che in discoteca quando mettono i fari laser colorati diventa completamente idiota dall’entusiasmo.

Nei confronti di tutte le ragazze che si ricordano con affetto di Occhi di Gatto nutro il forte sospetto che oggi si concedano sistematici e incontrollabili furti di mascara in profumeria.
E non sono da meno quelli che adoravano Lupin.
Chi amava Rambo ha fatto il servizio militare (pentendosene e maledicendo Rambo mentre faceva il cubo).
007 è per i vanitosi.
Wonder Woman per le topine da rimorchio in discoteca.
Dylan Dog per chi oggi quando sente un rumore in casa ha un attacco di panico.
Bia per quelle che si fanno fare i tarocchi dall’amica, ogni mese.
Vostro padre leggeva Pecos Bill? C’è una buona possibilità che sia razzista.
Alla tua amica piaceva da pazzi Batman? Il fatto che le siano piaciuti uomini mascherati con un cappello da uccello non ti inquieta?
Magari vi starete chiedendo a me chi piacesse da piccola..
Beh io mi esaltavo con gli Yattaman.
Oggi infatti guido auto improbabili dal quale escono eserciti di germi (gli Yattaman però non lasciavano pezzi di crostatina sotto il sedile di YattaDog per settimane..)
A mio fratello ad esempio piaceva Geronimo, il famoso indiano dalla faccia severa e il labbro sottile.
Ogni tanto intravedo in lui la stessa impressione incazzata e spettinata che aveva il famoso indiano nel poster in camera sua.
Insomma potremmo continuare per fogli e fogli ma la morale di questo breve trattato è: sai chi è il beniamino di tua moglie? conosci chi è stato l’eroe di tuo fratello?
Perché se avete un amico o vi siete fidanzati con una che ha la collezione di Diabolik o le Barbie in soffitta, sapendolo ora fate in tempo a correre ai ripari.