STORIE DI MATTI / Il Fatto Quotidiano

STORIE DI MATTI

Racconto inedito pubblicato per il Fatto Quotidiano del 18 Luglio 2017

Almeno una volta a settimana in auto con i miei genitori, si era costretti a passare davanti al Santa Maria della Pietà, l’ospedale psichiatrico di Roma che all’epoca nessuno si vergognava a chiamare manicomio.

Per andare in centro, quella strada lì evitava di morire giovani nel traffico della Cassia quindi mio padre imboccava la Trionfale (che già all’epoca di trionfale non aveva più un tubo), e iniziava a lanciarci occhiate sfuggenti dallo specchietto retrovisore, come fanno gli agenti segreti nei film con le colonne sonore che sostengono le stesse, miserabili sceneggiature uguali da vent’anni.

E anche la mia famiglia, se non da venti, almeno da dieci anni, batteva il suo Ciak sempre in prossimità dello stesso incrocio.

Di giorno ma soprattutto di notte, dentro all’abitacolo s’innescava, proprio in quel punto e in maniera del tutto innaturale, un silenzio attento, concentrato, da chiappe strette, se dovessi descriverlo a un amico.

Qualunque fosse l’argomento nel quale si era tutti coinvolti o eccitati, quando la macchina entrava nell’area rossa del manicomio, ci si serrava la bocca e si guardava con la coda dell’occhio fuori dal finestrino cercando quale fosse il motivo in grado di zittire una famiglia in pochi secondi.

Il raggio dell’area rossa in cui ci si congelava era stato identificato dall’inconscio bizzarro di mia madre e nessuno, a parte lei, sapeva precisamente dove iniziasse e finisse, anche perché non c’erano dogane o cartelli segnaletici che sancissero il piccolo comune immaginario molto, molto pericoloso.

Ciò che si sapeva è che dentro a quel perimetro, il plot restava lo stesso: uno dei genitori prendeva coraggio e si girava, approfittando del semaforo rosso e appoggiando il gomito sul sedile accanto, fedele alla sceneggiatura da seguire.

Poi ci guardava dritto nelle pupille e diceva “mettete le sicure”.

Noi bimbetti si ubbidiva e si metteva tutti, in sincronia, la sicura. La faccenda, il più delle volte, finiva lì.

Poi però il tempo bastardo consentì a me e ai miei fratelli di crescere e sviluppare rudimenti di senso critico.

Sia maledetto quel momento in cui si diventa coscienti.

Sia maledetto quel momento in cui si innescò nei nostri cervelli, la voglia di domandare perché davanti a quel preciso incrocio, bisognasse sempre inserire la cazzo di sicura.

Sono l’ultima di tre fratelli quindi, al mio turno di perizia inquisitoria, la risposta aveva già fatto pratica e arrivò fresca a perfetta: “Perché ci sono i matti”.

Chi somministrò la risposta però, non tenne conto di quanto io, da bambina fossi già profondamente cacacazzi.

“E allora?”, chiesi come lanciando un sasso.

A casa mia infatti, i figli hanno meno diritti delle blatte dunque immaginare che dei minori s’arrischiassero a contestare risposte con altre domande era una prospettiva utopica.

Ma anche produrre un terzo figlio femmina era abbastanza irreale, prima che piombassi nelle ecografie così, anche per questo e con ancor più presunzione, pretendevo una risposta.

Eppure non è dei miei traumi familiari che voglio parlare.

Voglio parlare dei traumi familiari, punto.

Perché la famiglia è un luogo bellissimo ma se ne potrebbe fare a meno.

Essa può divenire un rifugio rassicurante come una tana di murene se non la si considera per ciò che è, ossia un salotto con persone che si vogliono bene a Natale, ma la si percepisce in base a ciò che la società perbene vi ha costruito intorno.

La famiglia ma anche il posto di lavoro, la location del matrimonio, l’autostrada o il centro commerciale sono alcuni dei contesti più adatti alla proliferazione della nuova follia.

Perché di società ci si può ammalare.

Dentro a quella macchina in cui si aveva paura delle antiche patologie psichiatriche, mi proposero una risposta di quelle che le dittature fanno scrivere ai loro intellettuali per accontentare i popoli.

Mi dissero che i matti uscivano in orari misteriosi per dar fastidio alle auto delle persone perbene.

Così, guardando fuori dal vetro ermetico e lucido di notte, promisi ai matti che li avrei vendicati.

Mi dissi che sarei andata alla ricerca dei veri soggetti pericolosi, di quella nuova inquisizione travestita da società rispettabile e che li avrei scovati uno per uno, i veri pazzi.

Avrei riscattato gli internati scrivendo cartelle cliniche universali e contemporanee di quei pazienti che non vogliono farsi diagnosticare nulla e che a casa hanno un sacco di tappeti Bukara dove nascondere orrori e insicurezze.

Quei professionisti, dottori, madri di famiglia e account che siamo noi, sempre rasenti sul filo della psicopatia condominiale.

Promisi questo agli angeli del manicomio.

Poi zitta zitta disinserii la sicura, per essere pronta a scivolare giù dall’auto, in caso di pericolo, in caso l’inquisizione mi avesse scoperta.

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Storie di matti

GIANTAXI E LE LUCI DELLA NOTTE – Racconto

FAVOLE DI MADAME PIPI'

A Milano, che si meriterebbe di non essere in Italia.

 

ONE

– Sei ancora lì? Rimani dove sei, scusa sono sotto botta, arrivo da te in cinque min. J

Gian, di mestiere sfreccia nella notte.

Sta venendo a prendermi agli studi, per riportarmi a casa, dopo il mio consueto turno di diretta tv settimanale.

Presento un programma che, da quasi tre anni, mi vuole bella e felice per sette ore a settimana quasi consecutive.

Fresca e smagliante come non sono mai stata nella vita reale. Eppure.

Alle tre del mattino, quando regalo la mia frizzante Buonanotte! ai telespettatori, non appena le luci del palcoscenico si spengono, ecco che magicamente mi trasformo in un impiastro abominevole, a metà strada tra un pagliaccio assassino e una prostituta di Cesano.

Cado a pezzi senza che il processo possa essere fermato: ho i pori del viso completamente occlusi da quintali di cipria a buon mercato e i piedi lessi e straripanti dentro i sandali della ribalta: dalla prima nota della sigla di chiusura lanciata, smetto di essere un soggetto in grado di parlare, di ricordarmi dove abito e come mi chiamo, figuriamoci quanto sia in grado di guidare.

Aver conosciuto Gian ha illuminato le mie notti più buie, perché da oggi ci pensa lui.

La rubrica telefonica di Gian è piena zeppa di contatti di modelle, veline e attricette che manco Lele Mora prima del servizio sociale da Don Mazzi. Ci porta tutte a casa ( ciascuna nella sua) a noi dello show-biz che non possiamo e forse non potremo mai, permetterci un autista privato.

Parla uno slang milanese bizzarro, una lingua che possono a malapena interpretare solo Umberto Smaila e Jerry Cala’ anche perché, a guardarlo bene, Gian è vestito esattamente come loro.

Non saprei dire quanto sia alto perché l’ho sempre visto seduto, ma so perfettamente come lo troverò vestito.

I tassisti infatti, non hanno un’uniforme ma Gian si.

Ne ha una sua, col quale è convinto di essere spregiudicato, sexy, al top, come direbbe lui: jeans slabbrato e la camicia nera di H&M ( quella che concede solo qualche mese di uso prima di lasciare due chiazze bianche salmastre sotto le ascelle) che, sbottonata fino al capezzolo aprirà le porte sensoriali agli audaci che sapranno sbirciare con discrezione e ammirare la rara tipica mollezza pallida che hanno certi ragazzi quasi rossi, come Gian.

Quelli non esattamente arancioni, per intenderci, ma con tutti i sintomi di questa strana razza umana: texture della pelle lattiginosa, corporatura molle e precaria, pioggia di lentiggini, totale assenza di peli, sguardo furbo, a volte cattivo, lo stesso che inquietò Verga.

E per inquietare uno con un cognome così…

Comunque Gian non è cattivo per niente, è solo spregiudicato e perennemente sovraeccitato.

Ha iniziato la sua losca carriera di taxi-driver con un regolare turno serale fuori dalle discoteche milanesi.

In pochi mesi però, è riuscito a mettere insieme un portfolio di clienti boni che lo chiamano per servizi extra e così è diventato il reuccio del trasporto in nero, col sedile sporco di glitter.

Gian esegue piccole commissioni nelle zone malfamate per conto di ballerini di musical, lavori loschi fuori città per le starlet delle televendite, trasporto in massa di fotomodelle di ritorno da coma etilici e da oggi, anche il mio ritorno a casa, che di losco ha molto poco, a parte la mia faccia.

Gian riesce a portare a compimento le sue missioni senza servirsi di quello che per lo Stato dovrebbe essere il miglior collega di lavoro degli addetti al trasporto pubblico su autovettura: il tassametro.

Tiene acceso l’affarino ufficiale solo per pochi clienti, quelli di brutta presenza che hanno la disgraziata di idea di fermarlo per strada o quelli che riescono ad usufruire di lui attraverso il collegamento spesso difettoso, col centralino;

per il resto conduce liscio e sobrio la dissoluta professione non fiscalizzata nel sottobosco metropolitano, senza che nessuno abbia mai avuto voglia, coraggio o capacità logiche di chiedergli spiegazioni legali a riguardo.

Per l’abbondante porzione di notte in cui il controllo della legge italiana cigola, Gian sfreccia col suo SUV bianco, un veicolo che i più chiamerebbero taxi mentre in realtà è più preciso ammettere che si tratti di una vera e propria micro-limousine, piena di adesivi con numeri di telefono assolutamente fittizi appiccicati alla carrozzeria esterna, e il buio fumoso di certi lounge bar rumeni, che avvolge quella interna.

Il nostro eroe cocchiere corre col finestrino abbassato e ha in serbo per i passeggeri la migliore musica delle peggiori discoteche di Ibiza, che diffonde con un sistema audio potente come quello del Privilege di Ibiza, ma rattrappito in un abitacolo con quattro posti a sedere di pubblico utilizzo, sempre occupati da minorenni georgiane, manager con slip leopardati sotto il completo Brioni e qualche volta, senza che ne abbia tali meriti, anche da me.

Il suo smartphone è sempre lì, appoggiato sulla patta, a illuminargli il mento facendolo sembrare un nano del Signore degli Anelli che, non si sa per quale motivo, un giorno si è messo in testa di imparare gli itinerari delle principali arterie stradali tra Milano e Casalpusterlengo e mollare così Mordor , per sempre.

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TWO

A me, un po’ per gioco, un po’ per rabbia, interessa sempre vagliare le mille possibilità di fregare lo Stato offerte dal mercato, quindi ho deciso di fidarmi a occhi chiusi della mia collega Tamara, quando quella notte di Luglio mi ha assicurato che a fine diretta sarebbe venuto a prendermi il suo driver Gian.

Ha usato proprio quella parola lì, quella magic word che è “driver”, una parola che lascia intendere professionalità e competenza, perché alle due di notte non ho proprio voglia di essere buttata in un fosso coi lividi e addosso solo i miei sandali sudaticci. Magari in un altro orario se ne può discutere, ma a quella stramaledetta ora non ho voglia di negoziare.

Sono stanca in modo feroce.

Ma se come alternativa mi si profila la chiamata di un taxi ufficiale, che mi farà aspettare dai quindici ai venti minuti fuori dagli studi, coi sandali che già sudano, beh preferisco affidarmi agli amici degli amici, anzi, ai driver dei colleghi.

Ora sono qui fuori dagli studi televisivi che attendo Gian da più di trenta minuti.

Uno sconosciuto senza manco un numero verde col quale prendersela, mi costringe a sostare sotto un cartello segnaletico di rimozione forzata, a Lambrate, sino alle tre del mattino.

Senza avere idea di chi sia, già sento di detestarlo.

Come detesto le mitragliate di messaggi su whatsapp che mi manda per dirmi a quanti millesimi di minuto si trova anziché posare il cazzo di telefono sul sedile del passeggero e guidare come un puma, visto che lo sto aspettando in mezzo alla strada con trucco e vestito di scena, se così si può definire una striscia di tessuto nero elastico, tra vita e seno.

“Arrivo in quattro min.”

“Girando per Piazzale Lugano, semaforo caxxo!”

Perché molta gente perde la dignità quando si trova a dover scrivere messaggi con lo smartphone?!

Perché sostituire le consonanti di una parolaccia con X?

Perché abusare di faccette e di punti esclamativi e creare un mondo che non esiste ancora più ridicolo, se possibile, di quello reale?

“Ci sono, Tatina, sono dietro l’angolo!”

Tatina chiamaci tutte le donnacce del tuo albero genealogico, imbecille. MUOVITI.

Sento il fischio delle gomme, che lasciano traccia sull’asfalto della curva a gomito appena dietro gli studi.

Arriva Gian, col suo suv tirato a lucido per la notte.

Mi ha mandato talmente tanti whatsapp sulla sua posizione, sempre più vicina alla mia, che sento quasi un brivido di adrenalina, nel vederlo finalmente di fronte a me, in carne e lamiera.

Arriva a 80km/h in una strada privata che quasi penseresti pedonale, percorrendola per la prima volta.

Ma Gian se ne frega. E non solo dei limiti di velocità.

Inizia una frenata graduale, evitando di sgommarmi in faccia,

forse e per un attimo è tornato in sé, e si è reso conto che non siamo a Miami e lui non è Puff Daddy.

Forse se n’è reso conto guardandomi e realizzando che, non solo non sono Beyonce, ma se stanotte Beyonce mi incontrasse per strada farei spavento a lei e al suo bodyguard, talmente sono sfatta.

Nonostante il timore che gli leggo in faccia senza equivoci, Gian apre le sicure, io entro nel suo mondo e sfrecciamo nella notte dell’illegalità.

THREE

Una volta a bordo, potresti essere davvero ovunque.

Gian non guida, nuota. Un po’ per la pioggia milanese, così velenosa e rassicurante, che si attacca ai vetri e sfuma le luci.

I semafori, i fari e le infinite colonne di lampioni della tangenziale però, sono resi ancora più fluidi da una velocità prepotente con la quale Gian si fa largo, lanciandomi ogni tanto un’occhiata dallo specchietto retrovisore, per vedere se reggo la tensione.

Quella di Gian è una velocità aggressiva che mi fa rizzare i peli sulle braccia più dell’umidità, oltre a darmi la chiara sensazione che questa notte sarà interminabile ma, qualora vi fosse un termine, questo potrebbe collocarsi tranquillamente in un commissariato.

Mentre rantolo sui sedili posteriori Gian mi somministra una quantità di informazioni che già normalmente, nelle ore diurne, non sarei in grado di assorbire, figuriamoci alle tre del mattino, agghindata come Moira Orfei dopo la sbronza per il suo sessantesimo compleanno.

Riesco a percepire una sola dichiarazione: non viaggerò sola.

Per ottimizzare i guadagni della notte più rischiosa, il sabato, Gian organizza un vero e proprio piano di produzione coi vari pick-up in giro per Milano.

Questo è l’orario di punta. L’ora in cui i modelli escono dalle discoteche, ridotti come i Ramones a fine serata.

Non lo conosco abbastanza eppure, mentre mi chiede nel suo dialetto alla Umberto Smaila se mi secca che carichiamo altre persone “tutte di ottima presenza, eh zia!” , sento nel mio cuore che è la fine.

Sento che io e Gian stanotte, caricheremo individui sbronzi quanti più possibile, quanti il suv bianco possa contenerne, anche piegati in quattro, per poterli mettere uno sull’altro, al limite anche esanimi e nudi, per lasciarli davanti al loro portone di casa, come sono abituati col Giantaxi.

Perché Gian sarà un po’ ritardatario, imbottito di dopobarba e anti-depressivi ma è assolutamente affidabile: ti carica e ti porta a destinazione in qualunque stato tu ti faccia trovare nel punto di raccolta, purchè tu ti sia ricordato da lucido, di dirgli dove portarti.

Basta un bigliettino in tasca col tuo indirizzo di casa, se sei un cliente fisso, o una telefonata nel pomeriggio prima di immergerti nella notte più tetra della tua esistenza, e sta sicuro che Gian ci sarà e ti riporterà a casa illibato.

Il primo pit-stop è davanti ad una discoteca in pieno centro, di queste con sette piani e altrettante proposte musicali.

Tutto il palazzo è fasciato con lastre di luci a led fucsia.

Sono accecata e atterrita dalla possibilità che a quest’ora della notte, esista gente che ha ancora voglia di camminare sui tacchi e ballare con le mani in alto, come sento dire al Dj dalle finestre aperte del primo piano.

La frase successiva che sento, mentre i miei occhi bruciano di luci e stanchezza è:

“Andiamo dentro a recuperarli che ci mettiamo meno, Ciccia. Sennò stanotte la passiamo cristando!” , mi dice Gian.

Cristando?

Insomma andiamo dentro e cristiamo.

Pare che questo verbo significhi sopportare talmente tanti soprusi e angherie da avvicinare il soggetto che le subisce al martirio di Cristo, senza però conferirgli similare dignità.

Capisco perfettamente questa medesima sensazione di sacrificio estremo e perdita del decoro umano, entrando in questa discoteca che è la rappresentazione precisa dell’inferno, solo coi dannati vestiti Calvin Klein e Kokka che affollano il bancone del bar sbavando, ringhiando e gridando “Negroni” o “Vodka Tonic”, pozioni che prima o dopo, causeranno loro blocchi intestinali e altre pene dell’inferno.

I piani della Disco con le varie sale, si affacciano nella hall con mille balaustre dorate, creando un effetto vortice proprio come quello dei gironi danteschi e la musica, se dovessi immaginarmi l’inferno beh, sarebbe esattamente quella proposta in questo posto, in cui i peccatori stasera vengono puniti a suon di Lady Gaga e di Bachata ecuadoriana.

Le cubiste frustano i dannati, con le frange dei vestiti e le loro cosce slabbrate dai troppi anni di ore piccole sui tacchi e ogni piano ha un uomo nero della sicurezza che vigila, come nei peggiori incubi di ogni bambino.

Gian si muove come Caronte, gridando ingiurie e spostando i dannati come fossero alghe mentre io lo seguo con la borsa stretta stretta contro il petto e lo sguardo atterrito da certe danze inconsapevoli che vedo mio malgrado.

Ad un certo punto Gian grida proprio come griderebbe Belzebù per arringare i suoi diavoli alla massima esaltazione, solo che lui grida “YURI! PORCA BESTIA, ANDIAMO!”.

Yuri sembra non essersi accorto della vita in generale, figuriamoci delle urla di un nano rosso, in quella selva oscura.

Sta ballando attaccato alla balaustra del privè, come fosse un adolescente effeminato, alla sua quotidiana classe di danza classica.

Effettivamente Yuri è un adolescente effemminato ma al posto del tutù è fasciato in un paio di fuseaux (sono un’integralista del fuseaux, lo chiamerò sempre così. Non mi avranno mai quelli stronzi che lo chiamano leggings) in lattice nero e in una maglietta di un fucsia accecante, che dovrebbe essere proibito dalla legge.

Ma siamo all’inferno, quindi Yuri può mettersi quello che vuole, anche perchè sta nel privè dell’inferno, che alla fine è un po’ come la Giudecca.

Gian lo conosce anche il Demonio quindi non subiamo neanche dieci secondi di domande e controlli all’ingresso del privè, perché due omoni neri ci aprono direttamente il cordolo facendo un cenno a Gian, dentro ai loro occhiali scuri che chissà che cazzo se li mettono a fare gli occhiali scuri in un posto più buio di una miniera, ma tant’è.

Yuri si è preso di sicuro qualcosa per ballare senza dover avere altre necessità.

Ha ingerito, fumato o masticato qualcosa che gli ha tolto qualsiasi tipo di bisogno fisiologico: non deve andare in bagno, bere o mangiare né tantomeno crollare dentro ai divani di velluto, dopo la sua sessione di danza classica tecnologica.

Me lo spiega Gian dicendo “Zia, lo Yuri non dice una cazzo di parola dalle undici di sera alle due di pomeriggio del giorno dopo, lui balla e basta. Lui dove lo metti sta tipo in trance, però ti segue eh, se devi andare in qualche posto e ce lo devi portare lui sa che deve seguirti, però ti segue mentre continua a ballare, è tipo autistico, si piglia qualcosa di davvero bomba. Ma a me mi dà retta, eh.”.

Quando gli siamo vicini, per me Yuri è già leggenda.

Indossa anche lui gli occhiali scuri, solo con una montatura tigrata, e ha un’aria professionale e concentrata su ogni singolo passo di danza tecnologica, come fosse in un video dei Daft Punk visto però da una persona con dei problemi cognitivi che le rallentano i riflessi. Yuri si dinoccola a rallentatore, simulando spaccate sulle balaustre e muovendo lingua e braccia a serpentina, ammiccando il nulla, visto che è solo, non c’è nessuno che gli balla intorno, perché “Nel privè non si balla, nel privè”, mi spiega Gian “si fa i fighi e basta, si guarda giù cosa fa la massa di gente di merda, si beve, si fa i fighi, ecco. Capito?”.

Solo Yuri può ballare, perché il suo ballo è da fighi, pare.

Non c’è bisogno di trascinarlo via dal girone del privè, Yuri sa che se riconosce Gian nella folla, è venuto il momento di andare via e deve seguirlo.

Così si stacca dalla sbarra sopra la quale ha portato a termine la sua notte di solveggi e inizia a seguire Gian, facendo del piccolo stretching sul posto.

Non ha una giacca, un borsello, un cellulare, Yuri è venuto in canottiera e fuseaux da casa, forse correndo come Mark Renton, in piena punta di chissà cosa.

Gian mi fa un cenno e grida ancora come un demonio, in mezzo alla folla di dannati, che ci dobbiamo togliere dai coglioni.

Siamo fuori.

Respiro.

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Siamo fuori e mi rendo conto di quanto sia fragile Yuri, fuori dal suo contesto: magro, sudato e pallidissimo, ancora con gli occhiali scuri attaccati alla pelle appiccicosa, silenzioso, indifeso.

Meno male che c’è Giantaxi che lo porta a casa, altrimenti Yuri verrebbe picchiato e derubato perfino da una classe di signore di punto e cucito.

Fuori, appoggiate al cofano del taxi di Gian, piazzato in mezzo alla strada con le doppie frecce che lo illuminano come fosse un pacco regalo di questi degli allestimenti nei centri commerciali a Natale, ci sono due ragazzine col trucco sfatto e i tacchi in mano.

Sono quelle modelle minorenni moldave, che vedi a Milano in qualunque stagione dell’anno, con la minigonna senza calze, anche quando a Gennaio ci sono le maniglie dei negozi ghiacciate.

Maledette loro, giovani e con il gelo nel dna che le farebbe sopravvivere anche nei cassoni di un obitorio.

Loro non ci andrebbero in discoteca, se ne starebbero a casa a guardare Sex and the city e a mangiare patatine con le amiche.

Eppure ci vanno perché vengono pagate dai PR per starsene lì tra amiche, a bersi un drink e fare la famosa bella presenza.

Sulla carta dovrebbe funzionare così: qualcuno le vede e sparge la voce tra i maschi che in quella discoteca ci sono le modelle.

Allora tutti i maschi vanno lì, pagano il biglietto intero, bevono l’imbevibile e cercano di rimorchiarle.

Solo che nessuna di loro sa parlare italiano.

Mai una modella moldava minorenne riuscirà a imparare l’italiano.

Non si sa per quale motivo.

Parleranno inglese, al massimo sorrideranno ma in italiano non scuci loro neanche un “Buongiorno” dopo sei mesi.

E di certo i maschi che frequentano quella discoteca infernale e bevono quei drink sacrileghi, oltre al milanese, parlano il Nulla più desolante.

Però le modelle moldave minorenni, qualora pensino, questa sera penserebbero senz’altro “Meno male che c’è Giantaxi che ci porta a casa e non quell’imbecille di Gallarate con la gelatina anche nel culo”.

Siamo tutti. Si va.

FOUR

Non so se ci si possa ubriacare di riflesso, semplicemente respirando gli aliti di gente ubriaca in ambienti ridotti ma non mi sento molto bene, tutta compressa dentro a questo abitacolo che sa di vodka chimica, con la faccia contro il finestrino e le cosce appiccicate a quelle sudate e bianche delle moldave.

Se poi il tanfo di alcool si mescola a quello acuto della centrifuga di schifezze lisergiche ingerite da Yuri, credo che gli effluvi che stanotte scivolano per l’abitacolo del taxi di Gian siano pericolosi per la salute quanto gli scarichi di una raffineria calabrese.

Yuri poi non sembra essere tra i viventi.

Gian lo ha appoggiato sul sedile posteriore come un cappotto che ti togli prima di guidare altrimenti si sgualcisce e lui è rimasto lì, come un invertebrato, con gli occhiali da sole ancora indosso a proteggere i suoi occhietti bianchi e collosi.

Ad ogni curva, il suo corpo senza gravita’ viene sbattuto contro le moldave che lo rilanciano come se giocassero a palla avvelenata contro il vetro del finestrino, dove il suo naso si schianta e si appiccica come una ventosa diventando cianotico e freddissimo e regalando agli automobilisti, nonostante gli oscuranti, una visione spettrale.

Come se stessimo trasportando un cadavere senza sacco nero.

Gian vola nella notte.

Non lo ferma nessuno e se sei con lui andrà tutto bene.

Anzi andrà tutto “ da famiglia reale, ciccia!”, dice lui.

Yuri abita a Niguarda, un quartiere che se non avessi la certezza di trovarmi a Milano potrei tranquillamente scambiarlo per qualche periferia di San Paulo di quelle che ti fanno capire quanto sia preziosa e fragile la vita, soprattutto se hai una borsetta appresso.

Yuri non viene barbaramente scaricato sul pianerottolo, come farei io prendendolo per un braccio; vedo Giantaxi infatti, scendere dall’auto, aprire professionale lo sportello posteriore, chinarsi e caricarsi in braccio i resti esanimi dell’acrobata di Niguarda per poi volgersi al portoncino e iniziare una difficoltosa arrampicata dei tre scalini che portano all’uscio rognoso dove vive il poveretto.

Sull’ultimo scalino sento Giantaxi inveire contro la vita e le creature della notte.

Non capisco bene cosa dica nel suo dialetto che capisce solo Umberto Smaila ma sono certa che sta prendendosela col mondo mentre porta avanti il suo lavoro fino all’ultimo e con dignita’, mentre compie il suo giornaliero “servizio completo”.

Arrivato in cima alle scale Gian appoggia il ballerino moribondo contro l’angolo del portoncino annerito dalle pisciate dei cani e citofona.

Sono le cinque del mattino e Gian citofona senza sosta, come fosse un postino.

Dopo qualche minuto di attesa, mentre le moldave si fanno un selfie al volante del Giantaxi e ridono nella loro lingua, si sentono i tonfi pesanti di chi scende le scale incazzato.

Apre il portoncino un’immensa massa di adipe sudamericano senza sesso definito.

Che sia lo/a fidanzato/a di Yuri?

Il sesso è incerto ma non la sua età, minimo sessanta anni, nonostante il grasso iperbolico tenti di deviare le mie analisi.

E’ un essere appartenuto per tanti anni alla notte, forse una Drag-Queen o un mercante di perversioni da strada.

Lo intuisco da come inveisce contro la notte insieme a Giantaxi, con fare esperto: si lamenta di quanto la notte ormai faccia schifo, di quanto non ci siano piu’ i locali leggendari della movida milanesa.

Poi guarda Yuri e scuote la testa.

Paga Giantaxi quel che deve pagare e mentre il nostro protettore risale in auto e la moldava scivola sul sedile davanti continuando a selfarsi, la/o vedo che piglia Yuri per un braccio e inizia a gridargli contro come fossimo in pieno giorno “Alzati Ediota, vamos! Otra volta con esta puta istoria. ALZATI PUTO AMOR!”.

Lo scuote, si arrabbia, diventa rosso/a in viso e inizia a prendere a calci nello stomaco con le sue gambotte flaccide il secco Yuri che non reagisce.

Gli sfila gli occhiali, li disintegra dentro al suo pugno, poi chiude la porta e lo lascia li, esanime contro il muro, appena sotto i citofoni, stretto nei suoi fuseaux e senza un grammo di forza in corpo.

Ho paura.

E anche le moldave hanno smesso di farsi le foto e sono lì che guardano Yuri e guardano Giantaxi per avere risposte.

“Sempre così eh, ognuno ama come può, bellezzine secche”, dice lui mentre inchioda e fissa lo specchietto retrovisore.

Portami a casa, maledetto driver.

Ho paura e sono stanca.

La porta viene riaperta con rabbia e riemerge la creatura di lardo portoricano che piglia Yuri per un polso e se lo trascina dentro il buio della tromba delle scale.

Addio Yuri, portami a casa Gian.

E lui annuisce guardando la porta richiudersi e parte sgommando.

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FIVE

Giantaxi vola nella notte più acida, vola dentro alla notte che, sembra piombare tra le strade di Milano solo per lui e per il suo lavoro che accarezza da anni l’illegalità.

Vola Giantaxi, coi suoi boccoli sudati e rossicci fuori dal finestrino e gli ACDC diffusi a volume da esaurimento nervoso; guida sentendosi solo anche quando il suo taxi è strapieno di gente.

Brian Johnson gracchia con le sue corde vocali ruvide “Don’t stop me”, e io guardo il mio driver preferito e mi nasce in testa, e non so perché non ci abbia pensato prima, la certezza dell’ incredibile somiglianza col frontman di questa band leggendaria.

Invecchiando, le distanze delle similitudini tra loro si accorceranno sempre più e mentre voliamo su Milano, io Giantaxi me lo immagino col kilt e la scoppola e immaginarmelo così, è forse la cosa più piacevole che mi sia capitata stanotte.

Questa notte in cui Giantaxi e io planiamo insieme a due moldave con le gambe più lunghe della mia giornata di lavoro, questa notte che sta morendo e che io mi ritrovo, senza averlo scelto, a vivere in macchina con gente che sa di glitter e cocaina.

Le moldave dormono un sonno etilico rilassato, sono abituate.

Una riposa appoggiata sulle gambe dell’amica, l’altra con la testa china sul collo, che domani si sveglierà sentendo i trenta sempre più vicini.

E poi ci sono io, che coi miei trenta e più, spero di riuscirmi ad addormentare a casa mia, sana e salva, senza nessuna moldava sul divano, senza nessun Yuri sul tappetino di casa, massacrato di calci dal fidanzato e senza nessun agente di polizia all’uscio di casa che mi chiede come conosco il tassista illegale più famoso della città.

Le due moldave condividono una di quelle famose case milanesi per modelli: appartamenti identici a quelli per studenti, loculi angusti, sovrappopolati e sovrapagati, con l’unica differenza che le case per modelli si trovano in zone trendy e sulle pareti delle stanze hanno i composit, quindi sono più fighe di quelle per studenti e vengono ancora più sovraprezzate.

Nella via del fashion flat non si cammina, tanto è intasata dalla gente che ha ancora voglia di ridere, baciarsi, vomitare, alcolizzarsi e ricominciare il giro.

Giantaxi chiude gli specchietti mentre procede a passo d’uomo e ogni tanto abbassa i finestrini per inveire o chiedere in inglese, se si sono accorti che lui sta guidando una macchina.

Mi giro verso le moldave e le vedo di nuovo sveglie e in pieno selfie, che salutano i baristi dal finestrino abbassato e ammiccano i loro colleghi modelli sudati e marci dalla serata.

Mi chiedo perché molta gente che lavora col proprio aspetto riduca lo sviluppo dell’intelletto, forse pensando che un peso mentale importante possa compromettere la carriera nei casting.

Forse le moldave pensano di essere arrivate a qualche festival.

Forse credono che tra poco Giantaxi aprirà loro le portiere dell’auto e srotolerà il red carpet e loro potranno sgambettarci sopra coi loro leggings e i loro boots, regalati da qualche stilista pallido, coi capelli bruciati dall’ammoniaca.

Invece Giantaxi le portiere le apre, si, ma dice “Basta, qui non si va più avanti, fuori dalle balle ladies, vado di retro e voi proseguite a piedi, che rassodate i glutei!”.

Non credo che le moldave sappiano cosa sono i glutei anche perché, guardandole mentre scendono dall’auto, scopro che ne sono completamente sprovviste, che hanno quei tipici sederi talmente piatti che la parte dei jeans dedicata alla naturale fisionomia pensata da Dio, rimane penzolante come uno zaino vuoto, di quelli peruviani, di lana morbida e colorata.

Non appena le loro cavigliette sono tra le pozzanghere e io sospiro pensando che sia finalmente finita, due tizi vestiti esattamente come il resto della folla, come dei rapper appena usciti dalla copertina di Esquire, si piantano davanti al nostro cofano, sbattendo le mani contro la carrozzeria e, mentre sento Giantaxi dire “Oh cazzo”, loro già gli hanno aperto la portiera e gli stanno spiaccicando la faccia rossa e umidiccia sul cofano.

E’ un attimo, io vorrei scendere ma non riesco a lasciare lì quel maledetto cagnaccio di strada che sembra aver scelto il mestiere di mettersi nei guai.

Credo di aver capito da come lo sbatacchiano contro il cofano, che Giantaxi deve aver sbagliato zona o orario di servizio illegale e che i due tizi travestiti da rapper sono in realtà colleghi con regolare licenza, in pausa dal lavoro ma non dalla voglia di attaccare briga.

Intorno alla nostra auto si crea un piccolo circolo di pubblico non pagante che non osa intervenire ma si gode la scena, succhiando nervosamente vodka-tonic dalle cannucce nere.

Detesto quelli che non si lasciano prendere dal sangue, quando ribolle nella testa e vorrebbe riportare l’essere umano ad una condizione di selvatica battaglia: questi stronzi se ne stanno lì, mentre i due rapper pestano di botte Giantaxi, con le loro gambette atrofizzate nei pantaloni stretti-stretti a sigaretta, coi loro baffetti lisci e freschi di barbiere, inabili a qualsiasi tipo di reazione che esca dai cliches del ragazzo trendy.

Nessuno si indigna, tutti guardano la scena con lo sguardo da eroi ma solo quando reputeranno che è il momento giusto di esserlo.

Mentre sto scendendo dall’auto di Giantaxi, che continua a prendersele in silenzio, tutto davanti a noi, viene illuminato dai fari di un’auto che procede lenta tra la folla.

L’auto si ferma esattamente di fronte al ring, chiudendoci definitivamente ogni via di fuga.

Pensavo fosse una volante, invece è un altro taxi: le forze dell’ordine hanno la peculiarità di non arrivare mai quando c’è davvero bisogno e di esserci sempre quando il loro intervento è inutile e fastidioso, penso stringendomi la borsa addosso e preparando la fuga, sempre che le mie gambe, paralizzate sul sedile dalla tensione, me la consentano.

Dal taxi scende una ragazza bionda, minuta e con una piccola coda spettinata.

Ha gli occhi azzurri ed è completamente vestita di jeans, dalla testa ai piedi, sembra uscita da uno di quei telefilms anni 90, alla Bayside School ma, al posto del diario ha un tubo di ferro sottobraccio, un pezzo dell’asse del motore di chissà quale auto, che brandisce in maniera determinata e poco elegante.

Si avvicina e con una forza impossibile da prevedere, si lancia contro uno dei rapper e lo legna duro fino a farlo piangere, fino a quando quello non si china per proteggersi la faccia e la testa, fino a quando non ti fa tenerezza che quasi ti dimentichi che, fino a pochi minuti prima, stava massacrando un povero giovane rosso slabbrato.

La piccoletta allontana i due rapper a colpi di rabbia inespressa da secoli e il pubblico maschile, si rifugia in un imbarazzante silenzio sgomento, poi prende Giantaxi per un lembo della camicia, lo trascina in auto e chiude le sicure.

Siamo dentro.

Giantaxi è di nuovo al volante della sua auto esanime e la biondina gli è accanto, sul sedile del passeggero, che sbava ancora di rabbia.

Non si è accorta che ci sono anch’io, immobile come sono sul sedile posteriore, ipnotizzata da tanto cinema americano.

Come se non bastasse, la biondina tira a sé quel che resta di Giantaxi e gli stampa un bacio muscoloso sulle labbra violacee,

poi si gira di scatto e mi guarda dentro alle pupille.

Mi entra dentro agli occhi come il fuoco e dice “Fuori di qui, prendi la mia auto e seguimi”; io neanche rispondo, piglio le chiavi che mi lancia praticamente in faccia e, come ipnotizzata, mi ritrovo già coi piedi dentro alle pozzanghere delle moldave.

L’auto di Giantaxi si accende, ingrana una retromarcia potente e inizia a svicolare tra la gente, incurante di colpirla o schiacciarla.

Una retro da Fast and Furious che si allontana dal circo di pugni e baci appena vissuto.

E io davanti a loro, assurdamente al volante di un’auto mai vista, coi fari piantati contro il loro parabrezza, pronta a seguirli ovunque, perché le femmine, quando c’è di mezzo una storia d’amore, diventano incredibilmente collaborative, anche nell’illegalità.

La nostra notte non è finita Giantaxi: sfrecciamo nel crimine e baciatevi ancora, vi prego.

 

Arianna Porcelli Safonov

 

 

 

 

 

CIRCA LE DONNE DI MARE

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Un pezzo scritto per la kermesse Se permettete parliamo di donne, organizzata dalla Società Umanitaria Alghero.

Alghero, Lo Quarter – Domenica 19 Marzo 2017 ore 19

I

Permettete se parliamo di donne?

Di quelle femmine di essere umano che hanno avuto la sventura di nascere all’interno di una razza evoluta come quella dell’essere umano, senza tuttavia godersi il lusso dell’evoluzione ma con mille obblighi e gerarchie vicini ancora all’ordine animale.

Permettete se parliamo di donne ma non di vestiti firmati, trucchi e ballerine?

Si può?!

Preferiamo parlare di pelle sudata, cuori spezzati e cervelli coi pensieri stipati.

Preferiamo parlare di lupe, di roghi con sopra presunte streghe e di silenzi pieni di suoni.

Fate la cortesia, concedeteci un po’ di tempo per parlare di notti insonni, di pance che si gonfiano e sgonfiano come vele, di gente condannata a cucinare lasagne a vita.

Perchè le donne sono anche genti, persone.

Concedeteci di parlare non di mamme, nonne, mogli, fidanzate e infermiere ma di persone.

Le persone che compongono il mondo e per questo sono costrette all’analfabetismo, allo stipendio più basso di tutti, alle mutilazioni più segrete e offensive di tutti i prigionieri di guerra.

Costrette ad obbedire ad altre persone col cervello mutilato.

Costrette a obbedire ai propri figli.

Fateci parlare delle persone costrette a lavorare come prostitute. Come se non bastasse essere costrette a lavorare.

Fateci parlare della gente che ha subìto castighi chiamati mansioni e che ora si ribella in modo scomposto, schiacciando tutto ciò che incontra in maniera disordinata, compulsiva.

Ma non è forse questa la strategia di tutte le rivoluzioni?

Fateci considerare la parola donna come un’evoluzione della parola persona, non come una condizione biologica.

Qualcosa da meritarsi non con la nascita ma col fuoco.

 

 

II

E poi ci sono le donne delle isole, al di sopra di tutti grazie alla condizione biologica di esser nate su uno scoglio.

E se nasci su una roccia sei già una donna, sei già un uomo.

Non hai tempo per altro che per l’essenziale.

Le sarde.

Chi le ferma le donne sarde, cresciute sulle pareti di calcare tra il mare aperto e i cespugli di mirto?

Ci sarebbe da portarle sul continente, le donne sarde.

Ci sarebbe da rapirle come ci hanno insegnato a fare e da portarcele sul continente, che tanto c’entrano nel bagaglio a mano.

Bisognerebbe portarle in Europa per farle parlare con certe donnette di terraferma, intrappolate nella rete a maglie fini dell’apparenza, dell’inconsistenza.

Io alle donne sarde farei produrre un tutorial, uno di quei corsi col cd-rom allegato che insegni alle ragazzine a starsene con la faccia contro il vento, come si protegge un territorio, come si danza con le proprie tradizioni senza annoiare platee, senza il vestito buono, senza soldi.

Io le sarde le farei entrare nei libri di scuola, nelle tasche dei politici, nei negozi e nelle università a spiegare cos’è il carisma.

A spiegare cos’è la dignità a quei catorci con la permanente e gli sciatusc che credono basti un figlio e un paio d’ore dall’estetista per essere donne.

Che non sanno cosa diventa il mare quando incontra il vento, che non riconoscono più odori e profumi che le loro antenate un tempo, fiutavano da miglia e miglia e che solo le sarde riescono ancora a percepire.

Dio salvi le donne delle isole e le cose che appartengono a pochi.

Sophio, Nostro Signore delle campagne.

FOTTUTA CAMPAGNA

Al comando della mia personale armata felina c’è il Generale Sophio.

Per diventare ricca basterebbe che i creativi di una qualsiasi agenzia pubblicitaria vedessero Sophio: so che mi offrirebbero subito un contratto milionario per farne un brand, una di quelle faccette che finiscono stilizzate su qualsiasi cosa, dalle T-shirt alle tazze.

La potenza mediatica di Sophio è gigantesca e andrebbe giustamente valorizzata ma per dare una giustificazione a tutta questa potenza, racconterò  brevemente la storia di questo gatto leggendario.

Sophio nasce normalissimo gatto maschio persiano color champagne, in un allevamento.

Quando arriva la sua ora viene messo in vendita in un negozio (mi fa piangere pensare che il mio gatto possa essere stato messo in vendita) e viene addirittura acquistato da una famiglia torinese che, falsa e cortese, lo accoglie in casa a un’unica condizione: che sia femmina.

Al momento dell’acquisto viene comunicato alla famiglia che purtroppo è rimasto solo un maschietto, ma a questi miseri esseri umani non importa: lo chiameranno Sofia e con tutto quel pelo, nessuno scoprirà la verità.

Passano gli anni e il mio piccolo ermafrodito vive più o meno sereno, ma proprio a causa di questa spiacevole cosa soprannominata “crescita” che a un certo punto tutti gli esseri affrontano, il felino/a non è più appetibile e la signora di questa discutibile famiglia un bel giorno si convince che “la gatta Sofia” sia responsabile della sua asma. Per Sofia non c’è più posto.Mi viene di nuovo da piangere solo al pensiero. IMG_5508

Provano a riportarla al negozio, ma a quattro anni un gatto è considerato invendibile, quindi inizia la caccia all’adozione conclusasi con la minaccia (più diffusa di quanto si pensi): «O me o la gatta. Se nessuno se la piglia finisce al gattile!».

Ho un’amica che tutti i torinesi amanti degli animali conoscono e venerano: si chiama Chiara e anche lei, come l’amica di san Francesco, è donna in concetto di santità perché dedica corpo, anima e conto in banca ai pelosi in necessità.

Quando Chiara viene a sapere questa triste storia, piglia la macchina e si presenta a casa dei cattivi, li prende a schiaffetti e si porta via il povero Sofia; poi si butta in autostrada verso Roma e mi chiama perchè le risulta che io al momento stia vivendo, per circostanze inspiegabili, senza gatti.

Mi dice che sta partendo da Torino, che nel giro di sette ore sarà a casa mia con Sofia e che il piccolo ha problemi di incertezza sessuale ma che per il resto sta bene.

Arriva all’alba con questo gigante scorbutico di cui mi racconta la storia e io a quel punto mi commuovo e penso che sarò onorata di fargli da mamma ma che, dopo quattro anni, mica posso chiamarlo Giuliano.

Quindi optiamo per Sophio: esotico, sexy, irresistibile.

Sophio comunque starà anche bene ma è incazzato all’ennesima potenza.

Le prime due settimane le passa sotto il mio letto; esce solo quando io non sono in casa. Si affaccia, controlla bene e scivola fuori per mangiare, bere e farmi una gigantesca diarrea sul letto, nel centro preciso del cuscino, come a voler mettere in chiaro fin da subito le cose e ricordarmi che lui è Sophio.

Dopo un mese siamo inseparabili. Mi accompagna ovunque, facciamo anche le vacanze insieme e io sono pazza di lui: Sophio è sempre incazzato con tutto e tutti, infastidito da qualsiasi cosa, animale, canzone fiore, città o persona che gli venga proposta. Ma per me stravede e l’era delle diarree è terminata.

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Purtroppo, dopo qualche tempo, appena riesce a recuperarsi completamente dall’incertezza sessuale, Sophio viene investito e si frattura la piccola mandibola persiana. Viene operato e il veterinario mi dice che non ci sono speranze, che anche se è tutto ricucito col fil di ferro non riuscirà a mangiare con facilità e morirà di fame.

Così esco dalla clinica con il viso che è di nuovo una maschera di lacrime: Sophio, che destino, che vita di sofferenze e, soprattutto, che morte terribile!

Dopo un paio di settimane con la sua nuova mandibola di acciaio, Sophio sembra il gatto di Robocop e mangia più di quattro vitelli.

E’ muscoloso, ancora più incazzato con la vita e a memoria di questa ennesima vittoria contro la morte e l’abbandono, il piccolo eroe avrà la lingua fuori dalla bocca a vita, senza possibilità di schiaffarsela dentro neanche per un minuto, fissata dall’operazione di quel giorno, come la cicatrice di un militare o il tatuaggio di un galeotto, un particolare che lo rende ancora più irresistibile.

Oggi il generale Sophio, alla rispettabile età felina di sette anni, dopo aver vissuto tutta la sua vita tumultuosa in appartamento, vive in campagna dando prova di sapersi adattare a qualsiasi situazione, oltre che a qualsiasi sessualità.

Poi, vogliamo parlare del piacere di farsele girare quando finalmente uno ha ritrovato la propria identità sessuale?

Sophio picchia tutti, vede pelo e picchia, non perde tempo a riconoscere se quel gatto vive in casa con lui o no. Mena dall’alba al tramonto, momento in cui finalmente riposa la sua zampa vendicatrice e si siede sul davanzale più alto del fienile, con la criniera bionda che gli svolazza come un fazzoletto infuocato dalla luce del sole che muore dietro le colline.

Perchè anche il sole muore ma Sophio no e se gli girano, picchia pure lui.

Questo racconto è tratto dal libro Fottuta Campagna e questo è il book-trailer:

https://www.youtube.com/watch?v=uAWxWtKg1L8

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https://fazieditore.it/catalogo-libri/fottuta-campagna/

I CERCATORI DI ATTENZIONE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Qualche mattino fa ero sul treno, sul solito regionale che meriterebbe non pezzi comici ma denunce e zainetti imbottiti.

Ma va beh.

Seduto di fronte a me c’era un signore indiano sui cinquantacinque.

Sinceramente non si trattava di un soggetto interessante ma è bello cambiare idea e lasciarsi stupire dalla verità granitica che i migliori punti di partenza dell’ispirazione alla comicità sono le persone normali.

Anche perché, so che vi rovinerò la settimana con questa sentenza ma devo dirvelo: alla fine nessuno di noi è normale.

Ma torniamo al signore indiano.

Il treno si ferma in stazione più del dovuto: lui mi guarda e sbuffa.

Il capotreno comunica il ritardo accumulato e lui alza gli occhi e fa il segno dell’orologio.

Passa una ragazza che non riesce ad aprire la porta di accesso all’altra carrozza, lui guarda me e la cinese che ho affianco e ridacchia, scuotendo la testa come a dire “Guarda st’imbecille!”.

Passa un vecchietto e lui lo blocca indicandogli posti liberi dove sedersi anche se lui non ha nessuna intenzione di farlo perché il posto ce l’ha già più avanti.

Ma niente, lui insiste e lo obbliga perché è anziano.

La cinese affianco a me invia messaggi vocali con whatsapp e lui mi guarda sgranando gli occhi come a dire “ma cosa fa, questa matta?!”.

Insomma il signore indiano vuole chiacchierare in maniera compulsiva e non si tratta di corteggiamento, eh.

Non vuole rimorchiare nessuno.

Vuole compagnia.

Ma il suo modo di chiederla così dinamico e insistente rompe il cazzo.

Perchè in treno la gente ha il diritto di starsene per i suoi amati affari.

Il signore indiano è malato.

E’ uno dei tantissimi sconosciuti che si aggirano nel mondo elemosinando un “Eh, già! Ha proprio ragione” oppure un “Eh, guardi, da non crederci!” ma anche un “Sempre in ritardo, è una vergogna!”.

I signori cercatori di attenzione non riescono a stare un attimo fermi e zitti al loro posto senza che gli venga nelle vene la bramosia febbrile di attaccare bottone.

Fanno ridere e paura allo stesso tempo.

Perché se disgraziatamente annuisci col sopracciglio, loro ti sbranano di parole.

Se li guardi per sbaglio, perché il loro corpo si trova nella traiettoria verso il soggetto della tua attenzione, per queste persone diventi automaticamente di loro proprietà e, se necessario, ti seguiranno anche fino a casa.

E’ la categoria di persone con la grave patologia di chi non riesce a essere discreto, in silenzio e immobile, nei luoghi pubblici.

Magari anche a casa loro eh, però nei luoghi pubblici offrono il meglio del loro repertorio di tic e di tentativi di abbordo sociale.

Non puoi non vederli.

E vederli si può, sia chiaro.

E’ guardarli che diventa un problema.

Perché per loro è una gioia, una vittoria monumentale incontrare il tuo sguardo; hanno urgenza di incrociarlo e di trovare occasione per rivolgerti la parola circa la meteorologia, un disservizio di qualche ufficio pubblico dove sono in fila con te o sulla reciproca provenienza geografica.

Hanno premura psicopatica di inventare al volo un pretesto per far accadere qualcosa su cui poi poter discorrere con te: un finestrino che non si apre, il telefonino caduto che si apre il due o il grande dilemma se il cesso sia libero o occupato.

Dai cercatori di attenzioni come il nostro amico signore indiano, si salvano solo quelli con le cuffiette ben visibili e incastonate nei timpani e quelli scaltri che dopo anni di allenamento hanno capito che il segreto per sfuggire è evitare le loro pupille.

Per tutti gli altri non c’è speranza.

Soprattutto gli anziani cadono nella rete di quelli lì.

I vecchietti che per indole, noia o solitudine sono propensi a far due chiacchiere mentre aspettano di fare le analisi o sono in fila alle poste, vengono sbranati di parole da questi lupi alla perpetua ricerca di amici nel mondo.

Ci sono dei metodi infallibili per capire se la persona di fronte a voi in treno o alla fermata dell’autobus, in fila alle poste o accanto alla vostra tazzina di caffè al bar, fa parte della categoria degli Elemosinatori di Attenzione e Chiacchiere (EAC), degli attaccasiluri detta alla popolare:

Le loro dita tamburellano nervosamente su qualsiasi superficie quasi come se parlassero attraverso gli arti, in attesa di farlo con la voce.

La loro mimica è da teatro dell’Opera: gesti giganteschi, espressioni da palcoscenico e grande protagonismo se succede qualcosa nel luogo pubblico.

I loro tic trasbordano da ogni poro della pelle: si sistemano gli occhiali, sbuffano sulla frangia o sul riporto, si aggiustano gli abiti, guardano fuori dal finestrino e poi guardano voi, guardano la gente che passa e poi guardano voi, guardano il cartellone col numerino che stanno chiamano alle poste e poi guardano voi, nella speranza che qualcosa della vostra persona gli dia un cenno per poter partire.

State attenti.

E ricordate: Musica alta, sguardo fisso e occhiali da sole, nessun orologio al polso per farvi chiedere l’ora, nessun cagnolino né bambino al seguito per farvi chiedere come si chiama, aria frettolosa e muso incazzato.

E ora scusate ma ho giù l’indiano che mi chiama che è pronto in tavola.

IL GIORNO IN CUI I GIOCATTOLI MORIRONO

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI'

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Non dovrebbe arrivare mai quel giorno eppure in certe famiglie in cui la nostalgia non è un sentimento apprezzato o tenuto in vita con affetto, arriva il giorno in cui il genitore vuole disfarsi di tutti gli oggetti che i figli hanno abbandonato negli anni dentro agli armadi e nelle soffitte della casa padronale.

In effetti dev’essere fastidioso sapere che, quando i tuoi figli prenderanno il volo verso l’indipendenza, sia che la trovino in Costarica o in un monolocale a Cesano Boscone, lasceranno per casa molti oggetti pronti a rompere i coglioni alla tua ritrovata opportunità di arredare gli spazi liberati dalla loro (supposta) autonomia.

Racchette da tennis, ballerine numero ventinove, libri di algebra, diari segreti che non hanno più necessità di restare segreti ma soprattutto cataste e quintali di giocattoli accumulati in svariati Natali e moltiplicati per due o tre, a seconda di quanto vi sarete incautamente riprodotti, senza tralasciare quelli dei compleanni, a causa dei quali avrete negli armadi, facendo due conti elementari, almeno sessanta (nel caso in cui abbiate due figli di trentenni) ondate di gadget e altre cagate regalate e magari appena guardate e poi abbandonate in soffitta, in cameretta, in cantina, in giardino dai vostri adorabili cuccioli benestanti o pieni di nonni.

La vita, per chi resta sul territorio abbandonato da uno o più giovani diventati adulti è un inferno sicuro.

Mia madre però, come in tanti altri casi, sceglie di dire No.

Il suo NO è un inno all’assolutismo materno, una monarchia intransigente quella materna che da secoli governa il mondo senza essere legiferata o contenuta.

In questo caso e con non poco rammarico, devo ammettere però che mia madre ha tutto il diritto di rifiutarsi a fare di casa sua il magazzino delle stronzate di plastica dei figli.

Così un giorno, per l’ennesima volta dal 1982, si allea con mio padre e insieme decidono che i giocattoli accumulati negli anni da me e dai miei fratelli appartengono in un unico blocco alla sottoscritta soltanto perché sono la più piccola e dunque ho automaticamente ereditato tutto dai più grandi, senza esclusioni.

E’ un’ingiustizia che tanti figli minori comprenderanno.

Tuo fratello cresce, ti molla la sua bicicletta usata e quella diventa automaticamente tua nel bene e nel male.

E il male è qui, oggi pomeriggio, il giorno in cui mia madre e mio padre hanno condannato a morte tutti i giocattoli e spetta a me, dopo averli tanto amati, giustiziarli.

Esiste qualcosa di più dilaniante?

Mi presento a casa dei miei il giorno stabilito con una tuta di ciniglia marrone, la coda di cavallo e gli scarponi da trekking.

Mia madre dice severa a mio padre di consegnarmi le chiavi della cantina dove i giochi di me piccina riposano indisturbati da anni, catalogati dentro a scatole datate almeno un decennio a.I. (avanti Ikea).

Mio padre esegue e mi porge una chiave anonima penzolante da un laccetto rosso di quelli che ti regalano alle maratone.

Quando apro la vecchia porta di ferro li sento sussurrare tra di loro: hanno capito subito.

Perché i giocattoli, dopo aver convissuto con almeno tre generazioni di bimbetti riconoscono subito le bugie e la brezza frizzantina che le precede.

Sono certa che sentano che c’è qualcosa che non va ma credo non arrivino a pensare che moriranno per mano mia, la stessa manina che vent’anni fa li faceva cavalcare il cielo e solcare i prati.

La stessa voce che prometteva loro amore eterno.

Ma l’amore cambia.

E’ un software che si aggiorna anche se non vuoi.

Non esiste cristallizzazione, l’amore è un animale in continua evoluzione, non puoi sfuggire.

Anche per questo i miei giocattoli oggi muoiono: hanno creduto che per loro non sarei mai cambiata, che sarei rimasta fedele a me stessa per sempre invece sono cresciuta e ho cambiato casa, una casa piccola dove non posso portarli con me.

Mi avrebbero uccisa loro se fossi rimasta com’ero quindi oggi devo sacrificarli tutti.

Gli scatoloni esplodono sotto i tagli del mio coltellino svizzero: saltano in aria le Barbie coi loro vestiti da sposa, le Cherry merry muffins, i Polly pockets, i giochi del Sega Master system

Si risvegliano i pupazzi rappresi da mille lavaggi in lavatrice e gli eserciti dei playmobil gridano al ritorno in battaglia, alla trincea che io e mio fratello alzavamo da cameretta a cameretta, sfidandoci con navi giganti fatte di blocchi di legno colorato, portaerei che fluttuavano sul pavimento.

Ma oggi è disfatta.

Oggi è imboscata, tradimento e morte feroce dentro a enormi sacchi neri dell’immondizia e scatoloni destinati a una Caritas che di playmobil non se ne fa molto visto che la lotta è per il pasto caldo.

Oggi è il giorno in cui Barbie muore col suo sorriso al rossetto rosa fragola e il flauto che suonavo alle medie si spezza contro le mie ginocchia rabbiose mentre gli grido che mi ha sempre fatto cagare suonarlo.

Muore la scatola dei Lego, coi piccoli moduli che sembrano non accorgersi di niente invece, se potessero, si assemblerebbero in una gigantesca mitragliatrice e mi trivellerebbero col piombo.

Sola in cantina con i miei giocattoli, grido e uccido tutti e me la prendo con loro per le aspettative disilluse e i sogni di bambina infranti e metto nel bagagliaio anche tu Berto, peluche gigantesco dentro al quale mi sono accoccolata fino ai dodici anni a piangere o sospirare per il compagno di banco che mi snobbava.

Mi dispiace e grido con le lacrime agli occhi che devo farlo e apprezzassero almeno il fatto che lo faccia io, che li ho amati tutti e tanto perché potrebbe farlo la signora delle pulizie senza neanche sentire il loro dolore o il giardiniere, buttandoli sopra il pick-up insieme alle siepi potate oppure l’operaio che viene domani a spostare i mobili.

Quando finisco la strage sono sudata, sporca, piena di ragnatele e sangue invisibile di giocattolo.

Che il sangue invisibile è quello peggiore.

Il campo di battaglia è un garage ordinato: gli scatoloni aperti sono piegati e pronti per la differenziata, i sacchi neri chiusi e senza alcun movimento all’interno e il taglierino chiuso dentro al marsupio degli attrezzi di mio padre.

Dentro al mio cuore però, stamattina sono morte cinquemila bambine.

Carico tutto in auto e parto.

Guido veloce verso l’isola ecologica, scarico tutto, sistemo nei cassonetti giusti e risalgo in macchina salutando i signori rognosi che lavorano lì.

Un’operazione quella dello scarico, portata a termine in venti minuti col pilota automatico inserito.

La mia auto è davanti al cancello chiuso dell’isola ecologica e la radio manda un pezzo di Florence and the Machine.

Sono libera, finalmente grande e senza tutto quel carico infantile che mi ha perseguitata per tutti questi anni.

Andiamo via, Berto.

Ti porterò lontano dalla terra che ci ha fatti nascere e poi ci ha portato il conto.

E Berto, sul sedile del passeggero non dice niente ma si capisce che erano anni che aspettava questo momento.

LA LEGGENDA DEI CAVI US-B

FAVOLE DI MADAME PIPI'

Avevo aperto tutti i cassetti di casa e preso tutti i miei cavi usb.

Li avevo tirati tutti fuori, un giorno.

Ero stanca di tutti quei chilometri di cavi e una di quelle mattine libere in cui ti prende che vuoi cambiare il mondo iniziando da casa tua, li avevo snodati, lucidati, lisciati e allungati sul pavimento di casa.

Ero uscita in giardino a furia di metterli per terra, uno dopo l’altro.

Li avevo messi tutti in fila ma non finivano più e loro lo sapevano.

Continuavo a stenderli, sudando.

Pensavo di aver steso l’ultimo, mi giravo e vedevo che avevo ancora una matassa di fili bianchi aggrovigliati come serpenti mitologici.

Si contorcevano, chiedevano di essere usati una buona volta, m’imploravano di non lasciarli soli, di dar loro un senso.

Si chiedevano, i miei fili usb, perché fossero lì in così tanti, tutti uguali, da secoli e perché li avessi comprati a tonnellate, facendoli sentire così sostituibili e intercambiabili.

Mi chiedevano perché ero stata così infedele con loro.

Qualcuno si ribellava e provava a mordermi con la sua uscita metallica e tagliente, che sbucava come una testa di Medusa dalla matassa.

Io sudavo e scioglievo freneticamente i nodi, davo loro spiegazioni aleatorie, mentre dentro mi battevo il petto, insultandomi per aver comprato così tanti cavi usb nella mia vita, senza tener mai conto della loro dignità.

Avevano ragione.

Si faceva notte e non avevo ancora finito.

Sentivo le loro vocine orientali, mentre procedevo nel buio a dare una direzione al grande sentiero di cavi che non avevano mai avuto uso.

Non sapevo dove sarei arrivata e lottavo per non avere paura.

In mezzo al mare scurissimo e in mezzo ai campi di lavanda, a picco sulle rocce e poi rasente gli argini sabbiosi dei fiumi, stendevo i miei cavi nati e mai vissuti.

Sentivo di nuovo le vocine orientali: qualcuno di loro faceva hara-kiri e subito dovevo correre lì, a sostituire il cavo deceduto con un altro immacolato, triste e liberato dalla sua fettuccia di cellophane, dopo anni di mummificazione.

Prendevo il cavo defunto e lo mettevo nel sacchetto insieme agli altri fili morti, da portare a smaltire nel grande negozio di media, dove c’è il cimitero delle tecnologie dimenticate.

La notte arrivava e io mi accorgevo di essere arrivata a Boston.

Avevo freddo, ripiegata com’ero, in quel verde ordinato che costeggia l’enorme fontana del Public Garden, ma sentivo che finalmente avevo dato a ciascuno dei cavi una utilità.

Finalmente li avevo collegati a qualcosa.

Li avevo collegati ai continenti.

Erano felici, tutti tesi uno con l’altro, con le loro piccole uscite trasparenti che si penetravano a vicenda.

Mi guardavano come se aspettassero quel giorno da secoli.

Capivo che mi guardavano perché sentivo i loro occhietti orientali addosso.

Quel giorno scoprivo il motivo per cui i cavi si chiamano US-B.

Us Boston, evidentemente.

Quel giorno capivo che i cinesi avevano conquistato il mondo ancora una volta.