LA TESTATA

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Banale anticipare che non c’è da fidarsi di chi legge certi giornali.

Resta ancora molto diffusa peraltro la consuetudine di esibire il quotidiano che si legge; il giornale viene ancora esibito in maniera molesta: portato sottobraccio, lasciato fuori, a sporgere dalle tasche esterne di borse e valigie.

Quando parliamo di quotidiani, il riferimento riguarda quelli considerati diffusori di informazioni utili, non certo oggetti superflui come il Corriere dello sport o Libero, vero e proprio impoveritore cerebrale tra i più potenti.

Tutti i quotidiani però sono potenti.

La potenza e la conseguente responsabilità dei quotidiani non si risiede tanto nella grafica o nella cartastraccia che li compone ma nelle dita della categoria più impunita del nostro secolo, i giornalisti che, personalmente picchierei in moltitudini con la scopa.

Il giornalista ha spesso maggior responsabilità di un capo di Stato e dovrebbe rispettare prima di tutto sé stesso e poi il lettore, servendosi dei voti monastici che fa alla propria professione, come la ricerca della perfetta verità nella cronaca dei fatti ed il disgusto massimo nei confronti della faziosità.

Il fatto che uno scandalo buttato in prima pagina solletichi o meno gli angoli meschini del lettore non dovrebbe essere oggetto di interesse da parte del giornalista poichè egli dovrebbe già esser fin troppo impegnato a cercare di arricchire con qualsiasi metodo il bagaglio culturale del suo pubblico fornendogli armi per combattere, insieme a lui, la rozzezza che ci sovrasta e la corruzione.

Anche per evitare tutti questi bellissimi intenti, esiste il giornalista che si occupa di gossip e di altra bassa attualità.

Un professionista laureato che abbia conseguito con sforzo il patentino e che scelga deliberatamente e quindi in modo criminale di depauperare intellettualmente il fruitore è un soggetto al quale il patentino andrebbe masticato fino alla polvere così come andrebbero distrutte tutte le squallide storie da lui scritte, storie che, la gente di buon senso, dopo averle lette avverte ancora come un danno ed insieme a quella consapevolezza, la gente è ancora in grado di sentire nell’anima, una voce sotterranea che sembra dire “Ma che cazzo me ne frega di questa roba?!”

Il giornalista malvagio invece mantiene il lettore, così ed in altri meschini modi, precisamente sotto sequestro, privandolo poco a poco del discernimento personale ed ipnotizzandolo fidelizzandone la pigrizia e l’ignavia mentre, nel frattempo occupa il tempo in telefonate e negoziazioni per procacciarsi gli accrediti.

L’accredito vizia il giornalista e ne giustica l’operato.

Se il giornalista non ricevesse accredito si sentirebbe meno potente e forse scriverebbe finalmente la verità, purificato e confinato dentro alla sua professione liberata da favori e marchette.

Difendiamo i giornalisti dall’accredito e le edicole da certe testate.

Le testate diamole noi contro le porte a vetri di certe redazioni; forse finiremo in ospedale con codice rosso ma avremo difeso la libertà di lettura contro certa libertà di stampa e soprattutto finiremo sul giornale che comunque non è male, piace sempre.

Facciamo in modo che la testata meriti.

IL MESTIERE DEGLI SCARTAPACCHI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Nella mia vita passata ho avuto spesso a che fare con la pubblicità nelle sue sfumature più turpi ma sempre all’interno di contesti dove al pubblico era chiaro che si trattasse di messaggi pubblicitari.

Mica come oggi che aprono le scatole.

Quale ingerenza economica e psichica porta una persona di bell’aspetto e in apparente buona salute, a farsi mandare dei pacchi dalle aziende produttrici di cosmetici, prodotti per la casa e per la cura della persona (ma evidentemente non dal punto di vista neuro-psichiatrico) e a farne pubblicità facendosi riprendere da qualcuno con una telecamera mentre apre la porta al corriere come fosse il suo amato appena tornato dalla guerra e poi, perfettamente truccata, pettinata, a suo agio e leggera fluttua e volteggia nell’aria verso il divano ove si tufferà mantenendo la piega dei capelli impeccabile e gridando cose tipo “Eccolo!”, “Finalmente è arrivato!” oppure, se parliamo di un testimonial americano, visto che certi focolai di germi nascono sempre lì, nelle Americhe, gridando cose tipo “I’m so excited!”, “Here we are!” ed altre cose da fangoso entusiasmo infantile, da faccende tipo “Scarta la carta!”

E noi, povero pubblico, restiamo ipnotizzati a guardare ma non certo perché ci interessi il prodotto bensì perché ci comanda l’antica piaga della curiosità, di sapere come finirà e cosa ci sarà mai dentro a quel cazzo di pacco che si sta scartando.

Ed è a causa di questo nostro insano comportamento che è nato il mestiere di quelli che scartano i pacchi e, di conseguenza è aumentato il mestiere di coloro che i pacchi li incartano non aumentando però il di loro stipendio.

Persone talmente esauste che a Natale, se per caso non fossero di turno e dovessero trovarsi a passare davanti ad un albero coi regali belli ed incartati che attendono lì sotto, rischierebbero l’attacco di panico per la paura di doverli incartare di nuovo, una volta scartati.

Etichettati, imballati e consegnati.

Bisognerebbe contattare qualcuno di qualche brigata, un esperto in ordigni postali, in modo da far terminare questa corsa spensierata verso il divano.

Si potrebbe fare una convenzione con quelli che imballano i pacchi affinché il siero detox venga sostituito con un più congeniale idraulico liquido, a disgorgare la massa informe di scartatori oppure affinché lo spremiagrumi di ultima generazione salti in aria alla prima accensione come attentato contro il personal shopper.