PICCOLO SEGRETO INDUSTRIALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho trovato, in fondo all’armadio, un cioccolatino industriale.

Appartiene alla mia vecchia vita, ora mangio solo cioccolato prodotto da piante italiane registrate all’anagrafe e stagionato per anni nelle culle delle cliniche pediatriche, in Svizzera.

Cosa devo farne?

Quale potrebbe essere la cosa migliore da fare?

Divorarlo e annegare nei sensi di colpa oppure raccoglierlo e riporlo tra i rifiuti non riciclabili, chiamare quelli che ritirano i rifiuti pericolosi, in modo che la sua materia organica temibile non contamini l’humus del mio orto?

Un’altra possibilità è quella che poi è la nostra missione, quella che spetta a noi, guerrieri della luce, nati in questa epoca post-industriale: buttare il cioccolatino chimico nella pattumiera lanciandogli contro mille maledizioni.

Mi avvicino quindi allo scaffale dell’armadio e allungo la mano verso il disgraziato fagottino avvolto nel malefico cellophane colorato.

Più mi avvicino e più salivo come un mastino napoletano di undici anni.

Cerco di darmi un tono.

Cerco di nascondere al mio ideale, la bocca piena di bava e lo stomaco che urla desideri immondi.

Piglio il cioccolatino, spingo col piede sul pedale del secchione e mi scaravento nella trachea il demoniaco, squisitissimo snack.

Non respiro per qualche minuto, ho un Nirvana.

Poi torno in me, mi sistemo, mi lavo i denti, esco di casa guardinga, controllo che nessuno mi abbia vista e scivolo fuori dal pianerottolo verso il mercato contadino.

LA SIGNORA DELLE CAPRETTE

MADAME GURME'

 

Non è che sia proprio il massimo nascere capra.

Se vai male a scuola sei una capra.

Se non ti lavi, puzzi come una capra.

Se disgraziatamente ti cade una moneta sotto una panca e ti chini per raccoglierla, c’è subito qualcuno che ti ricorda che sotto la panca creperai.

Se allora sali coi piedi sopra alla panca, secondo il detto sei costretto a campare, che però è diverso da vivere.

Campare è più da sfigati.

Se nasci capra, Sgarbi ti nomina continuamente e non è bello.

Se qualcuno non sa con chi prendersela, tocca a quel poveraccio del Capro espiatorio subirne le conseguenze.

E se qualcuno deve smarrirsi, va a finire che tocca sempre a quella povera stronza della pecorella.

Non è facile oggi essere capra o pecora.

Ma se nasci capretta del Boscasso, tutto è diverso.

Se nasci capretta del Boscasso, è un’altra cosa.

Hai un trattamento cinque stelle, senza però avere tra le balle Beppe Grillo che grida.

Hai un centro benessere con pettinini di legno per capre e una campana al collo col tuo nome forgiato a fuoco da artigiani toscani, che manco il chiuaua di Paris Hilton.

Se nasci capretta del Boscasso, Dio ti ama. E pure Chiara.

Che poi Chiara, con quel nome praticamente è costretta da Dio ad amarti, ma lo farebbe comunque.

Chiara si sveglia ogni mattina ed è al tuo servizio, cara capretta che nasci al Boscasso.

Ti chiama per nome, ti guarda dolcemente come sanno guardare le mamme buone, dentro a quelle bigliette gialle che hai al posto degli occhi.

Fortunata tu, capretta che nasci al Boscasso, perché Chiara per prendersi cura di te, rinuncia alla vita sfrenata milanese, ai balli di gruppo, ai fidanzati amministratori delegati, ai viaggi a Miami e agli aperitivi a bordo piscina coi pantaloni di lino bianco.

Adesso che ci penso, fortunata anche Chiara, che ha te come buona scusa per rinunciare a tutte queste porcherie diaboliche.

Così lei può trastullare il tuo naso umido e preparare col tuo latte creazioni che fanno cantare gli angeli, commuovere gli chef delle isole Figi e le pance più di buongusto che ci sono sul pianeta terra.

E io posso finalmente dedicarmi ai fidanzati amministratori delegati di cui lei non può occuparsi per ovvie ragioni, cara fortunata capretta del Boscasso!

Ti prometto capretta, che farò assaggiar loro il vostro tomino ai semi di finocchi, il tronchetto al carbone vegetale e anche questo nuovo pancaprino in tutta la sua potenza gustativa.

Ti prometto che racconterò a loro di voi, dicendo che si…la conosco quella che fa i formaggi lassù, sulle alte colline dell’Oltrepò pavese, con le sue caprette profumate.

Un giorno se vorranno, tutti quei pretendenti che ruberò a Chiara, li porterò a mangiare da voi e a comperare il colostro, quel primolatte che se lo bevi, mi hanno detto fa restare giovani ancora più di Cher.

Se un giorno io e tutti i potenziali fidanzati rubati a Chiara, verremo a pranzo da voi, cara capretta del Boscasso, promettimi però di inventarti qualcosa per tenere occupata la tua mamma: un parto prematuro, un’indigestione di erba medica, una monta omosessuale improvvisa, insomma, tienila occupata, per carità!

Che sennò i fidanzati si ricorderanno di lei ancora una volta.

E s’innamoreranno di nuovo e con gusto, di tanta passione, di tanta energia ben direzionata, di tanta genetica sarda che si mescola con perfetta eleganza all’amore per gli animali, per la montagna e per i formaggi invidiati dagli dei.

Promettimi che la terrai occupata, capretta cara.

Altrimenti me ne resterò lì, con le mani in mano, senza il becco di un fidanzato. O al massimo col tuo fidanzato, il becco, che mi guarda in maniera maliziosa.

A quel punto sarà un giorno fortunato anche per te, caro becco del Boscasso.

 

Per conoscere il lavoro di Chiara e del Boscasso:

http://www.ilboscasso.it/

RIKI: 70 ANNI AL SERVIZIO DELL’INFANZIA

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Non mi piacciono le feste di compleanno per bambini.

Non mi piacciono soprattutto quelle dove non viene previsto e organizzato neanche un misero intrattenimento per gli adulti, e non fate battute.

Dico che basterebbe un angolo con della birra, due scacchiere, un po’ di buona musica perché tanto i bambini giocano, ‘cazzo gliene frega della musica?!

Detesto quei pomeriggi di fine settimana nei quali si ruba tempo prezioso agli adulti in nome del divertimento dei più piccoli, che diventa una specie di religione per cui se dici che ti stai annoiando fino all’invecchiamento precoce, sei un verme insensibile che non ama i bimbetti.

Quei pomeriggi nei quali i bambini si divertono e tu sei lì, costretta a parlare con le mamme di quale herpes ha avuto il piccolo Edoardo, dei giocattoli che preferisce la Betta, di quali sono i parchi coi migliori giochi e di altre stronzate delle quali, se non sei mamma ma anche se sei mamma e non sei del tutto rincoglionita, non ti fotte un accidenti di nulla.

Eppure sei lì in mezzo ai palloncini e ogni volta che un piccolo invitato ne scoppia uno, ti piglia un colpo e rimani col tic della palpebra che pulsa per tre quarti d’ora.

Sei lì, appoggiata allo scivolo senza poterci salire sopra a farti un giro, perché sennò ti pigliano per una disadattata; sei lì, obbligata ad ascoltare solo argomenti che puzzano di talco, a mangiare pizzette rosse all’aspartame perché alle feste dei bambini, si sa, puoi mangiare solo cibo per bambini, che su di loro non sortisce alcun effetto sgradevole, mentre tu torni a casa piegata su te stessa come un maglione, da nove coliti fulminanti.

E, se ancora non fosse abbastanza sei lì, come abbiamo detto, con la musica per bambini: un sottoprodotto musicale tutto vocine e trombette che, se hai avuto una settimana pesante, puoi diventare pericoloso già dal secondo ritornello.

Ma per fortuna Dio esiste e a volte si diverte a cambiare le regole del gioco.

Questa sera infatti, alla festa di mia nipote c’è Riki.

Cosa pensereste se, in un sabato pomeriggio durante il quale siete sequestrati presso la location della festa di vostra nipote di anni 5, arrivasse un animatore di settantantadue anni?

Pensereste quello che penso io e cioè “Mio Dio, qui qualcuno finirà per farsi male”.

E invece il Mio Dio, ha appena inviato il suo angelo: Riki.

E che Dio lo protegga, questo Riki di ferro.

Arriva in ritardo, sbraitando come un corriere della Bartolini a Portici e scaraventa la valigiona in pelle con gli adesivi dei villaggi turistici, contro il tavolo delle patatine.

Poi la ripiglia, la bistratta ancora un po’ e, manco fosse Roger Rabbit, quando la apre, questa esplode facendo saltare in aria decine di fregnacce colorate di plastica come fosse una pignatta.

Quest’uomo anziano con la faccia di Clown Crispino è talmente anacronistico che te lo immagini fermo a un posto di blocco, mentre la finanza gli scuce il doppio fondo della valigiona e gli confisca mezzo chilo di bamba, nascosta in mezzo alla gelatine e ai frizzi pazzi e invece è un brav’uomo che si è solo spropositatamente rotto il cazzo di avere da spartire coi bambini e i loro genitori.

Con tutti i bambini e tutti i genitori, eh.

Senza eccezione se non quella dei piccoli clienti, dei festeggiati intendo, la categoria di quelli che hanno i genitori che hanno pagato per farsi sedare le bestie minorenni.

Riki non ha tempo da perdere ed è sempre spazientito perché i piccoli da esorcizzare questo pomeriggio sono abbandonati a sé stessi da troppo tempo e il rischio estremo è che ce ne voglia parecchio, prima che lui riesca a rastrellarli tutti e obbligarli nel minor tempo possibile, ad eseguire i suoi ordini.

Si, perché Riki non fa animazione ma riformazione infantile e perciò mi piace a prima vista.

Non ci sono pianti, capricci, schiaffi all’amichetta o giocattolo rubato che tengano: con Riki alle feste, i bambini non hanno diritti e sono destinati a farsi un culo che manco al militare e questo potrebbe essere il suo slogan.

Lui conosce bene la mission del proprio cliente: avere la riconsegna del proprio infante, a fine festa, adeguatamente stremato a morte, in modo da poterlo caricare in macchina come un cestino natalizio e godersi la serata sul divano, in santa, religiosa pace.

Perciò se chiami Riki, lui persegue questo business plan con tenacia martellante e a qualsiasi costo e, dopo aver montato un tavolino da appoggio, più veloce di un commesso di Decatlhon del reparto Camping, appoggia il valigione delle meraviglie e accende il microfono con un fischio che stordisce anche le pizzette nei piatti di Macha e Orso.

Quindi iniziano gli allenamenti: alza le braccia, grida come Rambo e, vi giuro che in meno di tre minuti, i ragazzini figli del Dimonio sono tutti al suo cospetto, seduti a gambe incrociate e coi piccoli menti all’insù ad aspettare ordini da questo immenso omone dai capelli bianchi tenuti in un berretto a visiera blue con scritto “Riki”.

I piccoli vermi lo adorano, questo grasso anziano già completamente grondante di sudore fin dal primo minuto di attività e tutto snodato nei pantaloni slabbrati che la moglie gli rattoppa da quindici anni, ogni venerdì pomeriggio, prima che inizi il furente week-end di feste in batteria.

Riki conosce più giochi delle giovani marmotte, più trucchi del mago Silvan e di Dell’Utri messi insieme e fa più facce strane della mamma di Jim Carrey.

Conquista l’infanzia a colpi di arringhe da Sergente Hartman e non si vergogna di prendere i bambini che cercano di scappare, col manico di un ombrello arancione dentro al colletto del maglioncino, anche davanti ai genitori.

Sono stupefatta, rapita da questo signore che potrebbe essere mio padre ma non lo è, perché mio padre al posto di Riki, si sarebbe accasciato a terra stremato, dopo qualche minuto di sola conversazione con più di due bimbetti contemporaneamente.

Mio padre, che è quì appoggiato allo scivolo proprio accanto a me, è perfettamente consapevole in cuor suo che, al posto di Riki, al primo “perché” pronunciato da una bambina sotto il metro e curiosa del mondo, avrebbe un attacco di nervi che bisognerebbe chiamare qualcuno a tenerlo stretto per evitare il fattaccio di cronaca nera.

Perché non puoi resistere all’orda infantile dopo una settimana di normale attività adulta, senza uscire pazzo.

Non puoi se non ti chiami Riki, che invece resiste da quaranta anni con l’atteggiamento di chi non vuole perire sotto ai piedini di quegli immondi dei tuoi figli e che, di fatto se è ancora lì, a sguainare la spada laser gridando “Adesso raccogliete tutti i piattini di plastica, Forzaa!!”, è perché non ha mai avuto una disfatta e i suoi primi clienti, che oggi hanno quasi cinquanta anni, se lo incontrano per strada, un po’ di timore reverenziale ancora glielo leggi sulle facce.

Riki incute maggior rispetto della maestra e di Dracula perché, a differenza loro, Riki c’ha il microfono, le luci da discoteca anni 80, la macchina per le bolle di sapone, le marionette e tanti altri mezzucci colorati che utilizza come vere e proprie armi da fuoco.

Ad esempio, uno dei giochi che questo pomeriggio mi farebbe apprezzare Rudy anche come presidente della Repubblica, si chiama “Torta in faccia”: semplicissimo quanto umiliante.

In pratica Riki obbliga quattro bambini a fare i volontari e a sedersi su quattro seggioline, davanti alla mostruosa platea.

Poi carica su una piccola catapulta di plastica un pezzo di torta alla panna (che porta da casa, lo giuro), e si avvicina a ciascun musino.

La platea di giovani carogne conta urlando fino a 3 e Riki con sguardo di fuoco preme la piccola leva al lato della catapulta che schianta in faccia al bimbetto la torta, spiaccicandogliela in pieno terzo occhio.

Dopodichè, mentre il pubblico raggiunge un livello inquietante di godimento misto a risate, il nostro beniamino avvicina il microfono alla bocca della giovane vittima e, non ci crederete, ma domanda “Come ti senti?”.

Ed è un un momento soave perché il piccolo torturato prova davvero a dare delle suggestioni sul suo stato di umiliazione e in quel momento struggente, puntualmente arriva la reazione della mamma che, da qualsiasi punto della sala si trova, anche se è uscita fuori a fumarsi una canna con l’amica, percepisce con un fremito nelle vene, che stanno mortificando suo figlio, il suo prodotto.

Quindi, per tutta la durata di “Torta in faccia”, vedi mamme che si lanciano verso il piccolo palco armate di tovaglioli e che, dopo averci sputato dentro, puliscono il faccino del loro piccolo crocifisso, a quel punto e se possibile, ancora più imbarazzato dal gesto orrendo che la platea inflessibile schernisce al grido feroce e sinfonico di “MAMMONE DI CACCA!”

Quando il vecchio pazzo di Riki controlla sul cellulare che è arrivato il momento della torta di compleanno, quella vera, si fa ancora più concentrato perché sa che manca poco alla fine.

Spegne la musichina, mette i puledri in fila indiana millimetrica, schiaffa mia nipote in piedi sopra a una sedia e le mette una fascia da Miss con scritto “La più bella”.

Poi grida al microfono come un forsennato, domandando in tono evidentemente retorico: “CHI E’ LA PIU’ BELLA? CHI EEEE’ LA PIU’ BELLA?”, e tu ti aspetti che da un momento all’altro, invasato com’è dica “CHI STRACAZZO E’ LA PIU’ BELLA, IMBECILLI?!”.

I bimbetti, ormai allo stremo, rispondono all’unisono che è mia nipote la più bella e io a questo punto, mi giro verso di lei e la guardo.

Vedo i suoi piccoli occhi iniettati di sangue, di sete di potere, di doppia superbia carpiata e sembra che da un momento all’altro, le possano spuntare i razzi di Mazinga da sotto i piedini e lei prenda il volo, spaccando col cranio il tetto della sala, verso un paese che nessuno sa dov’è, dove regnerà nei secoli.

Riki, quando vede che la folla è sedata davanti alla torta e che la festeggiata è in adeguato delirio di onnipotenza, ammutina la festa.

Prende la sua valigiona e nessuno lo vede andar via, che pensi quasi di aver avuto un miraggio, che non è vero quello ciò hai visto poco fa, che non può essere che un vecchio signore abbia sbaragliato un’armata di quaranta ragazzini.

Non è possibile, non c’era.

E invece il vecchio Riki c’è, eccome.

Ed è già a casa, seduto al tavolaccio della sua cucina con la finestra che da su Via dei Colli Portuensi, immerso in un silenzio triste come un pagliaccio col trucco sbiadito, che ascolta sua moglie mentre lei gli spappola una razione di maccheroni riscaldati nel piatto e inveisce ma neanche si ricorda il perché.

Riki pensa che non vede l’ora che arrivi sabato, per scaricare ancora un po’ i nervi sui suoi piccoli amici.

E forse un giorno ci riuscirà a mettere da parte i soldi per il volo in Costarica.

E allora se ne andranno tutti affanculo, quel giorno.

Parola di Riki.