CONCERTO

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non andrò più ai concerti.

Che ci vado a fare?! A perder tempo e soldi.

Non comprerò più il biglietto di un concerto, risparmio e mi sento meglio.

Il concerto poi, me lo vedo in dvd, in rete, me lo immagino nella mia triste cameretta ma almeno, non me lo vedrò mai più dagli schermi degli stronzi che passano l’ora del concerto a fare video, con le loro braccettine anchilosate, a formicolare nell’aria sorreggendo lo smartphone.

Poi ai concerti mi devasto i timpani e l’umore.

I timpani, perché il volume proposto dagli impianti audio dei concerti, dovrebbe essere illegale ma non si può dire, perché ai concerti, se ti allontani dalle casse urlando, sei uno sfigato.

Ai concerti, quando capiti sotto le casse, devi fare si con la testa e socchiudere gli occhi.

Ai concerti comprometto anche il mio buonumore perché passo il tempo a guardarmi intorno, nel buio, cercando di individuare i potenziali responsabili di un attentato.

Che c’è di male?! Me l’ha insegnato il tg.

Se sono troppo vicina al il furgoncino dei panini, avrò l’ansia per tutto il concerto perché in quei furgoncini lì, spesso, ci lavorano gli arabi e allora, tu capisci, chi me lo fa fare?! Me ne sto a casa.

Non ci vado ai concerti; tanto, sempre più gente si vergogna di ballare.

La gente figa non balla ma agita il suo drink tra le mani e saltella sul posto, fingendosi annoiata e con la reattività di un dispenser di morfina.

Ormai pare che ballare costi fatica: non bisogna spettinarsi, scuotersi troppo in mosse scomposte, perché fa brutto.

Bisogna sempre far si con la testa e socchiudere gli occhi, così non vedi un cazzo e capiti sotto alle casse, ma sai già come comportarti.

Si vergogna a ballare, la gente.

Non si vergogna di indossare i mocassini lucidi con sotto i fantasmini ma ballare, Dio, che vergogna!

Non andrò più ai concerti.

Mi deprime fare la fila, con la faccia schiacciata sulle giacche di pelle di sconosciuti e mi secca incrociare le facce di quelli che ti guardano come per dire “Ehh, forte sto gruppo, eh?!”, cercando approvazione ed eventualmente ripescandoti poi tra la folla, per abbracciarti quando fanno il pezzo lento.

Non andrò più ai concerti, per cercare l’accendino nelle tasche per venti minuti, finché non finisce il pezzo in cui bisogna tirarlo fuori e, anche trovandolo,  finirei a rosolarmi il pollice o a rompermi le ossa, a furia di tenere premuto il fottuto bottone automatico.

Non ci vado più ai concerti, per ritrovarmi a scivolare sulle bottiglie delle birre e a cadere di nuca sul liquame che fa da tappeto, ai pavimenti dei palazzetti o, peggio, per finire in tribuna d’onore coi calciatori e i loro figli con la gelatina sui capelli.

Si fottessero i concerti e le file riservati a quelli che hanno acquistato online, che si trovano dall’altra parte del foyer ma te lo dicono solo quando arrivi alla fine della fila degli accrediti stampa; e ti dicono che dovrai rifare la fila ma intanto il concerto inizia e i bagarini si fanno sempre più insistenti, e quando sei quasi arrivato al vetro del botteghino, loro, i bagarini, il biglietto te lo mettono nelle tasche e iniziano a gridarti prezzi da capogiro sul collo, per cui tu, ad un certo punto, sei obbligato a dare ascolto ad un disperato che ti sta vendendo il biglietto al costo di stampa perché è competitivo, cazzo, ma sei pur sempre davanti all’impiegata del concerto e non è carino e neanche legale mettersi a contrattare il biglietto lì, davanti al botteghino, allora ti scosti dalla fila e perdi la priorità acquisita per metterti a contrattare con un tizio che ha la faccia da ricercato per avere un biglietto pur di non dover rifare la fila, per pigliarti il tuo di biglietto e perderti metà concerto.

Allora acquisti. Acquisti un biglietto che ti farà stringere il culo all’ingresso, allo strappo, quando i ragazzi della sicurezza ti riconosceranno, perché ti hanno visto laggiù, a fare il bazar col bagarino e allora giù, di umiliazione pubblica, per poi riuscire ad entrare ed accorgerti che sono già tutti dentro, accalcati sottopalco e che da quaggiù non si vede una mazza ma non c’è un buco libero più vicino.

Cioè, in realtà ci sarebbe, ma è vicino alle casse.

LETTERA ALLA MIA VOGLIA DI NON INVECCHIARE

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ad un certo punto arriva quel giorno.

Quel giorno in cui non ti è più possibile trattenere il respiro e sbottonare i jeans per infilarti la pancia tra le interiora.

Arriva il giorno in cui non hai più cura nel dosaggio della tua costosissima crema antirughe anzi, inizi a praticare il doppio strato mattina e sera: gesto inutile quanto dispendioso.

Speri che dentro alla confezione della tua crema ci sia un santino, un’immaginetta sacra, un ricordino di quel santo che ti piace tanto, ritratto nella sua posa migliore e con lo sguardo benevolo a rassicurarti sul fatto che andrà tutto bene, che capita a tutti.

Ed è vero ma per ciascuno è sempre una scoperta esclusiva e deprimente: la scoperta che non hai più vent’anni.

Quell’istante di consapevolezza che ti rende lucido sul fatto che ormai da troppo tempo gli adolescenti ti danno del lei ed è ridicolo continuare a raccontarlo agli amici come un fatto assurdo, ridendoci su.

Che non c’è nulla da ridere.

Non c’è proprio niente da ridere se ti addormenti sul divano o al cinema quando non è ancora apparso il nome del protagonista nei titoli di testa.

Non c’è da essere contenti quando si va dal parrucchiere se sei obbligata ad andarci almeno una volta al mese altrimenti assumi le sembianze di Leslie Nielsen.

Amico, è inutile che metti fuori dal finestrino del fuoristrada il tuo braccio molle, perchè poi stasera ce l’hai bloccato come quello di Barbie.

C’è un antico, importante processo che accompagna l’essere umano da sempre detto Rassegnazione: perché non ti abbandoni sulle sue calde spalle anziché sulla poltrona del chirurgo, amica mia?

Che poi il chirurgo non è il santo che ti piace tanto, non è programmato per fare i miracoli né per garantirti un risultato di gusto gradevole.

E’ un attimo assomigliare alla duchessa di Alba, rincorrendo l’ideale ricordo delle tue foto di quindici anni fa.

Perché ti gonfi come il tender dello Yatch di Briatore nella speranza di somigliare ad una delle sue fidanzate, quando ancora ne aveva di deliziose?!

Perché indossi ancora i camperos, amico mio?!

Non sei Paul Hogan e neanche un suo mignolo incarnito.

Rilassati, stai solo invecchiando.

Calmati: la tua pelle deperisce esattamente come quella di tutti gli esseri umani, esclusa Loredana Bertè.

Respira: non potrai fermare le tue guance mentre scendono verso i piedi come latte condensato sciolto.

Accetta il fatto che avrai meno amici, ma saranno quelli sinceri.

E poi che te ne fai di tutti quei like sulla foto del liceo, che sei già in andropausa?

Il processo beatificante di Rassegnazione è accompagnato, amico mio, dall’altrettanto utile atteggiamento di consapevolezza umile della propria persona.

La consapevolezza, dicono gli yogi, è una specie di religione e allora fa che il tuo mantra da oggi abbia frasi miste, da ripetere ogni giorno, per salvarti da ogni tentazione.

Ripeti insieme a me:

Non è bene che io indossi i leggings perché pesando novanta chili, non risulto carina ma solo un improbabile insaccato da pigliare per il culo.

Non è corretto che io continui a guardare con concupiscenza giovani donne che potrebbero chiamarmi senza imbarazzo alcuno, “Nonno”.

Non è rispettabile che io mi presenti alla festa di 17 anni di mio figlio, obbligando tutti i suoi coetanei a ballare i New Order e agitandomi come fossi il compagno di tenda di Joe Cocker.

Mi dispiace ma è arrivato il momento di smetterla coi libri di Harry Potter, con le patatine fritte a tutte le ore, col vodka-tonic fatti dai ragazzini tatuati fino all’ingresso del loro sfintere perché il tatuatore era stanco.

Basta con le partite a tennis dopo la sbronza del sabato come se niente fosse, perché ora si rischia l’arresto cardiaco.

Basta con la musica alta in macchina, a meno che non sia a Tunisi o nel garage del condominio.

Bisogna smetterla anche con le emoticon nei messaggi, che all’età mia i cuoricini e le faccette, in faccia me le dovrei dare.

E ancora basta coi biglietti del concerto dei Rolling Stones, non è vero che sono loro! Sono dei sosia, non possono essere ancora vivi mentre io raggrinzisco giorno dopo giorno come uno sphynx.

Specialmente il batterista.

Rassegnati amica mia.

Calmati, riposati e accettati: sei in corsa per il decesso, non ti basterà il fondotinta di Giorgio Armani.

Sei con gli anni contati è arrivato il momento di disdire l’abbonamento alla clinica dell’amore.

Non preoccuparti, andrà tutto bene.

E’ pieno di gente con rughe che non aveva pianificato.

Ce la farai anche tu ad invecchiare sereno, a maturare tranquillo o forse no ma tanto i Rolling Stones seppelliranno anche te.