ROMA E L’EROISMO URBANO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Non che voglia scrivere qualcosa di definitivo sulla mia città.

Non che voglia scrivere qualcosa di definitivo, in generale.

Il fatto è che la scrittura aiuta a fare ordine nel caos cosmico delle cose anche sceme ma esistenziali.

La scrittura arriva come la colf di un albergo di lusso e sistema tutto attraverso gesti semplici ma confortanti e, nel caso della scrittura quei gesti sono sillabe.

Ed io ho bisogno di questa colf.

Esattamente come Roma.

Chi potrà far da colf alla mia città?

Chi potrà mettere ordine in uno scrigno di meraviglie così potenti lasciate in pasto ad una corruzione con esperienza pluriennale?

Chi potrà far ripartire un motore di lusso così ingolfato?

Non certo un sindaco.

Non certo un amministratore anche se si tratti di un cittadino con più coraggio di me, di chi lo ha votato e poi se n’è tornato a far l’aperitivo o di chi manco è andato a votare.

Infatti, nella lista di tanti mestieri pericolosi che mi armerei a fare, il sindaco non rientra manco in fondo all’ipotetico elenco.

Chi potrà far risorgere dalla profonda decadenza un mausoleo così importante per il mondo, così malato di ignavia?

A pensarci bene trovo solo una risposta a questa domanda: il cittadino.

D’altronde la radice etimologica di città e di cittadino sono identiche purtroppo.

Noi romani facciamo tanta simpatia quando parliamo ma sappiamo solo parlare.

Quando si ama non si può amare solo a parole perché prima o poi si viene scoperti: ci sono quelli che preferiscono non scatenare tempeste e tenersi una relazione superficiale e bugiarda e ci son quelli che buttano all’aria tutto, in nome della sincerità.

Noi romani amiamo Roma a parole da tantissimi anni, forse da sempre.

Basta girare un po’ per il mondo per avvertire quanto città ignobili siano amate dai propri cittadini e comprendere quanto Roma abbia sete di sentimenti così sani, profondi ed innati.

L’amore metropolitano è un gesto che non sempre dipende dalle condizioni in cui si viene messi; non essendo soltanto un posto di lavoro, chi si trova ad amare un luogo dovrebbe essere disposto a farlo in qualsiasi condizione ed a qualsiasi costo.

Amare una città come Roma significherebbe, in gesti pratici girare in bicicletta anche se non esistono piste ciclabili oppure in scooter senza superare, per assurdo, i cinquanta chilometri orari o parcheggiare sul marciapiede.

Amare Roma potrebbe essere perseverare in una raccolta differenziata partigiana, immotivata di fronte a tanto disservizio ma costante, rispettosa, libera dalla cantilena del “tanto mischiano tutto, poi”.

Amare Roma potrebbe voler dire denunciare le persone che cambiano giunta come fossero mutande e quelle che da sempre rubano appalti e posti ai vertici perché i romani le conoscono quelle persone ma preferiscono essere traditi che dichiarare i nomi dei traditori.

Preferiscono essere aiutati che difendere i diritti civili più inconsistenti.

Amare Roma potrebbe voler dire addirittura abbandonarla se non si è in grado di prenderla sul personale e restare a combattere perché chi vive a Roma dovrebbe combattere per lei ogni giorno.

E’ di cattivo gusto trovare un capro espiatorio senza individuare le proprie responsabilità, come indossare arancione e marrone insieme.

E’ inutile vantarsi di essere romani senza voler guardare negli occhi atterriti dei turisti che si azzardano ad avvicinarsi al centro turistico cadendo sotto i colpi della scarsa gentilezza, della sporcizia che non dovrebbe essere prodotta più che pulita da qualcuno che evidentemente non c’è, sotto la mannaia della merda spacciata per cibo italiano dalle osterie.

Picchiare gli esercenti che fanno uscire dalle cucine delle pizze che non mangeremmo neanche in carcere o chi parcheggia nel posto dedicato ai disabili sarebbero tra i principali doveri del cittadino romano.

Girare i polsi ai ragazzini che scrivono il proprio tag sulle statue sarebbe nostro compito, spostare di peso coloro che restano impalati sulla parte sinistra delle poche scale mobili funzionanti sarebbe un compito missionario che dobbiamo concedere al nostro senso civico così come lo sarebbe il gesto semplice non acquistare alcun tipo di bibita in plastica così come lo sarebbe pagare le strisce blu anziché pensare “tanto torno subito”.

Purtroppo Roma senza eroi è destinata a sprofondare, il che sarebbe peccato, nonostante la quantità di ministeri fetenti che amerei vedere cadere giù, a casa di Lucifero.

Roma ha bisogno di tante colf amorevoli ma non retribuite, in questo momento storico.

Si tratterebbe di un gesto eroico evidentemente ma il romano che si vanta di esser tale dovrebbe essere storicamente formato per intraprendere gesta eroiche altrimenti risulta come una di quelle mogli che si vantano di godere dei soldi dei propri consorti senza averne mai guadagnati in vita loro; altrimenti è come ascoltare quei poveretti che danno la colpa della propria maleducazione al sindaco anziché ai propri genitori.

Invece non è così, il romano custodisce il germe sacro dell’eroismo urbano.

Credo però che lo custodisca in un box auto sulla Nomentana e all’ora di punta è un casino arrivarci.

AI CADUTI SULLE STRISCE PEDONALI

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Il pedone è, nella catena alimentare della mia città, l’ultimo, disprezzabile anello.

Se sei in motorino puoi schivarlo prendendo la mira, come fosse un bersaglio mobile che, per una volta, decidi di graziare.

Se sei in auto è il fastidioso fuori-programma che ti fa consumare i dischi dei freni ed i pneumatici.

Perché i pedoni non fanno il salto di qualità di usare la macchina o non se ne restano a casa, anziché intralciare il traffico?

Perché a Roma esistono ancora, in certe zone, strisce pedonali visibili sull’asfalto?

Facciamogli paura a questi maledetti fannulloni che hanno il tempo di passeggiare, facciamo finta di non vederli.

Facciamoli sentire soli.

Sfioriamo le loro membra molli coi nostri specchietti lucenti.

Fissiamo i loro occhi di cerbiatti impauriti, da dietro i nostri parabrezza infuocati.

Schiacciamo i di loro cani profumati di toletta, facciamo cadere a terra le loro buste della spesa con la potenza del vento provocato dalla nostra velocità.

Che si vergognino e se ne restino alla fermata dell’autobus ad attenderlo sino alla morte naturale oppure al bar o dove vogliano ma non in mezzo alla strada, disorientati come ciechi in un labirinto, incapaci di avanzare o retrocedere oppure spavaldi nel loro inadeguato, anacronistico senso civico del cazzo, consapevoli di un ipotetico diritto di precedenza che è, con evidenza, morto e sepolto da secoli.

E’ la strada che comanda e la strada, a Roma, è dura, come la vita a cui ti costringe questa città: c’è il traffico che ti divora, la ricerca del parcheggio che ti strema più di una spedizione sul K2, le file negli uffici pubblici senza la macchinetta del numeretto, c’è il lavoro che passa per amicizie, l’immondizia che si mangia sempre più terra ed i gabbiani sempre più grossi.

La vita a Roma è già tanto dura ed arrabbiata per poter aver pietà dei pedoni: abbattiamoli.

E’ la selezione naturale.

Ci hanno tolto il diritto di essere sovrappensiero.

Ci hanno derubati della concentrazione da Gran Turismo che si accende insieme ai nostri motori.

Ci hanno spaventati, sgridati, hanno inveito contro le nostre famiglie e, in certi casi, si sono persino accaniti contro i cofani delle nostre auto per far valere i loro diritti: cosa aspettiamo a neutralizzarli?

Cancelliamo le ultime strisce pedonali ancora visibili sul manto stradale e riprendiamoci la città.

Non lasciamola in mano a questi depravati perdigiorno, ripetiamo insieme e diciamo “levate dar cazzo, ‘mbecille”.

Sprofondiamo nella più depravata inciviltà ma sprofondiamoci con lo scooterone, che se fa prima.

 

STORIE DI MATTI / Il Fatto Quotidiano

STORIE DI MATTI

Racconto inedito pubblicato per il Fatto Quotidiano del 18 Luglio 2017

Almeno una volta a settimana in auto con i miei genitori, si era costretti a passare davanti al Santa Maria della Pietà, l’ospedale psichiatrico di Roma che all’epoca nessuno si vergognava a chiamare manicomio.

Per andare in centro, quella strada lì evitava di morire giovani nel traffico della Cassia quindi mio padre imboccava la Trionfale (che già all’epoca di trionfale non aveva più un tubo), e iniziava a lanciarci occhiate sfuggenti dallo specchietto retrovisore, come fanno gli agenti segreti nei film con le colonne sonore che sostengono le stesse, miserabili sceneggiature uguali da vent’anni.

E anche la mia famiglia, se non da venti, almeno da dieci anni, batteva il suo Ciak sempre in prossimità dello stesso incrocio.

Di giorno ma soprattutto di notte, dentro all’abitacolo s’innescava, proprio in quel punto e in maniera del tutto innaturale, un silenzio attento, concentrato, da chiappe strette, se dovessi descriverlo a un amico.

Qualunque fosse l’argomento nel quale si era tutti coinvolti o eccitati, quando la macchina entrava nell’area rossa del manicomio, ci si serrava la bocca e si guardava con la coda dell’occhio fuori dal finestrino cercando quale fosse il motivo in grado di zittire una famiglia in pochi secondi.

Il raggio dell’area rossa in cui ci si congelava era stato identificato dall’inconscio bizzarro di mia madre e nessuno, a parte lei, sapeva precisamente dove iniziasse e finisse, anche perché non c’erano dogane o cartelli segnaletici che sancissero il piccolo comune immaginario molto, molto pericoloso.

Ciò che si sapeva è che dentro a quel perimetro, il plot restava lo stesso: uno dei genitori prendeva coraggio e si girava, approfittando del semaforo rosso e appoggiando il gomito sul sedile accanto, fedele alla sceneggiatura da seguire.

Poi ci guardava dritto nelle pupille e diceva “mettete le sicure”.

Noi bimbetti si ubbidiva e si metteva tutti, in sincronia, la sicura. La faccenda, il più delle volte, finiva lì.

Poi però il tempo bastardo consentì a me e ai miei fratelli di crescere e sviluppare rudimenti di senso critico.

Sia maledetto quel momento in cui si diventa coscienti.

Sia maledetto quel momento in cui si innescò nei nostri cervelli, la voglia di domandare perché davanti a quel preciso incrocio, bisognasse sempre inserire la cazzo di sicura.

Sono l’ultima di tre fratelli quindi, al mio turno di perizia inquisitoria, la risposta aveva già fatto pratica e arrivò fresca a perfetta: “Perché ci sono i matti”.

Chi somministrò la risposta però, non tenne conto di quanto io, da bambina fossi già profondamente cacacazzi.

“E allora?”, chiesi come lanciando un sasso.

A casa mia infatti, i figli hanno meno diritti delle blatte dunque immaginare che dei minori s’arrischiassero a contestare risposte con altre domande era una prospettiva utopica.

Ma anche produrre un terzo figlio femmina era abbastanza irreale, prima che piombassi nelle ecografie così, anche per questo e con ancor più presunzione, pretendevo una risposta.

Eppure non è dei miei traumi familiari che voglio parlare.

Voglio parlare dei traumi familiari, punto.

Perché la famiglia è un luogo bellissimo ma se ne potrebbe fare a meno.

Essa può divenire un rifugio rassicurante come una tana di murene se non la si considera per ciò che è, ossia un salotto con persone che si vogliono bene a Natale, ma la si percepisce in base a ciò che la società perbene vi ha costruito intorno.

La famiglia ma anche il posto di lavoro, la location del matrimonio, l’autostrada o il centro commerciale sono alcuni dei contesti più adatti alla proliferazione della nuova follia.

Perché di società ci si può ammalare.

Dentro a quella macchina in cui si aveva paura delle antiche patologie psichiatriche, mi proposero una risposta di quelle che le dittature fanno scrivere ai loro intellettuali per accontentare i popoli.

Mi dissero che i matti uscivano in orari misteriosi per dar fastidio alle auto delle persone perbene.

Così, guardando fuori dal vetro ermetico e lucido di notte, promisi ai matti che li avrei vendicati.

Mi dissi che sarei andata alla ricerca dei veri soggetti pericolosi, di quella nuova inquisizione travestita da società rispettabile e che li avrei scovati uno per uno, i veri pazzi.

Avrei riscattato gli internati scrivendo cartelle cliniche universali e contemporanee di quei pazienti che non vogliono farsi diagnosticare nulla e che a casa hanno un sacco di tappeti Bukara dove nascondere orrori e insicurezze.

Quei professionisti, dottori, madri di famiglia e account che siamo noi, sempre rasenti sul filo della psicopatia condominiale.

Promisi questo agli angeli del manicomio.

Poi zitta zitta disinserii la sicura, per essere pronta a scivolare giù dall’auto, in caso di pericolo, in caso l’inquisizione mi avesse scoperta.

safonov-fattoquotidiano

Storie di matti

IL POSTO DI BLOCCO E I NIRVANA

COSE FASTIDIOSE

Il posto di blocco è una di quelle poche esperienze che, in pochissimi secondi, toglie dignità persino ai cittadini più scaltri e rognosi.

Il posto di blocco, normalmente gestito da due carabinieri che lottano contro noia, freddo o caldo per arrivare a fine turno, è una delle occasioni stradali più temute e meno agognate, anche se sei di Bressanone e quindi, per definizione, con tutta la vita in regola.

Il timore e la paura atavica nascono dalla presa di coscienza che esistano alcuni perfetti sconosciuti inviati dalla legge, con il potere e il diritto di fermarti quando e come desiderano, incuranti del fatto che tu sia di fretta, triste, arrabbiato o impensierito ma comunque (almeno nella tua testa) al sicuro, nell’auto di tua proprietà e che possano addirittura toglierti la proprietà di quell’auto.

E questa è una consapevolezza tra le più socialmente destabilizzanti, soprattutto per le popolazioni del sud.

Il posto di blocco è un’entità che non ti vuole bene perché, già il nome lo dice, ti blocca.

E’ un luogo dove tutti i tuoi programmi, la tua allegria e le tue chattate vengono congelati all’istante e anche se non sei d’accordo.

Ma soprattutto il posto di blocco è una situazione durante la quale perdi fiducia in te stesso e nella tua coscienza, che non ti appare più così pulita come credevi, una situazione durante la quale perdi vigore , spavalderia e forse anche i punti della patente.

Il momento più impegnativo è il primo, quello in cui all’appuntato e a tutto il suo bagaglio di vita, viene in mente l’idea di alzare la paletta proprio al tuo passaggio:

“Perché?!”, pensi mentre deceleri e cominci un vergognoso processo di sudorazione istantanea, “cos’ho, la faccia di un criminale?!”.

Scopri così, forse per la prima volta, che la percezione che hai di te non sempre corrisponde a quella che ha il resto del pianeta terra.

Nel momento in cui vedi la paletta ti rendi conto che non puoi far finta di non averla vista: deceleri, accosti e inizi a pensare alle tante cose belle della vita, che ti scorrono in una successione velocissima, esattamente come dicono che avvenga negli ultimi istanti prima di morire.

Passi a scandagliare i tuoi cari che ti aspettano a casa ma soprattutto tutti i documenti e i valori che hai a bordo, cercando di prevedere il punto debole, il dettaglio che troveranno fuori posto, a meno che tu non faccia qualcosa per occultarlo, in quella manciata di secondi a disposizione tra la paletta e la frenata, rigorosamente effettuata con freccia a destra.

Ma niente, non c’è più tempo: le pupille dell’appuntato sono dentro le tue già da molti secondi.

Appena ti fermano hai due possibilità: abbassare il finestrino e salutare le forze dell’ordine mostrandoti gioviale oppure reagire “all’americana”, restando immobile e attendendo ordini.

Normalmente il posto di blocco non nasce per crearti problemi eppure, puntualmente te ne crea perché esso è gestito da persone e le persone con le loro reazioni sono, purtroppo, quasi sempre tutte diverse tra loro e non sempre equilibrate nei propri ruoli.

Se, ad esempio vivete nella zona nord di Roma e avete più o meno la mia età, ricorderete un signor carabiniere soprannominato “Il Baffo”.

Dire Baffo, quando eravamo giovani col motorino truccato, era come dire demonio, mamma, prigione, sequestro e umiliazione, tutte incluse in un’unica parola, “baffo”, appunto.

Lui poveraccio era un signore sulla sessantina che faceva il suo dovere prima della pensione anche se, debbo ammettere, un po’ ce l’aveva coi giovani.

Se lo incontravi, se per caso non eri stato avvisato dalla rete di solidarietà telefonica che si creava, quando qualcuno lo vedeva posizionarsi in questa o quella piazzola della Cassia, sapevi che per te non c’era scampo, perché il Baffo avrebbe multato la tua anima, non il tuo motorino.

Il Baffo umiliava le tue profondità non la marmitta Proma o il bollo non pagato.

Il Baffo, con la sua sgridata che proseguiva ben oltre il tempo di stesura del verbale, proclamata mentre la sua enorme mano ti teneva fermo il piccolo polso da quindicenne che avevi, in realtà ci teneva a te e non gli interessava sequestrarti il motorino se non con l’unico, importante scopo di far sapere ai tuoi, il coglione che eri.

Comunque ora il Baffo è in pensione ma resta lo choc resta che si ripropone ogni volta che qualcuno con la giacca blu e rossa ti dice “Documenti, per favore” (il “per favore” non sempre è conosciuto e incluso).

Allora diamo per scontato che tu i documenti ce li abbia e che li tiri fuori dal cassettino tutti spiegazzati, sotto i cd dei Doors e a quel punto è la fine perché le forze dell’ordine vedono che musica ascolti in auto e deducono velocemente se ti fai le canne o no.

E i Doors sono ovviamente nella lista nera.

Restano però confusi perché nonostante il CD da figlio dei fiori tu, qualsiasi cosa accada e qualsiasi documento ti chiedano, sei come trasfigurato; gli amici e i parenti, se ti incontrassero fermo a un posto di blocco, non ti riconoscerebbero: il tuo viso è contratto in una smorfia di tensione a metà strada tra il sorriso e l’emorroide.

Le tue mani mentre consegni i documenti (magari anche tutti in regola, se sei di Bressanone), sono intrise di sudore come Simone il Cireneo e se l’appuntato percepisce la tua liquidità, non potrà non sospettare di te, secondo l’antica e primordiale equazione: sudore=coscienza sporca.

La tua voce va per proprio conto e racconta tremante e spaccona di quando hai fatto il militare oppure ai limiti del teatrale, di quanti bambini hai lasciato soli a casa, con non poca preoccupazione.

Se hai tutto in regola e il posto di blocco non desidera accanirsi su di te e purificare le proprie frustrazioni attraverso l’incontro con la tua vettura, vieni letteralmente liberato e la sensazione che provi quando metti in moto, inizi ad allontanarti e capisci che sei salvo è qualcosa di incredibile, qualcosa che farebbe tornare la voglia di vivere anche a Baudelaire.

E’ un momento talmente potente, talmente intriso di gioia vigorosa che vorresti gridare come un tifoso del Napoli ma sei ancora troppo vicino al posto di blocco e dunque costretto a soffocare il giubilo dentro alla gola e il dito medio ferreo che le tue dita sudate innalzano come una bandiera che inneggia alla Liberazione, sotto al sedile o ad altezza cambio.

Se invece non hai le cosine in regola, preparati al rito antico della Reale Umiliazione, dell’avvilimento, della macerazione, della danza ridicola del “devo averlo scordato a casa/abbia pazienza/chiuda un occhio per stavolta/sa che lei è proprio un uomo interessante?”.

In genere funziona.

Ma non col figlio del Baffo.

IL TUO BAGNO PARLA DI TE, purtroppo.

SINFONIE

Quando vado a cena a casa di amici, quando sono ospite in qualsiasi casa e per qualsiasi occasione non posso mai esimermi dal dovere morale di effettuare un sopralluogo al cesso della casa.

Visito la camera da bagno almeno una volta, non solo per far pipì ma anche per compiere un’accurata indagine psico-sociale sui padroni di casa attraverso l’analisi stilistica dello spazio che maggiormente li rappresenta.

Sarà un desiderio perverso ma, se siamo persone sane, quando ci troviamo completamente soli nel bagno di qualche amico, ci sentiamo davanti a un importante bivio: fare quello che tutti si aspettino si faccia in bagno ed uscire oppure rimanere lì almeno una dozzina di minuti per scoprire particolari che evochino e confermino gusti, abitudini e tic del padrone di casa.

Qualche minuto per assaporare il fresco delle piastrelle, in silenzio e poi inizia il piccolo meticoloso tour.

Studio la posizione delle confezioni dei prodotti, il colore e la consistenza dell’accappatoio (se è duro come un foglio di compensato, come nella maggior parte dei casi oppure no), se la doccia o la vasca sia imballata di flaconi di sapone spremuti, se ci sono quei quadri di merda con le damine o ci si salva e se lo spazzolino da denti è sventrato oppure ve ne sono quindici stipati nello stesso bicchiere quando so bene che in quella casa vivano due persone.

Ci sono i famosissimi sputi sullo specchio?

Il bidet gode di ottima, buona o pessima salute?

Apro gli armadietti inventandomi colpi di tosse per non far sentire il rumore delle piccole ante o dei cassetti che si aprono per farmi ispezionare perbene.

Voglio catalogare cosa compri per lavare il bagno e te stesso e valutare anche le letture che fai in bagno perché ci tengo ad andare a cena da quelli che hanno al cesso i giornali di viaggio o la Settimana Enigmistica anziché il gossip.

Il cesso è per me la stanza chiave.

Ormai molti purtroppo hanno intuito la potenza mediatica che può avere il proprio gabinetto e si è creata una tendenza d’avanguardia per cui si fa in modo che questa camera splenda di luce propria, come una pagina del catalogo Ikea.

Soprattutto la sera della festa, la toilette diventa una vetrina di cose che desideri gli altri vedano che senza tu debba fare la figura di apparire egocentrico, condizione nella quale però tanti sguazzano perchè ora va di moda.

Vuoi cose che possano farti sembrare più carino di come sei: il poster di qualche film indipendente, la tavoletta trasparente con dentro le conchiglie, il romanzo di Capote mai letto, il dopobarba maschio o la trousse di trucchi pirotecnica.

Il cesso parla, dice chi sei ma se sei un altro io me ne accorgo.

Il cesso del mio ex fidanzato ingegnere, aveva nel piatto doccia una piccola spazzola lavavetri così, a fine doccia potevi lucidare i vetri del box in segno di civile convivenza e devozione al supremo ordine degli ingegneri.

Il gabinetto della mia amica S. è tutto completamente rosa: il mosaico sui muri, i complementi d’arredo, gli asciugamani, tutto è fottutamente rosa e S. è la femmina più femmina che conosco.

Quello della mia amica B. ha sempre un gatto nel bidet e una collezione imperdibile di prodotti da bagno del 1960, solo che lei credo non sappia che si tratti di una collezione perché continua ad utilizzarli anche oggi, nonostante siano scaduti da un secolo.

Una volta sono stata ad una festa in uno splendido attico in centro a Roma, ho prontamente chiesto del bagno per la mia perlustrazione e sono rimasta a bocca aperta quando mi hanno portata in una stanza sopraelevata rispetto al salone con il pavimento completamente trasparente, in vetro lucido, a dimostrazione imperitura che pur di apparire fighi siamo disposti a mostrarci seduti sulla tazza dentro ad un cubo di vetro.

Ve l’ho detto: il bagno può essere emblema di grande vanità e forse è davvero il posto giusto dove usarla.

Ma ci sono anche bagni che parlano di coppie innamorate, con i prodotti e gli asciugamani di uno e dell’altra che si mescolano in una danza d’amore oppure i bagni dei signori anziani, coi sanitari anni cinquanta e il dopobarba che lo annusi e resti cieco.

Ho paura di quelli che in bagno tengono gli attrezzi da palestra, tipo cyclette o i pesi; me li immagino dentro a quei quindici metri quadrati ad allenarsi sbattendo coi gomiti contro le ceramiche e portando nella camera una sferzata di sudore che frusta chiunque passi in corridoio.

Sono felicissima invece, quando qualcuno ha le spugne naturali che sembrano appena pescate dal mare oppure il cestino dei panni sporchi che ti fa sentire subito a tuo agio che ti ci siederesti dentro per qualche minuto, a riposare, a pensare alla vita.

Uno dei dettagli legati ai cessi che ricordo con più affetto è senza dubbio il Libro del Gabinetto nella casa di famiglia della mia amica V.

In accordo con tutti i componenti della famiglia, quattro in tutto, V. conservava nel bagno di casa un taccuino con una penna e tu, anche se sei ospite, potevi prenderti la libertà di scrivere una poesia o un semplice pensiero.

Un momento così personale e prezioso, reso unico dal tuo componimento che qualcuno dopo di te, seduto nella tua stessa misera posizione, avrebbe letto e magari risposto con un versetto o una rima.

Un componimento durante il componimento.

Il gabinetto è motore ispiratore di molte più cose di quelle che immaginiamo.

Il suo potenziale creativo è immenso perché resta la camera più intima della casa quindi non restateci male, amici miei se, quando verrò a casa vostra mi beccherete a frugare tra le vostre creme o ad aprire il piccolo armadio a specchi, sopra il lavandino odorando l’aria come quando si aprono le confetture buone.

Ruberò un po’ della forza creativa che tenete inconsapevolmente conservata nel cesso di casa vostra, una forza che non adoperate, che altrimenti andrebbe sciupata invece la piglio io che credo in queste cose dei muri che vivono e, nel frattempo mi sincererò che il vostro bagno vi corrisponda o se invece sia anche lui al di sopra della vostra personalità.