TEST: QUANTO SEI RESILIENTE?

LE FIGURINE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

TEST DI AUTOVALUTAZIONE PER CAPIRE SE SEI DAVVERO UN TIPO RESILIENTE.

Non si parla d’altro.

I soldi sono anacronistici, gli immobili e la bellezza fisica sono ormai decaduti.

Oggi, l’ultima possibilità per sopravvivere sani e fichissimi consiste nel possedere una sola dote: la resilienza.

In psicologia, la resilienza è un concetto che indica la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.

Sono persone resilienti quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà e a dare nuovo slancio alla propria esistenza.

Per capire se apparteniamo a questa fortunata categoria di persone, ecco un breve test di autovalutazione

Rispondi sinceramente a queste domande e poi, a seconda del punteggio, vai a leggere il tuo profilo:


1.
Con quale atteggiamento positivo convivo, quando son costretto ad entrare dentro a un ipermercato all’ora di punta, per comprare solo un pacco di pasta e, su ventinove casse, ne trovo aperte sono tre?

a) Convivo con il mio amico smartphone, grazie al quale mi alieno dalla società per le intere quattro ore di attesa che mi separano dal mio turno.

b) L’atteggiamento è positivo solo se sono donna e soffro di meteorismo e gonfiore esofageo cronico, in modo da poter fingere di essere sempre al nono mese, con facilità ed eleganza.

c) Non vi è dentro di me alcun atteggiamento positivo perché sono consapevole di trovarmi in un posto di merda.

 

2. Come reagisco al trauma di scoprire che il/la mio/a compagno/a apprezza la musica di Young Signorino?

a) Chiedo prontamente al/la mio/a compagno/a se ha bisogno di sostegno da parte dell’azienda sanitaria locale.

b) Applico le tecniche di respirazione imparate sul libro Yoga for Dummies e comunico al/la mio/a compagno/a di non considerarsi più tale.

c) Contatto subito due amici moldavi per porre fine alla stirpe intera del/la mio/a compagno/a, non potendo raggiungere, in tempi rapidi, quella di Young Signorino.

 

3. Qual è stata la circostanza maggiormente avversa della mia vita che ho saputo fronteggiare con destrezza agonistica?

a) La pertosse

b) la perdita del proprio posto di lavoro

c) il giorno in cui ho scoperto che Cracco ha collaborato con McDonald all’ideazione di nuovi panini gourmet.

 

4. Se fossi un personaggio famoso, noto per esser resiliente sarei:

a) Napoleone

b) Lele Mora

c) Il chirurgo di Lilly Gruber

 

5. In che modo desidero dar nuovo slancio alla mia vita futura?

a) Andando a vivere in campagna, coltivando alghe o canapa di quella noiosa.

b) Obbligando tutti i miei amici a cancellare il mio numero di telefono.

c) Rintracciando uno per uno tutti i miei professori e pestandoli a sangue, per chiudere del tutto con la mia adolescenza difficile che non vuole morire.

 

RISULTATI DEL TEST

I PROFILI

 

Maggioranza di risposte A

Sei normale, chiedi aiuto.

 

Maggioranza di risposte B

Più che resiliente risulti, al test attitudinale, un gran cacacazzo od ingegnere iscritto all’albo.

Forse non otterrai resilienza ma, con impegno metodico e costante, potrai collezionare risultati concreti e rigeneranti come un benefico allontanamento sociale in tantissimi e diversi contesti.

 

Maggioranza di risposte C

Il perfetto resiliente. La tua capacità di risolvere i grandi traumi del tuo piccolo mondo è più che performante. Un consiglio: apri subito un corso a pagamento con tassa d’iscrizione al di sopra dei seimila perché è il momento perfetto per sfruttare i poveretti che anelano ad utilizzare la parola Resilienza più di tre volte al giorno, anche a cazzo.

CIBO IMMAGINARIO

BRANDED PARODY CONTENT, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Sempre più persone scelgono di rinunciare a comprare cibi che, fino a poco tempo fa, erano commestibili ed ora non lo sono più.

Così ho deciso: registrerò una nuova start-up: sono pronta a brevettare il cibo immaginario.

Dopo il grande successo dell’amico, anche il cibo immaginario consentirà di costruirci desideri su misura e permetterà a tutti quei fortunati consumatori che potranno permetterselo, di nutrire il proprio organismo semplicemente pensando di farlo, senza correre i rischi del povero popolo ignorante, costretto al consumo industriale.

Il nostro target potrà inoltre godere dell’invidiabile plus di servirsi di un prodotto davvero d’elité, innovativo ed effettivamente dimagrante, non come le polveri che vendono in quei negozi gestiti dai palestrati con gli occhi piccoli.

E neanche come certe diete contrarie al buonumore.

Il cibo immaginario potrà essere assimilato attraverso una semplice app che fornirà all’utente idee, suggestioni, still-life e videomapping e miraggi di piatti macrobiotici, frutta esotica introvabile, germogli di ogni genere, vini naturali o presunti tali, latte d’asina e junk-food libidinoso, per i palati che vorranno regalarsi tutto ciò che desiderano senza le incombenze intestinali e nutrizionali.

Tuttavia le porzioni immaginarie proposte saranno indiscutibilmente più abbondanti dei piatti proposti nei ristoranti stellati.

Tutto il cibo immaginario verrà proposto in un catalogo patinato ma sul web e i piatti scelti verranno confezionati in linee di packaging disegnate dai giovani designer, appena diplomati nelle migliori accademie di moda, per non farci scappare il loro fresco entusiasmo prima che si accorgano di che grande inculata è il mondo del lavoro creativo se non sei gay e viceversa.

Il cibo immaginario potrà essere scelto ed ingerito attraverso connessione wify o fibra, unica componente realmente assimilata dall’utente assieme alle radiazioni.

Nessun grasso saturo, nessun carboidrato, assenti proteine, conservanti di ogni genere, aspartame, antibiotici, solforosa, glutine, antiossidanti e vitamine per il solo, puro piacere di distaccarsi, una volta per tutte, dal fastidioso vincolo della fame e della digestione; per non parlare poi della masticazione e della evacuazione che, da sempre, impediscono al cittadino urban-chic contemporaneo di allontanarsi dalla spregevole massa per accostarsi alla nuova, potente generazione che non vuole avere più volgari necessità fisiologiche, se non quella di farsi il selfie.

Se, da un lato, la mia start-up di cibo immaginario consentirà di sfamarci in modo più sano e di evitare il cibo industriale, dall’altro dovrà perfezionarsi in quell’ambito, ancora, purtroppo inarrivabile, che riguarda la capacità di ridimensionare il proprio ego a prescindere dal proprio status sociale.

Infatti, il target di riferimento del mio cibo immaginario (marchio registrato, voglio subito un codice a barre!) è senza dubbio un target alto, colto e consapevole della necessità di scegliere il meglio per non avvelenarsi ma purtroppo affetto dalla patologia del secolo: il morbo del radical chic.

Una malattia che, per certi aspetti, ha svariate caratteristiche associabili al cibo immaginario: di fatto, l’individuo malato di radical chic, proprio come il mio cibo virtuale, immagina proiezioni di sé stesso inesistenti ed estremamente accattivanti pur rimanendo, nella maggior parte dei casi, un soggetto reale privo di concreta sostanza.

Un coglione, insomma, che si sazia di tendenze immaginarie.

 

STORIE DI MATTI: TAMARA

STORIE DI MATTI

Un estratto dal libro Storie di Matti e, in fondo al racconto, un estratto dal reading live organizzato negli spazi dell’Ex Ospedale psichiatrico di Voghera.

***

La faccenda irresistibile di certi esseri umani è che scrivendo di loro non devi inventarti nulla ma semplicemente abbandonarti alla cronaca dei fatti e lasciare che i lettori restino naturalmente colpiti quanto te dalle mille incredibili sfumature che può assumere l’essere umano, se lasciato a briglie sciolte.

Tamara è uno di quei personaggi che t’ispira subito la sacra fiamma dell’indagine sociale.

La conosco durante la presentazione del mio libro, anzi prima.

Perché arrivo con mezz’ora di anticipo in libreria e lei è già lì che aspetta da tre quarti d’ora, col sederone conficcato dentro a una sedia a ovetto, di quelle in plastica che usavano i bidelli della mia epoca scolastica.

Tamara si è piazzata proprio accanto al tavolo allestito per la presentazione e io penso che sia la mamma del libraio o la signora delle pulizie che sta riprendendo fiato dopo aver preparato la sala.

E invece no.

Tamara è lì per essere la protagonista indiscussa della serata e non sembra alla sua prima esperienza in tal senso.

Resta lì per tutta la sera e specialmente durante il mio intervento, mentre son là a spremermi le meningi per essere efficiente e sintetica, la donnaccia che è Tamara se ne sta marmorizzata dentro alla sedia col suo tubino color nocciola tutto sformato dalle sue cicce, la borsa in similpelle verde pistacchio sulle ginocchia e un paio di demoniaci, oltraggiosi gambaletti color carne, indossati per sostenere tutte quelle vene che vengono quando le gambe hanno superato i duecentomila chilometri.

Tamara è indiscutibilmente nella categoria pubblico eppure non ne fa parte anzi, se ne mantiene al di fuori con composto esibizionismo rendendo la mia presentazione un’occasione imbarazzante e indimenticabile.

Magari a Voghera, con la storia delle generazioni di pazzi, già la conoscono ma io vengo da fuori e sono intimorita dalla possibilità che questa signora possa fare follie da un momento all’altro mentre spiego le mie cosine e lei se ne sta seduta a pochi centimetri da me, così vicina che riesco a sentire il suo respiro e l’odore della sua pelle molle di signora.

Tamara fu maestra e dovevo capirlo subito dal fatto che per tutta la durata della presentazione non mi ha degnata di mezzo sguardo, restando con gli occhiacci dritti e severi, ben rivolti in faccia alla povera platea dei presenti, in quel momento considerati da lei categoria inferiore ossia “alunni”.

Li ha scrutati uno ad uno, tenendo immobile la testa e muovendo esclusivamente le pupille, come solo una maestra sa fare quando arriva in classe e fa sentire agli alunni il tanfo di una giornata sbagliata.

Se li è guardati tutti facendo l’appello a mente, col suo taglio alla maschietta anch’esso tipico delle maestre in pensione.

Li ha guardati come se da un momento all’altro, dovesse tirar fuori dalla borsetta il registro e mettere la nota alla classe oppure un’ascia e spargere sui muri sangue e muscoli di venti poveretti, colpevoli solo di essere giunti alla presentazione del mio libro.

Tamara di poveretti ne ha visti moltissimi nei suoi onorati e coraggiosi anni alla scuola.

A suo favore posso dire che i professori delle medie sono degli eroi e anche Tamara lo fu e per questo merita rispetto.

I professori si beccano per cinque ore no-stop tuo figlio e altre persone come lui, nella fase più cupa e disgustosa, quella puberale.

I professori delle medie sono persone che sopravvivono a situazioni emotivamente compromettenti e Tamara è una donna che per ben quaranta anni si è battuta con classi e classi di giovani acneici senza senno e col gusto per la presunzione, perciò è classificabile all’interno della stessa categoria dei partigiani e dei pompieri e meriterebbe medaglie.

Però ora si togliesse dai coglioni o almeno dal tavolo dove sto cercando di parlare del mio libro, visto che sta diventando difficile mantenere la concentrazione mentre gli occhi del pubblico sono atterriti da questa signora coi gambaletti e la pupilla che non perdona.

Proprio quando penso di essermela cavata, proprio nel momento in cui siamo giunti ai saluti finali e la gente applaude e qualcuno tira anche un sospiro di sollievo, Tamara scatta in piedi e chiede la parola.

Chiede di parlare alla mia presentazione e c’è qualcosa in lei che ha l’autorità per farlo o qualcosa in me che ha paura di impedirglielo.

Chiede la parola e gliela diamo perché sapevamo tutti che prima o poi l’avrebbe chiesta e che in caso di rifiuto, se la sarebbe presa da sola.

Dopo essersi presa la parola, Tamara resta giustamente in silenzio totale per qualche eterno minuto, in piedi davanti alla sua sedia a ovetto col tubino sgualcito sul ventre dalla seduta.

Li guarda tutti, di nuovo, uno per uno: le donne si tengono la borsa stretta tra le mani e gli uomini smaniano sulle sedie ma non hanno il coraggio di alzarsi.

Poi inizia a parlare.

Mi ringrazia per aver partecipato ma dice che ora presenterà i suoi lavori artistici.

Si dirige secca e decisa verso il retropalco e vedo la gente che sussulta dalla paura mentre lei sbatte da un lato una piccola tenda a righe, liberando dall’oscurità un immenso quantitativo di statuine.

Un piccolo esercito di creta, ceramica e gesso che ricorda quello di Qin Shi Huang ma in miniatura e ancora più inferocito.

(….)

La spaventosa maestra piglia la prima che le capita e inizia a illustrarcela come si trattasse di una lezione di algebra e tutti stanno a sentire, per carità.

Dice che sono di gesso, calchi fatti a mano.

“Faccette e abitini sono tutti dipinti a mano da me e da mio marito”, dice Tamara, “e potete scegliere anche quelle non ancora dipinte e farvele dipingere da me come preferite!”.

Questa signora sfacciata sta obbligando il mio pubblico ad assistere ad una televendita a sorpresa e non è mica giusto.

Allora mi alzo dalla sedia e chiedo la parola e lei quasi mi fulmina e dice “Siediti!” cattiva, come fossimo davvero in classe e io mi siedo, cazzo. Come fossi telecomandata.

La maestra Tamara grida che nessuno uscirà dalla sala se non avrà acquistato almeno una statuina per sé stesso o per un caro.

In un attimo scoppia una tensione che fino a quel momento sembrava talmente immaginaria, irreale ma latente da rimanere in quello spazio socialmente accettato del pensiero tranquillizzante che ti sussurra “Ma ti pare che succede?!”.

La società che abbiamo sistemato, così come meglio ci è riuscito, è talmente fragile e repressa, controllata eppure fuori controllo che basta una scintilla di una qualsiasi patologia psichica delle tante sottovalutate, non capite e non curate, per incendiare ettari di terreno popolati da brave persone.

La moltitudine di impiegati, vicini di casa, familiari, fidanzati, figli adolescenti e madri è un gigante di sabbia addestrato a correre in una sola direzione fino a quando non gli si sgretola un piede e tutto deraglia.

(…)

Tamara è l’anello debole di oggi, la nuova potenziale protagonista dell’articolo di cronaca nera di provincia.

I protagonisti di certi giornali, i soggetti di certo pessimo giornalismo sono persone normali fino a quando riescono a mantenersi tali, a resistere, a contenersi con l’aiutino da casa della televisione e delle altre istituzioni.

Il fino a quando non puoi prevederlo.

Puoi solo cercare di contenerlo fino a quando…

(…)

Tamara ha le gambe talmente divaricate dalla rabbia che lo spacco della gonna si strappa fino all’attaccatura del sedere, mentre io penso a queste cose della rivoluzione e alla mia vita in generale e mi chiedo cosa ci faccio qui stasera e perché non imparo a selezionare gli eventi anziché accettarli tutti senza farli passare sotto al raggio del normale buongusto o dell’intuito femminile.

Si avvicina al suo esercito di statuine e le inizia a scagliare contro il mio pubblico; le piglia e le sbatte contro il petto dei presenti gridando il prezzo.

Sono prezzi irrisori, venti euro, quaranta al massimo, non capisco perché sia così arrabbiata.

La gente tira fuori i soldi ed è costretta a comprare mentre lei, come Wanna Marchi quando ancora poteva derubare in tivvù a piede libero, urla “Vuole il sacchetto?!”.

Qualcuno prova a prendere il telefonino per chiamare il 118 ma lei, da brava maestra sente l’odore delle batterie tirate fuori dalle tasche e salta agli occhi dei malcapitati.

(…)

La statuina di un ometto lungo come certe raffigurazioni del Don Chisciotte colpisce alla tempia un grosso signore che inizia a sanguinare dalla testa e anche dagli occhi ma per la rabbia.COVER

Prova ad alzarsi per porre fine alla vecchia follia ma non riesce ad arrivare a Tamara che, dal palchetto sta letteralmente lapidando la platea inerme.

Quando la maestra si accorge che le statuine stanno per finire dal tavolo a disposizione e che a breve resterà senza munizioni e piena di soldi estorti al mio pubblico tenuti stretti tra le mani e nelle tasche del tailleur, gliela leggi negli occhi la disperazione.

La donnetta capisce di non aver pensato al piano di fuga e inizia in fretta e furia a raccogliere i frammenti da terra per scagliarli con ancora più ferocia ma la gente, che reagisce sempre con fastidioso e lascivo ritardo, si è rotta il cazzo di subire e nel momento in cui si capisce che la vecchia maestra è in trappola, inizia la rivolta.

Inizia il signore colpito da Don Chisciotte sollevando una sedia e scagliandogliela contro la faccia a velocità supersonica.

Tamara grida dal dolore e gli ospiti della libreria iniziano a staccare i quadri dai muri e a lanciare il contenuto della sala-presentazioni contro di lei che ribalta il tavolo per farsene scudo.

Io, che mi lamento dell’attuale classe politica ma che non ho mai partecipato ad una manifestazione che sia poi sfociata in guerriglia e un po’ me ne sono sempre rammaricata, sento il sangue al cervello e l’adrenalina a pulsargli dentro.

Il cervello a volte è assurdo come le sue reazioni, spesso inaspettate, visto che nel giro di una frazione di secondo mi ritrovo, e non so perché, dietro al tavolo al fianco di Tamara, in trincea con lei mentre il mio pubblico ci bombarda con qualsiasi oggetto che arredava questa sala, in grado di dirsi tale prima della nostra presentazione e divenuta ora poltiglia informe di grida, schegge di vetro, plastica accartocciata e statuine.

“Cazzo, Signora Tamara!!”, grido senza riuscire a proferire una domanda, un perché, un insulto nei suoi confronti.

E lì, nel delirio senza controllo la guardo e lei, accucciata dietro alla scrivania con la gonna completamente strappata e i capelli ridotti alla Johnny Rotten, si volta e mi guarda; mi guarda come ti guardano i maiali dentro ai mattatoi, come immagino guardino i bambini che abitano nei posti che vengono bombardati.

Mi guarda e mi lascia immaginare nei suoi occhi, con un piano americano che vediamo solo io e lei, la sua casa col pavimento in graniglia, i muri bisunti e la poltrona davanti alla tivvu’ dove suo marito fa la muffa dai tempi del suo cinquantesimo compleanno.

Le vedo le lacrime agli occhi e vorrei dirle che non è il momento, brutta stronza di una donna, che dopo tutto sto casino che ha combinato, si mette pure a piangere?

Però non riesco a dirle niente perché il suo è un pianto che non vuole fare pena, sembra un pianto che aspettava di uscire da secoli ma non riusciva con tutta quella pellaccia dura da superare per sgorgare.

Il pianto di Tamara è una dichiarazione di fallimento che c’entra poco con l’insuccesso delle sue statuine ma recupera l’amarezza di tutti i guai degli ultimi quaranta anni e li propone stasera in quella che potrebbe definirsi la vera presentazione, altro che libro.

La presentazione della disperazione di chi non riesce ad arrivare a fine mese e non ha più età e scaltrezza per lavorare.

Non so cosa succede dal punto di vista biologico quando uno pensa di voler fare una cosa e ne fa un’altra che si avvicina all’esatto contrario ma io, quasi ipnotizzata da quello sguardo pieno di lacrime così violente e indispettite, prendo e imbraccio una gamba della scrivania e le sorrido.

Tamara mi guarda e intuisce il mio invito.

Quindi si pulisce il naso che gli cola, imbraccia sicura la gamba dal suo lato e insieme ci alziamo, lanciando un grido di battaglia disperato, fuori controllo.

Ci scagliamo con tutta la nostra forza contro l’armata inferocita del mio pubblico, approfittando dello stupore che si crea in sala, alla vista della nuova alleata di Tamara che non si sarebbero mai aspettati.

Col nostro scudo sbaragliamo donne e vecchietti, buttiamo giù ragazzi e sedie con la nostra scrivania ribelle, simbolo dell’istruzione che guida il popolo perché la libertà se n’è andata chissà dove.

Ci fracassiamo contro il muro che sostiene la porta d’ingresso della sala, insieme al mobile che ci ha salvate dalla furia del pubblico e a qualche corpo schiacciato contro.

Non ci penso un secondo e raccatto Tamara, tutta sporca e malmessa e la trascino su per le scale mentre la gente venuta da lontano per la presentazione del mio libro cerca di riprendersi e impreca contro di noi.

Ci sono signore a terra che sanguinano, gente che si tocca ossa rotte e la sala è praticamente distrutta mentre scompare ai nostri occhi dalla tromba delle scale.

Corriamo al piano di sopra, mano nella mano come madre e figlia contro tutti.

Corriamo tra gli scaffali e i banchi pieni di libri e quando il libraio alla cassa realizza che siamo ridotte come dopo un bombardamento e muove la mascella per chiamarci, noi veloci come la notte siamo già in auto, la mia.

Ed è subito tangenziale di Voghera che, anche se la direzione non è chiara, sembra essere la strada perfetta perché punta dritto alla parte opposta della città dalla quale stiamo scappando come due ladre.

In auto non parliamo, Tamara guarda fuori dal finestrino e ogni tanto si sistema i capelli in maniera nervosa.

Mentre guido veloce ho dei pensieri per lei, cose che vorrei dirle ma che non ho il coraggio di buttar fuori, come al solito.

Non so dove stiamo andando Tamara ma da questo momento purtroppo siamo socie.

Doveva essere una serata noiosa di letteratura contemporanea.

Doveva essere solo la presentazione del mio libro e ora, io e te possiamo fare grandi cose, possiamo andare in Messico o fondare delle nuove brigate decidendo un colore più femminile e meno inflazionato del rosso.

Possiamo suicidarci sulla tangenziale o andare a casa tua e farla esplodere con tuo marito dentro.

Possiamo fermarci in un campo dietro a una delle cascine abbandonate della Lomellina a fare pipì e poi accendere un fuoco e ballarci intorno e richiamare in vita il tuo esercito di statuine che ora è anche un po’ mio oppure i pazzi di Voghera o almeno le puttane.

Saremo invincibili io e te, Tamara.

Ma non voglio più vederti quei vergognosi gambaletti color carne addosso.

 

IL MONDO DEL LAVORO E LA TEORIA DEL Grazie al Cazzo.

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Le persone che arrivano nella nostra vita per introdurci al mondo del lavoro, sia dal punto di vista pseudofilosofico che concretamente, non sempre si rivelano maestri illuminati, ambasciatori di un incontro miracoloso deciso dal fato o da Dio per arricchire la nostra vita professionale e la storia dell’umanità.

Il più delle volte infatti, le persone che desiderano insegnarci come funzioni il mondo del lavoro, propongono teoremi e aforismi che provocano nell’interlocutore, in maniera del tutto naturale e piuttosto brutale, risposte come Grazie al Cazzo.

Sono persone di età variabile: non è detto che si tratti sempre del cavaliere del lavoro novantenne, convinto che in cinquant’anni il mondo non si sia mosso di un centimetro e, qualora si fosse mosso, la direzione è senz’altro sbagliata, visto che si stava meglio ai suoi tempi.

Grazie al Cazzo.

Non si può però escludere che si tratti di persone giovani (o presunte tali) che, forti della loro professione ambiziosa raggiunta e consolidata, si convincano di poter iscrivere coattamente i nostri nomi al loro corso di vita lavorativa per dementi o disoccupati, che per loro è la stessa cosa.

Le materie trattate dallo stage dei giovani professionisti vincenti propone però contenuti che richiamano la medesima reazione avuta col cavaliere del lavoro.

“Vuoi la mia?! Per crescere in questo mestiere ci vuole ambizione”.

Grazie al Cazzo

“Ascolta me, se davvero vuoi fare questo lavoro mettiti in testa che non esistono orari”.

Grazie al Cazzo

“Se vuoi fare questo mestiere, qualche compromesso lo devi fare”. Grazie al Cazzo

“Farsi vedere sempre impegnati ma disponibili e propositivi”. Grazie al Cazzo

E si prosegue così, a frantumarsi il setto nasale contro il muro della banalità più cupa affinché nessuno si renda mai colpevole del reato di aver avvisato il neofita o la matricola circa le cose che davvero contano nella vita professionale.

Perché non esiste un addetto alle risorse umane che si preoccupi di avvisare il neo-assunto o lo stagista di come funzioni la storia quotidiana in azienda?! Quali gusti personali abbia il direttore, come proceda la sua vita privata e quindi capire se avanzare richieste oppure no, dove andare a mangiare in pausa pranzo senza rimanere avvelenati, se si possa usare o no il cesso del quinto piano, quello che pochi conoscono e quindi si può andare a far la cacca senza incursioni imbarazzanti dei colleghi, quali siano piccoli segreti che ognuno dei colleghi ha e propone al resto della collettività in maniera più o meno ingombrante, durante il giorno.

Queste le informazioni che i nuovi vorrebbero sapere.

Ci vorrebbe un opuscolo aziendale con informazioni dettagliate sulla vita emotiva in azienda, ci vorrebbero i cookies fatti sui dipendenti di quel marchio lì, per far capire molto a chi vuole inviare un cv, a quel marchio lì.

Ci vorrebbero professionisti meno presuntuosi e più aperti all’ingresso di nuove risorse, ci vorrebbero le recensioni online dei vecchi dipendenti e poi ci vorrebbero colleghi più solidali e il benessere delle persone come priorità oltre ai ricavi.

Grazie al Cazzo.

 

STORIE DI MATTI / Il Fatto Quotidiano

STORIE DI MATTI

Racconto inedito pubblicato per il Fatto Quotidiano del 18 Luglio 2017

Almeno una volta a settimana in auto con i miei genitori, si era costretti a passare davanti al Santa Maria della Pietà, l’ospedale psichiatrico di Roma che all’epoca nessuno si vergognava a chiamare manicomio.

Per andare in centro, quella strada lì evitava di morire giovani nel traffico della Cassia quindi mio padre imboccava la Trionfale (che già all’epoca di trionfale non aveva più un tubo), e iniziava a lanciarci occhiate sfuggenti dallo specchietto retrovisore, come fanno gli agenti segreti nei film con le colonne sonore che sostengono le stesse, miserabili sceneggiature uguali da vent’anni.

E anche la mia famiglia, se non da venti, almeno da dieci anni, batteva il suo Ciak sempre in prossimità dello stesso incrocio.

Di giorno ma soprattutto di notte, dentro all’abitacolo s’innescava, proprio in quel punto e in maniera del tutto innaturale, un silenzio attento, concentrato, da chiappe strette, se dovessi descriverlo a un amico.

Qualunque fosse l’argomento nel quale si era tutti coinvolti o eccitati, quando la macchina entrava nell’area rossa del manicomio, ci si serrava la bocca e si guardava con la coda dell’occhio fuori dal finestrino cercando quale fosse il motivo in grado di zittire una famiglia in pochi secondi.

Il raggio dell’area rossa in cui ci si congelava era stato identificato dall’inconscio bizzarro di mia madre e nessuno, a parte lei, sapeva precisamente dove iniziasse e finisse, anche perché non c’erano dogane o cartelli segnaletici che sancissero il piccolo comune immaginario molto, molto pericoloso.

Ciò che si sapeva è che dentro a quel perimetro, il plot restava lo stesso: uno dei genitori prendeva coraggio e si girava, approfittando del semaforo rosso e appoggiando il gomito sul sedile accanto, fedele alla sceneggiatura da seguire.

Poi ci guardava dritto nelle pupille e diceva “mettete le sicure”.

Noi bimbetti si ubbidiva e si metteva tutti, in sincronia, la sicura. La faccenda, il più delle volte, finiva lì.

Poi però il tempo bastardo consentì a me e ai miei fratelli di crescere e sviluppare rudimenti di senso critico.

Sia maledetto quel momento in cui si diventa coscienti.

Sia maledetto quel momento in cui si innescò nei nostri cervelli, la voglia di domandare perché davanti a quel preciso incrocio, bisognasse sempre inserire la cazzo di sicura.

Sono l’ultima di tre fratelli quindi, al mio turno di perizia inquisitoria, la risposta aveva già fatto pratica e arrivò fresca a perfetta: “Perché ci sono i matti”.

Chi somministrò la risposta però, non tenne conto di quanto io, da bambina fossi già profondamente cacacazzi.

“E allora?”, chiesi come lanciando un sasso.

A casa mia infatti, i figli hanno meno diritti delle blatte dunque immaginare che dei minori s’arrischiassero a contestare risposte con altre domande era una prospettiva utopica.

Ma anche produrre un terzo figlio femmina era abbastanza irreale, prima che piombassi nelle ecografie così, anche per questo e con ancor più presunzione, pretendevo una risposta.

Eppure non è dei miei traumi familiari che voglio parlare.

Voglio parlare dei traumi familiari, punto.

Perché la famiglia è un luogo bellissimo ma se ne potrebbe fare a meno.

Essa può divenire un rifugio rassicurante come una tana di murene se non la si considera per ciò che è, ossia un salotto con persone che si vogliono bene a Natale, ma la si percepisce in base a ciò che la società perbene vi ha costruito intorno.

La famiglia ma anche il posto di lavoro, la location del matrimonio, l’autostrada o il centro commerciale sono alcuni dei contesti più adatti alla proliferazione della nuova follia.

Perché di società ci si può ammalare.

Dentro a quella macchina in cui si aveva paura delle antiche patologie psichiatriche, mi proposero una risposta di quelle che le dittature fanno scrivere ai loro intellettuali per accontentare i popoli.

Mi dissero che i matti uscivano in orari misteriosi per dar fastidio alle auto delle persone perbene.

Così, guardando fuori dal vetro ermetico e lucido di notte, promisi ai matti che li avrei vendicati.

Mi dissi che sarei andata alla ricerca dei veri soggetti pericolosi, di quella nuova inquisizione travestita da società rispettabile e che li avrei scovati uno per uno, i veri pazzi.

Avrei riscattato gli internati scrivendo cartelle cliniche universali e contemporanee di quei pazienti che non vogliono farsi diagnosticare nulla e che a casa hanno un sacco di tappeti Bukara dove nascondere orrori e insicurezze.

Quei professionisti, dottori, madri di famiglia e account che siamo noi, sempre rasenti sul filo della psicopatia condominiale.

Promisi questo agli angeli del manicomio.

Poi zitta zitta disinserii la sicura, per essere pronta a scivolare giù dall’auto, in caso di pericolo, in caso l’inquisizione mi avesse scoperta.

safonov-fattoquotidiano

Storie di matti

LA DEPRESSIONE URBANA

FOTTUTA CAMPAGNA

Se esiste la descrizione perfetta per definire ciò che mi sono volontariamente inflitta, questa potrebbe essere: “Suicidio ecologico”: la scelta di chi arriva in campagna col cestino di vimini e pensa davvero che le caprette gli facciano “Ciao!” invece le caprette sputano, scalciano, puzzano e i maschi si fanno anche la pipì addosso tra di loro.

Ognuno sceglie la propria morte, anche mentre è ancora in vita: chi sceglie la moglie o il marito rompicoglioni, chi fuma tutti i giorni dalle sette del mattino, chi fa un lavoro che inghiotte tempo libero e week-end. Io ho scelto la campagna.

Ho scelto i prati, pur avendo paura di serpenti, topi, piante urticanti e vespe, ho desiderato di avere grandi spazi dove vivere, ma quando è arrivato il buio, ho girato per casa guardando in modo sospettoso anche il gatto. Ho letto libri di giardinaggio, ma quando ho acceso per la prima volta il decespugliatore, quasi mi ci sono tagliata un braccio.

In tutte possibilità di suicidio, incluso il mio, quello ecologico, si sceglie di dimostrare a se stessi e agli altri qualcosa, pur essendo assolutamente consapevoli di non esserne all’altezza.

La decisione discutibile di passare dalla santa illusione bucolica alla realtà più ostile si concretizza nella mia vita circa due anni fa, quando realizzo che invece di vivere in città, stavo subendo la città.

Mi ero ammalata: avevo contratto la depressione urbana.

La DU è una patologia che in questa epoca sta rapidamente prendendo piede e si può riconoscere da sintomi ben precisi: ritrosia nei confronti di uffici pubblici e rispettivi funzionari, abominio per SUV, apericene e discoteche, senso di nausea e capogiro nei grandi centri commerciali, conseguente drastica riduzione dei propri impegni sociali fino allo svolgimento di un minimo sindacale che si avvicina molto all’eremitaggio: se hai la depressione urbana vai al massimo dal benzinaio, in tabaccheria e a qualche sporadica festa di compleanno dove sei sicuro siano presenti cibo e vini particolarmente pregiati.

Se questi sintomi sono accompagnati da una voglia sfrenata, erotica di silenzio e solitudine, sei malato e nella fase più acuta di questa particolare depressione ti sorprenderai a non rispondere più al citofono, a far crescere i tuoi peli superflui e le piante sul terrazzo, come se fossi in attesa speranzosa del ritorno delle grandi glaciazioni.

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Durante la DU, m’inferocisco contro la società e la cultura del consumismo spensierato: vado al supermercato solo per mettermi a guardare con disprezzo la gente che compra la pasta di grano transgenico, il formaggio che contribuisce alla morte di milioni di vitelli e capretti, i polli pronti, i detersivi e i fottutissimi piatti di plastica che sono stati, peraltro, causa di molte amicizie interrotte: perché la gente li chiama piatti di carta? Sono di plastica, si vede ad occhio nudo, eppure quando vai a una festa e chiami per sapere se manca qualcosa ti dicono “Si, guarda, compra i piatti di carta”.

Ci sono un paio di frasi che durante la mia DU provocano vere e proprie crisi di rabbia, tipo “Non faccio la raccolta differenziata perché non la fa nessuno e poi, non lo sai che la mondezza in Italia va a finire tutta nello stesso posto, sciocca?” oppure “Lo so che sono di plastica i piatti, ma tutti li chiamano di carta e siccome vado di fretta è per farti capire cosa comprare, sciocca”.

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A volte non ci accorgiamo per una vita intera di convivere con noi stessi, perciò sono felice di essermi ammalata di DU. Attraverso intere settimane di silenzio e asocialità, oggi ho conquistato maggiore autocoscienza, anche se a volte ho l’impressione di aver sostituito il soggetto da subire: dalla società a me stessa.

La DU, non solo mi ha regalato molte rivoluzioni positive, ma ha portato anche un netto miglioramento alla qualità di vita delle persone a cui davo fastidio con la mia ritrosia per la vita metropolitana. Quando sei ammalato di DU, infatti, risulti pesante al prossimo, specialmente a chi ama vivere immerso nei servizi e proseguire il suo contributo all’inquinamento di massa. Tu borbotti tutte le nozioni che hai appreso sui siti ecologici e sei ciò che di peggio possa esserci nella società contemporanea: un moralista.

La gente ti evita e ti guarda male, consapevole che subito dopo il saluto e due convenevoli, inizierai a dare ragguagli sullo smaltimento dell’olio per friggere, sul problema dei pneumatici e su come farsi il sapone da soli.

Durante la mia DU, organizzo presìdi nei reparti ortofrutticoli dei mercati rionali cercando di convincere le persone come un pastore protestante a non comprare mele così rosse, ciliegie così lucide e limoni che sembrano fatti di vetro, “Perché comprare alimenti che non esistono in natura, signori, è disonesto verso se stessi, oltre che mortale!” sentenzio sopra il piccolo podio, costruito coi bancali delle cassette di frutta, prima che essere sbattuta fuori a spintoni. Uso la bicicletta a Roma per tutti i miei spostamenti, tangenziale inclusa, esperienza dopo la quale, sono pronta a sopravvivere per mesi non solo in cima alle colline, ma anche appesa in parete sulle Ande.

Almeno, mi convinco di questo.

Dopo questi e tanti altri gesti di insurrezione ecologica, capisco che chi non è affetto da depressione urbana, non desidera essere molestato mentre si lascia morire in città, mentre si abbandona al decesso condiviso, social, con tutti quelli che sono in fila con lui alla cassa per pagare per primi il nuovo smartphone. Visto?! Sono pesante.

E sono pesanti tutti quelli che si accorgono di vivere in un habitat che non corrisponde più alla loro natura e che dunque si ammalano di depressione, urbana o di altro tipo.

Se hai la DU non ci stai: diventi socialmente fastidioso, dici no e te ne stai dentro il tuo cappottino col bavero alzato e le cuffiette con la musica alta, per non sentire le signore che ordinano il prosciutto dolce in offerta. Ti aggiri per le corsie, ringhiando le informazioni di controtendenza biologica fino a quando non capisci che vogliono essere lasciati a schiattare in pace, e ti calmi. La malattia prende lentamente un saggio decorso e converti la rabbia in cura verso te stesso; gli amici che ti capiscono ti mandano link, film, spunti utili per convincerti a toglierti dalle palle e a trasferirti in cima a una montagna, come si faceva un tempo coi parroci scomodi. Così una sera, mentre sono ancora in piena DU, appena rientrata da uno dei miei sermoni al supermercato, accendo il computer e scopro che un amico mi ha mandato un pezzo del “Pianeta Verde” di Coline Serreau, la scena in cui i due fratelli raccontano del boicottaggio dei prodotti nocivi da parte di tutta la popolazione del pianeta.

Ho guardato quel pezzetto di delicato cinema francese e ho provato qualcosa di molto vicino all’illuminazione. Quando sono tornata in me, dopo un sonno che pareva il Nirvana, sulla scrivania c’era il libro del fagiolo magico e sul pc la pagina di google aperta con già digitate sopra le parole: “casa in campagna affitto cerca”.

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