SERPENTI

BESTIARIO DI VIAGGIO, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Voglio bene a tutti gli animali però i serpenti non devono rompermi i coglioni.

Vorrei che esistessero due mondi, solo per costringere i serpenti a starsene in quello dove non vivo io; vivrebbero bene, non mancherebbe loro nulla, avrebbero gli insetti da mangiare e tutto il resto.

Vivrebbero bene, assieme alla gente stronza che continua a dirmi: “Guarda che non devi avere paura perché loro hanno più paura di te”.

Ebbene, ci vivessero loro con le bisce.

Bisogna essere davvero ridotti male per non comprendere che non è che abbia paura dei serpenti per l’eventualità che possano mordermi perché sarei già morta di crepacuore, molto prima del morso, nel caso!

Il problema è la vista: capite?

La vista del loro corpo sinuoso, viscido, terribile.

Non posso vederli, neanche se sono in macchina.

Quando capita, dopo averne evitato uno, in modo attento ed apparentemente impassibile, inizio a frenare, fermo la macchina ad un paio di chilometri dal fattaccio ed inizio ad urlare con le lacrime agli occhi, come una posseduta.

Per fortuna, credo che nessuno mi abbia mai visto ma, nel caso, adesso sa perché ed è già una consolazione.

Più che una continua privazione, la mia vita è un perenne tentativo di convivere con questa fobia e sconfiggerla entro i quaranta.

Nel frattempo, mentre capisco come fare, da Maggio a Settembre non entro in un bosco nemmeno attraverso un libro o un documentario; i luoghi dove so che vivono bisce d’acqua semplicemente non li frequento e ciò mi costa molto studio poiché bisogna che mi documenti su quali siano tali luoghi e quindi devo aprire libri o cercare in rete, con il rischio che vi siano delle fotografie ed io, ripeto, se vedo una biscia muoio.

Non importa se sia stata fotografata da qualcuno.

Debbo ammettere che la Liguria mi abbia aiutata moltissimo, in tal senso.

I miei avi vengono da lì, da entrambi i fronti: la parte materna per origine, quella paterna per rifugio politico quindi sono molto legata ad essa e convinta che non abbia eguali; d’altro canto, la terra ligure è anche un posto con una discreta percentuale di serpenti, visto il clima mite, l’acqua e le pietre onnipresenti.

Vivendo lì gran parte del mio tempo libero, ho provato a curare la fobia dei maledetti serpenti di merda (che, ripeto, non voglio morti ma in un altro cosmo), attraverso i suoi bellissimi sentieri che ho percorso senza successo alcuno.

Ogni giorno affronto i sentieri con Mila, sperando che faccia da apripista, che li veda lei per prima e li scacci, come i cani nati per stanare sanno fare.

Ma non ha funziona perché Mila se ne frega d’altronde, di serpente non ne ha mai visto mezzo, nella sua vita, ad oggi.

Ciò che il mio cane vede è solo la sua padrona che grida come una mentecatta, in mezzo al nulla dei boschi.

Qualche giorno fa decido di scendere verso il mare passando attraverso il bellissimo tronco del sentiero che porta da Levanto a Framura, per la consueta passeggiata con Mila.

Il sentiero passa sia per i piccoli borghi che per il fitto bosco che si aggrappa al Salto della Lepre, il piccolo passo che divide Bonassola da Framura.

Appena iniziato il tragitto sembrava andasse tutto bene, dentro alla mia tuta strech nera da Eva Kant e la musica nelle cuffiette al massimo, in modo da eliminare completamente il problema dei fruscii nell’erba, in modo che orecchio non senta e cuore non scoppi.

Arrivata affianco al ruscello, dove la strada si restringe, guardo sbadatamente al bordo destro del sentiero, verso il bosco e c’è una sostanza tubolare lucida ed annodato su sé stessa che si muove.

Grido senza censura.

Grido come se mi stessero squartando con delle forchette da campeggio.

Tutt’ intorno vi sono moltissime case ed anche se i liguri amano star per conto loro (ed anche per questo li apprezzo moltissimo), immagino che nelle loro cucine e nei loro giardini si siano chiesti chi sia caduto nella gola del ruscello.

Mentre grido per tirare fuori le mie viscere terrorizzate e liberarmi, Mila mi guarda, con la testa girata da un lato, come a dire “Cosa devo fare? Ce l’hai con me? Ho fatto qualcosa di male o sei tu il male?”.

Da una piccola porta in legno, in mezzo ai muretti a secco, si affaccia un signore sugli ottant’anni, con una borsina di stoffa sottobraccio.

Lui, il mio grido non l’ha manco sentito e non fa caso neanche al fatto che stia saltando su un piede solo davanti a casa sua.

Deve andarsi a comprare la focaccia, mica ha tempo per me; io però lo imploro di non passare per di lì perché “C’è un serpente! Capisce?! Non passi! Non si può passare”.

Mentre lui, senza manco guardarmi, mi risponde “Guardi che ce l’ho nell’orto il serpente, sarà quello lì, mi mangia tutte le mosche” e fa per andarsene ma io ho bisogno di un abbraccio e così, inabile a controllarmi, gli tolgo la borsina da sotto il braccio e glielo piglio quell’arto lì, implorandolo con lo sguardo di non lasciarmi ma lui mi si scrolla di dosso perché c’è il Coronavirus e la storia delle distanze sociali e lui è anziano e vive in cima ad una collina, non la vuole una squilibrata potenzialmente asintomatica, attaccata al suo gomito.

Si divincola e mi sgrida “Basta! Non fanno niente, sono bisce! Hanno più paura di lei!”

Ed io penso, “Anche tu, maledetto”.

Dopo essersi liberato, il poveraccio prende un ramo e mi guarda, “Cosa fa, scende o resta qui?” ed io deglutisco ma sento che il tipo, anche se scorbutico è stato mandato dal Signore quindi chiamo la Mila che, nel frattempo ha mutato l’espressione di sospetto in un’ atteggiamento di pena profonda e ci mettiamo a seguire Nonno coraggio.

Lo seguo come farebbe un ragazzino davanti ad un mastino napoletano di cento chili incazzato nero, spingendogli la schiena affinché si sbrighi a passare, fino a quando i miei arti inferiori non decidono di bloccarsi completamente, poco prima del punto incriminato.

Il vecchio capisce e col bastone inizia a smuovere la terra ed io sento che Dio mi sta già scrostando l’anima dal corpo e sudo freddo e puzzo di ormoni, quelli della paura, non so neanche come si chiamino.

La terra e le foglie cadono sui mocassini del signore ed insieme alla poltiglia del bosco esce anche qualche piccolo rifiuto, un guanto di quelli da giardinaggio, la plastica di una merendina ed un piccolo pezzo di tubo grigio, staccato da qualche pompa per innaffiare.

Il tubo non è lì da tanto perché non ha ancora lo strato di polvere e fango ma, anzi è bello lucido.

Guardo il tubo ed alzo lo sguardo.

Il vecchio ha gli occhi piantati dentro ai miei e la bocca storta dal disgusto.

Non dice niente.

Butta il bastone per terra, si gira e scende giù per il sentiero.

Io mi siedo su uno scalino ed aspetto il tramonto per risalire a casa, con coraggio, lungo il sentiero.

 

Per chi volesse approfondire circa le fobie da sentiero boschivo:

https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2017/06/i-rettili-della-paura-dal-medioevo-ai.html

La notte che volai a bordo di un Sebach.

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Spesso ho vergogna di me ma non avrei mai pensato di vergognarmi di me stessa durante un sogno.

Anche laddove abbiamo il lasciapassare per disegnarci una vita migliore o peggiore ma comunque spettacolare, come avviene campo onirico, io non perdo occasione per svilire la mia persona ed immaginare cose che, se accadessero nella realtà non mi consentirebbero di uscire più di casa.

Ancora di più.

Nei miei sogni, spesso e volentieri appaio persino peggio di ciò che sono: chissà cosa voglia dire in campo neuropsichiatrico…

Fatto sta che, l’altra notte ho fatto uno di quei sogni vividi che paiono più veri della realtà e che ti accorgi non lo siano solo quando, all’ultimo visualizzi te stesso nell’atto di far pipì e allora ti svegli di colpo, poco prima di fartela addosso.

Normalmente mentre sogno c’è una parte di me iper-razionale che veglia sopra alle questioni oniriche e che visualizzo fisicamente in quasi tutti i sogni; appartata in un angolo, a braccia conserte, la parte lucida di me stessa ogni tanto interviene durante il sogno dicendo cose tipo: “Tanto sono solo cazzate”.

Eppure l’altra notte non c’era, nel solito angolo e forse, anche per questo ne ho approfittato per sognare una favola surrealista che, se dovessi nominare con un titolo sceglierei di usare “La notte che volai a bordo di un Sebach”.

Mi trovavo nei luoghi dolci della mia adolescenza, precisamente nei prati del centro residenziale fuori Roma dove si sono svolte tutte le mie avventure, tra i dodici e i diciotto anni.

Nel sogno avevo all’incirca sedici anni e correvo felice su un manto verde morbidissimo, in cima ad una delle tante, piccole colline accoccolate in quel fazzoletto di terra appartenuto molti anni prima agli Incisa, signori della zona a nord di Roma.

La vedessero adesso.

Nel sogno correvo felice con un discreto abito blu scuro in tulle, di alta sartoria; correvo mentre il cielo si riempiva di tempesta.

Era un tardo pomeriggio della prima decade di Luglio quando, all’epoca dei miei sedici anni, a Roma capitavano delle brevi tempeste quasi tropicali che ora invece sono all’ordine del giorno.

La mia corsa si fece più urgente quando iniziarono a cadere le prime gocce grandi come castagne ma per fortuna fredde.

Il mio vestito si gonfiava nell’aria, coi suoi mille veli e le minuscole stelle di strass che brillavano turgide e disseminate sull’ultimo strato di tulle, quando in cielo schioccavano i lampi.

Forse per via del vestito o di quell’attimo così particolare che precede i temporali forti, in cui non si riesce bene a definire che ora del giorno sia,  la scena mi sembrò bella come un servizio fotografico di alta moda.

Ad un certo punto, notai che in fondo alla piccola valle, il buio tempestoso veniva sfidato dai fari di una bellissima auto blu come il mio abito ma senza sirena sopra.

Era il biondissimo più ambito da tutte nel quartiere che giammai nella vita reale mi cagò.

Nel sogno però sembrava proprio guidare verso di me, guardandomi dai vetri scurissimi coi suoi occhi verdi come l’acqua dello Yucatan.

Così nel sogno iniziai a correre ancora più veloce e più bella, più leggera e splendente verso un gruppo di bagni chimici posizionati poco vicino al prato, in un cantiere di costruzione di una villetta.

Corsi leggiadra e m’infilai in un Sebach; ci misi un po’ a far entrare tutti gli strati della mia splendida gonna blu cobalto ma dopo pochi istanti riuscii a chiudere la porta di plastica rossa, lasciando un po’ di strascico a penzolare fuori mentre il cesso si sollevava da terra come una piccola astronave, stagliando il cielo plumbeo e ventoso.

Il mio tappeto volante chimico planò sui prati e sulle stradicciole bianche, temerario in mezzo alla tempesta mentre io ammiravo le distese verdissime direttamente dal buco dello scarico.

Dopo pochi metri a grande velocità, il cesso chimico iniziò a perdere velocità e si schiantò proprio sul cofano del mio amato.

Questo per dire che vi sono sogni che a volte è meglio non interpretare.