BREVE ENCOMIO AL BIDELLO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Come ho potuto scrivere per tutti questi anni senza mai dedicarmi un attimo alla figura mitologica del bidello?!

Il bidello.

Dio mio, non ditemi che non esiste più!

Non ditemi che ora il bidello si chiama operatore scolastico, un po’ come lo spazzino adorato è diventato mero operatore ecologico.

Non ditemelo perché non sarei disposta ad accettarlo e lotterei con tutta l’anima per ripristinare tradizioni come questa.

Uniti per il bidello!

Un fronte liberazione bidelli dalle penose denominazioni contemporanee affinché resti così, com’è sempre stato, almeno nella mia scuola media: un galeotto, ex tossico, tra i primi ad indossare l’orecchino, sempre in blue jeans e con la faccia identica, spiccicata a Phil Collins.

Un Phil Collins tossico, il mio bidello.

Con il nome proprio perfetto: Tonino.

Tonino, il bidello, non serve altro.

Tonino che ti beccava quando eri lì, ad incidere simboli di dubbia entità sul banco oppure a scrivere nomi di innamorati sulle piastrelle dei bagni mentre fumavi la Merit che gli avevi rubato dal cassetto.

Tonino che veniva a sedare la classe quando c’era l’ora di buco.

Tonino che si pigliava i regali di Natale sottobanco, dalle madri come la mia, convinte di poter corrompere il bidello Tonino, convinte che poi il bidello Tonino non avrebbe fatto del male alla bambina Arianna (perché, si sa, il bidello è un soggetto potenzialmente malintenzionato) grazie alla bottiglia di vino offerta dalla mamma.

Convinte, le mamme come la mia, che con una bottiglia di buon rosso sottobanco, il bidello Tonino si sarebbe ricordato del faccino della bambina coi genitori con l’abbonamento in enoteca, in caso di bisogno.

Ma era una convinzione infondata perché il bidello è incorruttibile, non gli interessano bambini né madri; non gli dispiace di certo farsi una cantinetta niente male ma il muso di tuo figlio non glielo stampi nel cranio perché Tonino ha altre priorità e tra di esse c’è quella di staccare e andare alla casa.

Tonino non lo compri con una bottiglia di vino perché Tonino è bidello.

E il bidello è super-partes.

Non è mai complice del professore, figuriamoci della mamma.

Non temere, ragazzo: il bidello non ti manderà mai bevuto con lo stato, la maestra o il genitore perché Tonino, in quanto bidello, ha provato tutte le tue stesse, brutte sensazioni di fronte al potere.

Perciò fa il bidello.

Se non fosse così farebbe altro, invece ha scelto il lavoro più dissidente di tutti: il bidello.

Ha scelto di mantenere dignitoso il sistema scolastico secondo le sue possibilità: curando gli spazi scolastici senza aspettare che lo faccia il ministro dell’istruzione; incentivando, nel giovane studente, lo spirito carbonaro e la sua naturale predisposizione verso atti vandalici scomposti, canalizzandone le intenzioni rabbiose verso ideali più maturi, tanto utili al puer nell’età adulta.

Dio protegga i bidelli dalle divise, dalle scarpe a norma, dai genitori e dalla cirrosi epatica causata dai loro tentativi di corruzione.

 

STORIE DI MATTI: TAMARA

STORIE DI MATTI

Un estratto dal libro Storie di Matti e, in fondo al racconto, un estratto dal reading live organizzato negli spazi dell’Ex Ospedale psichiatrico di Voghera.

***

La faccenda irresistibile di certi esseri umani è che scrivendo di loro non devi inventarti nulla ma semplicemente abbandonarti alla cronaca dei fatti e lasciare che i lettori restino naturalmente colpiti quanto te dalle mille incredibili sfumature che può assumere l’essere umano, se lasciato a briglie sciolte.

Tamara è uno di quei personaggi che t’ispira subito la sacra fiamma dell’indagine sociale.

La conosco durante la presentazione del mio libro, anzi prima.

Perché arrivo con mezz’ora di anticipo in libreria e lei è già lì che aspetta da tre quarti d’ora, col sederone conficcato dentro a una sedia a ovetto, di quelle in plastica che usavano i bidelli della mia epoca scolastica.

Tamara si è piazzata proprio accanto al tavolo allestito per la presentazione e io penso che sia la mamma del libraio o la signora delle pulizie che sta riprendendo fiato dopo aver preparato la sala.

E invece no.

Tamara è lì per essere la protagonista indiscussa della serata e non sembra alla sua prima esperienza in tal senso.

Resta lì per tutta la sera e specialmente durante il mio intervento, mentre son là a spremermi le meningi per essere efficiente e sintetica, la donnaccia che è Tamara se ne sta marmorizzata dentro alla sedia col suo tubino color nocciola tutto sformato dalle sue cicce, la borsa in similpelle verde pistacchio sulle ginocchia e un paio di demoniaci, oltraggiosi gambaletti color carne, indossati per sostenere tutte quelle vene che vengono quando le gambe hanno superato i duecentomila chilometri.

Tamara è indiscutibilmente nella categoria pubblico eppure non ne fa parte anzi, se ne mantiene al di fuori con composto esibizionismo rendendo la mia presentazione un’occasione imbarazzante e indimenticabile.

Magari a Voghera, con la storia delle generazioni di pazzi, già la conoscono ma io vengo da fuori e sono intimorita dalla possibilità che questa signora possa fare follie da un momento all’altro mentre spiego le mie cosine e lei se ne sta seduta a pochi centimetri da me, così vicina che riesco a sentire il suo respiro e l’odore della sua pelle molle di signora.

Tamara fu maestra e dovevo capirlo subito dal fatto che per tutta la durata della presentazione non mi ha degnata di mezzo sguardo, restando con gli occhiacci dritti e severi, ben rivolti in faccia alla povera platea dei presenti, in quel momento considerati da lei categoria inferiore ossia “alunni”.

Li ha scrutati uno ad uno, tenendo immobile la testa e muovendo esclusivamente le pupille, come solo una maestra sa fare quando arriva in classe e fa sentire agli alunni il tanfo di una giornata sbagliata.

Se li è guardati tutti facendo l’appello a mente, col suo taglio alla maschietta anch’esso tipico delle maestre in pensione.

Li ha guardati come se da un momento all’altro, dovesse tirar fuori dalla borsetta il registro e mettere la nota alla classe oppure un’ascia e spargere sui muri sangue e muscoli di venti poveretti, colpevoli solo di essere giunti alla presentazione del mio libro.

Tamara di poveretti ne ha visti moltissimi nei suoi onorati e coraggiosi anni alla scuola.

A suo favore posso dire che i professori delle medie sono degli eroi e anche Tamara lo fu e per questo merita rispetto.

I professori si beccano per cinque ore no-stop tuo figlio e altre persone come lui, nella fase più cupa e disgustosa, quella puberale.

I professori delle medie sono persone che sopravvivono a situazioni emotivamente compromettenti e Tamara è una donna che per ben quaranta anni si è battuta con classi e classi di giovani acneici senza senno e col gusto per la presunzione, perciò è classificabile all’interno della stessa categoria dei partigiani e dei pompieri e meriterebbe medaglie.

Però ora si togliesse dai coglioni o almeno dal tavolo dove sto cercando di parlare del mio libro, visto che sta diventando difficile mantenere la concentrazione mentre gli occhi del pubblico sono atterriti da questa signora coi gambaletti e la pupilla che non perdona.

Proprio quando penso di essermela cavata, proprio nel momento in cui siamo giunti ai saluti finali e la gente applaude e qualcuno tira anche un sospiro di sollievo, Tamara scatta in piedi e chiede la parola.

Chiede di parlare alla mia presentazione e c’è qualcosa in lei che ha l’autorità per farlo o qualcosa in me che ha paura di impedirglielo.

Chiede la parola e gliela diamo perché sapevamo tutti che prima o poi l’avrebbe chiesta e che in caso di rifiuto, se la sarebbe presa da sola.

Dopo essersi presa la parola, Tamara resta giustamente in silenzio totale per qualche eterno minuto, in piedi davanti alla sua sedia a ovetto col tubino sgualcito sul ventre dalla seduta.

Li guarda tutti, di nuovo, uno per uno: le donne si tengono la borsa stretta tra le mani e gli uomini smaniano sulle sedie ma non hanno il coraggio di alzarsi.

Poi inizia a parlare.

Mi ringrazia per aver partecipato ma dice che ora presenterà i suoi lavori artistici.

Si dirige secca e decisa verso il retropalco e vedo la gente che sussulta dalla paura mentre lei sbatte da un lato una piccola tenda a righe, liberando dall’oscurità un immenso quantitativo di statuine.

Un piccolo esercito di creta, ceramica e gesso che ricorda quello di Qin Shi Huang ma in miniatura e ancora più inferocito.

(….)

La spaventosa maestra piglia la prima che le capita e inizia a illustrarcela come si trattasse di una lezione di algebra e tutti stanno a sentire, per carità.

Dice che sono di gesso, calchi fatti a mano.

“Faccette e abitini sono tutti dipinti a mano da me e da mio marito”, dice Tamara, “e potete scegliere anche quelle non ancora dipinte e farvele dipingere da me come preferite!”.

Questa signora sfacciata sta obbligando il mio pubblico ad assistere ad una televendita a sorpresa e non è mica giusto.

Allora mi alzo dalla sedia e chiedo la parola e lei quasi mi fulmina e dice “Siediti!” cattiva, come fossimo davvero in classe e io mi siedo, cazzo. Come fossi telecomandata.

La maestra Tamara grida che nessuno uscirà dalla sala se non avrà acquistato almeno una statuina per sé stesso o per un caro.

In un attimo scoppia una tensione che fino a quel momento sembrava talmente immaginaria, irreale ma latente da rimanere in quello spazio socialmente accettato del pensiero tranquillizzante che ti sussurra “Ma ti pare che succede?!”.

La società che abbiamo sistemato, così come meglio ci è riuscito, è talmente fragile e repressa, controllata eppure fuori controllo che basta una scintilla di una qualsiasi patologia psichica delle tante sottovalutate, non capite e non curate, per incendiare ettari di terreno popolati da brave persone.

La moltitudine di impiegati, vicini di casa, familiari, fidanzati, figli adolescenti e madri è un gigante di sabbia addestrato a correre in una sola direzione fino a quando non gli si sgretola un piede e tutto deraglia.

(…)

Tamara è l’anello debole di oggi, la nuova potenziale protagonista dell’articolo di cronaca nera di provincia.

I protagonisti di certi giornali, i soggetti di certo pessimo giornalismo sono persone normali fino a quando riescono a mantenersi tali, a resistere, a contenersi con l’aiutino da casa della televisione e delle altre istituzioni.

Il fino a quando non puoi prevederlo.

Puoi solo cercare di contenerlo fino a quando…

(…)

Tamara ha le gambe talmente divaricate dalla rabbia che lo spacco della gonna si strappa fino all’attaccatura del sedere, mentre io penso a queste cose della rivoluzione e alla mia vita in generale e mi chiedo cosa ci faccio qui stasera e perché non imparo a selezionare gli eventi anziché accettarli tutti senza farli passare sotto al raggio del normale buongusto o dell’intuito femminile.

Si avvicina al suo esercito di statuine e le inizia a scagliare contro il mio pubblico; le piglia e le sbatte contro il petto dei presenti gridando il prezzo.

Sono prezzi irrisori, venti euro, quaranta al massimo, non capisco perché sia così arrabbiata.

La gente tira fuori i soldi ed è costretta a comprare mentre lei, come Wanna Marchi quando ancora poteva derubare in tivvù a piede libero, urla “Vuole il sacchetto?!”.

Qualcuno prova a prendere il telefonino per chiamare il 118 ma lei, da brava maestra sente l’odore delle batterie tirate fuori dalle tasche e salta agli occhi dei malcapitati.

(…)

La statuina di un ometto lungo come certe raffigurazioni del Don Chisciotte colpisce alla tempia un grosso signore che inizia a sanguinare dalla testa e anche dagli occhi ma per la rabbia.COVER

Prova ad alzarsi per porre fine alla vecchia follia ma non riesce ad arrivare a Tamara che, dal palchetto sta letteralmente lapidando la platea inerme.

Quando la maestra si accorge che le statuine stanno per finire dal tavolo a disposizione e che a breve resterà senza munizioni e piena di soldi estorti al mio pubblico tenuti stretti tra le mani e nelle tasche del tailleur, gliela leggi negli occhi la disperazione.

La donnetta capisce di non aver pensato al piano di fuga e inizia in fretta e furia a raccogliere i frammenti da terra per scagliarli con ancora più ferocia ma la gente, che reagisce sempre con fastidioso e lascivo ritardo, si è rotta il cazzo di subire e nel momento in cui si capisce che la vecchia maestra è in trappola, inizia la rivolta.

Inizia il signore colpito da Don Chisciotte sollevando una sedia e scagliandogliela contro la faccia a velocità supersonica.

Tamara grida dal dolore e gli ospiti della libreria iniziano a staccare i quadri dai muri e a lanciare il contenuto della sala-presentazioni contro di lei che ribalta il tavolo per farsene scudo.

Io, che mi lamento dell’attuale classe politica ma che non ho mai partecipato ad una manifestazione che sia poi sfociata in guerriglia e un po’ me ne sono sempre rammaricata, sento il sangue al cervello e l’adrenalina a pulsargli dentro.

Il cervello a volte è assurdo come le sue reazioni, spesso inaspettate, visto che nel giro di una frazione di secondo mi ritrovo, e non so perché, dietro al tavolo al fianco di Tamara, in trincea con lei mentre il mio pubblico ci bombarda con qualsiasi oggetto che arredava questa sala, in grado di dirsi tale prima della nostra presentazione e divenuta ora poltiglia informe di grida, schegge di vetro, plastica accartocciata e statuine.

“Cazzo, Signora Tamara!!”, grido senza riuscire a proferire una domanda, un perché, un insulto nei suoi confronti.

E lì, nel delirio senza controllo la guardo e lei, accucciata dietro alla scrivania con la gonna completamente strappata e i capelli ridotti alla Johnny Rotten, si volta e mi guarda; mi guarda come ti guardano i maiali dentro ai mattatoi, come immagino guardino i bambini che abitano nei posti che vengono bombardati.

Mi guarda e mi lascia immaginare nei suoi occhi, con un piano americano che vediamo solo io e lei, la sua casa col pavimento in graniglia, i muri bisunti e la poltrona davanti alla tivvu’ dove suo marito fa la muffa dai tempi del suo cinquantesimo compleanno.

Le vedo le lacrime agli occhi e vorrei dirle che non è il momento, brutta stronza di una donna, che dopo tutto sto casino che ha combinato, si mette pure a piangere?

Però non riesco a dirle niente perché il suo è un pianto che non vuole fare pena, sembra un pianto che aspettava di uscire da secoli ma non riusciva con tutta quella pellaccia dura da superare per sgorgare.

Il pianto di Tamara è una dichiarazione di fallimento che c’entra poco con l’insuccesso delle sue statuine ma recupera l’amarezza di tutti i guai degli ultimi quaranta anni e li propone stasera in quella che potrebbe definirsi la vera presentazione, altro che libro.

La presentazione della disperazione di chi non riesce ad arrivare a fine mese e non ha più età e scaltrezza per lavorare.

Non so cosa succede dal punto di vista biologico quando uno pensa di voler fare una cosa e ne fa un’altra che si avvicina all’esatto contrario ma io, quasi ipnotizzata da quello sguardo pieno di lacrime così violente e indispettite, prendo e imbraccio una gamba della scrivania e le sorrido.

Tamara mi guarda e intuisce il mio invito.

Quindi si pulisce il naso che gli cola, imbraccia sicura la gamba dal suo lato e insieme ci alziamo, lanciando un grido di battaglia disperato, fuori controllo.

Ci scagliamo con tutta la nostra forza contro l’armata inferocita del mio pubblico, approfittando dello stupore che si crea in sala, alla vista della nuova alleata di Tamara che non si sarebbero mai aspettati.

Col nostro scudo sbaragliamo donne e vecchietti, buttiamo giù ragazzi e sedie con la nostra scrivania ribelle, simbolo dell’istruzione che guida il popolo perché la libertà se n’è andata chissà dove.

Ci fracassiamo contro il muro che sostiene la porta d’ingresso della sala, insieme al mobile che ci ha salvate dalla furia del pubblico e a qualche corpo schiacciato contro.

Non ci penso un secondo e raccatto Tamara, tutta sporca e malmessa e la trascino su per le scale mentre la gente venuta da lontano per la presentazione del mio libro cerca di riprendersi e impreca contro di noi.

Ci sono signore a terra che sanguinano, gente che si tocca ossa rotte e la sala è praticamente distrutta mentre scompare ai nostri occhi dalla tromba delle scale.

Corriamo al piano di sopra, mano nella mano come madre e figlia contro tutti.

Corriamo tra gli scaffali e i banchi pieni di libri e quando il libraio alla cassa realizza che siamo ridotte come dopo un bombardamento e muove la mascella per chiamarci, noi veloci come la notte siamo già in auto, la mia.

Ed è subito tangenziale di Voghera che, anche se la direzione non è chiara, sembra essere la strada perfetta perché punta dritto alla parte opposta della città dalla quale stiamo scappando come due ladre.

In auto non parliamo, Tamara guarda fuori dal finestrino e ogni tanto si sistema i capelli in maniera nervosa.

Mentre guido veloce ho dei pensieri per lei, cose che vorrei dirle ma che non ho il coraggio di buttar fuori, come al solito.

Non so dove stiamo andando Tamara ma da questo momento purtroppo siamo socie.

Doveva essere una serata noiosa di letteratura contemporanea.

Doveva essere solo la presentazione del mio libro e ora, io e te possiamo fare grandi cose, possiamo andare in Messico o fondare delle nuove brigate decidendo un colore più femminile e meno inflazionato del rosso.

Possiamo suicidarci sulla tangenziale o andare a casa tua e farla esplodere con tuo marito dentro.

Possiamo fermarci in un campo dietro a una delle cascine abbandonate della Lomellina a fare pipì e poi accendere un fuoco e ballarci intorno e richiamare in vita il tuo esercito di statuine che ora è anche un po’ mio oppure i pazzi di Voghera o almeno le puttane.

Saremo invincibili io e te, Tamara.

Ma non voglio più vederti quei vergognosi gambaletti color carne addosso.

 

IL MONDO DEL LAVORO E LA TEORIA DEL Grazie al Cazzo.

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Le persone che arrivano nella nostra vita per introdurci al mondo del lavoro, sia dal punto di vista pseudofilosofico che concretamente, non sempre si rivelano maestri illuminati, ambasciatori di un incontro miracoloso deciso dal fato o da Dio per arricchire la nostra vita professionale e la storia dell’umanità.

Il più delle volte infatti, le persone che desiderano insegnarci come funzioni il mondo del lavoro, propongono teoremi e aforismi che provocano nell’interlocutore, in maniera del tutto naturale e piuttosto brutale, risposte come Grazie al Cazzo.

Sono persone di età variabile: non è detto che si tratti sempre del cavaliere del lavoro novantenne, convinto che in cinquant’anni il mondo non si sia mosso di un centimetro e, qualora si fosse mosso, la direzione è senz’altro sbagliata, visto che si stava meglio ai suoi tempi.

Grazie al Cazzo.

Non si può però escludere che si tratti di persone giovani (o presunte tali) che, forti della loro professione ambiziosa raggiunta e consolidata, si convincano di poter iscrivere coattamente i nostri nomi al loro corso di vita lavorativa per dementi o disoccupati, che per loro è la stessa cosa.

Le materie trattate dallo stage dei giovani professionisti vincenti propone però contenuti che richiamano la medesima reazione avuta col cavaliere del lavoro.

“Vuoi la mia?! Per crescere in questo mestiere ci vuole ambizione”.

Grazie al Cazzo

“Ascolta me, se davvero vuoi fare questo lavoro mettiti in testa che non esistono orari”.

Grazie al Cazzo

“Se vuoi fare questo mestiere, qualche compromesso lo devi fare”. Grazie al Cazzo

“Farsi vedere sempre impegnati ma disponibili e propositivi”. Grazie al Cazzo

E si prosegue così, a frantumarsi il setto nasale contro il muro della banalità più cupa affinché nessuno si renda mai colpevole del reato di aver avvisato il neofita o la matricola circa le cose che davvero contano nella vita professionale.

Perché non esiste un addetto alle risorse umane che si preoccupi di avvisare il neo-assunto o lo stagista di come funzioni la storia quotidiana in azienda?! Quali gusti personali abbia il direttore, come proceda la sua vita privata e quindi capire se avanzare richieste oppure no, dove andare a mangiare in pausa pranzo senza rimanere avvelenati, se si possa usare o no il cesso del quinto piano, quello che pochi conoscono e quindi si può andare a far la cacca senza incursioni imbarazzanti dei colleghi, quali siano piccoli segreti che ognuno dei colleghi ha e propone al resto della collettività in maniera più o meno ingombrante, durante il giorno.

Queste le informazioni che i nuovi vorrebbero sapere.

Ci vorrebbe un opuscolo aziendale con informazioni dettagliate sulla vita emotiva in azienda, ci vorrebbero i cookies fatti sui dipendenti di quel marchio lì, per far capire molto a chi vuole inviare un cv, a quel marchio lì.

Ci vorrebbero professionisti meno presuntuosi e più aperti all’ingresso di nuove risorse, ci vorrebbero le recensioni online dei vecchi dipendenti e poi ci vorrebbero colleghi più solidali e il benessere delle persone come priorità oltre ai ricavi.

Grazie al Cazzo.

 

L’ORA DI METALLO PESANTE

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Ogni volta che sono triste, penso ai metallari.

Quando penso ai metallari mi sento subito più tranquilla, rassicurata da uno stile di vita e costume che non cambia da anni e tuttavia riesce ancora a risultare provocatorio e a far paura agli sciocchi.

Quando passa un metallaro, le signore perbene si tengono stretta la borsa nonostante sia ormai universalmente provato che i metallari siano da sempre gli unici che le aiutano ad attraversare la strada e che la borsa, al giorno d’oggi, gliela rubano i minorenni annoiati dei quartieri ricchi, i loro nipoti.

 

Ogni volta che incontro un metallaro, mi convinco che nella vita esistono cose più spaventevoli di un chiodo di pelle portato sotto il sole di agosto e che temo più il filo di perle.

Che la borsetta stretta sul petto me la fa tenere certa classe politica semmai, non il metallaro.

Forse Mozart fu metallaro per il suo tempo e chissà quanti altri uomini e donne straordinari fecero tenere stretta la bisaccia o il borsello agli anziani, nei secoli.

Io invece, ogni volta che penso agli scarponi anfibi e a quelle magliette con gli scheletri e le tombe scoperchiate, mi rallegro. Ritrovo la speranza nell’umanità.

Perché ho stima profonda in chi si finge minaccioso e dichiara dissenso attraverso l’espressione di sé stesso perché tanto si sa che i metallari sono buoni da morire e perché preferisco chi, per vestirsi non segue i blog ma i poster degli Iron Maiden.

I metallari hanno un’essenza pioneristica universale, si vestivano in total-black molto prima che ci arrivassero i direttori creativi delle agenzie di pubblicità, si facevano i piercing e i tatuaggi anni luce prima delle cantanti pop di Miami e ispirarono Cher, i Kiss e Riccardo Cocciante in tutte le loro acconciature.

Le loro contraddizioni già citate, mi mettono di ottimo umore, soprattutto i pantaloni di pelle in spiaggia e la loro proverbiale sensibilità che permette loro di cantar d’amore con la voce degli orchi di Mordor.

Le ostili maggioranze pensano che l’igiene personale non appartenga al metallaro mentre invece profuma più un ragazzo vestito di nero e di catene che un impiegato in metropolitana al tramonto.

Lo stile di vita metallaro andrebbe insegnato nelle scuole perché è un movimento sociale che ci accompagna da generazioni e che alleggerisce e rende varia la classificazione degli esseri umani in Occidente che trova nel metallaro un bizzarro imprevisto tra il borghese o il fricchettone.

E poi il metallaro insegna a fregarsene del giudizio altrui, andandosene in giro con la propria purezza interiore e l’armatura di cuoio: una disciplina che non può non essere insegnata a scuola.

Ci vorrebbe qualcuno che inventasse l’ora di metallo pesante.

Professori ne abbiamo e non ci sarebbe più bisogno della campanella nelle scuole, ci penserebbero loro gridando: METALLO!

IL CASSETTO CON DENTRO IL LICEO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Qualche giorno fa sono stata in un liceo per fare una lezione-spettacolo ai ragazzi delle ultime classi, prossimi alla maturità.

Alla fine di questa inedita esperienza che mi ha fatto bene come una rara medicina omeopatica, tornando a casa mi sono accorta di avere uno squarcio aperto tra la bocca dello stomaco e il diaframma: era il cassettino dei miei ricordi liceali.

Il periodo del liceo infatti è la zona temporale del mio passato che ricordo meglio, nonostante le sostanze ingerite in quell’epoca scapigliata.

Forse me la ricordo bene perché, seppure qualche bastardo inizi a chiamarmi “signora” dandomi del lei, è come se una parte di me si sia cristallizzata laggiù, tra i sedici e i diciotto anni, come se mi sia rimasto dentro un cassetto aperto, abile a mantenere le principali connotazioni caratteriali di quando avevo i brufoli per usarle sempre al momento sbagliato quando, in teoria dovrei comportarmi da femmina adulta, da signora, come dicono i bastardi.

Le medesime pulsioni di quando oscillavo tra la I e la II liceo classico si presentano ancora oggi attraverso: predilezione inconscia e costante per il piacere rispetto al dovere, predisposizione a non far nulla di ciò che sia obbligatorio o previsto dalla legge italiana, materna o civica, necessità di sonno oscillante tra le dieci e le quindici ore, dipendenza e amore incontrollato per la guida di un mezzo di trasporto (moto o auto) il cui carburante sia pagato da terzi, ingordigia nei confronti del guardaroba materno a disposizione, capacità professionale nell’assunzione di quantità ciclopiche di alcool, nonostante oggi la qualità abbia conquistato un deciso upgrade rispetto ai tempi in cui si rubava la vodka Keglevich nei supermercati, per bersela liscia e calda al giardinetto.

Dunque guidando il mio gippone verso casa, dopo aver visto tutte queste persone giovani costrette dallo Stato a scalpitare di vita dentro a pesanti aule, mi vergogno ma ho riflettuto su quanto ogni tanto abbia bisogno di tornare al loro stadio di spensieratezza pensierosa.

Perché è così quella fottuta età: dovresti vivere spensierato invece pensi industrialmente, senza sosta, qualsiasi cosa e il contrario della stessa pregando che arrivi qualcuno a dirti cosa è meglio pensare senza però importelo.

Mi vergogno ma ho ammesso a me stessa quanto ogni tanto abbia bisogno di ascoltarmi ancora la musica di quando avevo sedici anni e di come vergognandomi, debba sentirmela in cuffia in modo che nessuno possa pigliarmi per il culo se metto Kylie Minogue, i Sex Pistols, i Foo Fighters o i Jane’s Addiction pur essendo ormai una signora.

Mi vergogno ma ho ammesso a me stessa che forse dovrei smettere di indossare con orgoglio quel mio paio di jeans Subdued con le toppe dei Led Zeppelin cucite sul culo, tutti strappati, non da un designer newyorkese ma dalle secolari avventure vissute insieme a me.

Essere grandi mantenendo un cassetto da teenager può essere utile ma è un po’ anche una fregatura.

Da quando devo far finta di essere adulta non posso più entrare nelle profumerie a rubare smalti per contarli fuori con le amiche, sono obbligata a nascondere bene tutti i chili di timidezza e insicurezza che mi porto in tasca dalla nascita e non ricevo più quella confortante frase che mi piaceva e serviva tanto, quella del “ti capisco, sei in un età difficile, vedrai passerà”.

Non ho più giustificazioni.

Non posso più giustificarmi alle interrogazioni.

Sono una donna sola nel mondo adulto col mio cassetto aperto sull’adolescenza.

Eppure è al liceo che ho imparato le cose più importanti del saper vivere.

Ho imparato a simulare coliche renali da oscar per non essere interrogata e nel tempo ne ho fatto un mestiere retribuito.

Ho imparato a tonificare le chiappe stringendole quando la Facchiano faceva il giro della classe con gli occhi per capire chi interrogare in latino.

Al liceo ho imparato la bellezza di avere una madre che mantiene le promesse anche quando la promessa è di mandarti al suo liceo di suore mantellate serve di Maria, se sarai bocciata.

E, una volta bocciata, è lì che ho imparato che il liceo pubblico non era poi così male, se visto dalle sbarre di un collegio con la divisa bianca e blu e la ricreazione vigilata da Suor Giulia.

Se oggi scrivo per mestiere lo devo al liceo e alla capacità agonistica appresa lì, nella trascrizione delle versioni di Tucidide alla velocità della luce o almeno in settanta secondi di telefonata con la mia compagna di classe Cecilia.

A proposito di Cecilia, al liceo ho imparato che ci sarà sempre gente che col minimo sforzo raggiungerà il massimo dei voti mentre tu, con tutti i tuoi vortici di pensieri selvaggi, i cavalli alati, gli amori drammatici quasi mai corrisposti, i balli feroci, le emozioni che ti divorano e la musica nelle cuffie dalle tre di pomeriggio alle due del mattino, ti farai sempre un culo così per affrontare argomenti e doveri che non ti piacciono e non che non ci sarà mai verso di farti piacere.

E’ al liceo che ho imparato l’esistenza di alcuni gesti deficienti che possono tuttavia aiutarti ad accrescere la stima del pubblico che ti guarda, come accendere una sigaretta alle sette di mattina davanti a scuola o fare la pinna con l’SH nonostante la performance a lungo andare ti fotterà la forcella.

Così oggi guido verso casa dopo una mattinata con queste persone giovani che hanno riaperto il mio cassettino puberale facendomi realizzare che è il momento di chiuderlo, che certe cose non torneranno ed è meglio così.

Che ogni età ha la sua bellezza ma non tutte le età sono così belle come quella in cui ogni mattina incontri il bidello: l’eterno ragazzo che ti ricorda che si, è possibile portare l’orecchino fino a sessant’anni, che non c’è niente di male.

Che l’unico male tutt’al più è Kylie Minogue ma tanto se la senti in cuffia non lo saprà mai nessuno.

LA SINDROME DA CARTELLA DI PLATINO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Cosa hanno in comune gli Orchi di Mordor a digiuno coi tuoi figli, pochi giorni prima che inizi la scuola?
Hai la risposta.
Quando si avvicina il suono della prima campanella, c’è solo un input per il bambino medio:

Avrò la cartella con dentro le sette meraviglie del mondo e se esiste l’ottava, questa sarà proprio la mia cazzo di cartella.
Li schiaccerò di invidia tutti quanti, grazie allo sfoggio dei miei mille beni di lusso anzi, di cancelleria pesante.

Insieme al vortice di emozioni che precedono il lieto evento scolastico, ad una piccola dose d’ansia, all’impazienza e al filo tristezza per essere rientrati dalle vacanze, il tuo bimbo ha la consapevolezza che si avvicina un momento di ancor più centrale importanza per la sua vita: il momento dello shopping in cartoleria.

Quando una mattina tu gli dirai in maniera sbrigativa di mettersi la giacca perché dovete andare a comprare i quaderni, lui si volterà e tu avrai paura: ti guarderà con gli occhietti iniettati di sangue di chi non dorme da giorni aspettando solo che tu, genitore, pronunci questa incantevole frase.
Ti prenderà per mano con una stretta da morsa di asino, comunicandoti che ha con sè la lista delle cose che la maestra ha espressamente chiesto di comprare.
Ricordati, genitore: non c’è maestra che richieda le gomme profumate di Hello Kitty per la lezione di tecnica nè tantomeno la biro a tre fasci di luce di Iron Man, per italiano e se ti capiterà di avere la conferma ad un colloquio che effettivamente si, la maestra aveva chiesto questo tipo strumenti per la sua lezione,  avvisa il preside sulla possibilità che una docente della scuola assuma metanfetamine durante le lezioni.
Ma in tutti gli altri casi non sentirti solo: tuo figlio sta cercando di prenderti per il culo, di fregarti come fossi un anziano appena uscito dalle poste.

Rilassati, genitore: hai solo uno dei tanti bambini afflitti dalla Sindrome da Cartella di Platino.
La tua creatura ammalata della SCP è capace di cambiare connotati già molte ore prima di salire in macchina per andare in cartolibreria: una trasfigurazione che comporta gli angoli della bocca leggermente bagnati di bava canina, piccole vene blu negli occhi, occhiaie, aggressività e ira se si viene contraddetti e crollo dei nervi alla cassa, qualora tu non ceda all’acquisto di un prodotto totalmente inutile ma a quanto pare vitale per il bimbo, come il temperino a forma di naso di Violetta per sostenere le prove di algebra.
La tua creatura si aggira tra i corridoi della cartoleria come un succiacapre, prendendo questo o quel quaderno, dicendo frasi come “questo mi serviva proprio” oppure “ah, eccolo finalmente, lo cercavo, è proprio quello che vuole il preside”.

Se c’è qualcosa di inutile e costoso il tuo cucciolo famelico sostiene che sia determinante per la sua carriera scolastica: mica vorrai privarlo di questo diritto?!
Il raccoglitore ad anelli di quella stronza di Peppa Pig sembra essere importante quanto un pozzo in Africa.
Il righello di Cars sembra essere lo strumento grazie al quale il tuo cucciolo diventerà un capitano d’azienda: vorrai mica farglielo mancare?

Ci sono diverse categorie di bimbi indemoniati dalla Sindrome da Cartella di Platino, devi solo riconoscere a quale categoria appartiene il tuo:

1) Lo Gnorri: fa finta di essere superiore agli acquisti, un bambino che non deve chiedere mai, che l’unica cosa che vuole e fare felici la mamma e il papà e passeggia tra i corridoi guardando la mercanzia con la faccia da fiammiferaio merdoso, che esprime emozioni come “Uh, come lo vorrei..ma non lo chiederò per non dare un dispiacere alla mamma”. Così tu ti sciogli come un ghiacciolo a Marrakech e gli compreresti anche lo scaffale di compensato. Mio fratello era così. Ignobili. La vincono sempre. Ma tu non cedere! Ricordati che quando sarai vecchio, ti porterà al pensionato.

2) Il bambino serio: il soggetto più pericoloso di cui abbiamo già trattato, quello del senso del dovere, del “Mamma, dobbiamo comprare questo astuccio dei Transformers perché lo chiedono a Tecnica” oppure “Papà, la maestra ha detto che quest’anno dobbiamo avere solo quaderni di Barbie” (anche qui attento alla possibilità delle metanfetamine ma soprattutto a tua figlia che, con troppa oggettistica rosa intorno, ti diventerà scema).

3) Batman: quello che mette le cose nel carrello a tradimento. Mentre sei piegato a 90° cercando di leggere il prezzo esorbitante della nuova cartella (perchè quella dello scorso anno ha una piccola scucitura),  lui schiaffa dentro gomme, penne, matite e altri piccoli oggetti che possono rimanere incastrati nei prodotti più grandi e quindi, eventualmente rubati.

4) Il complessato: quello del “Ma questo ce l’ha anche…” e aggiungi il nome del suo amico/a del cuore. E’ un affronto pesantissimo alla serenità psicologica del piccolo privarlo della possibilità di sentirsi in squadra coi coetanei attraverso la condivisione degli stessi giochi o oggetti e te lo rinfaccerà quando andrà in analisi. Per il momento però, tu sii forte e cambiagli sezione.

La cosa spregevole di tutta questa storia è che mentre per altre sindromi si fa di tutto per assistere e aiutare, nel caso della Sindrome da Cartella di Platino, il Cartolaio rappresenta davvero una figura criminale: un ragno perfido che tesse per tutta l’estate una tela di adesivi, poster, diari e altri prodotti golosi esposti secondo leggi del più bieco marketing, con le facce dei più famosi supereroi forti e ammiccanti, in vetrina già dai primi di Agosto, in modo che a tuo figlio venga la salivazione a mille.
Il tuo cartolaio di fiducia, forse non lo sai, ma quando mette il cartello Chiuso per Ferie,  in realtà rimane dentro il negozio e con la pistola sparaprezzi improvvisa una danza sciamanica che i bimbi di tutto il quartiere percepiscono sotto forma di onde sonore e come il pifferaio magico li ammalia e li prepara alla riscossa di settembre.
Non c’è antidoto per questa questa ma se c’è, non è di certo nascosto dentro l’astuccio dei Gormiti, come vorrà farti credere il tuo cartolaio, quindi sii forte.

FAVOLA DI BRAMBAMBULO

FAVOLE DI MADAME PIPI'

Brambambulo. La favola che in pochi capiranno.

Favola della Buonanotte per bimbi in pigiama e genitori incazzati.

C’era una volta un bambino molto speciale di nome Brambambulo.

Brambambulo sembrava un bimbo come tutti gli altri: aveva anche lui una mamma, la Signora Proia, una signora che lavorava molto, specialmente di notte.

Brambambulo aveva anche un papà, il Signor Mornuto che passava le sue giornate davanti al computer a sorridere e stiracchiarsi.

Brambambulo non capiva mai perché il papà Mornuto sorrideva sempre, gli sembrava un sorriso così finto.

Aveva anche una maestra, la Signorina Spaccacrazzi, una giovane maestra che secondo tutti parlava un po’ troppo.

Brambambulo quindi, apparentemente un bambino normale, era in realtà speciale per il semplice fatto che non aveva amici.

Infatti era l’ultimo bambino onesto rimasto sul pianeta terra e così tutti gli altri lo prendevano in giro.

A volte i bambini sono un po’ delle teste di razzo perché giocano a fare i cattivi con i più buoni: Brambambulo era unico, gli altri invece si vestivano tutti uguali e volevano tutti gli stessi giocattoli.

Ma soprattutto il nostro piccolo amico non riusciva a dire le bugie, era allergico.

Se provava a dire una cosa non vera, subito iniziavano a prudergli le mani e doveva subito grattarsele contro qualcosa di molto resistente per sentirsi meglio.

Alcune volte, quando gli capitava di iniziare a raccontare una bugia a mamma Proia, iniziavano a prudergli le mani talmente forte che il povero era costretto a correre verso il muro del giardino dove crescevano i cactus per grattarcisi sopra e il muro era proprio quello che confinava sul piccolo bosco dei vicini: i Signori Nortacci.

I Signori Nortacci erano antipatici e non volevano che bambini e cani si avvicinassero al loro piccolo bosco e calpestassero i fiori e le 100 piante tropicali, che loro compravano a caro prezzo ogni mese, su un giornale che si chiamava Gardenia.

Così, tutte le volte che a Brambambulo scappava una bugia e correva a grattarsi le mani sui cactus o contro il muretto di tufo, uscivano i Signori Nortacci e gridavano contro di lui “Vattene, levati dai poglioni, Brambambulo!”

Brambambulo aveva capito che dire le bugie gli faceva male, in tutti i sensi.

Che era come fare una scorpacciata di ciliegie se il dottore ti ha detto che non puoi mangiarle perché sennò vai all’ospedale.

Non dire bugie quindi non gli costava fatica, anzi.

Invece soffriva molto per non avere neanche un amico.

Così un giorno andò dalla maestra Spaccacrazzi e gli domandò “Signorina Spaccacrazzi, come si fa ad avere un amico? ”

La maestra ripose “Brambambulo, perché dici queste spronzate? è facile trovare un amico! basta andare al mercato degli amici, nel paese di Spugnetto”.

Allora il bimbo si mise subito in cammino.

Destinazione: Paese di Spugnetto.

Spugnetto era un paese poco lontano dalla città dove viveva Brambambulo.

Il nostro amico passò da casa per prendere i suoi risparmi e saltò nel boschetto dei signori Nortacci per far prima, pestando la Primula Equatoriale, appena sbocciata.

Poi s’incamminò soddisfatto e giunse dopo un’ora di camminata da spaccarsi il dulo, al Cancello di Spugnetto.

I cancelli del paese di Spugnetto erano alti alti e pieni di punte di ferro luccicanti nell’aria.

A guardia delle porte del paese di Spugnetto c’era un cane barboncino senza denti, con la maglietta di un famoso gruppo di musica, i Pink Floyd.

Il Barboncino sdentato, come vide Brambambulo gli domandò “Cofa fai qfui fafazzo?”.

Il povero Brambambulo non capiva bene le parole del barboncino, perché senza denti si mangiava tutte le parole.

Comunque prima che il barboncino senza denti si arrabbiasse del tutto, Brambambulo domandò subito dove fosse il mercato degli amici e disse che era venuto al paese di Spugnetto per comprarne uno.

Il Barboncino sdentato si grattò la pancia con le zampine, e insieme alla pancia grattò anche la faccia del chitarrista dei Pink Floyd.

Poi disse : “tfi fafò paffafe sofo se fisponfi a una fomanfa, a un indofinello”.

Brambambulo pur di poter comprare un amico ormai capiva anche il linguaggio del Barboncino sdentato e acconsentì a indovinare qualsiasi cosa gli avesse chiesto.

Chiese allora il Barboncino “Cofa fa fima con fazzo?”

Subito Brambambulo rispose più forte che poteva “Mazzo, Mazzo!”

“Fene fafazzo! fuoi enfrafe!”

Brambambulo capì cosa il barboncino sdentato voleva dire solo quando si aprirono i cancelli di Spugnetto, allora di corsa entrò e vide un piccolo cartello di legno dove c’era scritto MERCATO DEGLI AMICI.

Allora Brambambulo prese il sentiero che indicava il cartello e giunse, dopo aver attraversato una stradina al vero MERCATO DEGLI AMICI del paese di Spugnetto.

Subito entrò nel mercato: era pieno pieno di bambini che sceglievano gli amici e contrattavano coi signori delle bancarelle.

Sugli scaffali c’erano tanti bambini con dei cartelli con tutte le loro qualità e i loro difetti.

Sulle manine di ogni bambino-amico in vendita, c’era una piccola etichetta con il prezzo, che però Brambambulo non riusciva a leggere perché erano etichette molto piccole, come le manine dei bambini-amici in vendita.

Ad un certo punto Brambambulo vide un bambino, poco più grande di lui con un vestitino blu e gli occhiali rossi con le lenti di specchio.

Brambambulo non sapeva perché ma sentiva dentro di sé che quello era il suo nuovo, primo amico.

Corse più vicino verso lo scaffale della bancarella, per leggere le qualità e i difetti del bambino:

“Nome del bambino-amico: BOGLIONE TEDIOSO.

Qualità: bravissimo in matematica, disegno, suona pianoforte, fa le puzzette che non puzzano e colleziona matite”

Brambambulo sorrise soddisfatto, era sempre più convinto che fosse lui il suo nuovo, primo amico.

“Difetti del bambino-amico BOGLIONE TEDIOSO: fa i capricci prima di andare a dormire, odia le verdure, mastica i giocattoli degli amichetti, dice qualche parolaccia”

Brambambulo esultò: E’ lui! Il mio nuovo primo amico!

Ma doveva sapere quanto costava il suo nuovo primo amico..

Brambambulo non sapeva che quella era la famosa bancarella di PREGNA e associati.

Una bancarella di bambini amici e signori amici e anche fidanzati, molto famosa e rinomata.

Aveva anche il negozio in centro e faceva delle confezioni regalo incredibili, se qualcuno comprava un amico da regalare.

L’amico scelto veniva incartato dentro una bellissima scatola di cartone rigido colorato, con una pellicola trasparente all’altezza del musetto, per mostrarlo bene.

Brambambulo corse alla cassa della bancarella e chiese al signore Addetto “Quanto costa Boglione Tedioso? vorrei comprarlo.”

Il signor Addetto guardò Brambambulo con affetto e tenerezza e gli rispose “Caro bambino, quello che hai scelto è il miglior bambino amico che abbiamo in negozio.

Ama studiare ed è molto giudizioso, apprende in fretta e fa le puzzette che non puzzano e molte altre cose che sono scritte sull’etichetta, non l’ hai vista Birbante?!

Allora vediamo un po’, fammi vedere nel computer…si…eccolo! Allora Amico Bambino Boglione Tedioso costa: il tuo giocattolo preferito, metà delle cose buone che ti prepara la Mamma per colazione e poi…vediamo…..ah! dovrà scegliere lui per primo i regali di Babbo Natale ogni anno e potrà scartare comunque tutti i tuoi regali sotto l’albero.

Infine 25 centesimi per la confezione.”

Brambambulo rimase a bocca aperta “Porta Pubbana” pensò.

Desiderava moltissimo avere un amico con il quale giocare, parlare, correre, studiare e fare uno spuntino, ma non era disposto a dividere tutte queste cose belle con un altro bambino.

I suoi regali di Natale scartati da un altro bambino, le merende della mamma e il suo nuovissimo monopattino, il suo gioco preferito!! I 25 centesimi, aveva controllato, c’erano nel borsello che aveva rubato a papà Mornuto e restavano anche dei soldini per due gelati, uno per lui e uno per il Boglione.

Però la voglia di avere un amico, piano piano diminuiva e Brambambulo aveva paura di perdere le sue cose preferite.

Così, mentre le manine iniziavano a prudergli perché nel suo cuore nasceva il desiderio di dire una bugia, perché si vergognava a dire che non era abbastanza generoso per avere un amico, Brambambulo si scusò con il Signor Addetto e disse

“Mi dispiace ma non lo voglio più, grazie, arrivederci”.

E da Spugnetto ripartì verso il suo paese.

Brambambulo era triste ma mai come Boglione Tedioso, che nel frattempo, veniva riposto nel magazzino dall’Addetto, dopo aver sfiorato l’acquisto.

Brambambulo pensava che aveva tutte le sue belle cose ma non aveva ancora un amico.

Pensieroso tornò a casa e passò attraverso il boschetto dei vicini, i signori Nortacci, che stavano giusto annaffiando la Primula equatoriale, cercando di farla rinvenire.

Vedendo il bimbo pensieroso passare nel loro prezioso orto di papaveri nordici e pestare tutti i pistilli appena nati, urlarono insieme “Vattene, levati dai poglioni, Brambambulo!”.

E lui si sentì molto solo e si pentì di non aver comprato Boglione Tedioso, insieme al quale sarebbe potuto scappare al di là del muretto ridendo.

Ma la vita è così per i bambini taccagni, figli di Proia.

 

A proposito di genitori incazzati, si veda anche :

http://prospettivanevskij.myblog.it/media/00/00/3997605426.pdf

FAI STA CAZZO DI NANNA, l'opera che tutti i genitori devono avere.