I CERCATORI DI ATTENZIONE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Qualche mattino fa ero sul treno, sul solito regionale che meriterebbe non pezzi comici ma denunce e zainetti imbottiti.

Ma va beh.

Seduto di fronte a me c’era un signore indiano sui cinquantacinque.

Sinceramente non si trattava di un soggetto interessante ma è bello cambiare idea e lasciarsi stupire dalla verità granitica che i migliori punti di partenza dell’ispirazione alla comicità sono le persone normali.

Anche perché, so che vi rovinerò la settimana con questa sentenza ma devo dirvelo: alla fine nessuno di noi è normale.

Ma torniamo al signore indiano.

Il treno si ferma in stazione più del dovuto: lui mi guarda e sbuffa.

Il capotreno comunica il ritardo accumulato e lui alza gli occhi e fa il segno dell’orologio.

Passa una ragazza che non riesce ad aprire la porta di accesso all’altra carrozza, lui guarda me e la cinese che ho affianco e ridacchia, scuotendo la testa come a dire “Guarda st’imbecille!”.

Passa un vecchietto e lui lo blocca indicandogli posti liberi dove sedersi anche se lui non ha nessuna intenzione di farlo perché il posto ce l’ha già più avanti.

Ma niente, lui insiste e lo obbliga perché è anziano.

La cinese affianco a me invia messaggi vocali con whatsapp e lui mi guarda sgranando gli occhi come a dire “ma cosa fa, questa matta?!”.

Insomma il signore indiano vuole chiacchierare in maniera compulsiva e non si tratta di corteggiamento, eh.

Non vuole rimorchiare nessuno.

Vuole compagnia.

Ma il suo modo di chiederla così dinamico e insistente rompe il cazzo.

Perchè in treno la gente ha il diritto di starsene per i suoi amati affari.

Il signore indiano è malato.

E’ uno dei tantissimi sconosciuti che si aggirano nel mondo elemosinando un “Eh, già! Ha proprio ragione” oppure un “Eh, guardi, da non crederci!” ma anche un “Sempre in ritardo, è una vergogna!”.

I signori cercatori di attenzione non riescono a stare un attimo fermi e zitti al loro posto senza che gli venga nelle vene la bramosia febbrile di attaccare bottone.

Fanno ridere e paura allo stesso tempo.

Perché se disgraziatamente annuisci col sopracciglio, loro ti sbranano di parole.

Se li guardi per sbaglio, perché il loro corpo si trova nella traiettoria verso il soggetto della tua attenzione, per queste persone diventi automaticamente di loro proprietà e, se necessario, ti seguiranno anche fino a casa.

E’ la categoria di persone con la grave patologia di chi non riesce a essere discreto, in silenzio e immobile, nei luoghi pubblici.

Magari anche a casa loro eh, però nei luoghi pubblici offrono il meglio del loro repertorio di tic e di tentativi di abbordo sociale.

Non puoi non vederli.

E vederli si può, sia chiaro.

E’ guardarli che diventa un problema.

Perché per loro è una gioia, una vittoria monumentale incontrare il tuo sguardo; hanno urgenza di incrociarlo e di trovare occasione per rivolgerti la parola circa la meteorologia, un disservizio di qualche ufficio pubblico dove sono in fila con te o sulla reciproca provenienza geografica.

Hanno premura psicopatica di inventare al volo un pretesto per far accadere qualcosa su cui poi poter discorrere con te: un finestrino che non si apre, il telefonino caduto che si apre il due o il grande dilemma se il cesso sia libero o occupato.

Dai cercatori di attenzioni come il nostro amico signore indiano, si salvano solo quelli con le cuffiette ben visibili e incastonate nei timpani e quelli scaltri che dopo anni di allenamento hanno capito che il segreto per sfuggire è evitare le loro pupille.

Per tutti gli altri non c’è speranza.

Soprattutto gli anziani cadono nella rete di quelli lì.

I vecchietti che per indole, noia o solitudine sono propensi a far due chiacchiere mentre aspettano di fare le analisi o sono in fila alle poste, vengono sbranati di parole da questi lupi alla perpetua ricerca di amici nel mondo.

Ci sono dei metodi infallibili per capire se la persona di fronte a voi in treno o alla fermata dell’autobus, in fila alle poste o accanto alla vostra tazzina di caffè al bar, fa parte della categoria degli Elemosinatori di Attenzione e Chiacchiere (EAC), degli attaccasiluri detta alla popolare:

Le loro dita tamburellano nervosamente su qualsiasi superficie quasi come se parlassero attraverso gli arti, in attesa di farlo con la voce.

La loro mimica è da teatro dell’Opera: gesti giganteschi, espressioni da palcoscenico e grande protagonismo se succede qualcosa nel luogo pubblico.

I loro tic trasbordano da ogni poro della pelle: si sistemano gli occhiali, sbuffano sulla frangia o sul riporto, si aggiustano gli abiti, guardano fuori dal finestrino e poi guardano voi, guardano la gente che passa e poi guardano voi, guardano il cartellone col numerino che stanno chiamano alle poste e poi guardano voi, nella speranza che qualcosa della vostra persona gli dia un cenno per poter partire.

State attenti.

E ricordate: Musica alta, sguardo fisso e occhiali da sole, nessun orologio al polso per farvi chiedere l’ora, nessun cagnolino né bambino al seguito per farvi chiedere come si chiama, aria frettolosa e muso incazzato.

E ora scusate ma ho giù l’indiano che mi chiama che è pronto in tavola.

I PARLATORI ( e soprattutto le parlatrici)

SINFONIE

parlare-troppo

 

Certe donne per tacere è vero che devono essere retribuite, come Veronica Lario.

In realtà la Vero è stata pagata soprattutto per aver sopportato per così tanti anni un signorotto col vizio del potere, del sesso, dei soldi e con una comitiva di amici tutti indagati e corrotti dalla camorra.

Allora si che in questo caso il silenzio è d’oro.

Ma è d’oro anche in altri casi molto meno pericolosi.

D’ oro nel senso che per averlo è necessario pagare.

Proprio come in ambito mafioso, a volte è essenziale qualsiasi mezzo per far tacere qualcuno che usa davvero troppo e a sproposito la lingua imparata da piccolo.

E mi dispiace non difendere il genere, ma le femmine a volte usano la parola come usano i soldi nei negozi di scarpe.

Poi, se proprio devo difendere il genere dico che quelle che la sanno usare perbene la parola, sono meglio dei guerrieri di una volta, dei comandanti.

Tagliano il superfluo a colpi di lingua e guariscono cancri sociali.

Ma torniamo ai luoghi comuni però, che mi piacciono tanto e sono più divertenti.

Le persone che parlano troppo, comprano troppo, vogliono troppe cose e soprattutto pensano che ascoltare sia un fastidio, una perdita di tempo.

Una volta un’amica ad una festa non smetteva più di raccontarmi gli affari suoi.

Ad un certo punto, semplicemente per farmi vedere realmente partecipe al suo mondo, abbozzai al suo monologo, un semplice “Ah si, anch’io!”

Lei si fermò e mi guardò per un paio di secondi con un’aria diabolica, del tipo “come ti permetti, brutta stronza, la situazione è mia, non puoi capirla, è un inedito mai uscito, chiaro!”

E con stizza rispose solo con un Si, di quelli cattivi con 8 “S” …e proseguì la sua elegia prima di costringermi ad abbandonare la poltrona.

Saper ascoltare è divino.

Non farsi prosciugare è elemento base della sopravvivenza.

Scelgo di sopravvivere, di volermi bene, tutte le volte che mi alzo da un divanetto, tramortita da qualcuno che sta attentando alla mia pace interiore con un monologo che io non ho scelto di pagare con biglietto e poltrona numerata.

Scelgo di sopravvivere tutte le volte che qualcuno in discoteca mi urla addosso le sue ambizioni, sputandomi sulla giacca pezzi del suo drink.

Altro strumento diabolico che utilizzano gli assassini vocali: il telefono.

Lasci il cellulare sulla libreria e te ne vai a fare le tue cose, torni, appoggi l’orecchio e capisci che ci sei o non ci sei, il tizio sta continuando a parlare dei suoi prodigi.

Sono cose loro, lasciali fare.

Io per questo ho tanti gatti.

I gatti sono dei grandi ascoltatori.

Ti guardano però, facendoti sentire un coglione e in questo modo ti guariscono, ti consapevolizzano.

Ecco, se riuscissimo anche noi a trovare e a far nostro quello sguardo un po’ così, neutro e definitivo da “Sei un povero pirla” , aiuteremmo i parlatori e ci salveremmo.

Se i cosiddetti parlatori però sono donne, è più difficile che non capiscano il nostro sguardo neutro, perché le donne hanno fatto dell’arte del monologo, una terapia da lettino che non prevede lo sguardo verso il proprio interlocutore.

Può essere comodo che una ragazza non vi guardi mentre parla.

Così potrete pensare a tutt’altro, come avviene nella maggior parte dei casi.