CIBO IMMAGINARIO

BRANDED PARODY CONTENT, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Sempre più persone scelgono di rinunciare a comprare cibi che, fino a poco tempo fa, erano commestibili ed ora non lo sono più.

Così ho deciso: registrerò una nuova start-up: sono pronta a brevettare il cibo immaginario.

Dopo il grande successo dell’amico, anche il cibo immaginario consentirà di costruirci desideri su misura e permetterà a tutti quei fortunati consumatori che potranno permetterselo, di nutrire il proprio organismo semplicemente pensando di farlo, senza correre i rischi del povero popolo ignorante, costretto al consumo industriale.

Il nostro target potrà inoltre godere dell’invidiabile plus di servirsi di un prodotto davvero d’elité, innovativo ed effettivamente dimagrante, non come le polveri che vendono in quei negozi gestiti dai palestrati con gli occhi piccoli.

E neanche come certe diete contrarie al buonumore.

Il cibo immaginario potrà essere assimilato attraverso una semplice app che fornirà all’utente idee, suggestioni, still-life e videomapping e miraggi di piatti macrobiotici, frutta esotica introvabile, germogli di ogni genere, vini naturali o presunti tali, latte d’asina e junk-food libidinoso, per i palati che vorranno regalarsi tutto ciò che desiderano senza le incombenze intestinali e nutrizionali.

Tuttavia le porzioni immaginarie proposte saranno indiscutibilmente più abbondanti dei piatti proposti nei ristoranti stellati.

Tutto il cibo immaginario verrà proposto in un catalogo patinato ma sul web e i piatti scelti verranno confezionati in linee di packaging disegnate dai giovani designer, appena diplomati nelle migliori accademie di moda, per non farci scappare il loro fresco entusiasmo prima che si accorgano di che grande inculata è il mondo del lavoro creativo se non sei gay e viceversa.

Il cibo immaginario potrà essere scelto ed ingerito attraverso connessione wify o fibra, unica componente realmente assimilata dall’utente assieme alle radiazioni.

Nessun grasso saturo, nessun carboidrato, assenti proteine, conservanti di ogni genere, aspartame, antibiotici, solforosa, glutine, antiossidanti e vitamine per il solo, puro piacere di distaccarsi, una volta per tutte, dal fastidioso vincolo della fame e della digestione; per non parlare poi della masticazione e della evacuazione che, da sempre, impediscono al cittadino urban-chic contemporaneo di allontanarsi dalla spregevole massa per accostarsi alla nuova, potente generazione che non vuole avere più volgari necessità fisiologiche, se non quella di farsi il selfie.

Se, da un lato, la mia start-up di cibo immaginario consentirà di sfamarci in modo più sano e di evitare il cibo industriale, dall’altro dovrà perfezionarsi in quell’ambito, ancora, purtroppo inarrivabile, che riguarda la capacità di ridimensionare il proprio ego a prescindere dal proprio status sociale.

Infatti, il target di riferimento del mio cibo immaginario (marchio registrato, voglio subito un codice a barre!) è senza dubbio un target alto, colto e consapevole della necessità di scegliere il meglio per non avvelenarsi ma purtroppo affetto dalla patologia del secolo: il morbo del radical chic.

Una malattia che, per certi aspetti, ha svariate caratteristiche associabili al cibo immaginario: di fatto, l’individuo malato di radical chic, proprio come il mio cibo virtuale, immagina proiezioni di sé stesso inesistenti ed estremamente accattivanti pur rimanendo, nella maggior parte dei casi, un soggetto reale privo di concreta sostanza.

Un coglione, insomma, che si sazia di tendenze immaginarie.

 

NON SONO PRONTA PER IL FUTURO DIGITALE

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Pezzo scritto per AFTER FESTIVAL – Futuri Digitali

Modena, 1 Ottobre 2017

Com’era la vita prima del digitale? Come facevamo a geo-refenziarci e a condividere? È proprio vero che oggi siamo diversi da prima? Ed è proprio vero che il digitale ci fa essere migliori, più capaci, più performanti, più tutto?

***

Visto che in questi giorni di Festival avrete innumerevoli possibilità di capire come il digitale ha migliorato la nostra vita, ho pensato di darvi qualche veloce spunto su come il digitale abbia rovinato la mia di vita.

Sono convinta che i futuri digitali vi copriranno di vantaggi e progressi ma sappiate che io me ne starò qui a guardarvi, incazzata e malmostosa, combattendo contro certi strumenti invadenti e imbarazzanti, che vado ora ad elencarvi, prima che arrivi il servizio d’ordine del festival:

Prima di tutto mi sfogo con voi riguardo le basi, i rudimenti delle tecnologie.

Il telefonino.

Mi vergogno a chiamarlo così ma non ho mai iniziato a chiamarlo smartphone perché, secondo me, da quando gli abbonamenti telefonici dilapidano il mio conto in banca da sempre, a prescindere dalla compagnia, l oggetto di smart non ha un bel cazzo.

Se avessi risparmiato tutti i soldi delle bollette del telefonino, oggi sarei arrivata qui con la Jaguar coi sedili in pelle di giamaicano.

Invece sono arrivata coi punti della cartafreccia.

Inoltre non so come si chiami quella malattia per cui, se sono con gli amici o ad una riunione e qualcuno, ad un certo punto tira fuori per sbaglio il proprio telefonino, per una qualche sconosciuta legge gravitazionale, la mia mano inizia a muoversi verso la tasca della giacca e, senza che io possa oppormi a questa reazione che proviene dal mio corpo posseduto, devo per forza tirar fuori anche io, il mio telefonino.

Anche se non ci devo fare un cazzo, anche se nessuno mi scrive o chiama da una settimana, io devo prendere l’oggetto telefonico e sentire che ce l’ho, che ce l’ho anche io quel bene di lusso lì e inizio a smanettarci in maniera compulsiva e ad aggiornare le notifiche con la faccia impegnata.

A volte sbuffo per fare quella oberata dai contatti.

E poi il telefonino è un oggetto invadente e promiscuo ai limiti della legalità.

La sera riposa sul comodino accanto al mio letto a spiare cosa leggo, che musica ascolto, che fidanzato ho per le mani.

Se ne sta lì, con la sveglia a lancette che lo guarda in cagnesco sapendo che prima o poi mi deciderò a venderla al mercatino dell’usato perché a che cazzo mi serve la sveglia a lancette ormai, se ho il mio telefonino.

E poi in bagno.

Ho una pila di libri intellettuali e di giornali di arredamento che sono lì oramai solo per far scena con gli ospiti perché sulla tazza mi distruggo di social.

Sono solo io a sentirmi a disagio quando se apro un social mentre sono sul cesso?

Voi che siete esperti, lo saprete se esiste o no una app che ti spia mentre sei alla toilette e vede benissimo che non stai leggendo i giornali di design ma sei su twitter.

Sono ossessionata dal dubbio che qualcuno dal facebook faccia un post taggandomi, scrivendo cose tipo “Arianna, non vergognarti e fai check-in sul cesso che ti vedo, con la mia nuova app discovering-wc ”.

Mi sento così violata.

Con tutto l’impegno che applico quotidianamente per far credere ai miei contatti quanto sia figa, con un solo post i miei follower verrebbero a conoscenza del fatto che anche io defechi.

Andiamo oltre perché esiste un mare di tecnologie che mi rovinano la vita:

Le automobili automatiche, che non ho mai saputo guidare e che fanno mormorare alla gente dietro di me “Lo sapevo che era una donna a creare la fila” mentre io son lì, a capire che stracazzo voglia dire N.

Le videoconferenze: non sono adatta.

Passo tutto il tempo della call a controllare che effetto faccio in video, mi vengono i tic nervosi da insicurezza cronica, inizio a toccarmi i capelli, mi asciugo la fronte unta di crema e poi controllo la scenografia di casa mia che la gente vede dall’altra parte della camera, mi alzo per spostare lo stendipanni o la fila di bottiglie di birra vuote della sera prima, che non sta bene e così non sento mai un cazzo della call e risulto una perfetta inetta.

Poi, andiamo in ambito medico:

La macchinetta per la voce dei muti, il cosiddetto laringofono:

un’invenzione tecnologica straordinaria per permettere a chi ha perso le corde vocali di poter parlare.

Purtroppo però le tecnologie non hanno ancora dato la giusta evoluzione a questo strumento, che è rimasto un riproduttore di suoni artificiosi da Commodor64, con una sola tonalità di corda vocale a disposizione che mi mette a disagio perché non capisco mai cosa diamine dicano questi vecchietti e allora provo a improvvisare risposte per non offenderli ma chiaramente uno si offende per forza se, dopo avermi chiesto dove sia Piazza Grande e io gli rispondo che non sono sua nipote e che forse si è confuso.

Infine, per non tediarvi e terminare un elenco che in realtà non avrebbe fine, mi sfogo con voialtri citando Siri.

A proposito di laringofono.

Com’era bello quando Siri era alla sua prima, rudimentale versione.

Mi divertivo a dirle Vaffanculo e lei mi rispondeva “Non credo tu abbia una App chiamata vaffanculo ma se vuoi posso provare a cercarla sull’App store”.

Oggi la versione 2.0 di Siri è inquietante: le dico Vaffanculo e mi risponde “Non credo di meritare questo trattamento”.

Guardate che se le tecnologie ci tolgono l’umorismo, è finita per l’umanità.

Voi continuate pure a divertirvi con le tecnologie ma sappiate che c’è gente che soffre per non riuscire a stare al passo coi tempi, con gli aggiornamenti del software.

C’è gente come me, piena di complessi, nata nell’epoca sbagliata, che la tecnologia non ce l’ha nel sangue, non ce l’ha nel dna e non c’è niente da fare.

E non provate ad uscirvene anche con un vaccino per indurre la tecnologia, che ne abbiamo abbastanza.

 

https://www.afterfestival.it/

 

LA MALEDIZIONE DELLA PASSWORD PERDUTA

FAVOLE DI MADAME PIPI', GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dismesso il nostro entusiasmo sull’utilità che ne consegue dopo averla inserita, ci toccherà ammettere che non usciremo vivi dall’era della password.

Non riusciremo a sopravvivere ad essa.

Perché siamo in tanti a non ricordare neanche ciò che abbiamo mangiato ieri a cena, dunque come potremo arrivare a ricordare gli oltre settanta codici che aprono la nostra vita?

Esistono persone che, come me, memorizzano a fatica l’indirizzo di casa dei genitori o la ricetta del tiramisù: come possiamo pensare di farcela a restare allegri nonostante l’onda di password che sventra la nostra corteccia cerebrale?

Entro in macchina e devo digitare il codice per sbloccare l’antifurto.

Prendo il cellulare e per inviare un sms con scritto “Tardo 10 min” devo ricordarmi sei cifre e premere sullo schermo le mie impronte digitali.

Se posiziono male il pollice nell’apposito spazio sul touch screen, devo subito dichiarare al dispositivo il nome di mio nonno paterno e la città di nascita del mio cane.

Se il dispositivo sostiene che mi stia sbagliando, si blocca tutta la mia vita telematica.

E’ questa vita?

E’ questa sul serio, l’epoca di maggior agio mai sopraggiunta per l’essere umano?!

Entro in casa e devo inserire nove cifre per disinserire la chiamata automatica alla polizia.

Accendo il computer e lui, anche se sono le sette del mattino e non ho ancora preso il caffè, m’investe con cinquemila domande sulla mia vita privata o ciò che resta di lei, visto che è tutto schedato, archiviato, regalato a google, concesso a facebook, donato al sito di Don Guanella.

Tutto fuorché le mie fottute password, che mantengo salvate, al sicuro in un bel foglio word nel mio computer e in nessun altro fottuto posto cartaceo.

images

Così mi lascio umiliare dalla macchina e rantolo come un bagarozzo cappottato mentre lo schermo mi domanda quale sia il mio gruppo musicale preferito, in modo da poter liberare il muro di pixel che nasconde i miei preziosi documenti.

Ma l’umiliazione durerà poco, pezzo di merda di computer, perché io, il mio gruppo musicale preferito ce l’ho stampato in testa e sono i Jane’s Addiction, hai capito?!

Sono i Jane’s Addiction e subito digito il nome del gruppo, pigiando sui tasti come un vecchio archivista con gli occhiali di vetro.

Soddisfatta, attendo.

La risposta non è corretta.

Insisto.

Cazzo, lo saprò qual è il mio gruppo preferito!

E’ il mio, mica quello del tabaccaio o del vicino di casa.

E’ il mio leggendario, indimenticabile, gruppo preferito.

E la schermata dovrà piegarsi a questa verità.

E invece no.

Il computer dice che lo sa lui quale sia la mia band del cuore e che non è affatto quella che penso e che ho digitato.

Sono abbattuta come la nave di una delle mie flotte di carta quando giocavo per non seguire le lezioni.

Affondata.

Vorrei chiedere al mio computer conferma di come mi chiamo in realtà, vorrei chiedergli chi sono i miei veri genitori, se sono stata adottata e cosa avrei dovuto studiare, se mi sposerò e quale crema viso mi si addice.

Invece torno in me e decido di uscire.

Voglio prendere un po’ d’aria e dimenticare tutti questi codici che governano i miei pensieri, le mie azioni e, a quanto pare, anche i miei gruppi musicali.

Metto le scarpe, mi avvio alla porta e mi fermo con le dita sulla maniglia perché lo schermo del citofono mi chiede il pin salva-anziani per uscire.

Mavvaffanculo, me ne resto a casa e preparo qualcosa di buono.

Cercherò di rilassarmi, berrò un buon bicchiere di vino e non sia mai che tornino alla memoria anche certe ostili numerazioni.

Entro in cucina.

Sono brava coi piani B.

Apro il frigo o almeno, cerco di aprirlo, visto che l’elettrodomestico ha il blocco ciccioni e pretende un codice a quattro cifre per fare l’Apriti Sesamo!

Non c’è problema.

Deve morire chi ha inventato la password ma non c’è problema.

Non mi farò certo sottomettere dalle tecnologie.

Ci scaldiamo una fetta di pane ai cereali e siamo tutti felici, sani e salvi, senza bisogno di aprire quel frigo di merda col pin.

La preparazione della bruschetta però, presuppone che io ricordi la password per accendere il tostapane, il codice salvabimbi che io medesima ho installato al cassetto dei coltelli della nuova cucina, nonché le sei cifre del nuovo tagliere design ultima generazione, che servono a tenerlo fermo sul mobile senza l’aiuto della mano.

O sono io che non ricordo un cazzo oppure sono sotto sequestro dalla Password.

Per la rabbia, mi si gonfiano le vene sulla fronte.

Corro per casa a controllare qualsiasi cosa e scopro che non c’è niente a non essere protetto da almeno un codice pin, puk, pac.

La somministrazione dell’acqua del cesso è gestita da una password, la finestra del terrazzo si apre solo se ricordo il codice salvacani, la luce in camera dal letto si accende soltanto dietro consegna del codice segreto anti-sveglia notturna che ho inserito quando ho comprato il materasso su amazon, in quei bei tempi andati in cui ricordavo il nickname e la password per accedere al mio account.

Il mio buonumore si attiva solo se ho inserito il codice smile sulla sveglia altrimenti ho la certezza automatica che questa sarà una giornata di merda.

La digestione del mio gatto parte felice solo se è corretto il pin del dispenser di croccantini, sennò il blocco renale è assicurato e poi sai che casino recuperare il puc per sbloccare i reni?!

Se volete che termini questo racconto inquietante in cui narro come la password possieda la mia e la vostra persona in maniera violenta, dovete digitare ora il nome di quello che sarebbe stato il vostro compagno dell’asilo preferito, se non ci fosse stato l’effettivo compagno preferito ufficiale, poi dovete immettere il peso del vostro esofago quando avevate dieci anni e digitare l’improperio preferito dal sindaco di Dubrovnik, quando è a casa con la moglie.

Altrimenti fate un semplice log-out e tornate alla pietra e al baratto.

Dicono stia anche tornando di moda, il baratto.

Per la pietra, purtroppo, bisognerà aspettare.

QUEL LIKE DI TROPPO GLI FU LETALE

COSE FASTIDIOSE

Se sono in una zona coperta da lussurioso wify, non riesco a starmene lontana dal mio smartphone neanche per otto, ridicoli minuti: devo cliccà.
Se so che ho linea internet gratis e supersonica, mi metto lì e non vado certo sul sito di Micromega, per leggere cosa succede nel mondo; mi tuffo su instagram e twitto un inferno di foto e stronzate.
Però al contrario di voi, io ho una giustificazione: vivo in un posto dove l’adsl è come l’acqua in Burkina Faso.
La fibra, nella mia casa in cima alle colline, è solo una che ti mangi la mattina per andare in bagno regolare, quindi è normale che quando vado in città e sul telefono appare la linguetta che segnala rete poderosa e gratuita, mi esalto e perdo di vista la mia dignità intellettuale.
Voi che invece avete internet facile, veloce e quotidiano, dovreste imparare a praticare la disciplina del digiuno telematico, che forse è davvero l’ultima tendenza in fatto di stilosismi: godersi otto minuti di vita senza dirlo agli altri è davvero da fighi.
Fotografare solo con gli occhi il presente, non sentirsi obbligati a taggarci sopra un amico, smettere di fare petting con l’ Iphone e non aspettarsi un centinaio di like, è la nuova, vera libidine. 
Ma forse è roba troppo d’avanguardia, il digiuno telematico, come un quadro di Fontana all’epoca in cui uscì.
Il like possiede ancora la nostra vita perché il social possiede le redini della costruzione di un’opinione che gli altri si fanno di noi.
Il like: uno strumento talmente potente che non puoi permetterti di utilizzarlo piacevolmente a cazzo come un tempo, ma devi farlo con giudizio, dopo un’analisi preliminare molto accurata, perché con un click puoi combinare un sacco di guai.
C’è chi per un like di troppo o uno in meno, ti cancella dalle amicizie, non vuole più vederti o ti tiene il muso.
C’è chi fa delle analisi statistiche sull’andamento della propria vita, basandosi sui likes e in base ad essi si deprime, si esalta, cambia la foto del profilo o stermina la famiglia.
Ci sono quelli che ti tengono d’occhio, che ogni mattina si svegliano e sanno che dovranno avere più likes sia del leone che della gazzella o almeno di tutti i colleghi, ma soprattutto sanno che dovranno controllare con ferocia e precisione se tra i tanti apprezzamenti che affollano il loro status, c’è il tuo o se ti sei dimenticato di loro.
E a quel punto è la fine. 
Tu pensi che il tuo like passi inosservato tra i cento presenti, pensi che non farà la differenza e invece loro sono lì, ad aprire la tendina per scrutare uno per uno, tutti i nomi della lista di mi piace che hanno collezionato e se il tuo non c’è, sono cazzi amari. 
I precisi del like io li immagino a produrre un report settimanale con la curva del loro gradimento, seduti ad un tavolo da architetto.
Me li immagino a compilare una ricerca accurata dedicata ai likes d’affetto, quei likes che non hanno niente a che vedere con la qualità o il gradimento di ciò che hanno postato, ma che fanno riferimento solo alla fedeltà di un amico.
Una specie di like a prescindere, dentro il quale è presente il sotto-testo: “ti voglio bene, qualsiasi cosa tu faccia, amico mio, anche se posti un brano degli Slayer, per me tu sei il migliore!”
 Per quanto mi riguarda, metto un sacco di like per timore di ritorsioni; ci sono però dei post davanti ai quali la mia mano si paralizza: quelli con le foto degli animali travestiti da neonati o di ragazze che guardano la luna con frasi poetiche in sovrimpressione, tipo:
”Il cuore di chi ama vive per sempre”, “La gelosia è la bellissima spina nella rosa dell’amore”, “chi mi ha mentito non mi merita”.
 Quando vedo immagini di questo genere vorrei che oltre al “mi piace” e “non mi piace”, ci fosse il bottone “va a farti fottere” .
Una emoticon a forma di catena di cesso, perché ormai il dito medio è troppo inflazionato: una bella catena che quando ci clicchi sopra ti fa anche l’effetto sonoro.
A quel punto, la si potrebbe adottare anche con quelli che ti mandano le catene su whatsapp: 
”Se invii questo cuore ad altre dieci amiche alle quali vuoi bene, tra tre ore e quindici si avvererà un desiderio! L’ho provato, funziona!!”
Te la dò io la catena, imbecille. 
- “L’amore è l’incontro tra due persone scritto nel muro del destino!”
- “Arianna ti ha inviato uno sciacquone!”
 Gli individui che cercano di abbordarti via social network sono un’altra categoria che annegherei nel mio sciacquone telematico. 
C’è un esercito di creature deplorevoli di tutti i sessi, che tenta approcci da elemosina con messaggi pieni di cuori, accompagnati solo dal miserabile testo: “CIAO”.
Ciao cosa?! Chi sei?
Insomma, un messaggi su facebook è gratis, perché non investi un paio di secondi e di pelle delle dita per scrivere almeno un “Ciao, sono Biagio e mi piacerebbe conoscerti”.
Perché solo questo CIAO che presuppone che io già sappia cosa vuoi? Un CIAO che include tutto un sotto-testo di sussurri che dicono “Mi annoio a morte, Ti va ti limonare in rete?”
Prima di partire con lo sciacquone, mi piace fingere di essere cordiale e di voler approfondire: 
-Ciao, ci conosciamo?
-No, piacere sono Biagio.
-Ciao Biagio, capisco che non sia facile intuire dal computer il tono della mia domanda, ma c’è un’altra possibilità di traduzione oltre al “Ciao vogliamo conoscerci?” ed è “Ho mai incrociato realmente il tuo muso purulento in giro, di persona?! Oppure la tua vita è così malmessa che fai un giro sui profili degli sconosciuti per mandare “ciai” a random, e vedere che si rimedia?”
-Non fare l’antipatica, dai. Possiamo vederci per un aperitivo se ti va, così ci conosciamo dal vivo e non hai più scuse!

(faccetta, faccetta, faccetta)

-Guarda Giacomo, ti ringrazio ma è da quando sono piccola che rinuncio con dispiacere alle caramelle drogate per la storia di non dar retta agli sconosciuti, figurati se mi accontento di un aperitivo. Se tu e la tua Alfa 133 che hai sulla foto del tuo profilo, siete in cerca, uscite. Andatevene ai giardinetti, al bar, all’oratorio o agli apericena, ma vi prego: abbiate cura di voi fuori dalla mia portata anche telematica.
Sciacquone.
Mi spiace ammetterlo ma trovo irresistibile certa umiliazione via cavo perché è nazional-popolare, puoi sfogarti senza sapere ceto sociale e professione, toglie ogni filtro di buon costume e puoi accanirti in maniera libera senza temere un sguardo che potrebbe farti tenerezza o compassione.
Così, un innocuo CIAO, un campione qualsiasi di umanità preso a caso e in contropiede, diventa l’agnello sacrificale di tutte le mie insofferenze sociali.
E il wify manco si paga.

Vuoi vedere il live del pezzo, dal reading tristocomico di Madame Pipì?

DELIRIUM SELFIES

SINFONIE

 

Da quando è nata la moda del selfie sono aumentati i ricoveri al pronto soccorso.

Siamo disposti a fare doppi salti carpiati pur di farci un selfie quando il momento è propizio e anche io quando meno me lo aspetto mi pianto in faccia il telefonino e scatto, noncurante di cosa stia pestando mentre cammino.

Sono troppo impegnata a settare la perfezione della mia espressione per badare alla mia incolumità.

Tutti i giorni nel mondo c’è qualcuno che mette a rischio la propria salute per farsi un autoscatto;

Già: mi piacerebbe dare il giusto rispetto al termine originale però mi rendo conto che “autoscatto” non regge il confronto, non rende l’idea quanto la parola “selfie”, un termine da Caro Diario ma anche da top di H&M insomma, un termine fico.

Quindi a malincuore mi tocca mantenerlo per tutta la durata di questa mia breve riflessione, il fottuto termine che è selfie.

A causa sua perdo quotidianamente un po’ della mia dignità: mi arrampico in cima al tetto della mia auto coi tacchi, mi sdraio sulla striscia bianca a metà carreggiata oppure faccio le corna dietro la schiena del bodyguard, in discoteca.

Pur di selfarmi accetto di slogarmi le caviglie, di sbucciarmi il ginocchio o di sbattere la fronte contro il cartello piazzato fuori dal ristorante dove ho scelto di fare check-in.

Pur di postare il mio musaccio sul muro del mio social sono disposta ad appoggiare la nuca contro il muro vero, quello della metropolitana di Londra, accanto alla piastrella con il nome della fermata e a dozzine di sputi e schizzi non identificati. Quanti cellulari caduti nel cesso, quante fronti contuse a causa del “selfie aereo”, lo scatto dall’alto che richiede equilibrio e forza mostruosa nelle braccia da vero rugbista e chissà quanti schiaffi e quante monte a sorpresa i rugbisti, mentre si fanno il loro selfie in campo per far emozionare le ragazze col loro faccione infangato.

A me piace selfarmi nei boschi per far vedere che il lunedì mattina passeggio sotto i castagni mentre gli altri sono in ufficio ma in autunno piove e cadono le foglie, le vigne sono spoglie e il panorama alle mie spalle è troppo triste per non essere photoshoppato e così, quando gli altri escono dagli uffici io sono ancora lì, con la faccia dentro al computer a ritoccarmi il selfie.

Il selfie crea dipendenza, uno tira l’altro, non riesci a resistere. Sono in ascensore con sei amiche e le convinco a farci un bel selfie ma non tengo presente che il peso di sei femmine e delle loro borse, spostato tutto da un lato, sposta di asse l’ascensore che magari si blocca e a quel punto vai di selfie che scriviamo su facebook che siamo bloccate in ascensore!

C’è una vecchietta che non trova posto sul tram ma cosa me ne fotte, guarda che bel selfie che mi faccio adesso, seduta e comoda col finestrino e la città che fugge dietro!

Al volante. Che meraviglia il selfaggio selvaggio mentre guido! Nel traffico però devo essere discreta perché è proibito e poi la gente dentro alle altre vetture mi può vedere e pensare quanto sono cretina, sempre che non si sta selfando a sua volta. Allora metto il cellulare davanti al conta chilometri, ammucchio le labbra tutte al centro della faccia e scatto in pochissimi secondi, tornando poi subito ad un’espressione asettica, discreta, da traffico.

A tavola si fredda tutto ma vuoi mettere selfarsi davanti al risotto coi funghi?!

Amo anche farmi i selfie coi bambini che piangono, mi metto al fianco di mia nipote quando piange con tutto il muco che gli cola sul piccolo mento e mi selfo con la faccia dispiaciuta: più piange più il selfie si perfeziona e tocca punte di eccellenza.

Da quando c’è il selfie vado più spesso dal parrucchiere perché la foto col taglio nuovo è una consuetudine accettata dalla società come una legge anzi, di più. Speriamo solo che non se lo faccia il parrucchiere il selfie, mentre mi taglia i capelli che magari si sbaglia e con la giugulare recisa potrei perdere, più che la vita, la sensibilità al braccio e non potermi più selfare.

Sarebbe orribile.

Si selfie chi può, selfamo un selfie, ci selfiamo domani, li selfacci tua.