L’ATTIMO PRIMA DELLA PARTENZA

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Un pezzo scritto ed interpretato per il Festival Mosto 2018 sull’annoso tema “L’attimo prima della partenza”. 

L’attimo prima della partenza è l’ultima possibilità che Dio ti offre per formulare a te stesso un quesito fondamentale:

sto per viaggiare da solo?

Sono davvero così fortunato e baciato dal Signore da aver trovato il coraggio di partire, finalmente, per beneamati cazzacci miei?

Ascolta, amico: se stai per viaggiare da solo non potrà succederti nulla di male, nonostante la cronaca nera cerchi di dissuaderti, a riguardo.

Ma se accanto al sedile dove hai posato le tue chiappe turistiche vi è putacaso un compagno di viaggio, la tua sposa, tuo fratello o la comitiva dei coscritti, hai ottime ragioni per considerare il tuo viaggio gloriosamente fottuto.

Perché un buon compagno di viaggio è più raro di un ufficio pubblico funzionante in Italia, più pregevole di una canzone antecedente al periodo cupo di rap e di talents che stiamo vivendo, più prezioso del tesoro di Mussolini che riposa in fondo al lago di Como mentre sulla terra, impazza la sua ideologia.

Ci sono poche speranze che, nel corso della tua breve vita tu possa godere della compagnia di un amico che sappia davvero viaggiare, oltre esserti amico, impresa già ardua.

Nel caso dovessi incontrarlo, quel compagno di viaggio, tienitelo stretto, demonio ladro, perché il tuo viaggio sarà beatitudine: sarà un’esperienza più gratificante dell’acquisto di un’isola siciliana per 4,50 euro iva esclusa, sarà più rigenerante di una spa esclusiva per te e Sting che suona la chitarra nel bagno turco.

Ma, nel caso in cui il tuo compagno di viaggio sia una persona raccattata, conosciuta, sposata soltanto per non dovertela cavare in solitaria, sappi, amico del festival che l’attimo prima, durante e dopo la partenza sarà fatto di pianto, stridore di denti ma soprattutto di monumentali rotture di coglioni.

E di una litania senza fine che fa più o meno così:

Hai chiuso il gas?

Hai spento la luce?

Hai riempito il dispenser dell’acqua ai gatti?

Hai annaffiato le piante?

Hai inserito la segreteria telefonica?

Hai avvisato tua madre che non ci siamo fino al 3?

Hai preso i documenti, lo shampoo, le ciabatte, le mutande dei bambini, i biscotti che erano sul tavolo, il guinzaglio del cane, le camicie stirate, la maschera, l’ammoniaca, il cuscino per le emorroidi, le chiavi di casa, la macchinetta per l’aerosol, il sussidiario, il tablet, il caricatore del cellulare, dello spazzolino da denti, del powerbank, del computer, del rasoio, dello stereo, della pompa per il materassino, della piastra, del nostro matrimonio?

Hai chiesto al tuo capo se possiamo tornare il 3 anziché il 30?

Hai chiesto al tuo capo se è ancora sposato?

Hai chiesto a tua sorella se alla fine ha comprato la vaporiera ad energia solare?

Hai chiamato il bed and breakfast per avvisare che abbiamo il cane, la macchina grande, mia madre, l’unicorno giù gonfiato, la mononucleosi?

Hai detto le preghiere?

Hai postato la foto della partenza su instagram?

Hai prenotato in quel posto lì che mi piace?

Hai lasciato tua moglie?

Hai accorciato i capelli come va di moda ora?

Hai fatto finta di non vedere cosa stanno combinando con quel povero partito che fu il pd?

Hai staccato la spina alla nonna?

Hai detto ai vicini di chiamarci se vedono dei rumeni che passeggiano davanti casa?

Hai ancora voglia di viaggiare?

 

 

 

DIAGNOSI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Come si chiama la malattia che prende quelli che comprano le Superga con la doppia suola?

Che malattia è quella che hanno i vegetariani che mangiano pesce?

Com’è che si chiama quel virus che attacca le persone quando si trattengono più di due secondi su Canale 5?

Che malattia hanno quelli che rubano gli accendini?

E quella degli attori famosi quando arrivano a fare le pubblicità delle merendine?

Da cosa precisamente sono affetti quei tipi che si fanno tatuare un bacio col rossetto sul collo?

Come si trasmette il virus di quelli che chiedono di parlare con un responsabile quando non la carta di credito gli rifiuta la transazione?

E’ contagiosa la malattia di quelli che suonano dopo un quarto di secondo che il semaforo è diventato verde? Si passa?

Come si chiama la malattia di quelli che ascoltano la partita chiusi in macchina, in un parcheggio?

Che malattia è quella che affligge le persone che inviano più di quattro emoticon in un sms?

Di cosa sono ammalate le persone che votano il meno peggio?

NON SONO PRONTA PER IL FUTURO DIGITALE

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Pezzo scritto per AFTER FESTIVAL – Futuri Digitali

Modena, 1 Ottobre 2017

Com’era la vita prima del digitale? Come facevamo a geo-refenziarci e a condividere? È proprio vero che oggi siamo diversi da prima? Ed è proprio vero che il digitale ci fa essere migliori, più capaci, più performanti, più tutto?

***

Visto che in questi giorni di Festival avrete innumerevoli possibilità di capire come il digitale ha migliorato la nostra vita, ho pensato di darvi qualche veloce spunto su come il digitale abbia rovinato la mia di vita.

Sono convinta che i futuri digitali vi copriranno di vantaggi e progressi ma sappiate che io me ne starò qui a guardarvi, incazzata e malmostosa, combattendo contro certi strumenti invadenti e imbarazzanti, che vado ora ad elencarvi, prima che arrivi il servizio d’ordine del festival:

Prima di tutto mi sfogo con voi riguardo le basi, i rudimenti delle tecnologie.

Il telefonino.

Mi vergogno a chiamarlo così ma non ho mai iniziato a chiamarlo smartphone perché, secondo me, da quando gli abbonamenti telefonici dilapidano il mio conto in banca da sempre, a prescindere dalla compagnia, l oggetto di smart non ha un bel cazzo.

Se avessi risparmiato tutti i soldi delle bollette del telefonino, oggi sarei arrivata qui con la Jaguar coi sedili in pelle di giamaicano.

Invece sono arrivata coi punti della cartafreccia.

Inoltre non so come si chiami quella malattia per cui, se sono con gli amici o ad una riunione e qualcuno, ad un certo punto tira fuori per sbaglio il proprio telefonino, per una qualche sconosciuta legge gravitazionale, la mia mano inizia a muoversi verso la tasca della giacca e, senza che io possa oppormi a questa reazione che proviene dal mio corpo posseduto, devo per forza tirar fuori anche io, il mio telefonino.

Anche se non ci devo fare un cazzo, anche se nessuno mi scrive o chiama da una settimana, io devo prendere l’oggetto telefonico e sentire che ce l’ho, che ce l’ho anche io quel bene di lusso lì e inizio a smanettarci in maniera compulsiva e ad aggiornare le notifiche con la faccia impegnata.

A volte sbuffo per fare quella oberata dai contatti.

E poi il telefonino è un oggetto invadente e promiscuo ai limiti della legalità.

La sera riposa sul comodino accanto al mio letto a spiare cosa leggo, che musica ascolto, che fidanzato ho per le mani.

Se ne sta lì, con la sveglia a lancette che lo guarda in cagnesco sapendo che prima o poi mi deciderò a venderla al mercatino dell’usato perché a che cazzo mi serve la sveglia a lancette ormai, se ho il mio telefonino.

E poi in bagno.

Ho una pila di libri intellettuali e di giornali di arredamento che sono lì oramai solo per far scena con gli ospiti perché sulla tazza mi distruggo di social.

Sono solo io a sentirmi a disagio quando se apro un social mentre sono sul cesso?

Voi che siete esperti, lo saprete se esiste o no una app che ti spia mentre sei alla toilette e vede benissimo che non stai leggendo i giornali di design ma sei su twitter.

Sono ossessionata dal dubbio che qualcuno dal facebook faccia un post taggandomi, scrivendo cose tipo “Arianna, non vergognarti e fai check-in sul cesso che ti vedo, con la mia nuova app discovering-wc ”.

Mi sento così violata.

Con tutto l’impegno che applico quotidianamente per far credere ai miei contatti quanto sia figa, con un solo post i miei follower verrebbero a conoscenza del fatto che anche io defechi.

Andiamo oltre perché esiste un mare di tecnologie che mi rovinano la vita:

Le automobili automatiche, che non ho mai saputo guidare e che fanno mormorare alla gente dietro di me “Lo sapevo che era una donna a creare la fila” mentre io son lì, a capire che stracazzo voglia dire N.

Le videoconferenze: non sono adatta.

Passo tutto il tempo della call a controllare che effetto faccio in video, mi vengono i tic nervosi da insicurezza cronica, inizio a toccarmi i capelli, mi asciugo la fronte unta di crema e poi controllo la scenografia di casa mia che la gente vede dall’altra parte della camera, mi alzo per spostare lo stendipanni o la fila di bottiglie di birra vuote della sera prima, che non sta bene e così non sento mai un cazzo della call e risulto una perfetta inetta.

Poi, andiamo in ambito medico:

La macchinetta per la voce dei muti, il cosiddetto laringofono:

un’invenzione tecnologica straordinaria per permettere a chi ha perso le corde vocali di poter parlare.

Purtroppo però le tecnologie non hanno ancora dato la giusta evoluzione a questo strumento, che è rimasto un riproduttore di suoni artificiosi da Commodor64, con una sola tonalità di corda vocale a disposizione che mi mette a disagio perché non capisco mai cosa diamine dicano questi vecchietti e allora provo a improvvisare risposte per non offenderli ma chiaramente uno si offende per forza se, dopo avermi chiesto dove sia Piazza Grande e io gli rispondo che non sono sua nipote e che forse si è confuso.

Infine, per non tediarvi e terminare un elenco che in realtà non avrebbe fine, mi sfogo con voialtri citando Siri.

A proposito di laringofono.

Com’era bello quando Siri era alla sua prima, rudimentale versione.

Mi divertivo a dirle Vaffanculo e lei mi rispondeva “Non credo tu abbia una App chiamata vaffanculo ma se vuoi posso provare a cercarla sull’App store”.

Oggi la versione 2.0 di Siri è inquietante: le dico Vaffanculo e mi risponde “Non credo di meritare questo trattamento”.

Guardate che se le tecnologie ci tolgono l’umorismo, è finita per l’umanità.

Voi continuate pure a divertirvi con le tecnologie ma sappiate che c’è gente che soffre per non riuscire a stare al passo coi tempi, con gli aggiornamenti del software.

C’è gente come me, piena di complessi, nata nell’epoca sbagliata, che la tecnologia non ce l’ha nel sangue, non ce l’ha nel dna e non c’è niente da fare.

E non provate ad uscirvene anche con un vaccino per indurre la tecnologia, che ne abbiamo abbastanza.

 

https://www.afterfestival.it/

 

GLI ODIATORI

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Grazie alla rete ho scoperto tante cose, questioni e categorie di persone unitesi nel macrocosmo virtuale come si fa con le religioni.

Tra queste categorie vi è l’immensa milizia degli odiatori.

Gli odiatori sono persone che hanno scelto di eliminare tossine in rete come se questa fosse un luogo dove chiunque digita una stronzata qualsiasi automaticamente la trasforma in Verità.

Ma la verità, per quanto la si pigli per il naso e la si manipoli come plastilina, resta identica e sé stessa e soprattutto è poco incline ad aderire al giudizio di qualcuno conferendogli autorità.

La verità non è amica di nessuno, è un tipo piuttosto solitario.

Pare invece che sull’internet questa faccenda di non essere presenti fisicamente ma con una propria personalità digitale, doni a certuni non solo la certezza di possedere la sapienza assoluta ma anche la capacità di mostrare la punta più alta del proprio lato peggiore, con la garanzia di non poter toccare mai simili altezze nella vita reale.

Mi pare di aver capito infatti che questa milizia si faccia forte del fatto che le discussioni in rete, per quanto prendano piega feroce, restino pur sempre dentro ad uno schermo che quando si vuole lo si può abbassare come la tavoletta, per tornare a vivere e che questo rapido processo on-off log-in/log-out, simile a quello dei videogiochi, incentivi la rabbia più canina.

Sapendo che chi insulta non potrà con facili metodi essere scovato a casa e picchiato insieme alla sua famiglia da chi ha subìto l’oltraggio, uno si scatena e insulta con maggior astio.

Che uno si scateni e insulti potrei anche capirlo, se restasse uno.

Ma tanti no.

Tanti è pericoloso.

E sono tantissimi a prendere il loro sacchetto di rabbia, a farcirlo con tutte le frustrazioni e i complessi dei tempi dell’asilo e a lanciarsi contro la rete come Pagliuca, come Don Chisciotte, alla ricerca della discussione ideale dentro alla quale introdursi con un commento, acquisendo ora le sembianze di Mosè, ora quelle di Garibaldi nella loro versione più incazzata.

La milizia della gente che odia a tempo indeterminato incendia i post come fossero campi coltivati in odore di mafia.

C’è chi insulta quello che ha sbagliato a scrivere un verbo, chi aggredisce il vegano, chi quello che ha postato la foto del salamino di cinghiale o una canzone dei Blur di quelle commerciali.

C’è chi si proclama contro l’aborto promettendo la morte a chi professa il contrario, chi si scaglia contro i razzisti, gli zingari e il governo, contro il ragazzo che pubblica i video con la sua musica che non è abbastanza indie, democratica, internazionale ma che faccia l’occhiolino al proprio paese, folk ma con accenni sfumati all’elettronica.

C’è chi odia quelli che non sono del suo partito politico e quelli che sono del suo partito politico ma non si applicano.

Ho scoperto che le persone che fanno di mestiere gli odiatori (nel senso che vi dedicano tempo e risorse come se si trattasse di un mestiere) hanno poca misura.

Se un odiatore non è d’accordo con uno che ha dichiarato sul web il proprio amore alla Juve, siate certi che non scriverà “Non mi trovi d’accordo, anzi, Daje lupi!” ma la conversazione telematica si concluderà con auguri di morte per scabbia a lui e a tutto il suo albero genealogico, che deve crepare peggio, avendo peccato nel partorirlo.

Di una cosa non si può di certo accusare la milizia degli odiatori: che te la mandino a dire.

La gente che odia in rete non solo dice ciò che pensa (il che già sarebbe grave se diamo ai loro post la dignità di pensieri), ma dice assolutamente molto di più di ciò che sarebbe consentito pensare.

Sono certa che conosciate qualcuno appartenente alla setta degli odiatori.

Gli adepti della stessa non scherzano coi sentimenti e, quando sono saturi di dolore perché non hanno insultato adeguatamente, tolgono l’amicizia.

E questa dell’amicizia tolta sarebbe davvero una delle cose più umilianti che esistono sulla terra se accadesse realmente, invece gli odiatori se t’incontrano per strada sembrano soffrire d’improvvisa amnesia e non si ricordano di averti maledetto ma ti abbracciano e ti baciano come se niente fosse.

Che Giuda arrossirebbe ma loro no perché la vita reale è tutta un’altra, ipocrita cosa.

Gli odiatori tolgono l’amicizia sul social convinti, con questo coraggioso gesto, di cooperare alle grandi rivoluzioni della storia dell’umanità, sicuri che tutto il loro odio cosmico sia utile al cambiamento sociale, soprattutto se tale odio è provocato dalla tua dichiarazione sul social che non ti piacciono i Queen.

Meriti la malaria se non ti piacciono i Queen, capisci?!

I Queen non possono non piacere quindi se non ti piacciono, i tuoi figli devono morire perché che se ne fanno di un padre che non si ascolta i Queen?!

Muori male, allora, secondo verdetto degli odiatori.

Oppure fai log-out prima degli odiatori, se capisci di essere sotto assedio.

Oppure, ancor peggio di ogni sorta di provocazione, non dar loro conto e prosegui il tuo peregrinare sul mondo virtuale e nella bella vita reale, con la stessa capacità da ginnasta artistico di sventolartene la minchia, di queste scemitudini.

 

OPINIONISMO

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Signora buongiorno, la chiamo dalla redazione del programma “Stretti e Costretti”, contenta?!

Signora, siamo la tv, non so se mi spiego.

Ci ha attesi per anni e finalmente eccoci qui.

Sa benissimo che non capita tutti i giorni di essere contattati dalla tv nazionale, vero?

No, è che non la sento adeguatamente stupita quindi l’avviso subito: si stupisca appena possibile perché il nostro direttore di rete ci tiene e quando non c’è stupore da parte dei fortunatissimi ospiti che contattiamo, ci fa andare altrove a cercare, capisce?

Dove non c’è gratitudine e reverenza ci dicono di non indugiare e riagganciare.

Ad ogni modo la chiamo perché amici di amici ci hanno fatto il suo nome.

Sa, noi della tv, del cinema e della politica lavoriamo come i poliziotti: su segnalazione.

Insomma, abbiamo avuto la segnalazione che lei sia il tipo giusto per noi.

Non sto nella pelle, devo dirglielo: lei sarà la nostra nuova opinionista.

Come sarebbe a dire che non sa cosa sia un’opinionista?!

L’opinionista ha un ruolo fondamentale, oggi: è l’influencer del pubblico, del nostro target, della plebe comune, capisce?!

Lei sarà con noi per tutte le puntate, avrà una sua poltrona in pelle bianca laccata, verrà truccata, pettinata e sarà in diretta con noi a dire tutto quello che vuole.

Si, si: niente censure, potrà parlare di tutto quello che vuole.

Tranne che di politica perché non è un programma di politica.

Evitiamo anche di parlare di problematiche sociali perché intristiamo il pubblico e non si parla di pessima programmazione perché non vorrà mica parlar male della rete che la ospita?!

Per il resto il nostro programma ha un sacco di argomenti interessanti: amori estivi dei famosi, anziane sole e povere che raccontano le loro ricette, servizi golosissimi sui must have della stagione.

Qui, ampio spazio di opinione, strizzando un po’ l’occhio a quelli che sono i nostri partner commerciali.

E poi ci sono gli ospiti di puntata che racconteranno le loro storie, ovviamente storie sono inventate perché comunque, ciccia, questa è la televisione.

E comunque gli ospiti sono gente vera, eh.

Si, l’ho chiamata ciccia perché comunque questa è la televisione.

Dunque l’opinionista non ha un vero e proprio cachet perché noi abbiamo una convinzione etica: pensiamo che le opinioni non debbano essere pagate e contiamo su un ritorno mediatico incredibile e poi tantissima gente normale sogna di fare opinionismo quindi perché pagarvi?

In Italia i sogni ve li facciamo pagare, semmai.

Come non vuol venire? Vaffanculo a chi, a me? Come osa?

Non lavorerà mai più, lo dirò al mio direttore di rete.

Il nostro claim è: siamo in pochi a comandare, gliela faremo pagare.

Passi una buona giornata e si ricordi che ha perso un’occasione.

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INVOLUZIONE FOTOGRAFICA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Nei primi anni dell’Ottocento il ceramista inglese Thomas Wedgwood sperimentò l’utilizzo del nitrato d’argento, prima rivestendone l’interno di recipienti, poi immergendovi dei fogli di carta o di cuoio ed esponendoli alla luce dopo avervi deposto degli oggetti all’interno.

Si accorse che dove la luce colpiva il foglio, la sostanza si anneriva mentre rimaneva chiara nelle zone coperte dagli oggetti:

Wedgwood aveva scoperto una specie di primordiale tecnica fotografica.

Wedgwood è il bisnonno della fotografia.

Ma per fortuna è morto.

Perché certe cose, a volte è meglio non vederle.

Meglio morire piuttosto.

Così Wedgwood si evita il mal di fegato dall’incazzatura di vedere un’arte così pregiata come la fotografia, dequalificata nelle nostre mani sceme.

Da morti non ci si può incazzare quindi abbiamo risparmiato un paio di crampi e di bile tracimata a Wedgwood e a tanti altri maestri che non possono vederci mentre ci facciamo il selfie in bagno e poi li cancelliamo per rifarlo e poi ancora e ancora fin quando non facciamo indigestione della nostra faccia, che poveretta non vorrebbe appartenerci perché si vergogna.

Non nei miei incubi ma nella peggiore delle realtà, vedo donne rispettabili fermarmi per strada e chiedermi di scattare loro mitragliate di foto che poi smisteranno comodamente a casa, in pallet da centoventi click dai quali dovranno selezionare con non poche difficoltà La Foto da pubblicare sul social: quella con la classica espressione da calendario del gommista, quella col chiuaua in braccio, quella col fidanzato che bacia la guancia oppure quella col monumento dentro al quale tengono il tacco conficcato.

Poi si finalizza il santino con qualche filtro che patina la pelle che vorrebbe tanto restare umana ma non può permetterselo perché siamo in rete.

Infine le donne rispettabili scriveranno nella piccola leggenda della foto, qualora fosse necessaria didascalia, frasi o parole che toglieranno loro dignità in maniera imperitura come #SICAMBIA #NEWLOOK #PICOFTHEDAY #MESOFATTALAFRANGIA #SONOUNAPOVERETTAIUTATEMI

Non nei miei incubi ma nella peggiore delle realtà, vedo amici cari avvocati, giornalisti e medici farsi gli autoscatti in hotel, a petto nudo con la schiuma da barba in faccia, anche se hanno il rasoio in valigia, incuranti di avere nell’inquadratura il gabinetto con la tavoletta alzata, alle spalle.

Incuranti di come il loro attestato di laurea s’irrigidisca al muro del loro ufficio, all’idea che il Dottore certe cose non se le tenga per sé ma le utilizzi per proporsi sulle app di appuntamenti, accanto a un testo pubblicitario simile a quello che si scrive per vendere lo scooter.

Man Ray questi professionisti li avrebbe presi a calci nel culo e poi si sarebbe pulito la punta dei mocassini sull’erba.

Newton avrebbe preso le sue amiche dipendenti dall’autoscatto e avrebbe fatto passare loro alcuni, indimenticabili e bruttissimi minuti.

Perché passi la nuova pettinatura, il vestito del matrimonio, l’anello di fidanzamento, passi la città d’arte, il cagnolino e passino perfino le parole inquietanti associate alla foto col cancelletto.

Ma quella faccia da cazzo, no.

Quelle labbra che riproducono il buco di un sedere, quelli sguardi dal basso che manco John Wayne, quelle pose plastiche in contesti discutibili possiamo anche accettarli come fotografie di un’epoca in decadenza, come la nostra.

Ma quelle facce, no.

Quelle facce bisogna punirle.

Sono facce colpevoli.

Facce che, invece di mettersi con l’occhio dietro all’obiettivo a danzare con la creatività, l’occhio se lo truccano con le polverine colorate, disegnandosi saette in faccia per commemorare David Bowie ma David Bowie non vorrebbe essere commemorato da quelle facce. 

Perché dietro a una faccia c’è sempre una persona e certe facce non sono belle.

Facce che si truccano e si fotografano per commemorare le vittime di un attentato, per dichiarare che partecipano alla giornata mondiale dell’orgoglio gay o a quella della lotta contro l’HIV o ancora a quella contro il cancro, come se la ricerca contro il cancro se ne facesse qualcosa della loro faccia da cazzo fotografata sul facebook.

Come se i gay, i francesi morti e i siriani avessero bisogno della foto del profilo di uno stronzo qualsiasi che lotta dal divano di casa sua, a gambe accavallate con le dita in posa da vittoria e il cancelletto dietro i suoi discorsi.

Ci mettono la faccia nel vero e triste senso della parola.

Ci mettono la loro faccia truccata per stare coi palestinesi, col presidente dell’Ecuador, coi terremotati.

Stanno con gli indiani d’America, con le donne, coi cubani e coi bambini maltrattati e dimostrano il loro coinvolgimento attivo attraverso l’incredibile apporto che danno a questa rivoluzione: un selfie in bikini a Formentera con un je suis scritto accanto.

Je suis Charlie, je suis London, je suis Ilva, Je suis Syria, je suis poraccio.

Je suis Man Ray e ti rompo le ginocchia.

Ti piglio lo smartphone e te lo mastico fin quando non ne resta un pezzo sano.

Esci dal cesso e vatti a fare la tua rivoluzione, che la fotografia è nata per supportare l’evoluzione dell’umanità non la tua involuzione.

DI CHE TI OCCUPI TU?

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Di che ti occupi tu?!

Io mi occupo di design, di visual merchandising, di personal shopping.

Io sono un buyer, un copy, un art, un human resourcer, un digital enterpriser e tu? Di che ti occupi tu?

Dai, coraggio!

Non essere timido.

Fammi sentire l’odore del tuo mestiere umile di merda.

Fammi sentire l’aria di poraccitudine che ti avvolge.

Non ti vergognare con me, eh!

Se fai l’impiegato poi, mica è colpa tua.

Se lavori in un negozio mica c’è niente di male.

Puoi dirmelo, eh.

Guarda che io sono un tipo smart, open, sono multi-tasking, cool hunter, son videomaker.

No, non sono solo regista: il videomaker è uno che fa operatore, regista, montatore e attore, tutto insieme contemporaneamente, al prezzo di un attore di teatro, per le grandi televisioni, le grandi aziende.

Mi faccio sfruttare dici?

Forse ma posso dire che faccio cinema, capisci?!

Posso dire che faccio fotografia, sceneggiatura, acting, tv production.

Non sempre mi pagano ma ho il grande plus rispetto a te, di poter dire che faccio entertainment, mica la guardia giurata, la commessa, l’operaio, il low-profile.

Insomma, di che ti occupi tu?

Io sono light-designer, sono stylist, sono mainstream che non vuol dì un cazzo ma tanto tu, che ne sai?

Che ne sai tu di business e di creativity?!

Di che ti occupi tu, insomma?!

Dimmelo, dai! Non vergognarti.

Non lo dico a nessuno se c’hai la busta paga e timbri il cartellino, dai.

Fammi sentire il tanfo della tua scrivania Ikea, dai.

Non lo dico a nessuno, ti dico.

Stai tranquillo, saperlo serve solo al mio ego titanico, al mio state of mind.

Che mi frega poi a me che vivo nel loft, faccio chi-cong, compro da whole-food e mi vesto Galliano?!

Che mi frega realmente di te, che tanto io faccio crowdfunding, mi alleno alla Virgin e ascolto electro-punk jumping?!

Di che ti occupi tu, porca malora?!

Dimmelo, cazzo.

Fammi sentire le vibrazioni della tua pessima normalità.

Dai!

Come?! Mio padre?!

Mio padre lavora in banca, poveretto.

Andrà in pensione quando potrà.

La vita è così, le vecchie generazioni, hai presente?!

In banca, si.

Altrimenti come potrebbe permettersi il luxury di una figlia stylish che fa design, frequenta vinery e conosce il jet-set?!

Ma cambiamo discorso.

Di che ti occupi tu?

 

GESTO CORAGGIOSO N°5

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Devo trovare il coraggio.

Devo farmi forza.

Devo concentrare tutte le energie che mi restano e dire a tutti che io quel film lì, quello che ha vinto l’Oscar e di cui parlano tutti non l’ho mai visto.

Devo raccogliere le forze e dire al mondo che non ho mai letto Shantaram o l’Eleganza del riccio o quel libro che ha vinto un sacco di premi e “Porca puttana ma che non lo conosci, ma dove vivi?!”

La prossima volta che mi siedo a cena con gli amici giuro che lo dico che non m’intendo un cazzo di vini biodinamici anziché guardare la carta dei vini con pollice e indice sotto il mento.

Non si può continuare così.

Mi vergogno.

Mi vergogno tanto ma non si può continuare così e devo dirlo.

E’ una sfida che ho con me stessa, ormai.

Lo dirò a tutti che quel gruppo lì che non mi ricordo come si chiama, quella band californiana che fa cross-over elettronico d’avanguardia e che tutti andranno a sentire a Los Angeles a Ottobre, io non l’ho mai sentita nominare.

E quando mi faranno ascoltare un loro pezzo, lo dirò senza indugi se mi ha fatto cagare.

E con l’occasione se mi girano, dirò che non ho sentito neanche l’ultimo album dei Radiohead, d’accordo?!

Io scoppio, non ce la faccio più ma devo dirlo: ignoro chi abbia vinto X-Factor quest’anno e Master-chef mi repelle.

Avrò il perdono degli amici?!

C’è qualcosa di molto rischioso che devo trovare il coraggio di ammettere al pianeta.

Qualcosa per cui tutti al vernissage di martedì mi schiferanno: io di arte contemporanea non c’ho mai capito un cazzo di niente.

E se non riuscirò più a controllarmi dirò a tutti che Marina Abramovich alle volte mi fa cadere gli zigomi.

E a proposito di arte, dovrò ammettere anche che si, è capitato anche quello.

E’ successo che sono andata a teatro e ho avuto tanta ma tanta voglia di gridare “Rivoglio i soldi del biglietto! Non ho capito un cazzo, che c’è troppa introspezione. Che va bene eh, ci sta nel teatro contemporaneo ma così è troppo!”

Può succedere, non c’è niente di male.

E’ mio diritto, sono il pubblico.

O no?!

Visto che sono in vena devo confessarvi anche questo altrimenti mi viene un brutto mal di stomaco: non ho mai fatto spinning in vita mia.

Poi: non so cosa penserà la gente di me però è giusto che tutti sappiano che il sushi non è mi ha mai fatto impazzire.

E la musica chill-out che mettono in certi posti a Ibiza mi ha sempre fatto orrore come anche l’applauso che fanno al tramonto.

Devo trovare il coraggio di dirlo.

Devo aprire il mio cuore e dire a quello che mi piace che non ho mai visto una serie americana e che Netflix per me potrebbe essere tranquillamente un adesivo per dentiere.

E che il vodka-tonic è una porcheria!

Voglio essere libera di dire a tutti che una volta ho messo il like sulla pagina di Tiziano Ferro ma poi l’ho subito tolto per paura di ritorsioni dei miei amici che ascoltano solo LCD Sound System, i Royskopp, gli Striztnich.

Mi sento già sola come un cane al pensiero di doverlo fare ma devo trovare la forza di ammettere al mondo tutto che anche se non faccio yoga e pilates, sto benissimo.

E, a proposito di benessere, l’ultimo film di Tarantino mi ha fatto star male con lo stomaco nonostante la sua incredibile fotografia.

Prenderò fiato e dirò che non mi è necessaria nessuna delle cose che dovrei apprezzare per forza.

Nessuna di quelle cose che “Ma dove vivi?!”, “Ma dici sul serio? Davvero non lo conosci/non lo hai mai visto/mai sentito parlare?”

Devo trovare la forza di ammettere che non faccio parte della maggioranza che compone l’opposizione.

Lo farò, eccome se lo farò.

Guarda il video di questo pezzo:

 

IL GLIFOSATO CULTURALE

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

 

Cosa manda in putrefazione il cervello di un maggiorenne del nostro secolo?

Cosa debilita l’intelletto di un giovane medio appartenente a questa società?

Ci sono molte cose apparentemente futili che in realtà intossicano il sistema intellettivo di un povero ragazzo nato in questo sventurato secolo e le cose futili in apparenza, esattamente come i pesticidi usati in agricoltura, fanno apparire risultato e involucro ottimi mentre in realtà il contenuto è avvelenato e il sapore misero per non dire di merda.

Quali sono i diserbanti della nostra società giovane?

L’accessibilità a tutto, senz’altro.

Il gusto sfrenato di non doversi sforzare per ottenere un sacco di cazzatine e allo stesso tempo la difficoltà estrema a ottenere le cose importanti che fino a pochi anni fa erano diritti inviolabili e ora invece sono lussi per pochi, il lavoro retribuito o la casa, per fare un paio di esempi di quelli che dici “Oh Signore, è banale ma verissimo!”

C’è poi un altro pesticida giovanile ed è il business della comunicazione, intesa come involucro patinato che permette di vendere qualsiasi cosa, anche poco igienica o spregevole, come fosse l’ultima frontiera del trend.

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“Ti assumo come responsabile della comunicazione, mi occupo di comunicazione, facciamo comunicazione, studio comunicazione”

Cioè?! Che cazzo fai nella sostanza?!

Perché il cervello, anche il più basico, vuole sostanza.

Certa comunicazione manda in pappa il cervello perché il linguaggio e la scrittura si affinano con le scuole dell’obbligo, le relazioni sociali e la scrittura, mica col master da ventimila euro dove ti insegnano come ipnotizzare il cliente con frasi glamour.

Anche il pop è un gran bel pesticida: quel pop che passa prima dai giornali scandalistici e poi finisce in cuffia.

La Hit è un veleno come tutto ciò che viene scelto dalla massa, da tutti.

Ciò che viene scelto da tutti infatti, non sempre è democratico.

Anzi, spesso ciò che è scelto da tutti è tirannia.

Anche il selfie, a proposito di tirannie, fotte tutte le cose belle di cui siamo dotati in calotta cranica.

Rinunciamo oggi stesso all’autoscatto in ascensore.

La Chirurgia facciale: misericordia per i nostri connotati!

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Le riviste di gossip rilasciano una tossina letale per i nostri neuroni molto simile rilasciata dai comizi politici in tv pilotati da giornalisti faziosi.

Certo giornalismo è peggio del glifosato.

Gli stabilimenti balneari con i lettini in fila come in tangenziale.

Le discoteche dove sei costretto a ballare roba che ripete lo stesso ritornello per venti minuti, queste sono cose che mandano in merda il cervello.

Accadono sempre più attentati ma ogni giorno chi sopravvive ai terroristi con lo zainetto deve lottare contro un terrorismo più subdolo e frizzantino.

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La tassazione in Italia rispetto alla qualità dei servizi pubblici non è forse una specie di attentato alle buone intenzioni?

Ci sono un sacco di cose che possono mandare in puzza il sistema intellettivo di un giovane, oggi: quel gustino dolce dell’apatia che innescano per fargli credere che non si possa scegliere, che ci si debba adeguare, che si debba comprare.

Che il trasgressivo è figo ma il diverso è sfigato.

Resta sveglio, ragazzo, non comprare niente dai venditori abusivi di cultura sottosviluppata, proteggi la tua calotta cranica.

Resta sveglio, ragazzo.

Resta fluido.

Perché il tuo acume sveglio e protetto è più piacevole di una birretta fresca.

Certa intransigenza è sexy più di Kate Moss.

E certi NO ben detti meritano le medaglie dei partigiani.

BENITO E IL GUSTO PER LE ESEQUIE.

FAVOLE DI MADAME PIPI'

The Launch Of Frank To's Latest Exhibition "The Human Condition"

La provincia alla lunga ti stronca.

Ti cambia, ti ridimensiona, ti costringe a dare importanza a piccole cose inquietanti senza che tu quasi te ne accorga.

Benito è un ragazzo normale ma se lo conosci, quando lo incontri ti gratti.

E anche se non lo conosci ma ci parli per cinque minuti, alla fine ti gratti lo stesso.

E’ un ragazzo con qualche anno in più di quaranta e ha un gusto tutto suo per le esequie.

Mentre quelli della sua età amano le macchine sportive e le ragazze rumene, Benito ama i funerali ma soprattutto la sensazione che prova quando viene a sapere chi è morto.

Ama talmente tanto quel momento di consapevolezza che una qualsiasi vita altrui sia terminata, che nutre nel cuore il desiderio antico e inammissibile di sapere chi è morto ancor prima che succeda, per essere il primo a dirlo a tutti.

Per poter chiamare amici, parenti e conoscenti con quel tono di voce lì, quel tono che hai quando devi fare una comunicazione sconcertante in modalità urbi et orbi.

C’è chi si appassiona al calcio, chi ai giochi di carte, alle corse dei cavalli o ai vini francesi: Benito ama la necrologia locale.

In provincia se nasci sano, poi crescendo le cose possono cambiare e Benito fin da piccolo, è un appassionato di messe in suffragio, di saluti ai parenti e di visite a vecchietti agonizzanti che, quando lo vedono arrivare al capezzale, con le loro ultime forze si toccano, i poverini.

Lo temono più della estrema unzione perché mentre il prete non si espone, Benito sotto sotto vuol vederli schiattare in diretta per mantenere in vita il suo hobby macabro: quello degli eventi sociali legati al decesso.

Benito è un virtuoso dei funerali, sa tutto di tempistiche sulla vestizione di un cadavere e mantiene aggiornata la programmazione settimanale dei rosari organizzati a casa delle vedove di tutta la provincia, con particolare attenzione a quelli con la salma ancora presente e visitabile.

Benito è amico e confidente di tutte le perpetue della diocesi e in paese non c’è morto che non abbia ricevuto i suoi onori.

Se per caso capita che lui non venga a conoscenza di una dipartita per primo, ecco che si agita e diventa malmostoso, quasi violento.

Il perché questo ragazzo voglia sapere chi è schiattato prima che vengano stampati i manifesti con l’avviso nella cornicetta, nessuno lo sa; il fatto certo è che se non gli arriva l’anteprima, se non riesce ad arrivare prima delle onoranze funebri, è meglio non averci a che fare con Benito.

Il suo sabato sera è alla veglia funebre del postino, se ne sbatte della discoteca, a lui piace stare lì, accanto alla salma coi gomiti appoggiati alle palle di mogano della testiera del letto, a guardare in silenzio.

Non c’è nessuna preghiera visibile sulle labbra di questo ragazzo coi blue jeans a vita alta e la camicia a quadri col bassotto in alto a sinistra.

Benito è sempre incuriosito, a proprio agio e immobile come il nuovo estinto che ha davanti.

L’estinto non sempre è caro, a volte infatti Benito non sa bene il nome del morto, in che frazione viveva, a chi era marito.

Ma non importa perché lui si accontenta dell’evento, gli basta l’esequia in sé per alimentare la sua pura, profonda passione per tutto ciò che accade intorno a un cadavere.

Nessuno ha il coraggio di dire a Benito che alla sua età dovrebbe avere interessi più gentili perché nessuno sotto sotto vuole che Benito smetta di occupare la prima fila dei parterre funebri togliendo così molti dall’imbarazzo.

Come spesso avviene in provincia, ma anche in città, i disadattati o i presunti tali, rassicurano coi loro gesti bizzarri, tanti individui apparentemente normali.

Benito occupa i posti che nessuno vuole occupare e se ne resta al cimitero fino a quando l’ultimo granello di terra non ha ricoperto l’angolino di mogano della bara rimasto all’aria.

Benito manco ci va, dopo al ristorante perché è già sazio di marmi e pianti altrui.

E’ l’ambasciatore della morte, in paese, il virtuoso delle corone di fiori come nessun hippie riesce ad essere.

Benito è amico delle cremazioni e nutre inconscia invidia per i becchini ma soprattutto più della musica pop, Benito ama il suono dell’anima del morto che si stacca dal corpo.

Tutti hanno paura di lui ma egli non si prende la soddisfazione di accorgersene.

E resta nel suo silenzio eterno a far paura a tutti.

Con quel nome di battesimo, per di più.

 

 

TUTTO BENISSIMO

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

« Maddy, mi senti?!

Come va, Ciccia?! E’ tanto che non ti sento e mi son detta, fammi sentire quel fenomeno di donna che è la Maddy.

Io?! Tutto benissimo, grazie!

L’anno è iniziato alla grandissima con un sacco di progetti nuovi, caterve di lavoro, il telefono che squilla senza un attimo di tregua, non ho un minuto libero ma non lamentiamoci, cara.

Non lamentiamoci mai, evviva la vita!

Adesso sto seguendo un progetto con un Art-Director famosissimo ma non ti posso dire il nome perchè è top-secret, per fare una campagna ad un fashion brand, top-secret anche quello.

Una cosa high-budget, molto esclusiva.

Posso dirti solo che sarà una join-venture di giovani artisti di street-style e body art, che faremo del food-jogging a Central Park, una cosa ricercata però eh, non la solita burinata.

Anzi, un’avanguardia direi ma non so come spiegartela adesso perché, sai comunque l’Italia non capisce di queste cose.

Anche se tu sei una che gira parecchio.

Comunque penso che farò avanti e indietro con the Apple per duemila riunioni, vediamo. Sono gasatissima, guarda!

Le feste?! Tutto benissimo!

Quest’anno le ho passate tranquilla, a casa con la famiglia, sai com’è, a noi piace fare clan!

Giampi ordina un po’ di catering biologico in questo mercato rionale online che si chiama chilometri meno due, lo conosci?

Ti mando il link, cara!

Ti portano i germogli saltati in duemila modi e poi lui si scarica questi tutorial di cucina macrobiotica che vanno tanto adesso e si diverte come un pazzo.

Così abbiamo fatto un Natale un po’ fusion, che ci piace far provare ai ragazzi le contaminazioni, gli influssi internazionali anche a tavola, tofu, noodles, bacche..

La Maya?! Creatura della mamma, è cresciutissima!

Ha iniziato a fare yoga con la mamma, poi le facciamo prendere lezioni di questa nuova danza sciamanica che arriva dalla Papua, la Gururoa, la conosci?! Una specie di ballo lisergico sullo stile di Ayahuasca che tira fuori l’estro tribale ai bambini, fanno lezione solo in cinque con questa maestra illuminata che mi costa un fottìo ma ne vale la pena.

Arash? Il mio piccolo uomo, Maddy!

Ti ricordi che sta imparando a suonare le campane tibetane?!

Beh, a Natale ne ha ricevuta un’altra dai nonni, due metri e mezzo di diametro, praticamente quando la suona ci corre intorno!

Mi sa che quest’estate lo mandiamo a fare pratica in Nepal, c’è una scuola super esclusiva dove fanno fare ai ragazzi anche un po’ di jam-session con altri strumenti antichi, resta fuori tre mesi poi rientra che gli ricomincia la steineriana, i corsi di hockey sulla sabbia, l’acrobatica circense ucraina e il flauto traverso per non vedenti tutti i giovedì.

Anche lui, un agenda più full di quella della mamma!

Si, guarda, lo facciamo studiare con un maestro che insegna ai ragazzi ciechi perché ci hanno detto che in questo modo sviluppa una sensibilità diversa sullo strumento, una roba emotiva che mi lavora sui chakra del ragazzino.

E’ un nuovo studio di una psicologa ebrea che vive in Maine e lavora anche sulle foche monache, ti mando il link anche di questo, se vuoi, carina mia.

Poi a Pasqua lasciamo i ragazzi con la tata madrelingua inglese e io e Giampi ci facciamo qualche giorno in questa SPA marocchina pa-zze-sca.

Una toccata e fuga, guarda ma almeno ci riprendiamo un attimo che siamo stra-vol-ti.

Senti Maddy, ti saluto che come al solito sto coi minuti contati, devo vedere l’assistente di un big boss della fotografia digitale.

Ascolta solo una cosa: ti secca se ti giro il mio materiale appena riesco ad avere un minuto di tempo, tipo stasera?!

Il mio showreel, il mio showcase, il mio website.

Così se senti che qualcuno cerca un free lance, un’out-sider in agenzia, un soggetto multitasking, un brand-developer, che so.

Insomma, sto cercando ma più che altro per rilassarmi, qualcosina che tappi i buchi della noia, che nel poco tempo libero io mi annoio a morte, Maddy.

Anche part-time eh, una consulenza one shot, una collaborazione running ogni tanto ci sta, no?!

Un paio di fatture in più all’anno poi non farebbero mica male adesso che abbiamo i due levrieri mongoli con la loro dieta alla fassona.

Come dici?!

Ah. Ehm..ma si dai, va bene anche al bar dell’agenzia.

Un progetto un po’ umile, un po’ low-profile mi farà bene ora che va tanto di moda il charity.

Come dici, Maddy?! Ah, ehm…

Ma siii, dai! Anche fare le fotocopie che fa tanto cool questa cosa del coming-back to the street.

To the print in realtà.

I bagni? I bagni dell’agenzia?! Beh, Oddio Maddy.

Dai, su, per te lo faccio volentieri, cuore!

Ti mando tutto allora eh, appena ho un attimo.

Tra quattro minuti hai tutto in posta e ti chiamo quando invio, ok?

Ok, Maddy?! Oi?! Pronto?! »

 

Guarda, c’è anche il video di questo pezzo, che bellezza!

 

 

 

QUI GIACE IL CONTATTO GIUSTO

COSE FASTIDIOSE

Non esiste sulla faccia della terra, una parola che la nostra epoca abbia reso maggiormente spregevole della parola “contatto”.

In principio, poverino il contatto, era solo un sostantivo maschile con molti interessi.

Quando voleva rimorchiare le studentesse di astronomia, si riferiva al gesto di un astro che entra o esce dal cono d’ombra del corpo che eclissa.

Se voleva fare il latinista, andava in giro a dire di essere il participio passato di contingere, che vuol dire “toccare” in latino quindi, con questa scusa, si poteva prendere un sacco di libertà anche con le studentesse di latino.

Poi crescendo il contatto è diventato esperto di chimica, di elettrotecnica ma il perché ve lo andate a leggere sulla Treccani, perché questo è un blog di stronzate.

E a proposito di stronzate, non vi sarà difficile ammettere quanto oggi il nostro caro, vecchio sostantivo contatto sia diventato ridicolo.

Egocentrico, effimero, superficiale, oggi questo sostantivo si occupa principalmente di pubbliche relazioni, lasciandosi masticare da bocche di gusto discutibile.

-Ho un buon contatto

-Andiamo a quella festa al Republic?! Possiamo fare un sacco di contatti.

-Non capisco come ci sia arrivato, quello stronzo! Quello era un mio contatto!

-Hai un contatto per entrare lì?

-Vuoi che ti dia il contatto di qualcuno là?

-Contattalo a mio nome.

-Eh…caro mio, se non hai i contatti non vai in nessun posto.

E se quelli che non hanno contatti non vanno in nessun posto, qual è invece il posto dove vanno quelli coi contatti?

Se mi fosse concesso di sognare, vorrei che il posto destinato a quelli che coi contatti ci fanno professioni, meriti e ambizioni, fosse un luogo angusto e pericoloso, una specie di caverna dove questi omini e donnine si ritroverebbero tutti insieme, ad un certo punto della loro vita o della loro morte, magari causata dalla loro agenda strapiena di contatti, che gli è caduta in testa.

Me li immagino, in questo girone infernale esclusivo per PR e genti inserite socialmente, a picchiarsi e a smanacciarsi per entrare alla festa più figa che c’è.

Me li vedo in questo buco nero pieno di transenne e tappeti rossi, di entrate in platea tutte cordonate, di privè e posti riservati ai quali loro, sempre secondo i miei sogni, non avrebbero accesso, perché ci sarebbe sempre qualcuno più fico di loro.

Qualcuno con più contatti.

Qualcuno che conosce il ragazzo della sicurezza, il ministro, la moglie del maresciallo, il figlio del regista, il marito della direttrice marketing, la suocera del signore delle pulizie

Qualcuno che arriva e passa davanti a tutti loro millantando più competenze attraverso lo scrollo dei numeri in rubrica e umiliando il resto degli omini, delle donnine e dei loro contatti miseri.

E questi me li immagino lì, col trucco sfatto e il tablet tra le mani, che restano così, col niente in faccia e nella testa, a guardare quello sconosciuto coi contatti giusti, che entra prima di loro.

Qualcuno morderebbe la faccia al vicino per accaparrarsi il primo posto alle transenne, un altro griderebbe “Lei non sa chi sono io”, un altro ancora si allontanerebbe imbarazzato, dicendo ad alta voce che chiama uno che conosce che sta già dentro, di non preoccuparsi, insomma sogno un luogo dove tutti questi omini e queste donnine si vergognerebbero del vestito che indossano che non è abbastanza firmato, dell’accessorio che stasera proprio non c’entrava nulla, della miseria intellettuale che si ritrovano in tasca, del contatto potente che non hanno, della dignità che c’era il giorno della loro nascita e che ora, non si sa perché, non trovano più, dei confini così stretti di un paese impietoso come il loro, che non consente altra possibilità di riscatto sociale se non la conoscenza di qualcuno che abbia i contatti.

Nel mio sogno, si spegnerebbero le luci e il sostantivo contatto griderebbe nel buio qualcosa di incomprensibile e poi si farebbe esplodere.

 

Vuoi vedere il video del live di questo pezzo?

QUEL LIKE DI TROPPO GLI FU LETALE

COSE FASTIDIOSE

Se sono in una zona coperta da lussurioso wify, non riesco a starmene lontana dal mio smartphone neanche per otto, ridicoli minuti: devo cliccà.
Se so che ho linea internet gratis e supersonica, mi metto lì e non vado certo sul sito di Micromega, per leggere cosa succede nel mondo; mi tuffo su instagram e twitto un inferno di foto e stronzate.
Però al contrario di voi, io ho una giustificazione: vivo in un posto dove l’adsl è come l’acqua in Burkina Faso.
La fibra, nella mia casa in cima alle colline, è solo una che ti mangi la mattina per andare in bagno regolare, quindi è normale che quando vado in città e sul telefono appare la linguetta che segnala rete poderosa e gratuita, mi esalto e perdo di vista la mia dignità intellettuale.
Voi che invece avete internet facile, veloce e quotidiano, dovreste imparare a praticare la disciplina del digiuno telematico, che forse è davvero l’ultima tendenza in fatto di stilosismi: godersi otto minuti di vita senza dirlo agli altri è davvero da fighi.
Fotografare solo con gli occhi il presente, non sentirsi obbligati a taggarci sopra un amico, smettere di fare petting con l’ Iphone e non aspettarsi un centinaio di like, è la nuova, vera libidine. 
Ma forse è roba troppo d’avanguardia, il digiuno telematico, come un quadro di Fontana all’epoca in cui uscì.
Il like possiede ancora la nostra vita perché il social possiede le redini della costruzione di un’opinione che gli altri si fanno di noi.
Il like: uno strumento talmente potente che non puoi permetterti di utilizzarlo piacevolmente a cazzo come un tempo, ma devi farlo con giudizio, dopo un’analisi preliminare molto accurata, perché con un click puoi combinare un sacco di guai.
C’è chi per un like di troppo o uno in meno, ti cancella dalle amicizie, non vuole più vederti o ti tiene il muso.
C’è chi fa delle analisi statistiche sull’andamento della propria vita, basandosi sui likes e in base ad essi si deprime, si esalta, cambia la foto del profilo o stermina la famiglia.
Ci sono quelli che ti tengono d’occhio, che ogni mattina si svegliano e sanno che dovranno avere più likes sia del leone che della gazzella o almeno di tutti i colleghi, ma soprattutto sanno che dovranno controllare con ferocia e precisione se tra i tanti apprezzamenti che affollano il loro status, c’è il tuo o se ti sei dimenticato di loro.
E a quel punto è la fine. 
Tu pensi che il tuo like passi inosservato tra i cento presenti, pensi che non farà la differenza e invece loro sono lì, ad aprire la tendina per scrutare uno per uno, tutti i nomi della lista di mi piace che hanno collezionato e se il tuo non c’è, sono cazzi amari. 
I precisi del like io li immagino a produrre un report settimanale con la curva del loro gradimento, seduti ad un tavolo da architetto.
Me li immagino a compilare una ricerca accurata dedicata ai likes d’affetto, quei likes che non hanno niente a che vedere con la qualità o il gradimento di ciò che hanno postato, ma che fanno riferimento solo alla fedeltà di un amico.
Una specie di like a prescindere, dentro il quale è presente il sotto-testo: “ti voglio bene, qualsiasi cosa tu faccia, amico mio, anche se posti un brano degli Slayer, per me tu sei il migliore!”
 Per quanto mi riguarda, metto un sacco di like per timore di ritorsioni; ci sono però dei post davanti ai quali la mia mano si paralizza: quelli con le foto degli animali travestiti da neonati o di ragazze che guardano la luna con frasi poetiche in sovrimpressione, tipo:
”Il cuore di chi ama vive per sempre”, “La gelosia è la bellissima spina nella rosa dell’amore”, “chi mi ha mentito non mi merita”.
 Quando vedo immagini di questo genere vorrei che oltre al “mi piace” e “non mi piace”, ci fosse il bottone “va a farti fottere” .
Una emoticon a forma di catena di cesso, perché ormai il dito medio è troppo inflazionato: una bella catena che quando ci clicchi sopra ti fa anche l’effetto sonoro.
A quel punto, la si potrebbe adottare anche con quelli che ti mandano le catene su whatsapp: 
”Se invii questo cuore ad altre dieci amiche alle quali vuoi bene, tra tre ore e quindici si avvererà un desiderio! L’ho provato, funziona!!”
Te la dò io la catena, imbecille. 
- “L’amore è l’incontro tra due persone scritto nel muro del destino!”
- “Arianna ti ha inviato uno sciacquone!”
 Gli individui che cercano di abbordarti via social network sono un’altra categoria che annegherei nel mio sciacquone telematico. 
C’è un esercito di creature deplorevoli di tutti i sessi, che tenta approcci da elemosina con messaggi pieni di cuori, accompagnati solo dal miserabile testo: “CIAO”.
Ciao cosa?! Chi sei?
Insomma, un messaggi su facebook è gratis, perché non investi un paio di secondi e di pelle delle dita per scrivere almeno un “Ciao, sono Biagio e mi piacerebbe conoscerti”.
Perché solo questo CIAO che presuppone che io già sappia cosa vuoi? Un CIAO che include tutto un sotto-testo di sussurri che dicono “Mi annoio a morte, Ti va ti limonare in rete?”
Prima di partire con lo sciacquone, mi piace fingere di essere cordiale e di voler approfondire: 
-Ciao, ci conosciamo?
-No, piacere sono Biagio.
-Ciao Biagio, capisco che non sia facile intuire dal computer il tono della mia domanda, ma c’è un’altra possibilità di traduzione oltre al “Ciao vogliamo conoscerci?” ed è “Ho mai incrociato realmente il tuo muso purulento in giro, di persona?! Oppure la tua vita è così malmessa che fai un giro sui profili degli sconosciuti per mandare “ciai” a random, e vedere che si rimedia?”
-Non fare l’antipatica, dai. Possiamo vederci per un aperitivo se ti va, così ci conosciamo dal vivo e non hai più scuse!

(faccetta, faccetta, faccetta)

-Guarda Giacomo, ti ringrazio ma è da quando sono piccola che rinuncio con dispiacere alle caramelle drogate per la storia di non dar retta agli sconosciuti, figurati se mi accontento di un aperitivo. Se tu e la tua Alfa 133 che hai sulla foto del tuo profilo, siete in cerca, uscite. Andatevene ai giardinetti, al bar, all’oratorio o agli apericena, ma vi prego: abbiate cura di voi fuori dalla mia portata anche telematica.
Sciacquone.
Mi spiace ammetterlo ma trovo irresistibile certa umiliazione via cavo perché è nazional-popolare, puoi sfogarti senza sapere ceto sociale e professione, toglie ogni filtro di buon costume e puoi accanirti in maniera libera senza temere un sguardo che potrebbe farti tenerezza o compassione.
Così, un innocuo CIAO, un campione qualsiasi di umanità preso a caso e in contropiede, diventa l’agnello sacrificale di tutte le mie insofferenze sociali.
E il wify manco si paga.

Vuoi vedere il live del pezzo, dal reading tristocomico di Madame Pipì?

DELIRIUM SELFIES

SINFONIE

 

Da quando è nata la moda del selfie sono aumentati i ricoveri al pronto soccorso.

Siamo disposti a fare doppi salti carpiati pur di farci un selfie quando il momento è propizio e anche io quando meno me lo aspetto mi pianto in faccia il telefonino e scatto, noncurante di cosa stia pestando mentre cammino.

Sono troppo impegnata a settare la perfezione della mia espressione per badare alla mia incolumità.

Tutti i giorni nel mondo c’è qualcuno che mette a rischio la propria salute per farsi un autoscatto;

Già: mi piacerebbe dare il giusto rispetto al termine originale però mi rendo conto che “autoscatto” non regge il confronto, non rende l’idea quanto la parola “selfie”, un termine da Caro Diario ma anche da top di H&M insomma, un termine fico.

Quindi a malincuore mi tocca mantenerlo per tutta la durata di questa mia breve riflessione, il fottuto termine che è selfie.

A causa sua perdo quotidianamente un po’ della mia dignità: mi arrampico in cima al tetto della mia auto coi tacchi, mi sdraio sulla striscia bianca a metà carreggiata oppure faccio le corna dietro la schiena del bodyguard, in discoteca.

Pur di selfarmi accetto di slogarmi le caviglie, di sbucciarmi il ginocchio o di sbattere la fronte contro il cartello piazzato fuori dal ristorante dove ho scelto di fare check-in.

Pur di postare il mio musaccio sul muro del mio social sono disposta ad appoggiare la nuca contro il muro vero, quello della metropolitana di Londra, accanto alla piastrella con il nome della fermata e a dozzine di sputi e schizzi non identificati. Quanti cellulari caduti nel cesso, quante fronti contuse a causa del “selfie aereo”, lo scatto dall’alto che richiede equilibrio e forza mostruosa nelle braccia da vero rugbista e chissà quanti schiaffi e quante monte a sorpresa i rugbisti, mentre si fanno il loro selfie in campo per far emozionare le ragazze col loro faccione infangato.

A me piace selfarmi nei boschi per far vedere che il lunedì mattina passeggio sotto i castagni mentre gli altri sono in ufficio ma in autunno piove e cadono le foglie, le vigne sono spoglie e il panorama alle mie spalle è troppo triste per non essere photoshoppato e così, quando gli altri escono dagli uffici io sono ancora lì, con la faccia dentro al computer a ritoccarmi il selfie.

Il selfie crea dipendenza, uno tira l’altro, non riesci a resistere. Sono in ascensore con sei amiche e le convinco a farci un bel selfie ma non tengo presente che il peso di sei femmine e delle loro borse, spostato tutto da un lato, sposta di asse l’ascensore che magari si blocca e a quel punto vai di selfie che scriviamo su facebook che siamo bloccate in ascensore!

C’è una vecchietta che non trova posto sul tram ma cosa me ne fotte, guarda che bel selfie che mi faccio adesso, seduta e comoda col finestrino e la città che fugge dietro!

Al volante. Che meraviglia il selfaggio selvaggio mentre guido! Nel traffico però devo essere discreta perché è proibito e poi la gente dentro alle altre vetture mi può vedere e pensare quanto sono cretina, sempre che non si sta selfando a sua volta. Allora metto il cellulare davanti al conta chilometri, ammucchio le labbra tutte al centro della faccia e scatto in pochissimi secondi, tornando poi subito ad un’espressione asettica, discreta, da traffico.

A tavola si fredda tutto ma vuoi mettere selfarsi davanti al risotto coi funghi?!

Amo anche farmi i selfie coi bambini che piangono, mi metto al fianco di mia nipote quando piange con tutto il muco che gli cola sul piccolo mento e mi selfo con la faccia dispiaciuta: più piange più il selfie si perfeziona e tocca punte di eccellenza.

Da quando c’è il selfie vado più spesso dal parrucchiere perché la foto col taglio nuovo è una consuetudine accettata dalla società come una legge anzi, di più. Speriamo solo che non se lo faccia il parrucchiere il selfie, mentre mi taglia i capelli che magari si sbaglia e con la giugulare recisa potrei perdere, più che la vita, la sensibilità al braccio e non potermi più selfare.

Sarebbe orribile.

Si selfie chi può, selfamo un selfie, ci selfiamo domani, li selfacci tua.

 

IL RAGAZZO COL SACCHETTINO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non so perché continuo ad andare alle feste o peggio, a quelli che la gente definisce party.

Ogni volta mi dico che sarà l’ultima eppure sono recidiva.

A giustificare il party che pensavo bello, di questa sera posso dire che, dopo innumerevoli feste noiose, l’invito sembrava finalmente seducente: fiumi di vino artigianale, musica funky di ottima qualità e una bella terrazza.

Invece quando arrivo lì, trovo un numero straordinario di amici che conosco e che non vedevo da tempo.

Normalmente ci si sente in imbarazzo quando si arriva ad una festa dove ci sono solo perfetti sconosciuti.

Nel mio caso sono a disagio quando arrivo in un posto e trovo le sale della festa piene delle solite facce dei conoscenti assidui del cazzo.

I conoscenti assidui sono quelli che per tutta la vita non frequenti o non vuoi frequentare, quelli con cui magari ti ci dici solo Ciao da quindici anni e che, per una fastidiosa alchimia ce l’hai sempre tra i coglioni in ogni occasione mondana.

I conoscenti assidui quando ti scappa la pipì ad una festa, si posizionano sul tragitto che traccia la traiettoria tra te e il cesso e cercano con domande assurde e personali, di fartela fare nei pantaloni.

Sono suppostamente amici quelli che incontri e che ostruiscono la porta del cesso o il tavolo degli alcolici, interessati a salutarti solo per sapere se stai facendo qualcosa di meno interessante di loro per poterti mortificare coi loro successi.

Ma ciò che rende il caso di questo party più triste degli altri è che i suppostamente amici di stasera, dopo aver sbrigato le formalità dei loro Ciao fittizi, finiranno per fare alcuni gesti di stampo vergognoso, facinoroso, illegale, criminale o distruttivo nei confronti della location, rigorosamente davanti a tutti gli invitati che l’indomani saranno pronti a telefonarmi per dire ” comunque quel tuo amico è completamente fuori di testa”.

Allora vorrei urlare una volta per tutte e dire che non si tratta di miei amici, ma di fottuti conoscenti assidui!

Eppure le voci fuggono e si diffondono in società così, ogni volta che arrivo ad una festa e ne avvisto uno mi sento tremendamente a disagio mentre lo saluto col sorriso duro e rigido come se avessi appena masticato un tubo di calcestruzzo.

Stasera poi ci sono proprio tutti, compreso Lucio.

Lucio non è pericoloso in quanto Lucio.

Lucio è pericoloso in quanto formula Lucio + compagnia dei suoi amici di sempre e quelli si, che sono suoi amici.

Non per niente in Arancia Meccanica hai la sensazione che il problema della banda sia rintracciabile nella loro amicizia e che in realtà, quei ragazzotti, se presi singolarmente non sarebbero poi così pericolosi.

Lucio la banda di amici ce l’ha e, anche se non sono ancora arrivati a stupri e rapine (non ne sarebbero in grado), non vuol dire che si tratti di invitati nocivi anzi, a dirla tutta Lucio e i suoi amici sono il ritratto di un disagio molto meno spettacolare della Banda dei Drughi.

Già dal punto geografico in cui viene prodotta la Coca viene notoriamente appesantita con scarti di medicinali, figuriamoci all'arrivo in Italia, cosa arriva nel povero naso del povero Lucio...

Descrivendo Lucio, descrivo il resto della banda: faccia simpatica e pallida, appena sopra i quaranta, Lucio è il disegnino povero di un personaggio de La Grande Bellezza, come avrete intuito.

I suoi quaranta e qualcosa li ha passati tra Roma e la Thailandia.

I conti in banca del papà e della mamma di Lucio sono importanti e soprattutto sempre aperti e a disposizione dei pruriti di Lucio.

A proposito di pruriti, Lucio non ha mai l’aspetto di ragazzo dalla corretta igiene personale quindi è anche il disegnino piccolo del grande Lebowsky.

Lo incontri al supermercato a comprare porcherie in pigiama, con barba sfatta e alito demoniaco, lo incontri all’aperitivo con la camicia di lino bianca, la barba sfatta, l’alito demoniaco e il naso che gocciola.

Lucio si droga, è inutile che ci giriamo intorno.

Ma quello che mi fa più rabbia di Lucio è che viaggia sempre a metà strada tra la vergogna di drogarsi e la goliardia di essere tra quelli che lo fanno.

Mi spiego meglio: ci sono serate in cui ti chiedi che ne sia di Lucio e della sua banda, visto che poco prima erano tutti in salotto e ora non c’è più nessuno.

Quelle sono le serate in cui Lucio e la sua banda si vergognano.

Non si sa perché ma con lo stesso atteggiamento dei bambini che devono togliersi il costume davanti a tutti dopo l’ora di piscina, anche Lucio e la sua banda fanno la fila timidi davanti alla porta della toilette, comunicando a sguardi e sussurri prima di entrarvi e chiudersi a doppia mandata, a coppia, due, tre.

Dovranno togliersi il costumino anche loro?

A sfatare il dubbio stasera ci penso io e, con un bicchiere di troppo, prendo il coraggio che manca alla mia generazione e mi metto a bussare alla porta del cesso, dicendo a voce alta “Lo sappiamo che vi state facendo le righe di coca, lo ha capito anche il barboncino della padrona di casa, dobbiamo fare finta di non essercene accorti per un motivo preciso o si può avere di nuovo accesso al gabinetto?! Perché se si tratta di un motivo connesso all’ illegalità della faccenda, sappiate che siamo ad una festa privata, non vi vedono le forze dell’ordine e semmai qualcuno volesse chiamarle, siete tutti chiusi in bagno quindi fottuti e pronti per essere arrestati in un luogo piuttosto umiliante”.

A onor del merito mi tocca ammettere che capitano anche serate in cui nella banda si respira goliardia, quelle in cui tutti aspettano Lucio che “chissà quando arriva/ha tutto lui/speriamo che ha preso quello che doveva prendere/appena arriva ci divertiamo/io lo pago domani/stasera mi devasto” etc.

Così quando arriva, Lucio è la vera superstar e mentre tutta la banda lo assedia e gli balla intorno come si fa con un capo indiano, lui sbava di piacere perchè sente che tutti gli vogliono bene.

Ma io sono come la morte che aspetta con la falce dietro gli angoli più inaspettati e me ne sto lì, nell’ angolino del salotto a guardarlo, pronta a dirgli la verità, semmai mi verrà chiesta opinione.

Lucio sembra me quando porto la pappa al mio gatto e lui ronfa, si struscia contro e sembra aver visto la Dea Luna.

Poi, quando ha finito di mangiare e sta digerendo coi baffi ancora unti, già gli faccio schifo e neanche mi guarda.

Le droghe di Lucio sono proprio come i croccantini.

E proprio come una gattara, anche Lucio arriva alle feste col suo sacchettino di MDMA, distribuisce, fa felici tutti, come il druido di Asterix ,a il giorno dopo, se ci fossero le possibilità informatiche di creare un collegamento video tipo Grande Fratello, con una diretta in mondovisione nelle case di tutta la banda, il pubblico vedrebbe come le controindicazioni del sacchettino di Lucio siano comuni: un tripudio di mal di vivere che a confronto Jeff Buckley era un ragazzo che gioiva alla vita!

Il punto non è morale, spero si capisca.

Il punto è che il sacchettino è una piaga non in quanto droga ma in quanto croccantino che tiene sveglia la socialità.

Lucio e la sua banda non conoscono le droghe che assumono, le pigliano chissà dove senza preoccuparsi del fatto di non essere più giovani e così, non solo si compromettono fisicamente ma diventano anche fastidiosi.

La banda del sacchettino infatti, può dividersi in due correnti di pensiero:

Quelli che importunano gli invitati urlando nei loro timpani quanto abbiano la vita sotto controllo, quanto stiano bene e quanto siano molto occupati sia nel lavoro che in amore.

Sputano blaterando quanto abbiano dimenticato la ex con facilità oppure tengono i poveri interlocutori per un polso o un braccio in modo da non farli fuggire, mentre loro gli gridano contro tutto quell’entusiasmo artefatto.

Quando Lucio esagera davvero te ne accorgi perché anziché tenere i polsi, ti prende direttamente la faccia nelle sue manone, che se provi a scappare lui ti rompe il collo senza volerlo.

Non devi scappare, devi ascoltarlo altrimenti è il disastro, potrebbe fare qualsiasi cosa, persino mettersi a piangere a dirotto e gridare che è tutto un inganno che in realtà è triste da far schifo e non sa come essere all’altezza di una vita così impegnativa.

La seconda categoria mi rompe particolarmente il cazzo perché include coloro che ballano come forsennati, non avendo però la minima idea dello spazio occupato dal loro corpo e dagli ostacoli mobili e immobili presenti nel raggio in cui stanno ballando.

Un raggio che poi non è mai un raggio preciso ma una serie di linee molto curve.

Loro ballano perché è una festa, ballano e si lamentano di quelli che non ballano insultandoli.

E così stasera mi costringono a ballare anche se io volevo starmene rilassata sul divano a chiacchierare con l’amica.

Arriva uno e mi piglia per il solito polso, sempre insultandomi con quel tipico grande sorriso divaricato che sembra gli si spacchi la mascella da un momento all’altro, poi inizia a farmi roteare fino a quando la flebile e nervosa presa non mi molla, facendomi finire a peso morto, contro un comò.

Il dolore acuto che sento sul fianco, domani sarà un livido viola ma lo stronzo della banda non mi raccatta perché si è già dimenticato di me e sta di nuovo rastrellando altri soggetti per coinvolgerli nella sua danza chetaminica contemporanea.

Dopo qualche ora, la corrente di quelli che si sono sfogati sui timpani degli invitati mi saluta a braccio teso, con mio profondo imbarazzo ed esce dicendo di andare ad un’altra festa.

La corrente dei ballerini segue il flusso, per fortuna senza salutarmi.

A festa finita, anche stasera come ogni volta, mi propongo come volontaria per dare una mano a sistemare il disastro che Lucio e la sua banda lasciano dietro di loro, come un’orda di barbari lisergici.

Poi scendo le scale affranta in compagnia di un paio di amiche, volontarie come me.

Giù per la tromba delle scale, in strada, sugli scalini, nelle macchine parcheggiate, ci sono tutti i componenti della banda, Lucio incluso.

Sono passate due ore dai saluti e loro sono ancora lì sotto: c’è chi chiede una sigaretta ai passanti, chi vomita, chi dorme in auto con la portiera aperta (Lucio), chi piange al telefono con quel famoso ex che in realtà non ha dimenticato manco per un cazzo.

Le amiche mi guardano e mi chiedono incuriosite “Ma quelli lì non sono i tuoi amici di prima ?!” .

GIULIANO ovvero MEGLIO ADOTTARE UN CANE O UN GATTO DI UN UBRIACO

COSE FASTIDIOSE

Se quando pensate di voler adottare un cane o un gatto non siete disposti a cedergli il vostro divano bianco inamidato perché gli animali devono vivere come tali e non come le persone, provate a riflettere se al posto di un animale vi venisse dato in adozione un uomo alcolista.

Immaginate che ci fosse un programma statale obbligatorio che in base ad un certo reddito vi obbligasse a tenere in casa in stallo, una persona spesso sbronza.

Se pensate che l’incolumità della vostra dimora possa essere messa a repentaglio dalla presenza di un quadrupede è praticamente certo che nella vostra vita, non avete mai condiviso gli spazi con amici come quelli che ho io.

Molto meno addomesticabili, possono bastare già un paio di vostri amici (quelli giusti) a farvi cambiare idea circa gli animali domestici in casa.

Anche se siete quelli con la fissa della casa senza peli in giro.

Perché esiste una particolare bava di birra e briciole di pizza che nessun boxer potrà mai produrre.

Se vi fermate un attimo a riflettere, capirete che il vostro gatto è astemio da sempre e riuscirà quasi sempre a centrare la lettiera, al contrario del vostro amico Giuliano dopo 7 birre.

In più gli ubriachi agiscono in gruppo mentre i gatti non sono così sociali nelle imprese distruttive. Gli ubriachi si.

E ancora a proposito di bagni e di attacchi in branco, cosa dire delle donne ubriache?

Meglio quattro maremmani per casa che due donne al trucco.

Al cane bastano venti minuti al parco.

Alla fidanzata, sia sobria che ubriaca, ne occorrono almeno ottanta per capire se la collanina che ha messo è in tinta col rossetto.

Gatti: dormono di giorno e giocano di notte.

Ubriachi: lavorano di giorno e spaccano le case altrui di notte.

Per il cane ci siete sempre e solo voi.

Per il vostro amico Giuliano ci sono tantissimi voi che si sdoppiano.

Il cane vi vorrà bene per sempre, Giuliano sarà sempre convinto che non gli abbiate mai voluto bene e ve lo dirà piangendo in mezzo a una strada.

Il gatto vi scalda il letto, dormendoci a pallina sopra. Gratis.

Quelli come Giuliano scaldano il sofà con peti al Vermut, consumandovi la dispensa e tenendo la tv accesa a tutto volume, guardandola con gli occhi bianchi.

Cani: alle feste sempre i protagonisti più coccolati.

Ubriachi: alle feste sempre i soliti che fanno chiamare la polizia ai vicini.

A loro modo anche loro protagonisti ma il giorno dopo, al commissariato.

Il gatto potrà imporre qualche giusta punizione, come una smossa alla terra nei vasi o la tappezzeria scrostata dalle unghie.

Ma vogliamo mettere a confronto questi dispettucci con Giuliano che tira giù la libreria perché pensa ci sia un libro interessante in cima ?!

Quando è l’ora di cena, gatti e cani aspettano voi.

Quando sono passate due ore dall’invito che avevate fatto e il risotto scotto, voi state ancora aspettando quelli come Giuliano.

Chiaro, poi magari Giuliano si presenta con una buona bottiglia di vino e allora viene perdonato.

Per poterne gustare un dito però, bisognerà strappargliela dalle mani (e a volte bisognerà essere almeno in due, a farlo)

Il cane vi porta la pallina, il guinzaglio e il giornale.

Giuliano può portarvi al massimo un paio di amici con la fedina penale discutibile.

Il cane, il gatto rispondono certamente al loro nome quando li chiamate.

Giuliano non sempre risponderà, soprattutto se lo state chiamando perché è immobile in mezzo a una strada, fatto di birra rossa.

Avere un cane per quindici anni non sarà mai impegnativo come avere Giuliano e tutti i suoi amici a casa ogni domenica a vedere la partita.

Questa breve indagine sociale spiega come ci sia un Giuliano nella vita di ognuno di noi, da accogliere e sostenere.

Meglio accogliere e sostenere un cane o un gatto, come avrete dedotto.