MORTE DEL CONSIGLIO ALTRUI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra le circostanze che mi rendono una donna fortunata, pur senza che io me ne accorga del tutto, c’è il fatto inconsueto di non avere necessità del consiglio altrui.

Mi dispererei all’idea di venir privata delle persone nelle quali ripongo fiducia, con le quali uso confidarmi; sarebbe doloroso non averle più accanto perché queste persone oggi mi restano accanto pur sapendo che poi, dopo il loro consiglio farò sempre e comunque come cazzo mi pare e piace; la loro opinione su fatti che mi riguardano mi trapassa con la stessa potenza di un alito di vento nel deserto, a mezzogiorno, lasciandomi indifferente dentro e fuori e questo fatto mi permette di amare sinceramente queste persone, a prescindere dall’opinione che hanno di me giacché essi sanno che per me, tale opinione andrà molto probabilmente tra i rifiuti organici.

L’indicazione affettuosa ad agire in un determinato modo, il consiglio spassionato di chi c’è già passato, la lungimiranza altrui offerta gratuitamente senza richiesta alcuna da parte mia m’infastidiscono quanto il volo di una mosca in piena faccia poiché tutto di me tende ed è proteso a far costantemente come cazzo crede.

Sono fortunata ad avere ancora la fedina penale pulita: vuol dire che la mia capacità di discernimento non è poi così male.

A pensarci meglio, la capacità professionale di dar retta solo a me stessa non nuoce la società ma solo a me stessa perché, non dando retta ai saggi che popolano il mondo, combino una dose massiccia di cazzate nella mia vita personale.

Ma si tratta comunque di cazzate homemade!

Ogni piccolo protone di una singola cazzata che compiamo scientemente è frutto di un nostro personale atto creativo mentre il consiglio altrui è un noioso prestampato a metà strada tra Osho e Lessico Amoroso.

Se vogliamo davvero far felice il prossimo mettiamoci a dieta dalle frasi che iniziano con “Secondo me…”, “Se fossi in te”.

Riponiamoci al nostro posto e nessuno si farà male, specialmente gli altri dietro nostro consiglio sbagliato.

 

Ps. Il disegno in copertina è colorato da me.

 

AUTOCENSURA IGIENICA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

 

“Arianna, perché non scrivi mai di Salvini?!”

 

La nostra ossessione mediatica per Salvini ci ha puniti tutti.

Questo giornaliero buon proposito di far da cassa di risonanza sui social ai fatti spiacevoli di questo ragazzo ha fatto in modo che il suo volto replicato su milioni di bacheche divenisse un volto di cui, nostro malgrado, ci si affezionasse (un po’ come avvenne con il signor Berlusconi, se non sbaglio), ed ora eccoci qui.

Eppure, se è vero che si possa e si debba sempre apprendere da qualsiasi lezione, a livello sociale questa punizione ci consente una riflessione che potrebbe ancora risultare costruttiva.

Nel mio piccolo, ad esempio ho ricevuto moltissime richieste dal pubblico di questo tipo: “Perché non parli di Salvini? Parla di Salvini!”

Perché chiedere ad un autore comico di parlare di Salvini?

Forse perché si sente con prepotenza, la necessità di sdrammatizzare riguardo un argomento, di per sé drammatico?!

Da quando quel ragazzo è diventato ministro, tutti i comici si son lanciati in siparietti che lo disprezzassero come persona e come istituzione ed è piuttosto facile farlo poiché questo ragazzo è il soggetto perfetto per qualsiasi drammaturgia satirica (nel caso in cui ce ne fosse davvero, in Italia, di drammaturgia satirica).

A livello personale, il soggetto ha sempre mostrato di fare scelte bizzarre e di basso profilo che ben si prestano ad esser sceneggiate;

mi viene in mente, ad esempio, la sua copertina per un rotocalco di gossip, in cui si fece ritrarre a letto, vestito solo di una cravatta verde bosco oppure della sua attitudine a fidanzarsi con gente discutibile od ancora tante delle innumerevoli fregnacce raccontate da pubblicazioni che dovrebbero fallire, se Dio amasse davvero l’Italia.

A livello istituzionale ha incentivato tutte le peggiori pulsioni del cittadino italiano medio, spunto di partenza eccellente per qualsiasi scritto umoristico.

Meno per qualsiasi strategia politica volta a migliorare il paese.

A livello ideologico è riuscito a far leva sul ceto che manca di preparazione storiografica per proporre questa storia indigeribile che il vero problema in Italia sia l’immigrato e non l’italiano corrotto e contestualmente, col suo potere ed il nostro consenso, continua a sovvenzionare le carceri libiche e le torture contro esseri umani considerati di seconda categoria rispetto a noi.

Poi c’è la parte soubrette di Salvini (tipica del politico italiano a partire dagli anni novanta), coi suoi concorsi a premi, le sue brutte figure, sintomo della mancanza di educazione di cui soffre il paese tutto, non soltanto lui ed ecco che il personaggio comico c’è già.

Non v’è alcuna necessità di crearlo da nulla: Matteo Salvini è lì per i comici, pronto da scartare come una caramella e facile da raccontare.

E’ facile fare un siparietto con questo ragazzo.

Meno facile proporre un siparietto che schernisca il tessuto sociale, la tragicomica decadenza di costumi e della morale degli italiani che ha causato l’ascesa di questo ragazzo.

Complicato far ridere dandoci dei coglioni, ignoranti, pigri, razzisti, corrotti e con le felpe con la bandierina dell’Italia sul petto.

Molto difficile per un povero comico italiano di oggi riuscire a far sorridere con un tale reportage di merda sul nostro paese e perciò meglio accanirsi sul politico specifico e non sulla cittadinanza che aderisce ai suoi principi lontani dalle altezze culturali di un paese che si vanta di essere ancora ciò che fu secoli orsono.

Funziona così da sempre: ci piace sorridere delle persone che governano, non delle cazzate che facciamo come elettori.

Così, comici ed elettori continuano a fare cabaret di basso profilo ed il nostro futuro è l’unica tragedia presente in palinsesto.

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L’ATTIMO PRIMA DELLA PARTENZA

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Un pezzo scritto ed interpretato per il Festival Mosto 2018 sull’annoso tema “L’attimo prima della partenza”. 

L’attimo prima della partenza è l’ultima possibilità che Dio ti offre per formulare a te stesso un quesito fondamentale:

sto per viaggiare da solo?

Sono davvero così fortunato e baciato dal Signore da aver trovato il coraggio di partire, finalmente, per beneamati cazzacci miei?

Ascolta, amico: se stai per viaggiare da solo non potrà succederti nulla di male, nonostante la cronaca nera cerchi di dissuaderti, a riguardo.

Ma se accanto al sedile dove hai posato le tue chiappe turistiche vi è putacaso un compagno di viaggio, la tua sposa, tuo fratello o la comitiva dei coscritti, hai ottime ragioni per considerare il tuo viaggio gloriosamente fottuto.

Perché un buon compagno di viaggio è più raro di un ufficio pubblico funzionante in Italia, più pregevole di una canzone antecedente al periodo cupo di rap e di talents che stiamo vivendo, più prezioso del tesoro di Mussolini che riposa in fondo al lago di Como mentre sulla terra, impazza la sua ideologia.

Ci sono poche speranze che, nel corso della tua breve vita tu possa godere della compagnia di un amico che sappia davvero viaggiare, oltre esserti amico, impresa già ardua.

Nel caso dovessi incontrarlo, quel compagno di viaggio, tienitelo stretto, demonio ladro, perché il tuo viaggio sarà beatitudine: sarà un’esperienza più gratificante dell’acquisto di un’isola siciliana per 4,50 euro iva esclusa, sarà più rigenerante di una spa esclusiva per te e Sting che suona la chitarra nel bagno turco.

Ma, nel caso in cui il tuo compagno di viaggio sia una persona raccattata, conosciuta, sposata soltanto per non dovertela cavare in solitaria, sappi, amico del festival che l’attimo prima, durante e dopo la partenza sarà fatto di pianto, stridore di denti ma soprattutto di monumentali rotture di coglioni.

E di una litania senza fine che fa più o meno così:

Hai chiuso il gas?

Hai spento la luce?

Hai riempito il dispenser dell’acqua ai gatti?

Hai annaffiato le piante?

Hai inserito la segreteria telefonica?

Hai avvisato tua madre che non ci siamo fino al 3?

Hai preso i documenti, lo shampoo, le ciabatte, le mutande dei bambini, i biscotti che erano sul tavolo, il guinzaglio del cane, le camicie stirate, la maschera, l’ammoniaca, il cuscino per le emorroidi, le chiavi di casa, la macchinetta per l’aerosol, il sussidiario, il tablet, il caricatore del cellulare, dello spazzolino da denti, del powerbank, del computer, del rasoio, dello stereo, della pompa per il materassino, della piastra, del nostro matrimonio?

Hai chiesto al tuo capo se possiamo tornare il 3 anziché il 30?

Hai chiesto al tuo capo se è ancora sposato?

Hai chiesto a tua sorella se alla fine ha comprato la vaporiera ad energia solare?

Hai chiamato il bed and breakfast per avvisare che abbiamo il cane, la macchina grande, mia madre, l’unicorno giù gonfiato, la mononucleosi?

Hai detto le preghiere?

Hai postato la foto della partenza su instagram?

Hai prenotato in quel posto lì che mi piace?

Hai lasciato tua moglie?

Hai accorciato i capelli come va di moda ora?

Hai fatto finta di non vedere cosa stanno combinando con quel povero partito che fu il pd?

Hai staccato la spina alla nonna?

Hai detto ai vicini di chiamarci se vedono dei rumeni che passeggiano davanti casa?

Hai ancora voglia di viaggiare?

 

 

 

IL CHIOSCO CI VUOLE MORTI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho paura che arrivi l’estate.

Ci fu un tempo in cui non vedevo l’ora di percepire, prima di tutti, le prime particelle di quell’inconfondibile, leggerissimo aroma che si diffonde nell’aria, a preludio della primavera e che ci droga un po’ tutti.

Adesso, tremo all’idea di dover sostenere un’altra bella stagione, proprio come Bruno Martino.

Perché, a partire dai primi di Maggio, so che dovrò trovar la forza di affrontare, ancora una volta, i posti all’aperto e le relative persone che li frequentano.

Non c’è pace concessa a nessuna fascia d’età: quando inizia il bel tempo, tutti vogliono bere all’aperto.

I più giovani arrivano al chiosco in massa, con la moto cinquanta di cilindrata, un attrezzo, il cui motore è evidentemente stato progettato da un sordo o da un criminale o da un criminale sordo che cospira a favore dell’inquinamento acustico come arma di distruzione di massa.

Perché la moto cinquanta uccide.

Ma mai quanto la selezione musicale scelta dal sedicenne abbiente, chiuso nella sua macchinina cinquanta di cilindrata anch’essa, che arriva al chiosco e dimostra la sua potenza attraverso la mitragliata di decibel con la quale si stordisce di Rihanna, coi finestrini abbassati e sfrontatissimi.

Da giovani, come avrete intuito da questa brevissima indagine sociale, è la cilindrata cinquanta che allena a diventare coglioni.

Ma il chiosco con le prime birrette estive è democraticamente assaltato anche da coglioni già maturi e ben formati.

Dai trenta ai quarant’anni arrivano al chiosco anche in bici, con più umiltà, almeno apparente: se sono riusciti a passare da casa per cambiarsi, uomini e donne adottano all’aperitivo primaverile, una divisa convenzionale che sembra negoziata in seduta urbi et orbi e invece no perché, pur essendo vestiti tutti uguali, essi stronzi non si sono mai incontrati per mettersi d’accordo.

La divisa è costituita da maglietta polo e jeans per i giovani maschi e da vestitino a fiori per le giovani donne, indossato anche se la temperatura mette a rischio polmonite ed emorroidi, in un’unica soluzione.

Non importa, è primavera.

Non c’è contesto dove la società riesca a mettersi tanto magistralmente d’accordo come quello dell’abito in tale fottuto, inutile ritrovo di tramonto.

Infatti, se i giovani professionisti non sono riusciti a fare un pit-stop a casa e arrivano direttamente dalla sede del lavoro che li sequestra fino a tardi, il povero chiosco e gli astanti saranno circondati da un esercito di portatori di bare, rigorosamente in total-black perché l’accordo universale regge nonostante tutto, nonostante il lavoro e la tavolozza di colori tutta.

Se fai un lavoro considerato serio, tu e il nero siete una cosa sola: una cosa nera.

Come il lavoro.

Arrivano al chiosco anche i cinquantenni che, ormai quasi tutti separati oppure, a maggior ragione, con famiglia, farebbero qualsiasi cosa pur di non rientrare a casa.

Si farebbero pestare ai semafori piuttosto che tornare a casa ad un orario decente.

Se sono single, il rumore della chiave nella toppa di casa loro rappresenta la prima nota di un vecchio pezzo musicale chiamato “La mia depressione ed io facciamo finta di non conoscerci”, perciò tergiversano e sono gli ultimi ad abbandonare il chiosco, ubriachi lerci e con la cabriolet che, purtroppo non è cinquanta di cilindrata.

Persino gli anziani si regalano l’esperienza alienante del chiosco all’aperto, nonostante l’evidente sofferenza che il contesto provoca loro: perché le persone sopra i settant’anni non ce la fanno più a mentire e glielo leggi in faccia che il limone nella bottiglia di birretta è una cazzata perché rovina il gusto, che il reggaeton o la bossa nova diffusi nell’aria, già satura di traffico e sigarette è la colonna sonora ideale per desiderare di compiere un reato.

Glielo leggi in faccia, agli anziani, che un fisico normale non può tollerare quotidianamente pizzette, triangolini di panini farciti, avanzati dalla mattina, salatini, olive e patatine perché si muore per molto meno.

Eppure gli anziani che dovrebbero temere più di tutti la morte, escono e vanno al chiosco come tutti.

Perché l’aperitivo fuori ti fa sentire vivo, guardato e sociale.

Qualora non bastassero gli altri, innumerevoli difetti, l’aperitivo fuori ha anche questo.

Rinunciamo oggi stesso all’aperitivo al chiosco, quest’anno.

Non facciamoci chiudere le arterie da quelle birre prodotte in odore di mafia.

Non compriamo un cazzo di nulla a nostro figlio, che abbia due o quattro ruote, almeno fino a quando non abbia l’età per permettersi una cilindrata dignitosa.

IL PIANO BAR NELLE CARCERI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non conosco nessuno così odievole da meritare una serata in compagnia del piano bar.

Che sia in albergo, in crociera o al villaggio turistico, il piano bar corrisponde al peggiore dei luoghi in terra dove trovarsi senza averne colpa.

Bisognerebbe quindi subire il piano bar, avendone colpa.

Il piano bar dovrebbe essere una specie di punizione simile ai lavori forzati o alternativa al carcere.

Se solo si potesse prevedere il piano bar contro i condannati ai domiciliari, mi sentirei meglio e sarei ancor più incentivata a non commettere crimini: perché farei qualsiasi cosa pur di non essere costretta dallo stato a starmene davanti ad un tizio con la pianola.

Le basi musicali anni settanta e il karaoke con Acqua e Sale mi fai bere, io vorrei che fossero castighi imposti a quelli che hanno fatto bancarotta fraudolenta o che ne so.

E invece siamo stati governati da uno, che il karaoke lo imponeva ai poveracci in viaggio su una nave.

Il piano bar deve essere inflitto ai criminali, non ai poveracci che lavorano tutto l’anno, che pagano le tasse e che cercano di essere bravi genitori perché non è giusto che uno rientri tardi in albergo, dopo una lunga giornata di trasferta professionale e trovi, al bar della hall, un tizio col pizzetto che fa ballare le tedesche sbronze con I will survive.

Non è dignitoso che una brava ragazza venga umiliata, durante le sue uniche ferie, da un signore abbronzato, vestito di lino bianco che la costringe a leggere le parole di Bionde trecce, occhi azzurri e poi, mentre si colorano velocissime o, almeno, più veloci della sua povera gola di impiegata a progetto.

Il piano bar conferisce un improvviso, perfetto alone di tristezza a chi lo provoca e a chi lo subisce e tutto il luogo circostante si contamina, tanfando subito di moquette blue, di vodka del discount e di promiscuità sudata, di dopolavoro, di festa aziendale e di premiazione per il miglior fatturato.

Fatemi morire con l’orgoglio di non aver mai preso parte ad una serata nella morsa del sax o della pianola inflitta da un resident, in un residence.

Mi spiace per i bravi musicisti, costretti dalla vita a suonare le basi di Antonacci ma più rispettoso, nei confronti del loro amore per la musica, sarebbe il gesto di cercarsi un altro mestiere, alla svelta.

Anche umiliante e pesante.

Perché c’è molto poco di più pesante ed umiliante che ascoltare la propria, virtuosa voce, gridare Tutti insieme, Anima mia!

Proteggetevi dal piano bar.

Non permettete a nessuno di darvi un microfono in mano quando siete in costume da bagno o davanti ai vostri colleghi e ad un ragazzo con la camicia hawaiana e la collanina dorata che vi guarda eccitato, pronto a sostenere con voi un ritornello che non doveva neanche essere creato.

Si al piano bar nelle carceri.

No, alla violenza sulle pianole.

Si, alla violenza sugli eventuali eredi di Umberto Smaila.

 

 

IL MONDO DEL LAVORO E LA TEORIA DEL Grazie al Cazzo.

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Le persone che arrivano nella nostra vita per introdurci al mondo del lavoro, sia dal punto di vista pseudofilosofico che concretamente, non sempre si rivelano maestri illuminati, ambasciatori di un incontro miracoloso deciso dal fato o da Dio per arricchire la nostra vita professionale e la storia dell’umanità.

Il più delle volte infatti, le persone che desiderano insegnarci come funzioni il mondo del lavoro, propongono teoremi e aforismi che provocano nell’interlocutore, in maniera del tutto naturale e piuttosto brutale, risposte come Grazie al Cazzo.

Sono persone di età variabile: non è detto che si tratti sempre del cavaliere del lavoro novantenne, convinto che in cinquant’anni il mondo non si sia mosso di un centimetro e, qualora si fosse mosso, la direzione è senz’altro sbagliata, visto che si stava meglio ai suoi tempi.

Grazie al Cazzo.

Non si può però escludere che si tratti di persone giovani (o presunte tali) che, forti della loro professione ambiziosa raggiunta e consolidata, si convincano di poter iscrivere coattamente i nostri nomi al loro corso di vita lavorativa per dementi o disoccupati, che per loro è la stessa cosa.

Le materie trattate dallo stage dei giovani professionisti vincenti propone però contenuti che richiamano la medesima reazione avuta col cavaliere del lavoro.

“Vuoi la mia?! Per crescere in questo mestiere ci vuole ambizione”.

Grazie al Cazzo

“Ascolta me, se davvero vuoi fare questo lavoro mettiti in testa che non esistono orari”.

Grazie al Cazzo

“Se vuoi fare questo mestiere, qualche compromesso lo devi fare”. Grazie al Cazzo

“Farsi vedere sempre impegnati ma disponibili e propositivi”. Grazie al Cazzo

E si prosegue così, a frantumarsi il setto nasale contro il muro della banalità più cupa affinché nessuno si renda mai colpevole del reato di aver avvisato il neofita o la matricola circa le cose che davvero contano nella vita professionale.

Perché non esiste un addetto alle risorse umane che si preoccupi di avvisare il neo-assunto o lo stagista di come funzioni la storia quotidiana in azienda?! Quali gusti personali abbia il direttore, come proceda la sua vita privata e quindi capire se avanzare richieste oppure no, dove andare a mangiare in pausa pranzo senza rimanere avvelenati, se si possa usare o no il cesso del quinto piano, quello che pochi conoscono e quindi si può andare a far la cacca senza incursioni imbarazzanti dei colleghi, quali siano piccoli segreti che ognuno dei colleghi ha e propone al resto della collettività in maniera più o meno ingombrante, durante il giorno.

Queste le informazioni che i nuovi vorrebbero sapere.

Ci vorrebbe un opuscolo aziendale con informazioni dettagliate sulla vita emotiva in azienda, ci vorrebbero i cookies fatti sui dipendenti di quel marchio lì, per far capire molto a chi vuole inviare un cv, a quel marchio lì.

Ci vorrebbero professionisti meno presuntuosi e più aperti all’ingresso di nuove risorse, ci vorrebbero le recensioni online dei vecchi dipendenti e poi ci vorrebbero colleghi più solidali e il benessere delle persone come priorità oltre ai ricavi.

Grazie al Cazzo.

 

CANTICO ALLA CACCIA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Abitare in campagna è forse la scelta migliore che io abbia mai fatto in vita mia.

In effetti è l’unica scelta buona che io abbia fatto, in mezzo a tante scelte di merda e perciò la migliore.

Inutile dirvi che salto di qualità incredibile abbia fatto la mia vita, da quando vivo su queste colline selvagge!

Così, anche stamattina mi sveglio e, dopo una rapida colazione, sono pronta per portare il mio cane nei boschi!

Allora prendo il giubbotto anti-proiettile, il fischietto, il casco integrale e lo scudo.

Metto al mio cane la pettorina giallo fosforescente, il collarino con la campana di ottone e un paio di lampadine a intermittenza che si accendono quando un sensore percepisce il dialetto bergamasco, nel raggio di duemila metri.

E’ iniziata la caccia, mica si può uscire così, in maniera avventata, come quelle che si fanno violentare nei parchi pubblici.

Andiamo nel bosco, io e il mio cane, con la speranza di portarci a casa qualche fungo, nascosto sotto alle cartucce di plastica, che i cacciatori, normalmente anziani non vedono cadere in terra, così come non vedono neanche i funghi, così come non vedono neanche le belle altezze intellettuali che l’essere umano sarebbe in grado di toccare, se solo volesse.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Usciamo di casa e io passeggio con lei nel bosco, fischiando come un arbitro della Champions oppure usando direttamente la tromba di SOS delle navi quando affondano, per far sentire ai cacciatori che io e il mio cane vorremmo passeggiare senza il timore di morire dissanguate su queste colline belle e selvagge, per mano di un coglione che non fa visite alla vista, da secoli.

Infatti, non mi rassicurano le notizie di cronaca, che dicono che spesso si sparino tra di loro; perché se sparano ad un vecchio amico, perché non dovrebbero sparare a me, che sto scrivendo un pezzo contro di loro?

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Esco di casa col mio cane, rientro a casa col mio cane e altri quattro cani sperduti, coi collarini fatti con le funi delle barche o con le fettucce colorate, che i cacciatori mettono loro per non perderli, ma forse alcune fettucce non hanno la garanzia.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Li incontreremo vestiti di verde, coi loro fucili a centocinquanta metri dal portoncino della nostra casetta.

Cordiali nonostante mettano i loro nove cani (non perduti) in una gabbietta che sarebbe per un bassotto.

Gentili nonostante sparino a piccoli animali che vengono acquistati in cattività coi soldi della Regione e rilasciati per i loro unici, due giorni di libertà.

Educati nonostante finanzino un mercato già florido, come quello delle armi, che poi è il fiore all’occhiello del Made in Italy in tutto il mondo, se solo lo sapessero.

Li incontreremo nei boschi, dove anziché investire il loro tempo libero in volontariato o attivismo politico, anziché caricare il fucile a sterco di pecora e andare sotto Montecitorio, anziché utilizzare i soldi della pensione per portare in vacanza le mogli, li troveremo ad accanirsi contro gli uccelli, forse invidiosi del loro nome, della loro libertà e della loro innocenza.

Li troveremo accucciati nelle casine di legno a sparare in sessanta a un cinghiale al quale per tutta l’estate hanno dato cibo, mettendo i dispenser nei boschi, e io che pensavo lo avessero adottato…

Li troveremo lì, nel bosco, a cambiare la nazione sparando alle lepri, immaginandole nemiche mentre i nemici veri riducono loro la pensione a poche centinaia di euro.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Basterà aver pazienza tre mesi e aspettare che ripongano di nuovo la propria virilità sul divano di casa, allo stadio, al bar o in quel posto lì, sperduto chissà su quale collina dove hanno lasciato dignità e pietà chiuse anch’esse nel fodero.

GLI ODIATORI

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Grazie alla rete ho scoperto tante cose, questioni e categorie di persone unitesi nel macrocosmo virtuale come si fa con le religioni.

Tra queste categorie vi è l’immensa milizia degli odiatori.

Gli odiatori sono persone che hanno scelto di eliminare tossine in rete come se questa fosse un luogo dove chiunque digita una stronzata qualsiasi automaticamente la trasforma in Verità.

Ma la verità, per quanto la si pigli per il naso e la si manipoli come plastilina, resta identica e sé stessa e soprattutto è poco incline ad aderire al giudizio di qualcuno conferendogli autorità.

La verità non è amica di nessuno, è un tipo piuttosto solitario.

Pare invece che sull’internet questa faccenda di non essere presenti fisicamente ma con una propria personalità digitale, doni a certuni non solo la certezza di possedere la sapienza assoluta ma anche la capacità di mostrare la punta più alta del proprio lato peggiore, con la garanzia di non poter toccare mai simili altezze nella vita reale.

Mi pare di aver capito infatti che questa milizia si faccia forte del fatto che le discussioni in rete, per quanto prendano piega feroce, restino pur sempre dentro ad uno schermo che quando si vuole lo si può abbassare come la tavoletta, per tornare a vivere e che questo rapido processo on-off log-in/log-out, simile a quello dei videogiochi, incentivi la rabbia più canina.

Sapendo che chi insulta non potrà con facili metodi essere scovato a casa e picchiato insieme alla sua famiglia da chi ha subìto l’oltraggio, uno si scatena e insulta con maggior astio.

Che uno si scateni e insulti potrei anche capirlo, se restasse uno.

Ma tanti no.

Tanti è pericoloso.

E sono tantissimi a prendere il loro sacchetto di rabbia, a farcirlo con tutte le frustrazioni e i complessi dei tempi dell’asilo e a lanciarsi contro la rete come Pagliuca, come Don Chisciotte, alla ricerca della discussione ideale dentro alla quale introdursi con un commento, acquisendo ora le sembianze di Mosè, ora quelle di Garibaldi nella loro versione più incazzata.

La milizia della gente che odia a tempo indeterminato incendia i post come fossero campi coltivati in odore di mafia.

C’è chi insulta quello che ha sbagliato a scrivere un verbo, chi aggredisce il vegano, chi quello che ha postato la foto del salamino di cinghiale o una canzone dei Blur di quelle commerciali.

C’è chi si proclama contro l’aborto promettendo la morte a chi professa il contrario, chi si scaglia contro i razzisti, gli zingari e il governo, contro il ragazzo che pubblica i video con la sua musica che non è abbastanza indie, democratica, internazionale ma che faccia l’occhiolino al proprio paese, folk ma con accenni sfumati all’elettronica.

C’è chi odia quelli che non sono del suo partito politico e quelli che sono del suo partito politico ma non si applicano.

Ho scoperto che le persone che fanno di mestiere gli odiatori (nel senso che vi dedicano tempo e risorse come se si trattasse di un mestiere) hanno poca misura.

Se un odiatore non è d’accordo con uno che ha dichiarato sul web il proprio amore alla Juve, siate certi che non scriverà “Non mi trovi d’accordo, anzi, Daje lupi!” ma la conversazione telematica si concluderà con auguri di morte per scabbia a lui e a tutto il suo albero genealogico, che deve crepare peggio, avendo peccato nel partorirlo.

Di una cosa non si può di certo accusare la milizia degli odiatori: che te la mandino a dire.

La gente che odia in rete non solo dice ciò che pensa (il che già sarebbe grave se diamo ai loro post la dignità di pensieri), ma dice assolutamente molto di più di ciò che sarebbe consentito pensare.

Sono certa che conosciate qualcuno appartenente alla setta degli odiatori.

Gli adepti della stessa non scherzano coi sentimenti e, quando sono saturi di dolore perché non hanno insultato adeguatamente, tolgono l’amicizia.

E questa dell’amicizia tolta sarebbe davvero una delle cose più umilianti che esistono sulla terra se accadesse realmente, invece gli odiatori se t’incontrano per strada sembrano soffrire d’improvvisa amnesia e non si ricordano di averti maledetto ma ti abbracciano e ti baciano come se niente fosse.

Che Giuda arrossirebbe ma loro no perché la vita reale è tutta un’altra, ipocrita cosa.

Gli odiatori tolgono l’amicizia sul social convinti, con questo coraggioso gesto, di cooperare alle grandi rivoluzioni della storia dell’umanità, sicuri che tutto il loro odio cosmico sia utile al cambiamento sociale, soprattutto se tale odio è provocato dalla tua dichiarazione sul social che non ti piacciono i Queen.

Meriti la malaria se non ti piacciono i Queen, capisci?!

I Queen non possono non piacere quindi se non ti piacciono, i tuoi figli devono morire perché che se ne fanno di un padre che non si ascolta i Queen?!

Muori male, allora, secondo verdetto degli odiatori.

Oppure fai log-out prima degli odiatori, se capisci di essere sotto assedio.

Oppure, ancor peggio di ogni sorta di provocazione, non dar loro conto e prosegui il tuo peregrinare sul mondo virtuale e nella bella vita reale, con la stessa capacità da ginnasta artistico di sventolartene la minchia, di queste scemitudini.

 

OPINIONISMO

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Signora buongiorno, la chiamo dalla redazione del programma “Stretti e Costretti”, contenta?!

Signora, siamo la tv, non so se mi spiego.

Ci ha attesi per anni e finalmente eccoci qui.

Sa benissimo che non capita tutti i giorni di essere contattati dalla tv nazionale, vero?

No, è che non la sento adeguatamente stupita quindi l’avviso subito: si stupisca appena possibile perché il nostro direttore di rete ci tiene e quando non c’è stupore da parte dei fortunatissimi ospiti che contattiamo, ci fa andare altrove a cercare, capisce?

Dove non c’è gratitudine e reverenza ci dicono di non indugiare e riagganciare.

Ad ogni modo la chiamo perché amici di amici ci hanno fatto il suo nome.

Sa, noi della tv, del cinema e della politica lavoriamo come i poliziotti: su segnalazione.

Insomma, abbiamo avuto la segnalazione che lei sia il tipo giusto per noi.

Non sto nella pelle, devo dirglielo: lei sarà la nostra nuova opinionista.

Come sarebbe a dire che non sa cosa sia un’opinionista?!

L’opinionista ha un ruolo fondamentale, oggi: è l’influencer del pubblico, del nostro target, della plebe comune, capisce?!

Lei sarà con noi per tutte le puntate, avrà una sua poltrona in pelle bianca laccata, verrà truccata, pettinata e sarà in diretta con noi a dire tutto quello che vuole.

Si, si: niente censure, potrà parlare di tutto quello che vuole.

Tranne che di politica perché non è un programma di politica.

Evitiamo anche di parlare di problematiche sociali perché intristiamo il pubblico e non si parla di pessima programmazione perché non vorrà mica parlar male della rete che la ospita?!

Per il resto il nostro programma ha un sacco di argomenti interessanti: amori estivi dei famosi, anziane sole e povere che raccontano le loro ricette, servizi golosissimi sui must have della stagione.

Qui, ampio spazio di opinione, strizzando un po’ l’occhio a quelli che sono i nostri partner commerciali.

E poi ci sono gli ospiti di puntata che racconteranno le loro storie, ovviamente storie sono inventate perché comunque, ciccia, questa è la televisione.

E comunque gli ospiti sono gente vera, eh.

Si, l’ho chiamata ciccia perché comunque questa è la televisione.

Dunque l’opinionista non ha un vero e proprio cachet perché noi abbiamo una convinzione etica: pensiamo che le opinioni non debbano essere pagate e contiamo su un ritorno mediatico incredibile e poi tantissima gente normale sogna di fare opinionismo quindi perché pagarvi?

In Italia i sogni ve li facciamo pagare, semmai.

Come non vuol venire? Vaffanculo a chi, a me? Come osa?

Non lavorerà mai più, lo dirò al mio direttore di rete.

Il nostro claim è: siamo in pochi a comandare, gliela faremo pagare.

Passi una buona giornata e si ricordi che ha perso un’occasione.

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LA DIETA DEL PUNTO DI VISTA

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Da oggi non voglio mai più diffondere il mio punto di vista.

Non voglio che, all’interno di una conversazione anche futile, gli altri sappiano come la penso.

Primo, perché a causa di quelle poche parole che mi dovessero incautamente sfuggire, si sbrigherebbero a catalogarmi in qualche recinto sociale.

Secondo, perché a causa di quella irragionevole legge convenzionale del contraccambio, mi obbligherebbero a sentire il loro punto di vista che davvero mi interessa, se possibile, meno del blog di bellezza.

Allora voglio rinunciare per prima all’ingordigia di dover esprimere per forza il mio personale parere su un politico, su quel gruppo di musica balcanica che suona dappertutto, su quel film che sbanca ai festival o sul complotto nazionale o internazionale del momento di cui, tra l’altro in quanto cittadina, non posso non saperne più di quanto mi propongano i giornali, sperando che sia riuscita a procurarmene di qualità.

Non pretenderò mai più di soddisfare il desiderio viscerale di dover condividere le mie opinioni con gli altri su cosa sia bene bere e mangiare, sui benefici del pilates o sull’eutanasia.

Non produrrò più leggi marziali.

Non avrò più nulla a che fare con quei soggetti disadattati chiamati opinionisti.

Non mi piace la tecnica dell’archiviazione di una povera persona in un determinato compartimento, in base a come la possa pensare su cazzate o cose serie: nel faldone dei vegetariani, se gli scappa da dire che ama gli animali, nel faldone dei figli di papà se ammette che questo mese ha chiesto aiuto a casa, nella scatola con l’etichetta vecchi porci se per caso dice di avere la fidanzata giovane o in quella dei senza orientamento politico se si lascia sfuggire di aver votato i Cinque Stelle.

Quello ha la vespa = è del PD/ Quella è single e frequenta uomini per trovare quello giusto = è una mignotta/ Quello vota radicali= si droga / Mangia bio = è ricco / Dice che lavora con la Romania = è un criminale.

Personalmente non desidero un check-up di questo tipo, prodotto da un prossimo occasionale senza il mio consenso e diffuso in tempi rapidi, alla prima occasione in cui esca fuori il mio nome in mia assenza.

Desidero che, se a qualcuno pigli il prurito di nominarmi durante una conversazione, non sappia un cazzo di me: sia confuso, non abbia abbastanza materiale per potermi infilare in questa o quella casella.

Non sia certo se sia ciellina, col vizio del gratta e vinci, ragazza madre, radical chic, fascista vecchio stampo* , nevrotica, buddista, se ami il ragamuffin o tutte queste cose contemporaneamente.

Non voglio che qualcuno possa inventarsi cosa sono in base a poche parole dette davanti a un bicchiere ma soprattutto non voglio che qualcuno possa dirmi cosa crede di essere lui.

Con la coscienza pulita di non aver detto nulla che riguardi i miei gusti personali sarò libera di rifiutare la conoscenza di quelli altrui perché ne farei cattivo uso.

Lascerò spazio, ci sarà maggior posto per argomenti davvero edificanti e in questo modo scopriremo tutti di non avere un cazzo di niente da dirci che non comprenda le persone assenti come soggetti protagonisti e che, a questo punto, sia meglio andarsene a casa.

Per non rischiare di restarsene zitti a temere insieme il silenzio.

Per non rischiare di risultare poco informati.

Meglio andarsene a casa a leggere qualcosa che inventarsi un punto di vista adeguato alle mode del momento.

*Quanto è anacronistico etichettare qualcuno come fascista?!

Non ho mai sentito qualcuno dare a un amico del borbonico o del carbonaro.

Ci sono cose che non esistono più, che appartengono alla storia e solo sui libri di storia si trovano.

Non possiamo perder tempo a dare ancora del fascista a qualcuno, oggi si dice ignorante, punto.

DI CHE TI OCCUPI TU?

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Di che ti occupi tu?!

Io mi occupo di design, di visual merchandising, di personal shopping.

Io sono un buyer, un copy, un art, un human resourcer, un digital enterpriser e tu? Di che ti occupi tu?

Dai, coraggio!

Non essere timido.

Fammi sentire l’odore del tuo mestiere umile di merda.

Fammi sentire l’aria di poraccitudine che ti avvolge.

Non ti vergognare con me, eh!

Se fai l’impiegato poi, mica è colpa tua.

Se lavori in un negozio mica c’è niente di male.

Puoi dirmelo, eh.

Guarda che io sono un tipo smart, open, sono multi-tasking, cool hunter, son videomaker.

No, non sono solo regista: il videomaker è uno che fa operatore, regista, montatore e attore, tutto insieme contemporaneamente, al prezzo di un attore di teatro, per le grandi televisioni, le grandi aziende.

Mi faccio sfruttare dici?

Forse ma posso dire che faccio cinema, capisci?!

Posso dire che faccio fotografia, sceneggiatura, acting, tv production.

Non sempre mi pagano ma ho il grande plus rispetto a te, di poter dire che faccio entertainment, mica la guardia giurata, la commessa, l’operaio, il low-profile.

Insomma, di che ti occupi tu?

Io sono light-designer, sono stylist, sono mainstream che non vuol dì un cazzo ma tanto tu, che ne sai?

Che ne sai tu di business e di creativity?!

Di che ti occupi tu, insomma?!

Dimmelo, dai! Non vergognarti.

Non lo dico a nessuno se c’hai la busta paga e timbri il cartellino, dai.

Fammi sentire il tanfo della tua scrivania Ikea, dai.

Non lo dico a nessuno, ti dico.

Stai tranquillo, saperlo serve solo al mio ego titanico, al mio state of mind.

Che mi frega poi a me che vivo nel loft, faccio chi-cong, compro da whole-food e mi vesto Galliano?!

Che mi frega realmente di te, che tanto io faccio crowdfunding, mi alleno alla Virgin e ascolto electro-punk jumping?!

Di che ti occupi tu, porca malora?!

Dimmelo, cazzo.

Fammi sentire le vibrazioni della tua pessima normalità.

Dai!

Come?! Mio padre?!

Mio padre lavora in banca, poveretto.

Andrà in pensione quando potrà.

La vita è così, le vecchie generazioni, hai presente?!

In banca, si.

Altrimenti come potrebbe permettersi il luxury di una figlia stylish che fa design, frequenta vinery e conosce il jet-set?!

Ma cambiamo discorso.

Di che ti occupi tu?

 

ALL THAT JAZZ

COSE FASTIDIOSE

Sento che nella mia vita è arrivato il momento di fare quella che s’intende di jazz.

Sento che il jazz più ostentato che mai, possa dare alla mia vita quel tocco interessante che piace.

Quel non so che di intellettuale, di bohémien, di spettinato, così richiesto in questa epoca underground.

Devo fare quella che di jazz ne capisce.

Sento che è il momento storico a richiederlo.

Sento di dover fare quella che il jazz ce l’ha nel sangue.

Ho già un piano: adesso che arriva la primavera io, sai che faccio?!

Spalanco tutte le finestre di casa e metto su una playlist di Spotify, tipo All that jazz, ecco.

Metto su la playlist e la sparo a tutto volume così si diffondono in giro per il quartiere quelle tipiche trombe jazz.

Quelle trombe così agitate.

Così i vicini sentono che ascolto roba chic.

Che m’ascolto tutti quei suoni scuri, selvaggi, negri, rudi.

Che tanto io poi sarò già in ufficio, che mi frega.

A me basta che si sappia che mi sento il jazz.

Poi Rihanna me la sento in cuffia.

A me basta che la gente pensi che sono una di quelle che s’ascoltano il jazz e che bevono il gin più costoso, accasciate sui divani di pelle nera dei jazz-club parigini.

Oppure sopra a quelli sgabelli in metallo.

Dovrò fare un po’ di pratica.

Dovrò capire come arrampicarmici sopra e restarmene lì in apnea per tutta la durata del pezzo jazz.

Che durano un sacco le canzoni di quel genere là e non sai mai quando finiscono.

Ma è tutta questione di pratica e abitudine.

Inizierò anche a fumare perché pare che quelli che si sentono il jazz, fumino a bestia.

Inizierò a dire che New Orleans è la città più figa del mondo.

Dovrò guardarmi qualche documentario su New Orleans.

Dirò a tutti che la figlia di Albano era una mia amica.

Che ascoltavamo insieme il jazz a New Orleans.

Che esiste anche una versione jazz di Felicità.

Sento che nella mia vita è arrivato il momento di far credere a tutti che a me il jazz mi cerca da quando son piccola.

E che comunque me la cavo anche a suonarlo.

Tanto che ce vuole?

Chi ci capisce davvero di jazz?!

Se mi dicono qualcosa, se non sono convinti, dirò loro che è una cosa nuova.

Che è un afro-jazz sperimentale.

Che me l’hanno insegnato i negri di New Orleans.

Che me l’ha insegnata Albano che, in realtà è un bravissimo jazzista ma in Italia fa altro perché l’Italia che ne sa di jazz?

A me basta che la gente sappia che io il jazz ce l’ho in tasca.

Mi basta che la gente pensi che io il jazz lo mastico.

A me basta che la gente mi pensi.

Sti cazzi del jazz.

APOLOGIA DEL VEGANESIMO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

La luminosa e avvincente battaglia portata avanti dai vegani mi è sempre piaciuta.

Perché è molto avvincente, capite?

Mi spiego: se sei celiaco nessuno ti rompe i coglioni anzi, ti si coccola e ti si trova subito un’alternativa.

Se sei allergico ai latticini ti accarezzano la testa e si dispiacciono.

Se ti astieni dalla carne e dai prodotti derivati dagli animali sei un invasato.

Se a sessant’anni ti vesti da militare e te ne vai col mitra finto nei boschi, a sparare pallottole di plastica contro i tuoi amici, sei un divertente appassionato di soft-air.

Se non mangi carne sei un integralista anoressico.

E’ più facile convincere qualcuno che ammucchiarsi in una palestra a correre sul tapis-roulant, respirando il sudore di altre cinquanta persone sia salutare che convincere qualcuno del fatto che una persona vegana possa essere in buona salute e affatto denutrita.

Anche a me sembrava assurdo ma poi, attraverso l’antico e sexy gesto dell’auto-documentazione, ho scoperto che un vegano non è per forza anemico né somiglia necessariamente a un Hare Krishna.

Vi è uno sforzo ancestrale nell’individuo vegano, una fonte di energia incessante che gli consente di sopravvivere sereno in un mondo in cui la gente si veste ancora con la pelle degli animali e si nutre del cuore di essi, seduta nei migliori ristoranti stellati e facendolo come fosse la cosa più normale del mondo (e di fatti lo è), una di quelle cose che l’uomo fa da sempre.

Vorrei soffermarmi un attimo sulla giustificazione di determinati gesti o attitudini attraverso frasi del tipo “ l’uomo è così, ha sempre fatto così, è sempre stato carnivoro, fin dalla notte dei tempi ”.

Ad oggi non sono vegana ma l’idea di giustificare alcuni miei gesti come propri della specie alla quale appartengo, non mi fa sentire completamente umana.

Perché per specie umana intendo quella della persona con una propria identità, un po’ cultura e anche spirito e quelle faccende lì dell’anima.

Mi pare un po’ sbrigativa come giustificazione, ecco tutto.

Eppure sarebbe fantastico se potessimo vivere con tale giustificazione sempre al nostro fianco, quella di essere umani ma ancora cavernicoli.

Sarebbe splendido eh.

A chi non piacerebbe far popò tra le macchine, per strada anziché cercare un bar dove entrare di corsa, senza avere tempo di consumare o chiedere il permesso.

Sarebbe splendido.

Ci si potrebbe accoppiare nelle sale d’aspetto delle asl.

E che dire dell’usucapione?!

Ho sempre sognato la casa al mare: se mi restasse anche solo un grammo di istinto primitivo dietro al quale difendermi, farei secco Bobo Vieri per occupargli la casa a Formentera.

Cambiando l’arredamento però.

Forte di questa storia dell’uomo nato così, allora mi appare ragionevole che esista ancora la schiavitù e certo colonialismo industriale.

Ma c’è qualcosa che non torna.

L’uomo mangia carne ma ha smesso di credere nel Dio Fulmine e ha inventato le mutande.

Vuole dire che esiste una certa evoluzione.

L’evoluzione umana (negli individui degni di essa) è una continua ricerca diretta all’elevazione della creatura mortale e coi peli incarniti, verso le altezze della erudizione, dell’eleganza e della saggezza.

L’evoluzione è una disciplina che diventa costume sociale.

E in questo campo, quello della disciplina, è indiscutibile che il vegano sia uno forte.

Il vegano si è auto-inflitto una disciplina ascetica senza la scusa di allergie e nonostante la sua origine cavernicola.

Perciò il vegano educato mi piace.

IL NON FORMAGGIO

E poi c’è la storia dell’ossessione creativa che il vegano ha e che da sempre mi affascina, nei confronti dell’ingrediente sostitutivo.

Esiste un sacco di roba buona da mangiare nel mondo.

Uno sveglio riuscirebbe a campare bene cucinando tutti i giorni roba diversa senza mai avvertire la mancanza di bistecche o uova, così dicono gli studiosi di nutrizione.

Ma il vegano ne fa una questione di accanimento creativo.

Il vegano è uno psicopatico ricercatore di alternative e ti trova la fibra di alga marchigiana con lo stesso, identico sapore del cacciatorino.

Conosce l’erba capoverdiana che sa di stinco di maiale, il tubero con la stessa quantità di proteine del caciocavallo.

Non è divertente?

Il vegano per andare da Roma a Milano trova il modo di metterci meno tempo passando via mare.

Il vegano riuscirebbe a vestirsi coi rifiuti e a costruirsi un computer coi peli della barba, il computer vegano.

Il vegano è l’unico che riuscirebbe a sopravvivere a qualsiasi calamità perché si nutre di alternative.

Sostituisce, crea, tiene in moto il cervello sinistro pur convivendo con quelli che comprano le cotolette surgelate e che impongono alla società umana di non fare popò davanti ai negozi chic.

Mi piace questa storia.

Mi piace la creatività vegana.

Temo un po’ la grande quantità di leguminose presenti in questa dieta perché soffro di aerofagia da leguminosa e mi domando cosa potrebbe succedere se tutti i vegani ne soffrissero e organizzassero, che so, un flash-mob!

Cosa potrebbe succedere al mondo se Galeazzi diventasse vegano e apprezzasse tutti quei fagioli cucinati in mille modi ?!

Ma se affrontiamo le cotolette surgelate possiamo affrontare anche l’aerofagia.

Mi piace questa faccenda del veganesimo!

Mi pare una gran bella avanguardia se proposta col sorriso, senza prendersi troppo sul serio e con l’obiettivo di proteggere gli animali dai macelli industriali e i consumatori dalle malattie come si fa coi bambini davanti al porno in tv.

L’opinione vegana non ha bisogno di gridare, basta professarla.

E’ sempre bello quando non si da fastidio con la propria opinione ma semplicemente si agisce in maniera coerente con essa.

Si diventa silenziosi, eloquenti e infallibili come certa aerofagia.

E’ MASCHIO IL SUO?

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Come posso difendermi da quelli che incontro per strada e che vogliono per forza flirtare col mio cane?

Che poi io i cani li amo tanto, come del resto amo profondamente tutti gli animali a prescindere da cosa mi fanno.

Inoltre ho un cane graziosissimo, superiore alla media.

Un cane che è contemporaneamente amica, badante, security e quando sono triste, figlia.

Ma quelli che incontro per strada, alla fermata della metro o al giardinetto e mi fermano anche quando ho evidentemente fretta, per chiedermi anni, sesso e nome del mio cane, li vorrei vedere con a terra con le ossa rotte.

A parte che il sesso del mio cane, posto che l’argomento sia d’incontenibile importanza per la vita di uno sconosciuto, è facilmente identificabile da quando esistono i libri di educazione sessuale, ciò che risveglia in me odio imperituro è l’atteggiamento della gente che prova a indovinare, chiedendomi “Maschio?!” e se io faccio cenno di no, loro imperterriti si sbrigano a chiedermi “Femmina?!” .

A quel punto per me, che sono una dispettosa, diventa doveroso rispondere che no, non è neanche femmina, facendo partire tutto un teatrino di merda che mi fa perdere montagne di tempo in risatine per strada, con un fottuto sconosciuto.

Li riconosco da lontano, quelli che vogliono abbordare il mio cane.

Capisco che son loro quando ormai non ho più scampo: sorridono già da mille metri di distanza e iniziano a gongolare e a sussurrare cose senza senso con le vocine da fatine froce, un pissipissi al profumo di fragolina di bosco, un minniminni che pensano provochi chissà che piacere al mio cane mentre a Mila, sono sicura che non gliene sbatte un sega di niente e che preferisce odorare gli angoli putridi di pipì piuttosto che alzare lo sguardo per dar retta alla signora con la pelliccia e la manina a cucchiaio che vuole amoreggiare con lei.

I più spregevoli fanno finta di avere un biscotto in mano pur di farsi cagare dai cani più ostili e avvicinano la mano dicendo “ Tò, guarda un po’, tò! ”.

Cosa c’è di diverso tra questo gesto ignobile e quello del malintenzionato fuori da scuola che avvicina i bambini con le caramelle per poi toccare loro il sederino?!

Li riconosco da lontano io, quelli che vogliono conoscere per forza il mio cane.

Di me non gliene frega niente, non c’è nulla di erotico o di interessato, loro vogliono solo il mio cane.

Vogliono solo sedare il loro desiderio frustrato di avere un cane senza tenerselo in casa e doverlo portare a pisciare o avere i suoi peli sulla poltrona.

Del mio cane, tra dieci minuti, non gliene fregherà nulla, a loro importa solo di poterlo toccare un istante, per sentire la morbidezza del suo manto e dirmi che vorrebbero tanto un cagnolino ma sono allergici.

E io credo di essere allergica a loro e alle loro vocine da topino stronzo di Cenerentola.

Ora che ci penso, voglio difendermi anche dai padroni dei cani. Non da tutti, eh.

Da quelli che incontro per strada e che, quando mi vedono arrivare, iniziano a stringere forte il guinzaglio per tenere il loro quadrupede manco fosse un drago di Komodo.

E stanno lì, con tutte le vene della fronte gonfie, a tirargli la pettorina e quasi lo sgozzano mentre gridano da lontano “E’ buono il suo?!” oppure, ancora con ‘sta storia dei genitali, “E’ maschio?!”.

E a me viene voglia di gridare loro appresso che è femmina se il loro è femmina e maschio se il loro è maschio e che il mio, anche se lo vedono piccolo e dolce, è un cane di rara ferocia, è una di quelle marche di cani esotiche dichiarate pericolose dai giornali.

E stiamo arrivando a rompere il culo a entrambi.

Poi mi trattengo sempre, per borghesia.

A quel punto, si ripete il triste copione: loro partono con la litania di “Stai buono Taddeo, eh. Stai buono, per carità!”.

E se Taddeo non pensava per niente alla colluttazione, a quel punto, percependo l’ansia del padrone nell’atmosfera, sente risvegliarsi in lui la bestia di Satana e inizia a sbavare e vuole sangue.

Solo che non riesce a muoversi.

Perché il povero Taddeo è uno di quei disgraziati cani col cappottino.

E si sa, i cani col cappottino risultano ridicoli agli altri cani normali e devono passarsela malissimo ed essere presi molto per il culo dal resto dei colleghi più fortunati di loro, sfuggiti ai padroni che amano il cappottino e trattati come bestie normali.

Come posso difendermi dal mondo dei padroni che comprano cani nei negozi e infliggono loro il cappottino Ralph Lauren?

Come posso salvarmi se non gridando da lontano che il mio cane ha una brutta malattia virale e anche io?

E’ tutto un gridarsi da lontano, il mondo dei padroni dei cani, alla fine.

MILLE E UN PREGIUDIZIO SUI MONTANARI

BRANDED PARODY CONTENT, MADAME GURME'

scarponi

Un pezzo scritto e cucito su misura per il festival Letterappenninica, sui pregiudizi che abbiamo nei confronti degli eroici esseri che abitano ancora sugli appennini.

***

Sono davvero stupita.

Assurdo ma vero, è un grande smacco per me, un sorpresa senza precedenti: ho scoperto che quelli che vivono in montagna parlano.

Non nel senso che uno si aspetti di averceli tutti taciturni, eh.

Certo, non sono famosi per essere tipi prolissi ma non è questo il punto.

Ho scoperto che quelli che vivono in montagna parlano nel senso di lingua, di italiano, di modo per farsi capire da tutti, insomma.

Perché sapete cosa si dice giù a valle dei montanari, si?!

Beh, insomma i montanari te li aspetti innanzitutto pelosi, mentre qui io in giro vedo un sacco di pelati quindi o il morbo della calvizie è arrivato anche qui (che dalla Svizzera, terra di lozioni, è un attimo) oppure anche i montanari si radono.

Si dice che i montanari si vestano ancora con la pelliccia, con quei gilet dai terrificanti riccioli bianchi da pecora d’altura ma io ho visto gente con la camicia Ralph Lauren quindi o vi siete ripuliti per l’occasione o c’è qualcosa che non va anche in questo luogo comune di vallata.

Si dice poi che l’alito di quelli di queste montagne sappia di Raviggiolo, quel formaggio inferocito che si fa in cima a Pistoia, da secoli.

Si dice che le vostre gengive lo ricordino scaduto, pure a denti lavati e che il montanaro tipico indossa la stessa biancheria intima per settimane intere perché si sa, in montagna i panni ci mettono una vita ad asciugarsi.

Però io qui ne ho visti di panni stesi e, anche se non sono stata lì a guardare se c’erano mutande perché comunque sono appena arrivata sulle vostre cime e non mi pare il caso, non mi sembra carino, credo che sia anche questa una leggenda.

E poi anche in città ci sono quelli che le mutande se le cambiano alle feste comandate.

Ma a proposito della lingua, dell’italiano o insomma dei versi che i montanari usano per comunicare tra di loro e con lo Yeti: devo dissentire su quanto si dice in vallata e che cioè la gente di montagna balla coi lupi e parla come gli orsi.

Effettivamente forse un po’ orsi lo sono ma giuro che li ho sentiti parlare!!

E giuro su me stessa che li ho capiti mentre parlavano.

E mica parlavano di stufato, di margherite o di funghi.

Li ho sentiti parlare di libri, di racconti, di storie straordinarie ma semplici.

Di roba bella, insomma.

Non ci credereste mai ma io li ho ascoltati con le mie orecchie.

A voi sembrerà assurdo ma io li ho sentiti mettere tutti i verbi in croce e a modino, a questi montanari.

I verbi uguali a quelli che usiamo noi in valle no, eh!

Anzi, pure meglio perché non scordiamoci che a valle, laggiù da qualche parte, vive Luca Giurato e poi ci sono i bergamaschi ma questo è un discorso più delicato.

Ma allora, ricapitolando: se i montanari parlano come noi (forse anche meglio), vuol dire che un po’ ci somigliano?

Se qualcuno di loro si cambia le mutande dopo averle usate un solo giorno e le usa da un solo lato anziché girarle allora vuol dire che i montanari sono buoni anche da sposare..

E se sono buoni da sposare, puliti e parlano pure di libri a me sorge un dubbio gigantesco: come hanno fatto a sopravvivere in montagna?!

Come hanno fatto, non dico a riprodursi (che col freddo fuori e il caminetto acceso dentro son buoni tutti!) ma semplicemente ad abituarsi alla durezza delle montagne?!

Non muoiono di raffreddore con tutta quella neve?

Non gli scoppiano i polmoni con tutta quell’aria buona?

Non si sentono sotto occupazione con tutti quei tedeschi con gli zaini, in estate?

Di certo stanno messi meglio degli abitanti di Forte dei Marmi che sono occupati dai russi con le collane d’oro e la Lamborghini ma anche quelli di montagna, mi chiedo, come fanno coi crucchi in bicicletta?!

Come riescono a vivere quassù con tutto ‘sto silenzio, mangiando bollito tutto l’anno?

E i montanari vegetariani cosa mangiano? I cucù?!

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Allora, me ne sono andata in giro per capire, per indagare sui loro usi e costumi (ma non sulle mutande) e ho scoperto qual è il loro segreto.

L’ho intuito scandagliando i presunti motivi che potessero essere d’incentivo alla vita in montagna non solo per noi di pianura o vallata, ma anche per loro.

Che so, il poco traffico, la densità importante di maestri di scii boni, la morra.

No, non potevano essere motivi determinanti.

Che poi alla morra riescono a giocarci solo loro perchè a noi di vallata è un gioco che fa paura da sempre, sembra  che si stanno per picchiare ad ogni minuto della partita e poi bisogna avere tre lauree in matematica per vincere.

Insomma, ho capito che il segreto che spinge generazioni di montanari a vivere quassù è un altro motivo, semplice quanto granitico: la grappa al mirtillo.

La grappa se fa freddo ti scalda, se fa caldo te la servono ghiacciata di freezer.

Se sei un tipo poco socievole ti bevi una bottiglia di grappa al mirtillo e fai amicizia anche con le staccionate, se la giornata è andata storta, bevi un bicchiere di mirtillino e la serata prosegue ancora più storta ma nel senso buono.

Per questo motivo, per la grappa al mirtillo ma anche per il fatto che son certa o almeno voglio fidarmi, che la faccenda delle mutande una volta a settimana sia un falso storico, esigo la residenza in montagna, prima di subito.

La residenza e l’open bar in grapperia.

E due maestri di scii e il free pass alle piste dell’Abetone che costa sempre un fottìo manco fossimo sul Monte Bianco.

Che poi qui è meglio del Monte Bianco perchè c’è la grappa al mirtillo.

Avanti, coraggio, la residenza.

I maestri di scii.

Il mirtillino.

O finisce che qualcuno qui si fa male

 

Grazie a Federico, Mauro, Bruno, Gabriella e tutti gli eroi dell’appennino pistoiese e di Letterappenninica.

http://www.letterappenninica.it/

IL PATENTINO PER GENITORI

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Tra i miei sogni ricorrenti vi è quello sull’ipotetico, bellissimo giorno in cui verrebbe tolto il diritto democratico alla riproduzione.

Sogno un ufficietto piccolo ma funzionale in ogni municipio d’Italia in cui un team di esperti verificherebbe con test e perizie varie e inflessibili, i soggetti in calore che presenterebbero domanda, eventualmente rilasciando loro con tutti i se e tutti i ma, un patentino col permesso di riprodursi.

Un permesso con scadenza, sia chiaro, e con l’obbligo di effettuare controlli annuali per monitorare la supposta efficienza genitoriale.

Con questo pratico iter, in Italia ci sarebbe già una prima, grande scrematura di tutta questa moltitudine che crede di poter essere genitore solo perché la natura glielo ha casualmente consentito.

Gli uffici pubblici del mio paese hanno tempi più lunghi e noiosi della messa in scena dell’Antigone e la burocrazia è in grado di divorare cittadini ancor prima che essi prendano il numeretto col proprio turno sicché conto molto su questo disservizio!

Molti, se il mio sogno si avverasse, desisterebbero e se ne tornerebbero a casa imprecando contro la nazione ma evitando almeno di procreare.

Desisterebbero di certo tutti quelli con turni di lavoro che non consentono attese agli sportelli superiori alle tre ore.

E tre ore sono un buon tempo per cambiare idea e scegliere di non riprodursi!

Il problema più ostico sarebbero le irriducibili.

Le ragazze con la smania dei 42 che vedono arrivare da lontano la vecchiaia e la solitudine, come se un figlio possa salvare dalla solitudine gigante che ognuno si porta con sé.

Non ci riescono novanta amiche a salvarti dalla solitudine, ci riesce uno che ad un certo punto avrà il diritto di farsi una vita propria, estranea alla tua?!

Eppure le irriducibili vedono la vecchiaia e la solitudine non come opportunità di una saggezza che altrimenti non avrebbero mai incontrato, ma come un fardello, come fosse un’orda di Visigoti che spunta dalla fine dei boschi e si prepara a uccidere, con tutti quegli omoni pelosi che recitano il loro canto di morte prima di lanciarsi giù con le asce librate in aria contro la donna di quarant’anni.

A trovarli gli omoni pelosi.

Il problema più ostico per il team di psichiatri dell’ufficio per la consegna del patentino dei miei sogni sarebbero quelle donne che, insieme al loro devoto o casuale (o entrambe le cose) partner, restano ad oggi un concreto pericolo contro l’evoluzione di una società sana e felice.

La coda davanti all’ufficio per il diritto alla riproduzione non fermerebbe queste persone neanche se la fila terminasse in Antartide perché si tratta di persone che hanno perso il lume e la consapevolezza di se stesse, in virtù della possibilità di comprare tutine, giochi col sonaglio, carrozzine, quaderni, persone e merletti rosa o blu.

D’altronde non ci sono altre sfumature di pantone possibili.

Li riconoscerete così questi soggetti che, se esistesse il mio ufficietto dei sogni, non avrebbero i timbri necessari sul patentino.

Li riconoscerete dal delirio di rosa e blu.

Li riconoscerete dall’odore fastidioso che emanano: il tanfo del senso di un dovere che esiste solo per essere ostentato.

Li riconoscerete dalla puzza che rilascia la loro convinzione non dettata da amore cosciente ma dalla legge granitica che sia arrivato il momento di metter su famiglia e sti cazzi se poi la loro famiglia mette giù la società.

Non solo i miei sogni ma anche lo Stato dovrebbe responsabilizzarsi e proteggere i cittadini legiferando per contenere l’utilizzo libero e inconsapevole del seme e di tutto ciò che esso provoca.

Ci vorrebbero test attitudinali, simulazioni, polsi girati, letture di libri obbligate ed esami continui per questi possessori di organi riproduttori incapaci di averne pieno possesso.

Pigri, bugiardi, ignavi, gente che vota Forza Nuova, quelli con l’ossessione della possessione del coniuge, quelli del tappeto sotto al quale nascondono inferni, i violenti di mano, di intelletto e di lingua riceverebbero dal team di esperti del mio ufficietto dei sogni, un bel bollino rosso sangue e un microchip.

E guai se si riproducono in maniera illegale!

Certa gente non va persa di vista, figuriamoci se va fatta riprodurre.

E allora il team di esperti piglierebbe per il braccio tutti quelli che si servono dei ricatti morali, dei sensi di colpa e delle recriminazioni e li accompagnerebbe all’uscita e con la forza del collo del piede spiegherebbe loro che tali cose non possono essere insegnate a un bimbetto perché altrimenti la società diventa luogo impervio.

Sogno un ufficio funzionale e snello dove se ti presenti e sei la mamma di Andreotti, magari qualche domanda te la fanno.

Se ti ascolti il reggaeton, mangi al fast-food, tratti male la tua mamma di ottanta anni e ti compri più scarpe che libri, te ne stai al riposo col tuo utero perché puoi fare solo danni al mondo.

Se ti compri solo mutande di D&G, parli male di tutto il tuo quartiere e lavori per pagarti l’abbonamento allo stadio, pensi di essere davvero in grado di creare geni interessanti?

Sogno esperti che rilascino il patentino solo a gente limpida, che fa del viaggio una bella abitudine e della verità uno stile di vita sano.

Sogno il patentino per genitori fresco di stampa e consegnato solo a chi non cambia umore come un camaleonte, a chi ascolta bossa nova e non simpatizza per Bruno Vespa.

Sogno che l’istinto di maternità o paternità sia direttamente proporzionale al desiderio di ridere e inversamente proporzionale alla frase “Ma tanto è tutto uno schifo”.

Sogno che lo Stato tolga il diritto di farsi chiamare mamma senza la minima meritocrazia e che conceda il beneficio di esser detto Papà come premio e non come risultato di un entusiasmo distratto.

Nel mio sogno più ricorrente c’è un ufficietto che ci proteggerebbe tutti dalla potenziale mamma dei figli raccomandati in Rai, dal potenziale papà di futuri clienti abituali degli outlet il sabato pomeriggio, dalla riproduzione disordinata che generi persone che non faranno sedere le signore sul tram, che diranno più bugie che preghiere, col dna simile a quello di Dell’Utri e il vizio di candy crush.

Nel mio sogno l’ufficio per il rilascio del patentino per genitori ha orari di apertura improponibili.

Roba da supereroi.

Roba che neanche gli sportelli de La Sapienza o gli uffici postali quando è tempo di dare le pensioni.

LA COSA TRA DONNE

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Fra tutte le discriminazioni che noi femmine d’occidente ci siamo auto-inflitte in questi ultimi decenni, quella più innocua su cui forse è possibile giocare senza rischiare il linciaggio, è la faccenda che riguarda la cosiddetta “Cosa tra donne”.

La riunione rosa, l’appuntamento settimanale di struscio, la libera uscita, il week-end alla SPA, l’aperitivo con le amiche o qualsiasi altro evento fisso che esclude gli uomini a priori e mal sopporta l’introduzione di nuove donne, amiche di amiche che vengono eventualmente accettate dopo un periodo di duro nonnismo.

Circostanze in cui i veri protagonisti non sono le donne presenti alla cosa tra donne bensì i loro compagni, le amiche, i parenti e i colleghi assenti.

Coloro che durante la settimana hanno compiuto gesti ignari degli occhi delle ragazze puntati addosso.

Gesti meritevoli di essere raccontati o disprezzati.

E sono pochi i gesti che non meritano di esser menzionati a una serata tra donne.

In queste occasioni, se non fosse chiaro, sono le donzelle a escludere, forse per la prima volta nella storia e per motivi futili, perdendo così un’altra occasione preziosa di riscossa del loro talento e della indiscutibile superiorità cerebrale di genere.

Inciampando nello sgambetto del “Mi devo distrarre, ragazze!” , “Stiamo tra noi”

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Così gli uomini vengono esclusi o non invitati in modo spudorato, plateale, come se poi ci fosse bisogno di insistere affinchè un uomo con dignità non si presenti al tè con le amiche.

Invece loro, quelle della Cosa tra donne, sembra proprio che ci tengano a sottolineare che qualora venisse in testa agli stalloni di passare, anche solo per affacciarsi alla porta e salutare, sono guai!

Sacrilegio.

Non si può oltrepassare il pianerottolo dell’appartamento scelto neanche se fuori grandina e se una delle amiche prova ad avere pietà per il fidanzato e chiede alle altre massone il favore di un’eccezione, perché magari la Cosa tra donne ha coinciso con la morte del nonno del poraccio.

Sti cazzi del nonno, rispondono quelle della Cosa tra donne.

L’amica ha tradito.

Ha tradito la legge del “Stiamo tra donne”.

Morirei felice sapendo di aver passato la mia vita scampando agli appuntamenti sociali delle donne per le donne, agli incontri delle donne architette, scrittrici, maniscalche, imprenditrici, mamme per le mamme, ginnaste per violiniste, avvocatesse unite per questa o quella causa di donne che, porco il mondo se è una causa importante non funziona che più siamo e meglio è?

Si, certo. Ma donne.

Donne, donne e donne, girl power, fazzolettini e spillette rosa, bandierine e prosecchini.

Io alle cene per sole donne mi presenterei con l’idrante.

Lo porterei per spiegare alla mia maniera che è bello fare società miste.

E’ così leggero avere a che fare coi maschi che donano spensieratezza ed evitano drammi e malelingue con la battuta idiota, perché questo sessismo?

E’ così rassicurante avere un paio di amici che stemperino quell’atmosfera da addio al nubilato e si piglino un po’ di nervosismo femminile giocando a fare l’agnello sacrificale per una sera.

Voglio fuggire lontano dagli appuntamenti dal parrucchieri di gruppo.

Non voglio vedermi giammai con le amiche in fila sotto ai caschi a leggere riviste rosa.

Perché esistono le riviste rosa, poi?

Ridatemi l’idrante, per le riviste femminili!

Non li voglio i vostri publiredazionali di merda, le poste del cuore, il punto di vista a fine giornale dell’intellettuale lesbica, l’outfit del mese e la ricetta di una stronza con la gonna a tubino e il tacco 20.

E se di punto in bianco volessi sapere qualcosa sul motore della nuova Audi?!

E se volessi anche sapere un paio di cose sulle aziende che fatturano di più al mondo, che faccio?

Quelli sono argomenti per maschi, non dovrò mica abbonarmi a GQ?

Che poi D di Donna è un giornale molto bello, perché sminuirlo con quel nome da club delle partigiane?

Perché farlo essere già dalla copertina un magazine che esclude il lettore peloso?

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Datemi l’idrante, vi prego.

Datemelo per le collettive di artiste, di cassiere e di mugnaie.

Datemi l’idrante affinchè si liberino posti sui divani di casa delle amiche e si possano aprire le porte ai maschi ( purche’ si tolgano le scarpe prima di entrare in casa, chiaramente).

Datemi un idrante che vi emancipo io con le buone o con le cattive, ragazze.

Se ci piacciono le pari opportunità, offriamole per prime.

E soprattutto non facciamola così lunga e diciamo a Leonardo di salire, che poveretto è il suo compleanno e vorrebbe mangiarsi una pizza con noi perché i suoi amici sono tutti allo stadio e a lui non frega un cazzo di futbol.

Fatelo salire e, vi giuro che se vi sento dire “Guarda, è un’eccezione perché questa, in realtà sarebbe una cosa tra donne!”, lo giuro su tutte le mie ave, piglio l’idrante.

 

BRUTTA FIGLIA DI LIGURE

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Ho notato che la maggior parte delle persone quando si trova costretta a insultare qualcuno predilige insulti che si riferiscono a un familiare stretto, come la mamma o il cane.

Figlio di un cane, figlio di puttana e giù con le traduzioni in tutte le lingue del mondo che invece di prendersela col soggetto stronzo in questione, agiscono in maniera codarda contro l’albero genealogico.

Visto che mia mamma è una brava persona, almeno sotto il punto di vista della mercificazione del suo corpo, credo che la prossima volta che vi piacerà insultarmi sarà più appropriato andare direttamente contro il mio capofamiglia.

Mio padre è russo ma la sua famiglia venne un secolo fa in Italia. Quindi mio padre è più italiano di voi.

Il problema è che quando la famiglia di mio padre scelse l’Italia, elesse la Liguria.

Quindi sono figlia di un ligure ed è questo l’insulto che mi si addice di più, se vorrete infierire.

E ne andrò fiera perché i liguri e i sardi sono gli unici italiani (se così si può dire perché non sono propriamente tali), che rispettano in maniera coraggiosa e intransigente le loro caratteristiche e giammai si piegheranno all’omologazione.

Sono figlia di un ligure.

Non so se mi spiego.

Se siamo al ristorante, la mia vescica ligure mi obbliga sempre ad andare alla toilette in perfetta sincronia col “Prego signori, eccovi il conto!”.

E se quando torno non avete ancora pagato, prima di tutto siete vili e maliziosi e poi dividiamo alla romana perché comunque sono nata a Roma perciò non avete scampo né speranza che offra io.

Sono una figlia di ligure.

Risparmio sulla palestra perché faccio lezioni di prova tutto l’anno in tutte le palestre delle regioni vicine.

Vado al mercato della frutta e della verdura alle due meno un quarto, quando i contadini sono stanchi e la roba me la tirano direttamente nel bagagliaio.

Sono figlia di ligure.

Da grande voglio fare la svuota-cantine di palazzi d’epoca, la badante di vecchietti milionari terminali, una di quelli che va in spiaggia col metaldetector a fine stagione, la ragazza di un parlamentare.

Se rinasco voglio essere il materasso coi vostri risparmi.

Sono figlia di ligure, è più forte di me.

Se ti cade una moneta per terra la velocità della mia suola pronta a tapparla è direttamente proporzionale a quella del pendolo che avrò in mano per ipnotizzarti e farti credere che non ti è caduto un cazzo.

Sono figlia di un ligure, prendi tu i biglietti e poi ti ridò i soldi?

Sono figlia di un ligure e prima di uscire di casa chiederò sempre quanto prevedi che spenderemo. Se sforiamo paghi tu.

Sono figlia di un ligure, mi sposerei centocinquanta volte se ognuno portasse qualcosa e io potessi far credere che la bustina della lista di nozze mi servirà davvero per un viaggio o per il servizio buono.

Invece non me ne potrei mai separare, resterebbe sempre con me, saremmo sempre io e la mia bustina finchè morte non ci separi.

Perché sotto sotto sono una gran figlia di ligure.

E non ho mai comprato un libro in vita mia perché adoooro il book-sharing.

Mai ho lasciato impunita cassiera che abbia tentato di dirmi “Ti devo un centesimo, tesoro”.

“D’accordo, aspetto qui a lato?!”.

Sono una figlia di ligure: ecco l’insulto giusto per me, che mi gonfia il petto d’orgoglio e il portafogli dei soldi che risparmio con agonismo e tecnica.

Sono figlia di ligure e per me il tempo è danaro.

E il prezzo del tempo lo faccio io.

E il tempo di lettura di questo articolo è di circa sette minuti e quaranta.

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SFOGO DI UNA MADRE

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

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Mi sono svegliata questa mattina con una voglia incredibile di mandarvi tutti a ramengo.

Sono stanca di tutto il lavoro che mi date, di tutte le lavatrici che devo fare ogni giorno per voi, delle ore passate in cucina per darvi da mangiare roba che schiferete.

Stanca di riordinare le vostre cose che abbandonate per casa, le palle e gli altri giocattolini di merda che devo sempre rimettere a posto io senza la vostra minima riconoscenza.

Ma che ho fatto di male per meritarmi voi?

Perché quel giorno non sono andata a passeggio?

Siete dei lavativi, perdigiorno, egoisti che non siete altro, ecco.

Mi sono svegliata stamattina e ho capito che sono stanca marcia di sacrificarmi per voi.

Coi vostri orari di merda che se ne fregano di una stronza che lavora tutto il giorno e di notte vuole dormire.

Invece no, mi svegliate come fossi una serva.

Questa casa non è mica un albergo, sapete?!

Parassiti: senza di me non sopravvivreste mezza giornata!

Ah, ma vi sistemo io, cari miei.

Da oggi le cose cambiano.

Mi sono svegliata stamattina e ho capito io come aggiustarvi a voi, teste calde.

Da oggi ognuno lava le sue cose, che cazzo.

Ognuno rimette a posto quello che usa o, quanto è vero Dio, vi sbatto fuori di casa e al diavolo.

Soprattutto tu, Leopoldo, che la fai puntualmente fuori dalla lettiera.

Da oggi le cose cambieranno, gatti di merda.

FURESTA: UNA STORIA VERA.

FAVOLE DI MADAME PIPI'

“Ahhh l’amore!!”, stai pensando questo Ettore, vero?

Te lo leggo negli occhi, stai pensando all’amore, amico mio!

Mentre lucidi gli specchietti retrovisori della tua Honda Civic fresca di autolavaggio tu stai pensando proprio a questo.

Oddio, ma ti vedi?! Guardati: quarantadue anni, un buon lavoro e un principio di rincoglionimento che ti percorre la spina dorsale, i pensieri, la pancia e “la furesta”, come la chiami tu.

Danzi tra le macchine come fossi Pamela Anderson al car-wash show in qualche postaccio del Kentucky.

Che roba amico mio, come ti sei ridotto.

Insomma, sono felice per te ma guardati!

Dio santo, stai ballando intorno alla tua Civic con la pelle di daino in mano e sospiri guardando gli altri automobilisti anche se in realtà non li vedi neanche perché gli occhi ce l’hai da un’altra parte, amico mio.

Ce l’hai piantati ancora sulle foto-profilo della tua Bella, specialmente le ultime, quelle che hai visto ieri sera mentre eri al lavoro e sbirciavi felice come un ragazzino quando torna a scuola dopo il Natale e sta in classe a fantasticare sul parco giochi che lo aspetta a casa.

Ettore tu sei innamorato fracico.

“Viva l’amore! Ahhh, che sensazioni primitive, che sconvolgimento chimico, che dolce disordine che ti fa camminare storto ed essere buono con tutti”, mi rispondi.

Ettore c’hai l’amore dappertutto: hai scelto la tua sposa, sei andato.

Ma la cosa più bella, la cosa più Rock, come dici tu è che proprio ora, mentre stai controllando che ogni angolo della tua Civic sia più lucido del cesso di un magnate russo, l’amore corrisposto.

Non è così cazzo?! E’ quando tu guardi nelle pupille di chi ti piace e intravedi feeling.

E’ proprio così!

“L’ho capito subito, poi mi ha invitato lei al campeggio e ho pensato che Dio c’è sul serio”, mi dici.

Ettore, non è che sei al settimo cielo.

Puoi tranquillamente pisciare sulla nuca a quelli al settimo cielo, dal tuo loft al nono!

E poi sei all’antica come l’amore, amico mio.

Hai aspettato e dopo ben otto mesi di corteggiamento pudico e contenuto hai raggiunto l’obiettivo: una proposta.

La tua bella ti ha chiesto di andare in vacanza al campeggio!

Che strano, penso io.

Uno di norma prima si fa un concerto insieme, poi un week-end e poi si spara una settimana intera.

Così tutto insieme ti arriva una doccia di ghiaccioli alla fragola in testa!

“Ahhh, l’amore, cazzo!”, mi rispondi tu mentre il campeggio di Polignano a Mare che hai prenotato ti sembra meglio di uno Spa Resort a Honolulu.

“L’amore spreme ogni contrazione, ti libera la mente dalle sciocchezze, alleggerisce il peso corporeo di grammi e grammi.

L’amore drena, ti purifica, ti fa essere migliore.”

E’ proprio così come dici, Ettore caro.

Occhio che ti squilla il telefono!

L’amore è l’ultima particella di Dio ancora visibile sul pianeta terra che ti cancella qualsiasi bruttura dalla testa e ti fa diventare un principe anche se stai lavando la tua macchina per attaccarci dietro una roulotte e partire alla gitana, alla ruspante.

Ma che ti frega, c’hai l’amore Ettore.

Ma chi ti ferma?!

Nessuno.

Manco il fatto che la tua bella abbia avuto un bambino da un altro.

E allora?

Ormai è così: separarsi non è più un problema e poi se lei è una mamma, tanto meglio, è già sul pezzo con la storia della riproduzione e non te ne chiederà certo un’altra, di puzzola.

E qualora la volessi tu non ci sono problemi, Ettore!

E’ già programmata per produrne all’industriale.

Così domani partite e c’hai le mutande che cantano le melodie degli angeli e il meteo che ti assiste: cinque giorni di sole e due pioggia, ideali “Per fare furesta”, come dici tu.

Questo penso mentre tu dici “Si” al telefono.

Era lei?!

Che ha detto?! Dimmi, raccontami tutto che io sono femmina e queste cose le capisco!

Ti ha chiesto se può portare suo figlio?!

Ah.

Ma si, hai ragione! Ma che ti frega, giocherete insieme.

E poi c’è l’amore, Ettore, hai ricevuto?!

C’è l’amore, porco mondo!

Chi vi ferma?!

Farai i castelli di sabbia, scarterai gelati e merendine, gli farai un po’ da papà a tempo determinato e chissà che non ti si sveglia l’istinto, canaglia!

E poi alle nove i bimbi vanno a letto e allora… “Furesta!”.

Che? Chiama ancora?!

Eh, rispondi, rispondi pure.

Che ha detto?! Ti ha chiesto se paghi tu?

Va beh, ma è ovvio!

Non deve neanche chiederlo.

Mi raccomando Ettore, fai il gentleman eh.

Anche se lei insiste, guarda che noi insistiamo per mettervi alla prova, tu sii intransigente, neanche un caffè!

Ti si scioglierà sulle ciabatte.

Ahh, l’amore! L’amore Ettore è così, ti trasfigura.

Guarda che pelle che hai!

Sembri levigato dal Canova, c’hai i capelli lucidi come un levriero afgano appena uscito dalla toilette.

Ancora con ‘sto telefono?

E’ lei?! Ancora?! Beh ma allora è alle fiale.

E’ cotta sulla pietra.

Considerati già a cena dai suoi nonni a Natale.

Che voleva?

Dimmelo Ettore che io sono femmina, c’ho intuito per queste cose.

Se può venire anche sua madre?!

Oh.

Oh beh, forse è un po’ esagerato.

“Vuole mettermi alla prova, vuole vedere quanto ci tengo!”, mi dici convinto.

Eh si, hai ragione, senz’altro è così.

Tu non cedere al maschilismo e sii gentile, che ti frega.

Magari porta la nonna per fare un po’ di baby-sitting alla creatura così vi unite sugli scogli.

E poi se lei è splendida come dici, sarà caruccia anche la suocera, no?!

Dai, dai, bravo! Fai bene a prenderla così.

Già vi vedo a giocare a burraco insieme.

Conoscerai figlio e suocera in una botta sola, fico dai!

“Unico, direi”, mi rispondi, che ti trema quasi la voce.

Ahh l’amore, Ettore.

L’amore fa miracoli.

“Ne ha già fatti, lo vedi?”, mi rispondi tu con le guance rosa porcellino, “sto per fare una settimana di campeggio dentro a una roulotte condividendo quattro metri quadri e un solo cesso di plastica con lei, sua madre e suo figlio, hai voglia a miracoli! Sono felice, pieno, completo, mi sento un uomo”.

Hai ragione, amico mio, hai ragione!

Ahhh, Dio benedica l’amore e pure il campeggio.

Ma chi ti scrive, mica lei?!

Non ci posso credere.

Dio ti ama, amico mio. E anche lei.

E che dice ora?! cosa dice, dimmi!!

Che sono una femmina, c’ho intuito, ti do la soluzione come la settimana enigmistica senza manco aspettare il prossimo numero.

Suo fratello?

Perché anche suo fratello?!

No, dai.

Le hai detto che non c’è posto?

“Ma un lettino in più c’è, se si toglie il tavolo. Dice che è tanto che non lo vede, che vive ancora a Bari e che è a due passi”, mi rispondi, “poi se possiamo passare a prenderlo già che siamo giù ed eventualmente riportarlo”.

E io credo, sinceramente amico mio che ti stiano pigliando per il culo con la scusa dell’amore e delle farfalle nelle mutande.

Con tutta ‘sta gente te la scordi la furesta, da retta a me.

Ma tu già non mi degni di uno sguardo, amico mio.

Tu fai come vuoi perché sei scimunito dall’amore.

Ti vedo: c’hai l’occhio vitreo come gli squali mentre ti volti e dici che così ti offendo.

Viva l’amore, Ettore.

Che sensazioni primitive, che sconvolgimento chimico, che dolce disordine che ti fa camminare storto ed essere buono con tutti.

Che dramma sarà raccogliere le tue ceneri al ritorno.

Servirà una paletta di quelle per le stalle.

Saluti alla signora.

***

 Per gentile ispirazione del mio amico Ettore. Tratto da una storia vera.