UN MONDO SENZA CARTA, GIAMMAI.

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Breve trattato sull’importanza della carta e sulle analogie tra libro e carta igienica scritto ed interpretato al Salone del libro di Torino 2018, in occasione del talk “Come sarebbe il mondo senza la carta?”

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E’ così da sempre e in tutte le circostanze: ci accorgiamo di quanto ci serviva una cosa o una persona, nel preciso momento in cui non l’abbiamo più lì, a disposizione, sul comodino, nella dispensa o nel letto.

A proposito di mancanze, non posso immaginare il giorno in cui ci sveglieremo e, in casa, avremo solo tablet per scriverci e scrivere.

Spero che un foglietto di carta da pasticciare, resti sempre a disposizione, in tutti i luoghi, anche i più infami della terra.

Spero che non arrivi mai il giorno in cui smetteremo di comprare taccuini con disegni scemi in copertina oppure neri, in pelle, uguali, identici a quelli di altri sei milioni di persone che, ogni tanto, desiderano sentirsi Hemingway o Picasso.

Sono certa che prenderemmo provvedimenti se dovesse capitarci un giorno, l’improbabile sciagura di non poter avere più, tra le mani, l’oggetto Libro, col suo profumo inconfondibile di cosa antica appena sfornata, ma mi domando: cosa faremo il giorno in cui non ci troveremo più tra le mani, la carta igienica?

Perché un mondo senza carta vuol dire un mondo senza tutti i tipi di carta

Non ci sono mezze misure perché, quando si parla di carta, si parla di una storia d’amore tra l’uomo e questo materiale miracoloso; una storia d’amore che dura da millenni e l’amore, così come la sua mancanza, non ha mezze misure.

Si vince facile decretando che la carta da gabinetto è la tipologia di carta di cui si sentirebbe maggiormente la nostalgia ma non è proprio così.

Vengo in aiuto dei più tignosi che non vorranno ammettere che il risultato più umile dei trattamenti sul legno sia più usato e amato della Moleskine, pronunciando la parola magica: libro.

Il libro ha delle peculiarità sociali, a volte, più forti e affascinanti del suo stesso contenuto.

A differenza della carta igienica, quando hai in mano un libro sei fico.

La libreria e la biblioteca sono, da sempre, contesti incredibilmente sexy: non si sa per quale motivo, tra i libri ed i corridoi che li contengono, tutti sembriamo più interessanti (forse perché siamo, finalmente, obbligati al silenzio); sta di fatto che, anche solo per questo misterioso appeal di librerie e biblioteche, tantissimi italiani frequentano tali luoghi solo per rimorchiare o, quantomeno, per sembrare più cool.

Anche molti di noi, stamattina, sono qui al Salone per gli stessi motivi.

Al contrario, nel reparto carte igieniche, pochissimi di noi stazionano per più di trenta secondi perché non è certo una corsia dove si ha speranza di apparire affascinanti.

La nostra società non è sincera e al prossimo è sempre meglio far sapere che leggi moltissimo e che non hai un sedere.

Visto che, a quanto pare, questo pezzo sta diventando un trattato sulle differenze tra carta igienica e libro, sarà bene ricordare anche le moltissime analogie che questi due prodotti trasformati della carta, conservano intrinsecamente e non parlo solo di certe pubblicazioni, basti citare Fabio Volo, del quale qualcuna più grande di me, disse che gli alberi si vendicheranno. Ancora, basti pensare a Bruno Vespa, l’editoria politicamente faziosa, i libri di cucina delle reginette televisive, le biografie dei calciatori e dei cantanti o presunti tali, le pagine dei cabarettisti coi loro tormentoni e, infine, la povera carta costretta a contenere i pensieri di Barbara D’Urso, di Emilio Fede e di tutti quegli individui dei quali ci ha stupiti la scoperta che sapessero scrivere!

Le analogie con la Foxy non son solo queste banalità appena dette, che tuttavia, va notato, vendono ancora troppo per poter considerare il nostro, un paese sviluppato.

Vi sono anche punti in comune più alti, emozionali e correlati coi nostri costumi sociali più diffusi, a rendere libro e carta igienica due invenzioni straordinariamente complementari: vengono utilizzati insieme, come strumenti a supporto di piccole, grandi imprese quotidiane.

Nel rifugio del tuo bagno (se avrai il coraggio di abbandonare il tuo amico cellulare ad aspettarti fuori), vivrai l’esperienza in compagnia dell’uno per rilassarti e raggiungere lo scopo e dell’altra per alleviare le fatiche.

In compagnia di tanti libri hai pianto commosso ed emozionato, trovando ristoro in un rotolo di carta igienica che c’era anche in quei momenti di beata solitudine.

E che dire di quando, durante i compiti in classe, chiedevi alla professoressa di andare in bagno e, una volta chiuso nel tuo piccolo fortino, trovavi il libro di testo ad attenderti, posizionato accanto alla carta, come una mappa militare (la carta igienica però, la trovavi solo se la tua scuola era privata).

Se finissi in prigione (e ci sono ottime possibilità!) sarei disposta a scrivere i miei libri anche sulla carta igienica, tanta è la mia voglia di usufruire della libertà di espressione; come abbiamo visto, sarebbe meglio pulirsi il sedere con certi libri piuttosto che leggerli ma è inaccettabile l’idea che il materiale carta scompaia, in ogni sua forma, anche quando viene evidentemente umiliato da un editore, da un sedere o da una faccia di sedere.

Perché eliminare la carta, col pretesto di ridurre i rifiuti, con la presunzione che s’inquini meno pur avendo ancora, tra i coglioni e perfettamente legali, le bottiglie di plastica, sarebbe come toglierci l’utilizzo di un pezzo di cervello, di cuore e di sedere.

Ecco: se penso ad un mondo senza carta, penso alla stitichezza: fisica, mentale ed emotiva perché, come abbiamo appreso da questa piccola, forse mediocre riflessione, la carta ci consente di evacuare sotto tanti aspetti.

Ed evacuare ha il suo etimo in vacuus che in latino vuole dire libero.

Lasciamo gli alberi liberi di morire per noi, se sentiamo di essere buoni amministratori o di poterlo diventare.

Sentiamoci liberi di tornare a scrivere ancora su carta.

Sentiamoci liberi di far popò tra gli alberi, nei boschi che fanno respirare il pianeta e che, un giorno, diventeranno carta.

Così, perlomeno, ci sarà chiaro il motivo per cui talvolta siamo costretti a leggere certi libri o giornali di merda.

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IL MANTENUTO E’ UN CRIMINALE

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Tra i tanti crimini efferati, compiuti, ogni giorno, contro l’umanità intera, ve n’è uno, forse di minor gravità, ma comunque sottovalutato e fastidioso come l’incauta scelta di sedersi sopra ad un cactus.

E’ il crimine che compie, tutti i giorni, il mantenuto.

Il mantenuto causa rancore alla popolazione dei lavoratori, nuoce ai genitori che ne sostengono le mille, stronze, velleità ed è certo che, una volta genitore, a sua volta, crescerà figli marci e perdigiorno.

Il mantenuto puzza di bene lusso non sudato, di fatica altrui non onorata, di abitudine a soggiornare sul pianeta senza apporre il minimo sforzo per la propria sussistenza anzi, consumando Co2 come una pianta grassa, senza però restituire ossigeno.

Dal punto di vista etimologico, non v’è scampo: mantenere vuol dire tenere la mano: ma la mano si tiene ai bambini o agli anziani, non alle mogli bionde o ai figli venticinquenni!

Il mantenuto cresce col concetto di open-bar perpetuo e dovuto, con la filosofia all you can eat nello stomaco e con la frase del “poi passa papà/mio marito/mia moglie/la mamma”, sempre pronta, in quella gola che andrebbe sigillata a suon di mazzate, non credete?

Il mantenuto, che Dio lo punisca, non conosce l’arte della negoziazione con un capo che ti sfascia i coglioni, avanza pretese impossibili o, semplicemente, richiede servizi entro tempi limitati, altrimenti non paga perché, il mantenuto non ha mai avuto necessità di lavorare e questa sua mancanza, non è un lusso ma un approccio alla vita che lo rende flaccido e maleodorante come la popò di un bulldog francese.

La pena da prevedere per il mantenuto:

Il sacro esercizio del bucio di culo per terzi, dietro retribuzione.

Il mantenuto non conosce il gusto amaro del mancato pagamento ma attende il pagamento che gli appare come un diritto, comodamente a casa o peggio, dal parrucchiere, alla spa, all’università, in giro per il mondo, al parco pubblico o al centro commerciale.

Perché non decidere di punire, una volta per tutte, il mantenuto, secondo legge?!

Perché non punire questi succiacapre, lasciandoli un mese senza sovvenzione esterna?

Un mese sotto osservazione, chiedendo loro, semplicemente di mantenersi da sé.

Da quel mese di osservazione potrebbero scaturire miracoli!

Alcuni si convertirebbero alla più sana creazione di un’autonomia, rivelando talenti eccellenti, allargando il proprio campo di visuale su cose e persone, attraverso il sacro esercizio del bucio di culo per terzi, dietro retribuzione.

Da quel mese di osservazione si potrebbero trarre utili conclusioni in campo d’indagine sociale, sulla bellezza della selezione naturale che non perdona i pigri e coloro che si approfittano del lavoro altrui.

Dopo quel mese di osservazione si potrebbe punire senza possibilità di rinvio, questa abitudine che stupra il pil di un paese, l’assetto sociale ed economico del pianeta, il concetto di utilità di un individuo per la creazione, messo pesantemente in dubbio dalla personaccia di merda che è, il mantenuto.

Il mantenuto va punito e le sue mani vanno messe subito al lavoro, prima che il virus si diffonda senza limiti e il nostro salvadanaio venga preso d’assalto.

Perché, prima o poi, capiterà.

Se avete un mantenuto in casa, in famiglia, se il germe si è insinuato nella testa di vostro figlio o di vostro marito, sentitevi liberi di perseguire con ogni metodo, questo oltraggio nei confronti della natura umana, tutta.

E che vi piglino i cinque minuti perché saranno minuti santi e benedetti, quelli in cui, tutto ciò che avete comperato, negli anni, al mantenuto, venga sparato fuori dal terrazzino o dal garage di casa vostra, sotto gli occhi della personaccia che vi ha chiesto di pensare a lei, senza che le fossero mai mancati gli arti per poter cooperare alla propria, ignobile, sussistenza.

 

 

 

 

IL VENTISEIESIMO GIORNO

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“Il ventiseiesimo giorno” ovvero “L’Ansia è il mio strumento di lavoro” è un pezzo scritto e interpretato in occasione del Creative Morning di Roma.

Tema del mese: l’ansia.

Io sono assediata dall’ansia e, se non bastasse, non ho accesso all’ansia in maniera graduale; non ho gli stati d’animo intermedi, convenzionali: voglia di fare, stanchezza e poi, eventualmente, ansia.

Io no.

Io ho voglia di fare e poi, a distanza di pochi secondi, ho direttamente l’ansia, senza passare per la stanchezza.

La mia voglia di fare è una burrasca di idee, telefonate e centinaia di mail, inviate a qualsiasi ora e tutto intorno a questa bufera, quasi fosse un’isola, c’è un mare di ansia.

E questo “tutt’intorno” occupa una bella fetta di tempo.

Tempo che potrei usare per fare un sacco di altre cose più utili, come lavorare.

Non potendo disfarmene, ho deciso di lavorare a stretto contatto con lei.

Quando ho in programma uno spettacolo, generalmente vengo a saperlo quasi sempre con un mese di anticipo.

I primi venticinque giorni, io me ne frego.

Tutto di me se ne frega, del fatto che abbia uno spettacolo da preparare.

E’ una pulsione stranissima.

Nei venticinque giorni, su trenta, che ho a disposizione per preparare lo spettacolo, io ho una voglia di fare incredibile.

Una voglia di fare tutto, tranne che di preparare il mio spettacolo.

E subisco questa circostanza odiandomi, mentre mi tengo impegnata in mille e più stronzate inutili, pur di sedare la mia voglia di fare: pulisco casa da cima a fondo, come un’invasata, come se aspettassi gli assistenti sociali, in visita per togliermi la potestà, butto giù le librerie, le spolvero come fossi un archeologo e cambio posizione a libri ed oggetti.

Lavo, cucino, annaffio le piante.

La casa brilla e io m’insulto.

Mi dico “Cazzo fai, cretina! Molla la scopa e vai a preparare lo spettacolo, che sennò fai una figura di merda!”

Ma il mio corpo non risponde.

E’ come se fosse ipnotizzato.

Perché non sono ancora trascorsi i venticinque giorni.

Perché non è ancora venuto il giorno ventisei.

Poi arriva.

Arriva il ventiseiesimo giorno, improvvisamente e, insieme a lui, arriva anche l’ansia.

Mi dico “Guarda che cazzo hai combinato, mariuola merdosissima, ci risiamo! Con tutto il tempo che hai avuto e blablabla…” eppure, io continuo imperterrita a non preparare il cazzo di spettacolo e a tergiversare.

Giorno ventisette.

A tre giorni dallo spettacolo, di voglia di prendere in mano il fottuto copione dello spettacolo, non v’è traccia.

Continuo, in compenso, a maledirmi e gli anatemi si fanno sempre più diffusi e pesanti.

Giorno ventotto.

Quasi svengo dall’ansia e mi accascio sui mobili, chiedendomi quale altro rincoglionito, a due giorni dallo spettacolo, riuscirebbe a non aprire il copione per mettere il concime alle piante grasse di casa.

Giorno ventinove.

Ormai non c’è più speranza: è tardi.

Lo spettacolo sarà l’indomani, la figura di merda si avvicina prepotente.

Meglio non pensarci e uscire.

Meglio andare in gita, respirare, ventilare le idee, cambiare aria, mangiare in quella trattoria che mi piace tanto e così, il giorno prima dello spettacolo mi trovate in giro, a cazzeggiare per boschi con una zuffa di voci in testa che litigano e si alternano e dicono “Guarda che sentiero meraviglioso!” e subito dopo “Miserabile fancazzista, domani sarai punita”.

Così, rientro a casa un po’contrariata e poi arriva il giorno dello spettacolo.

Figuriamoci se ho il tempo di sfogliare il copione, nel giorno di viaggio: è tutta un’odissea di treni e valigie e ritardi e vaffanculi, la trafila per arrivare nella città dello spettacolo, da dove abito.

Quindi arrivo, mangio, dormo e faccio tutto ciò col sibilo dell’ansia in sottofondo che dice “Ssssssstronza”.

Arrivo nel retropalco, sono carina, col vestito buono, microfonata e magnata dall’ansia, visto che, per un mese intero, non ho aperto il copione dello spettacolo che dovrò fare di lì, a cinque minuti.

Così, ogni volta, salgo sul palco dicendomi sempre la stessa frase, la stessa frase che mi dicevo nel tragitto che andava dal banco alla lavagna: dico, “Bene, brutta stronza, adesso ce la dobbiamo cavare in qualche modo, non è vero?! Ma tu guarda se devi mettere a disagio perfino me, l’ansia! Adesso vediamo che t’inventi per salvarci da questa figura di merda. Vediamo che diamine gli dici a questi..”

Così saliamo sul palco, sempre sole, io e lei: me e una tripla, carpiata ansia in picchiata libera.

E ce la caviamo sempre.

Perché so che il problema non è l’ansia per lo spettacolo, ma il momento in cui bisognerà farselo pagare, lo spettacolo, tra novanta giorni.

E’ lì che deve venire l’ansia e glielo dico sempre a lei ma non capisce.

L’ansia non le capisce le ansie dell’Italia. E’ internazionale.

 

 

IL PENSIERINO

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C’è una legge che mi sta sempre più stretta.

Non so chi l’abbia istituita, quale Repubblica abbia potuto concepire una legge così invadente e presuntuosa.

Un comma che costringe tutti i cittadini, indipendentemente dal loro reddito e dai loro orientamenti, ad affrontare la settimana del regalo di Natale.

Tutti, in massa e in condizione di grave disagio stradale devono, per legge, uscire per recarsi in luoghi di approvvigionamento di pensierini.

Il decreto del Pensierino.

Mi sento male all’idea che qualcuno possa farmi un pensierino.

Meno, all’idea che qualcuno possa farCi un pensierino, ma questa è un’altra storia.

Però, l’idea che uno debba uscire di casa il ventidue di Dicembre, con un freddo bastardo e parcheggiare l’auto in terza fila, per immergersi in un fiume in piena di persone, lucine e babbi natali che si arrampicano persino sulle pareti dei palazzi, l’idea che uno a cui voglio bene debba sottoporsi all’esperienza dequalificante di entrare in un temporary shop di candele e saponette profumate per comprarmi un pensierino, se permettete, mi mortifica.

Se poi alla mortificazione aggiungo l’angoscia di dover fare anch’io dei penserini alle persone, rabbrividisco.

Mi debilita anche l’idea che tantissime attività commerciali possano reggere la loro sussistenza sul business dei pensierini.

Sulle sciarpe, sui calzettoni di lana con le renne, sui cesti coi pandori e gli spumanti, sui libri di Fabio Volo, sullo smartbox!

Lo Smartbox: è già quasi nella categoria dei pensieroni, mi rendo conto.

Lo smartbox è impegnativo.

Ma anche invadente, coercitivo deludente.

Tu, col tuo fottuto smartbox, non mi stai regalando un week-end.

Mi stai obbligando ad andare tre giorni fuori col mio fidanzato, col quale magari va male da anni ma non c’avevo voglia di dirtelo.

Mi obblighi ad andare in un posto che potrò scegliere solo tra opzioni limitate e preselezionate da un tizio che non conosco e non conosce me.

Mi obblighi a telefonare in quel posto, che ho selezionato dalla preselezione, e a sentirmi trattare come una mentecatta del cazzo perché sono quella con lo smartbox.

Se non bastasse, al mio ritorno dovrò telefonarti per renderti conto sul mio soggiorno al minuto e ringraziarti della figata cosmica che il weekend è stato e prometterti di ricambiare presto, con un altro smartbox per te!

E tutta questa sofferenza per colpa di un fottuto pensierino che tu hai avuto per me.

Non pensare, la prossima volta.

 

CANTICO ALLA CACCIA

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Abitare in campagna è forse la scelta migliore che io abbia mai fatto in vita mia.

In effetti è l’unica scelta buona che io abbia fatto, in mezzo a tante scelte di merda e perciò la migliore.

Inutile dirvi che salto di qualità incredibile abbia fatto la mia vita, da quando vivo su queste colline selvagge!

Così, anche stamattina mi sveglio e, dopo una rapida colazione, sono pronta per portare il mio cane nei boschi!

Allora prendo il giubbotto anti-proiettile, il fischietto, il casco integrale e lo scudo.

Metto al mio cane la pettorina giallo fosforescente, il collarino con la campana di ottone e un paio di lampadine a intermittenza che si accendono quando un sensore percepisce il dialetto bergamasco, nel raggio di duemila metri.

E’ iniziata la caccia, mica si può uscire così, in maniera avventata, come quelle che si fanno violentare nei parchi pubblici.

Andiamo nel bosco, io e il mio cane, con la speranza di portarci a casa qualche fungo, nascosto sotto alle cartucce di plastica, che i cacciatori, normalmente anziani non vedono cadere in terra, così come non vedono neanche i funghi, così come non vedono neanche le belle altezze intellettuali che l’essere umano sarebbe in grado di toccare, se solo volesse.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Usciamo di casa e io passeggio con lei nel bosco, fischiando come un arbitro della Champions oppure usando direttamente la tromba di SOS delle navi quando affondano, per far sentire ai cacciatori che io e il mio cane vorremmo passeggiare senza il timore di morire dissanguate su queste colline belle e selvagge, per mano di un coglione che non fa visite alla vista, da secoli.

Infatti, non mi rassicurano le notizie di cronaca, che dicono che spesso si sparino tra di loro; perché se sparano ad un vecchio amico, perché non dovrebbero sparare a me, che sto scrivendo un pezzo contro di loro?

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Esco di casa col mio cane, rientro a casa col mio cane e altri quattro cani sperduti, coi collarini fatti con le funi delle barche o con le fettucce colorate, che i cacciatori mettono loro per non perderli, ma forse alcune fettucce non hanno la garanzia.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Li incontreremo vestiti di verde, coi loro fucili a centocinquanta metri dal portoncino della nostra casetta.

Cordiali nonostante mettano i loro nove cani (non perduti) in una gabbietta che sarebbe per un bassotto.

Gentili nonostante sparino a piccoli animali che vengono acquistati in cattività coi soldi della Regione e rilasciati per i loro unici, due giorni di libertà.

Educati nonostante finanzino un mercato già florido, come quello delle armi, che poi è il fiore all’occhiello del Made in Italy in tutto il mondo, se solo lo sapessero.

Li incontreremo nei boschi, dove anziché investire il loro tempo libero in volontariato o attivismo politico, anziché caricare il fucile a sterco di pecora e andare sotto Montecitorio, anziché utilizzare i soldi della pensione per portare in vacanza le mogli, li troveremo ad accanirsi contro gli uccelli, forse invidiosi del loro nome, della loro libertà e della loro innocenza.

Li troveremo accucciati nelle casine di legno a sparare in sessanta a un cinghiale al quale per tutta l’estate hanno dato cibo, mettendo i dispenser nei boschi, e io che pensavo lo avessero adottato…

Li troveremo lì, nel bosco, a cambiare la nazione sparando alle lepri, immaginandole nemiche mentre i nemici veri riducono loro la pensione a poche centinaia di euro.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Basterà aver pazienza tre mesi e aspettare che ripongano di nuovo la propria virilità sul divano di casa, allo stadio, al bar o in quel posto lì, sperduto chissà su quale collina dove hanno lasciato dignità e pietà chiuse anch’esse nel fodero.

LA BANDA DEL KM ZERO

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So che c’è della gente in giro che finge di volermi bene ma che in realtà mi segue, con le scuse più banali, per capire se io compri o no tutto, a chilometri zero.

Anche voi avete delle persone cosiddette care che vi tendono trappole per mostrare al mondo quanto siete ancora globalizzati e inquinanti.

A queste persone dedico il pezzo che segue.

Affinché ognuno guardi i mille chilometri di terreno incolto che ha nel cervello.

***

Non so se sapete che in questi giorni sto ultimando il reclutamento per formare una squadra di professionisti unica al mondo.

Sto valutando gli ultimi curricula per selezionare persone affidabili e mettere in piedi la prima società segreta di agenti speciali che certifichino se una persona è o meno a chilometri zero.

La Banda del Km-Zero proteggerà le città da quelle bestie che ancora frequentano gli ipermercati invece delle botteghe delicatessen, che si ostinano a mangiare nei fast-food anziché nelle enoteche con cucina, che vanno ostinati nei centri estetici invece di regalarsi una beauty-farm insomma, la Banda ci proteggerà da tutti quei miserabili che ancora non risultano sufficientemente sostenibili.

Siete dubbiosi riguardo a un amico che stimate ma che temete possa acquistare la frutta alla Carrefour, nei punti vendita aperti anche di notte, per non farsi vedere da nessuno?

Volete un aiuto concreto per vostra madre, un accompagnamento affinché non compri pane bianco ma solo pane ai grani antichi, duro come il basalto?

La mia associazione culturale Banda del Km-Zero metterà a disposizione un team di esperti che trasporteranno le vostre madri al più vicino mercato rionale sottoponendole, in modalità del tutto coatta, ad una lista della spesa prestampata che le obbligherà a comprare tempeh e bacche di goji, anche se non sanno di che cazzo si tratti.

La mia associazione culturale Banda del Km-Zero vanterà agenti speciali che, indossato il passamontagna verde bosco, aspetteranno il vostro amico fuori dalla Carrefour per filmarlo e pubblicare il video in diretta su facebook oppure per strattonarlo e rompergli le buste della spesa, sempre che non siano quelle biodegradabili e fetenti che si auto-distruggono appena le sollevi, alla cassa.

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Voglio creare un team di professionisti in grado di far passare alla gente la voglia di andarsene ai centri commerciali la domenica, voglio che il mio team abbia la concessione statale per poter arrestare quelli che comprano i pomodori a Gennaio.

Poi voglio pene durissime per i soggetti peggiori: per i falsi fricchettoni, per i finti sostenibili.

Voglio creare un dipartimento speciale che si aggiri per le città a caccia di quei vermi immondi che comprano le verdurine coi gruppi di acquisto solidale, che vanno in bicicletta al mercatino, che mangiano solo al bistrot macrobiotico con tutto il vendibile a chilometri zero ma poi comprano l’Iphone dalla California, l’auto dalla Germania, gli abiti fatti in Bangladesh, il sushi pescato in Groenlandia e confezionato in Giappone.

Voglio punizioni corporali per quei rognosi che usano solo carta da culo riciclata e comprano la marmellata all’agriturismo fuori-porta, ogni domenica ma poi, dal lunedì al venerdì lavorano per la multinazionale e scelgono le scarpine Nike per il loro bimbetto, cucite da un suo coetaneo in Cambogia.

Sto reclutando persone affidabili per formare la mia squadra, la Banda del Km-Zero che riceverà la giusta formazione per far piazza pulita.

Perché con la scusa del chilometro zero sia finalmente possibile applicare in maniera corretta tolleranza zero.

E ora scusate ma scappo, che mi chiude l’Ikea.

DOVE CONDUCONO LE RICERCHE?

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Da una ricerca portata avanti da un’equipe di scienziati nutrizionisti dell’università di Melbourne pare accertato che i consumatori di alga spirulina alla fine crepino come gli altri.

Uno studio sui minorenni americani ha dimostrato che i polli del Kentucky Fried Chicken possono continuare a vivere dentro all’apparato digerente del consumatore fino a sedici mesi.

Un team di filosofi nordeuropei sostiene che molti fitofarmaci creati dalle grandi case farmaceutiche siano nocivi per l’agricoltura e per chi consuma i prodotti derivati da essi.

Ma chi se li incula i filosofi nordeuropei?

Tutta italiana, invece, la ricerca dei nostri cervelli ancora non fuggiti all’estero che conferma l’assoluto legame tra il Negroni sbagliato e il 70% delle gravidanze inattese.

A questo proposito una ricerca dell’università di Honk Kong del dipartimento nutrizione e sviluppo sta portando avanti un programma per confermare la tesi secondo cui esista una connessione diretta tra riso e fertilità altrimenti non se spiega come facciano i cinesi.

Da una ricerca condotta dagli scienziati dell’università di Boston risulta che di Coca Cola, si può morire nonostante le splendide pubblicità natalizie.

Uno studio di medici dietologi genovesi ha messo a punto un sistema innovativo di eliminazione di grassi e tossine basato sulla teoria quantistica del vaffanculo.

Lo studio alimentare di un reparto di scienziati croati ha dimostrato finalmente che lo zenzero fa schifo al cazzo e che se non fosse di moda, la gente lo farebbe marcire sugli scaffali.

Non tutte le ricerche condotte vengono ascoltate, non tutte le ricerche condotte sono affidabili, non tutte le ricerche meritano di essere condotte.

Le ricerche che meritano di essere condotte, spesso vengono condotte dalle persone sbagliate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PIAGHE

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Piaga
[pià-ga] s.f. (pl. -ghe)

  • 1 Lesione della cute o di una mucosa, con perdita di pus o di siero e difficoltà di cicatrizzazione; estens. ferita, lacerazione, taglio: avere le p. ai piedi, alle mani
  • 2 fig. Dolore dell’animo, pena, tormento || mettere il dito nella, sulla p., toccare un argomento delicato, che rinnova la sofferenza di qlcu.; anche, mostrare con chiarezza dove sta il nocciolo di un problema
  • 3 fig. Problema sociale grave e diffuso: la p. dell’alcolismo, della corruzione

per brochure

Da quando ho intrapreso il mio percorso di scrittura comica, l’intento è sempre stato sociale e mi fa ridere dirlo nei confronti di racconti umoristici, ma sentivo e sento l’urgenza missionaria di identificare e condannare abitudini, mode e tendenze di costume che stanno dissanguando il nostro libero arbitrio intellettuale, omologando la nostra identità e mortificando le poche altezze rimaste del genere umano.

Quando ho incontrato la biro partigiana e il lavoro che Steve Magnani porta avanti grazie ad essa, ho capito che il tempo storico per associarsi e dichiarare dissenso è ancora attualissimo e, per quanto riguarda gli artisti, anche doveroso e necessario, esattamente come accadde in tempi migliori, coi più noti movimenti artistici e letterari.

Quali sono le Piaghe della nostra epoca? I castighi che anzichè divini ora sono squisitamente auto-inflitti dall’uomo?

Sono piccole cose, niente di grave. O forse si.
Sono messaggi subliminali spacciati per avveniristici, pensieri morali che non puoi contraddire altrimenti sei bigotto.
Sono negozi dove sei ipnotizzato e telecomandato a comprare senza scelta personale, tendenze o professioni che l’universo ha decretato essere cool e tu non puoi dissentire.

Sono stili di vita ai quali, se vuoi essere accettato, non puoi sottrarti.
Queste tendenze inaridiscono, frustrano, immiseriscono il nostro genere e mentre il mondo le chiama, appunto, tendenze, io e Steve Magnani sentiamo una vocina nello stomaco che ci dice che no, che sono problemi sociali,  sono Piaghe.

Così è partita la nostra ricerca, uno studio delle piaghe contemporanee, una caccia alle streghe del nostro secolo scherzosa ma serissima perchè l’espediente della risata per dire qualcosa di importante sarà anche vecchio come il mondo ma è sempre performante.

Il termine “Piaghe” ha sapore biblico perciò anche i miei testi comici e le immagini di Steve hanno molte analogie con certe omelie protestanti.
E senza dubbio si tratta di protesta: una rivolta sociale, all’intrattenimento e ai suoi temi scritti per far dimenticare anzichè pensare.
La comicità oggi non sa più dove andare a pescare lo scandalo perchè il pubblico è abituato a tutto.

I cliches tipici del cabaret puzzano di muffa.
Gli stand-up comedian parlano di pompini, nani e assorbenti cercando negli occhi del parterre meraviglia e stupore.
Io e Steve pensiamo che la piaga contemporanea peggiore sia pensare che sia tutto lecito e che il cattivo gusto non esista.
Anche per questo siamo alla ricerca di eleganza espositiva, finezza nella proposta grafica esercizio di recupero grammaticale in un’epoca in cui scriviamo “perkè”, parolacce e soggetti spregevoli che si confondano con concetti moralmente elevati.

Rinunciamo a qualsiasi grido o altro espediente sguaiato, critichiamo le mode contemporanee utilizzate senza cognizione, abbiamo il desiderio erotico di proporre una comicità che non sappiamo bene se sia satira, stand-up comedy, cabaret o se necessiti di catalogazioni ma che senz’altro faccia nascere nel pubblico il sorriso di chi sta facendo funzionare a regime l’organo più affascinante che abbiamo: il cervello.

Piaghe è un contenitore con dentro un sacco di cose arrabbiate: un libro, uno spettacolo teatrale, un canale di contenuti video con cui porteremo avanti la nostra ricerca missionaria. Coming Soon insomma. Si dice così?

https://mrkillblog.wordpress.com/

https://madamepipi.wordpress.com/

 

 

DI CHE TI OCCUPI TU?

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Di che ti occupi tu?!

Io mi occupo di design, di visual merchandising, di personal shopping.

Io sono un buyer, un copy, un art, un human resourcer, un digital enterpriser e tu? Di che ti occupi tu?

Dai, coraggio!

Non essere timido.

Fammi sentire l’odore del tuo mestiere umile di merda.

Fammi sentire l’aria di poraccitudine che ti avvolge.

Non ti vergognare con me, eh!

Se fai l’impiegato poi, mica è colpa tua.

Se lavori in un negozio mica c’è niente di male.

Puoi dirmelo, eh.

Guarda che io sono un tipo smart, open, sono multi-tasking, cool hunter, son videomaker.

No, non sono solo regista: il videomaker è uno che fa operatore, regista, montatore e attore, tutto insieme contemporaneamente, al prezzo di un attore di teatro, per le grandi televisioni, le grandi aziende.

Mi faccio sfruttare dici?

Forse ma posso dire che faccio cinema, capisci?!

Posso dire che faccio fotografia, sceneggiatura, acting, tv production.

Non sempre mi pagano ma ho il grande plus rispetto a te, di poter dire che faccio entertainment, mica la guardia giurata, la commessa, l’operaio, il low-profile.

Insomma, di che ti occupi tu?

Io sono light-designer, sono stylist, sono mainstream che non vuol dì un cazzo ma tanto tu, che ne sai?

Che ne sai tu di business e di creativity?!

Di che ti occupi tu, insomma?!

Dimmelo, dai! Non vergognarti.

Non lo dico a nessuno se c’hai la busta paga e timbri il cartellino, dai.

Fammi sentire il tanfo della tua scrivania Ikea, dai.

Non lo dico a nessuno, ti dico.

Stai tranquillo, saperlo serve solo al mio ego titanico, al mio state of mind.

Che mi frega poi a me che vivo nel loft, faccio chi-cong, compro da whole-food e mi vesto Galliano?!

Che mi frega realmente di te, che tanto io faccio crowdfunding, mi alleno alla Virgin e ascolto electro-punk jumping?!

Di che ti occupi tu, porca malora?!

Dimmelo, cazzo.

Fammi sentire le vibrazioni della tua pessima normalità.

Dai!

Come?! Mio padre?!

Mio padre lavora in banca, poveretto.

Andrà in pensione quando potrà.

La vita è così, le vecchie generazioni, hai presente?!

In banca, si.

Altrimenti come potrebbe permettersi il luxury di una figlia stylish che fa design, frequenta vinery e conosce il jet-set?!

Ma cambiamo discorso.

Di che ti occupi tu?

 

ECCO COME MUORE UN GIOVANE DESIGNER

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Il secondo birbante pezzo dedicato al magico, intramontabile mondo del Salone del Mobile, del design, della bici pieghevole, del Signore, ti prego, prendili tutti.

Questo è un momento storico prezioso.

Il momento ideale, propizio e più giusto per prendersela con quei fanatici che fanno design.

Per accanirsi contro tutte quelle moltitudini che prendono lo studio con co-working, che comprano solo taccuini Moleskine, è il momento profetico per svergognare tutti quei miserabili che hanno comprato una bicicletta pieghevole.

Per fare questo, per offendere un genere senza far sentire offeso nessuno, abbiamo bisogno di un agnello sacrificale.

Quindi ci inventeremo un nome a caso.

Chiameremo la nostra vittima Dario Pirinfarina.

Dario Pirinfarina è il nostro agnello sacrificale.

Dario Pirinfarina è il soggetto di questa nostra invettiva al design.

Il giovane italiano che ha scelto spontaneamente di studiare disegno industriale.

Qualora ciò non bastasse, Dario ha scelto di studiarlo in un istituto pubblico, non so se mi spiego.

Ha scelto di affidarsi alla pubblica istruzione, al Politecnico dove i professori hanno fatto la guerra di secessione ma, una volta indossata la giacca con le toppe sui gomiti so tutti giovani, so tutti designer.

Dario: il ragazzo che ha convinto i genitori a farsi pagare lo IED.

Con tutti quei soldi, Dario ci avrebbe potuto viaggiare in tutto il mondo per vent’anni, ci avrebbe potuto comprare la casa al mare invece ha scelto di far ipotecare quella dov’è nato e di far ripetere ai suoi genitori il mantra “Mio figlio?! Va’ allo IED. Studia Light Design. Non so che cazzo faccia, in realtà ma prima di tutto l’istruzione. Solo il meglio per il mio ragazzo”.

I genitori di Dario non conoscono l’antica arte del calcio in culo e guadagnati da vivere ma questo fa parte di un’altra invettiva.

Dicevamo, Dario! Che s’è organizzato tutta la vita per risultare agli occhi degli altri un designer e in questo spiacevole contesto è avvenuto l’incontro con alcuni attrezzi propri del mestiere come la bicicletta pieghevole.

Dario con la bici pieghevole c’ha preso la scoliosi e due ernie iatali perché vive a Rho e caricarla sul treno non è facile perché pesa cinquanta chili, sti cazzi che è pieghevole.

Non bastava l’astigmatismo presosi con quei maledetti occhiali dalla montatura arancione che fan tanto design.

Non bastava il tappeto di brufoli sottocutanei che la barba da mormone che fa tanto design gli ha provocato, facendogli rivivere gli atroci supplizi della pubertà.

Non bastava l’infezione che il piercing sul terzo occhio che fa tanto design gli ha fatto venire, facendolo sembrare un personaggio cattivo di Dylan Dog.

Non bastava la camicia a scacchi fa tanto design ma che lo ha ridotto in società ad una figurazione speciale di Beverly Hills.

Non bastavano i timpani compromessi per sempre da quelle strafottute cuffie insonorizzate da controllore di volo che fanno tanto design ma fanno anche schiattare tanti giovani sotto ai frecciarossa.

Dario ha voluto strafare.

Dario ha voluto la bicicletta pieghevole.

E ora che pedala, sono certa che si sia pentito.

Ora che pedala su via Tortona, tutto sudato col suo zaino in ecopelle e i suoi pantaloni più aderenti delle tutine di Barbara Bouchet che fanno tanto ma proprio tanto, forse troppo design, coi palmi delle mani fradici, mentre noi siamo qui a infierire su di lui e a prenderlo a schiaffetti dietro alla nuca, sono certa che Dario Pirinfarina, al secolo designer, si è pentito.

Si è pentito ma ormai pedala verso il fuori-salone.

Perché Dario farà pure la fame coi suoi contrattini a progetto per il mobilificio veneto ma una cosa l’ha imparata: se tu vuoi essere designer, tu ragazzo non ci vai al Salone del Mobile.

Tu vai solo al fuori-salone, agli eventi collaterali, nelle gallerie satelliti, ai credits.

Con la bicicletta pieghevole.

E con questa certezza Dario Pirinfarina, il nostro agnello sacrificale pedala duro e cambia marcia anche se la bici pieghevole ne ha due di marce ma lui pedala duro.

Non sa che al prossimo semaforo passerà col rosso il giornalista di Interni con la sua bici pieghevole in carbonio e falcerà Dario e il suo orologio analogico.

E’ così: i professionisti in Italia, se riescono a salvarsi dai genitori, dalla pubblica istruzione e dall’iva, alla fine ci pensano i giornalisti a farli schiattare.

Ma questo fa parte di un’altra invettiva.

LITANIA AL DIO DESIGN

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti alla creazione di Fukuashi Teriamaki.

Non dirmi che non lo conosci?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ il famoso designer di Kyoto che progetta mobili invisibili: le chaises longues, le vetrine e i tavoli in cristallo che puoi mettere dove vuoi perché tanto le vedono solo i tuoi ospiti.

Sono illusioni ottiche.

Creazioni talmente impalpabili, impercettibili, aerodinamiche che i tuoi amici si divertiranno a passarci attraverso e tu non dovrai pulirle o fartele ipotecare.

Certe cose non hanno prezzo.

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti alla creatività di Butu Abimbalu.

Non dirmi che non lo conosci?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ quell’architetto kenyota leggendario che ha realizzato, tra le altre cose, un letto con materiali provenienti dalle fosse biologiche di Koh-Phangan, dove peraltro ci vanno sempre in vacanza un sacco di amici.

Magari in questo letto c’è la merda del mio amico Giacomo.

Ma dico, ti rendi conto il genio?!

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti al padiglione dedicato ai designer della scuola di Cacamashak.

Non dirmi che non sai chi sono?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ un collettivo di architetti danesi che si vestono solo di marrone, Total brown e tra di loro parlano esclusivamente in greco antico, quando lavorano.

Mi prostro davanti al loro genio.

Pensa che hanno progettato un set di cento pezzi unici di utensili da cucina interamente prodotti con la pelle dei bambini scomparsi nelle favelas.

Ma si! Quei bambini di cui nessuno parla, hai presente?!

Siccome è un peccato buttarli, questo collettivo recupera ciò che resta di loro e ci fa del gourmet-design.

Perché comunque, sono dei geni del recycling!

Mi inchino.

Dico anche una preghiera mentre sfoglio il catalogo di quest’anno!

E comunque la creazione che, secondo me, quest’anno al Salone sbancherà, quella che davvero merita una religione, è tutta italiana.

As usual.

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti a un progetto che si chiama Unbelievable Poorness ™

Non lo conosci?

Faccio finta di non aver sentito.

Unbelievable Poorness ™ è qualcosa di miracoloso, di universale ma anche di squisitamente italiano: è la prima casa pre-costruita in grado di produrre documenti falsi per i controlli del fisco.

Ma ti rendi conto il genio?!

Funziona in questo modo: la sua tecnologia avveniristica, unita a un design tutto italiano consente, attraverso un dispositivo satellitare, di captare il respiro e le intenzioni di commissari o controllori fiscali, IMU o Equitalia e settarsi in maniera del tutto autonoma per il processo di auto-difesa Safety from your government

Se la casa capta cartelle esattoriali a tuo nome, nel giro di pochissimi secondi calcola e stampa documenti falsi e vidimati che certificano che tu hai pagato e sei completamente in regola.

Te li archivia direttamente su un tavolo in plexi 70×40 che esce da un compartimento incastonato nel pavimento.

Ma non è mica finita, eh!

Genio italiano..

La Unbelievable Poorness ™ House è in grado di rilasciare ormoni intorno al suo perimetro tutto, che suggeriscono a chi passa, la certezza istantanea che tu sia ricco e stimato socialmente.

Ti rendi conto?!

Una roba da microrganismi che la gente fuori annusa e improvvisamente si convince che tu sia benestante!

E’ un effetto che però, esattamente come la documentazione falsa per l’esattoria, dura solo quarantotto ore.

Ma la stanno perfezionando e questo comunque, è un primo prototipo.

Inoltre la faccenda geniale è che tu, in queste quarantotto ore puoi spostare la casa.

Perciò è precostruita!

Ma ti rendi conto?!

Il genio italiano…

LA MALEDIZIONE DELLA PASSWORD PERDUTA

FAVOLE DI MADAME PIPI', GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dismesso il nostro entusiasmo sull’utilità che ne consegue dopo averla inserita, ci toccherà ammettere che non usciremo vivi dall’era della password.

Non riusciremo a sopravvivere ad essa.

Perché siamo in tanti a non ricordare neanche ciò che abbiamo mangiato ieri a cena, dunque come potremo arrivare a ricordare gli oltre settanta codici che aprono la nostra vita?

Esistono persone che, come me, memorizzano a fatica l’indirizzo di casa dei genitori o la ricetta del tiramisù: come possiamo pensare di farcela a restare allegri nonostante l’onda di password che sventra la nostra corteccia cerebrale?

Entro in macchina e devo digitare il codice per sbloccare l’antifurto.

Prendo il cellulare e per inviare un sms con scritto “Tardo 10 min” devo ricordarmi sei cifre e premere sullo schermo le mie impronte digitali.

Se posiziono male il pollice nell’apposito spazio sul touch screen, devo subito dichiarare al dispositivo il nome di mio nonno paterno e la città di nascita del mio cane.

Se il dispositivo sostiene che mi stia sbagliando, si blocca tutta la mia vita telematica.

E’ questa vita?

E’ questa sul serio, l’epoca di maggior agio mai sopraggiunta per l’essere umano?!

Entro in casa e devo inserire nove cifre per disinserire la chiamata automatica alla polizia.

Accendo il computer e lui, anche se sono le sette del mattino e non ho ancora preso il caffè, m’investe con cinquemila domande sulla mia vita privata o ciò che resta di lei, visto che è tutto schedato, archiviato, regalato a google, concesso a facebook, donato al sito di Don Guanella.

Tutto fuorché le mie fottute password, che mantengo salvate, al sicuro in un bel foglio word nel mio computer e in nessun altro fottuto posto cartaceo.

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Così mi lascio umiliare dalla macchina e rantolo come un bagarozzo cappottato mentre lo schermo mi domanda quale sia il mio gruppo musicale preferito, in modo da poter liberare il muro di pixel che nasconde i miei preziosi documenti.

Ma l’umiliazione durerà poco, pezzo di merda di computer, perché io, il mio gruppo musicale preferito ce l’ho stampato in testa e sono i Jane’s Addiction, hai capito?!

Sono i Jane’s Addiction e subito digito il nome del gruppo, pigiando sui tasti come un vecchio archivista con gli occhiali di vetro.

Soddisfatta, attendo.

La risposta non è corretta.

Insisto.

Cazzo, lo saprò qual è il mio gruppo preferito!

E’ il mio, mica quello del tabaccaio o del vicino di casa.

E’ il mio leggendario, indimenticabile, gruppo preferito.

E la schermata dovrà piegarsi a questa verità.

E invece no.

Il computer dice che lo sa lui quale sia la mia band del cuore e che non è affatto quella che penso e che ho digitato.

Sono abbattuta come la nave di una delle mie flotte di carta quando giocavo per non seguire le lezioni.

Affondata.

Vorrei chiedere al mio computer conferma di come mi chiamo in realtà, vorrei chiedergli chi sono i miei veri genitori, se sono stata adottata e cosa avrei dovuto studiare, se mi sposerò e quale crema viso mi si addice.

Invece torno in me e decido di uscire.

Voglio prendere un po’ d’aria e dimenticare tutti questi codici che governano i miei pensieri, le mie azioni e, a quanto pare, anche i miei gruppi musicali.

Metto le scarpe, mi avvio alla porta e mi fermo con le dita sulla maniglia perché lo schermo del citofono mi chiede il pin salva-anziani per uscire.

Mavvaffanculo, me ne resto a casa e preparo qualcosa di buono.

Cercherò di rilassarmi, berrò un buon bicchiere di vino e non sia mai che tornino alla memoria anche certe ostili numerazioni.

Entro in cucina.

Sono brava coi piani B.

Apro il frigo o almeno, cerco di aprirlo, visto che l’elettrodomestico ha il blocco ciccioni e pretende un codice a quattro cifre per fare l’Apriti Sesamo!

Non c’è problema.

Deve morire chi ha inventato la password ma non c’è problema.

Non mi farò certo sottomettere dalle tecnologie.

Ci scaldiamo una fetta di pane ai cereali e siamo tutti felici, sani e salvi, senza bisogno di aprire quel frigo di merda col pin.

La preparazione della bruschetta però, presuppone che io ricordi la password per accendere il tostapane, il codice salvabimbi che io medesima ho installato al cassetto dei coltelli della nuova cucina, nonché le sei cifre del nuovo tagliere design ultima generazione, che servono a tenerlo fermo sul mobile senza l’aiuto della mano.

O sono io che non ricordo un cazzo oppure sono sotto sequestro dalla Password.

Per la rabbia, mi si gonfiano le vene sulla fronte.

Corro per casa a controllare qualsiasi cosa e scopro che non c’è niente a non essere protetto da almeno un codice pin, puk, pac.

La somministrazione dell’acqua del cesso è gestita da una password, la finestra del terrazzo si apre solo se ricordo il codice salvacani, la luce in camera dal letto si accende soltanto dietro consegna del codice segreto anti-sveglia notturna che ho inserito quando ho comprato il materasso su amazon, in quei bei tempi andati in cui ricordavo il nickname e la password per accedere al mio account.

Il mio buonumore si attiva solo se ho inserito il codice smile sulla sveglia altrimenti ho la certezza automatica che questa sarà una giornata di merda.

La digestione del mio gatto parte felice solo se è corretto il pin del dispenser di croccantini, sennò il blocco renale è assicurato e poi sai che casino recuperare il puc per sbloccare i reni?!

Se volete che termini questo racconto inquietante in cui narro come la password possieda la mia e la vostra persona in maniera violenta, dovete digitare ora il nome di quello che sarebbe stato il vostro compagno dell’asilo preferito, se non ci fosse stato l’effettivo compagno preferito ufficiale, poi dovete immettere il peso del vostro esofago quando avevate dieci anni e digitare l’improperio preferito dal sindaco di Dubrovnik, quando è a casa con la moglie.

Altrimenti fate un semplice log-out e tornate alla pietra e al baratto.

Dicono stia anche tornando di moda, il baratto.

Per la pietra, purtroppo, bisognerà aspettare.

CONTRIBUENTI ANONIMI

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ciao, sono Arianna ho 34 anni e sono qui per condividere con voi il mio problema di dipendenza.

Ho bisogno di liberarmi e parlarne con qualcuno, per questo sono qui.

Spero che gli incontri col gruppo possano aiutarmi così come altre testimonianze di persone ridotte in schiavitù dalla stessa mia sostanza.

Non bevo alcolici e non mi sono mai drogata.

Sono dipendente dalla pubblica amministrazione.

Erano cinque anni che ne stavo lontana e purtroppo ieri mattina ho avuto una ricaduta e mi sono dovuta affidare alle istituzioni statali.

Ho toccato il fondo, sono andata addirittura in tribunale.

Ho visto tutte quelle persone al bar davanti alle grandi scale di marmo con l’esame di stato in tasca e i loro cellulari pestiferi tra le mani.

M’è presa un’angoscia.

Cinque anni in cui ero riuscita a smettere, a fare a meno della pubblica amministrazione, a cavarmela da sola ma poi è arrivata lei, la cartella esattoriale.

E allora ci sono caduta di nuovo dentro con tutte le scarpe.

Non so come mai né quale sia il motivo scatenante che mi ha convinta a venire qui stasera e a parlarvene, forse la disperazione o la rabbia.

Stamattina infatti, da quando ho aperto gli occhi e sono scesa al piano di sotto per mettere su il tè mi sono ritrovata arrabbiata con me stessa per essere stata così ingenua a cadere di nuovo tra le mani degli uffici pubblici.

Come ho potuto cedere ad una poltiglia così approssimativa e ignava come la pubblica amministrazione?!

Come ho potuto credere che la legge sarebbe potuta essere davvero uguale per tutti?!

Non so se mi capite.

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Non so se potete riuscire a capire come mi sento, voi alcolisti o voi dei narcotici anonimi.

Forse solo voi dipendenti dal gioco d’azzardo potete immaginare in che guaio e in che dolore mi sono ficcata e ho ficcato la mia famiglia pagando un professionista per seguire la mia causa contro i signori delle cartelle esattoriali.

Me lo dicevano che il professionista ha le mani in pasta in tutto senza gusti personali.

Me lo dicevano che le cose sarebbero andate per le lunghe.

Che le cose sarebbero andate in prescrizione.

C’è chi se la cava con la disintossicazione, chi muore d’overdose, io qui rischio di morire di pignoramento.

Lo ammetto: sono dipendente dalla giustizia italiana, non riesco a smettere perché ho le marche da bollo che non mi mollano un attimo e vivo in un paese dove vincono sempre i cattivi.

E io non so accettare le cose che non posso cambiare.

Per questo oggi sono qui a parlarne con voi, perché voglio scegliere una volta per tutte e dire basta oggi stesso alla mia dipendenza!

Voglio uscirne con ogni mezzo: voglio uscire dai ricorsi, dalle ingiunzioni, dalle spese processuali, dalle imposte dirette e indirette e dalla tassa di successione.

Ammetto la mia impotenza di fronte al problema della pubblica amministrazione e chiedo a Dio di concedermi il coraggio per cambiarla, se posso. Col vostro aiuto, un po’ di forza e la gamba di una sedia in mano, riuscirò a smettere e a farli smettere e spezzerò questa catena che si tramanda nella mia famiglia.

Anche mio padre infatti era dipendente dalla pubblica amministrazione e ancora prima di lui, mia nonna.

Tutti schiavi del sistema giudiziario italiano, tutti col vizio della sottomissione all’ingiustizia burocratica, in famiglia.

Spezzerò questo noioso filo e aiuterò il futuro a ripristinare la verità nelle istituzioni, se necessario prenderò anche delle pastiglie.

Ha ragione la preghiera del nostro gruppo:

Solo per oggi non mi arrenderò e lascerò che nella mia vita si realizzi la volontà di ogni onesto cittadino e accetterò il dono della gamba della sedia e i risultati che otterrò imbracciandola.

Vi ringrazio per avermi permesso di condividere con voi questo dolore e confido in un pronto recupero.

Passo.

NO BUDGET: UNA STORIA TRISTE

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI'

“Ciao Mamma,

si, si, ho fatto il colloquio.

E’ andata alla grande.

Mi hanno presa sicuro ma dovrebbero darmi conferma definitiva la prossima settimana.

Guarda, hanno detto cose incredibili sul mio cv.

Sono al settimo cielo!

Hanno detto che sono la figura professionale che aspettavano e che il mio background darà all’azienda un plus miracoloso.

Spunti innovativi.

Mark-up irripetibili.

Idee inimmaginabili.

Sguardi sul futuro.

Finestre sul successo.

Il direttore creativo mi ha detto che aspettava una risorsa come me da una vita e che, se lo dice lui, che da vent’anni dirige una delle agenzie di comunicazione più importanti del mondo, posso esserne fiera, ecco.

Anzi, ha detto “proud”, Ma’…che in inglese vuol dire coraggioso, fiero.

Come?!

No, no, l’azienda è italiana.

Lo ha detto in inglese perché oggi le aziende fighe usano le parole inglesi per certe cose.

Sono più efficaci.

Più accattivanti.

Più cool, dicono.

Si, cool.

No, non è una parolaccia, vuol dire figo.

Va beh Ma’, poi quando ci vediamo te lo spiego.

Che dici?! Ma va’ no, ma quale stipendio?!

Per il primo anno non prendo nulla ma è prassi.

Si, quando stai su un progetto nuovo, fidati è sempre così.

Non puoi capire mamma, dammi retta.

E’ una puntata zero, un progetto low-budget, un’idea unconventional nella quale non sono stati fissati dei budget, almeno per quest’anno.

Ma quale rimborso spese, Ma’.

Ma dove vivi?!

Ma ti pare che gli chiedo un rimborso?

Cioè: se mi pigliano sono dentro a un team internazionale che lavora su’ un progetto fighissimo e io chiedo dei soldi?

Sono io che dovrei pagare per lavorare con loro, Ma’.

Tu non hai idea: c’è la file di gente che vorrebbe essere al mio posto.

C’è il mondo che pagherebbe per riuscire ad entrare in quella agenzia!

Fidati che, guarda se mi permetti, senza offesa eh, ci capisco un po’ di più sul mondo del lavoro oggi, non credi?!

E allora…

Dai, ora ti saluto che sennò mi innervosisco.

Si, si.

Saluta Papà, eh! Dagli un bacio.

Ah mamma, aspetta!!

Ricordati di mandarmi i soldi dell’affitto, eh.

Che il 5 è tra una settimana, mi raccomando”.

GESTO CORAGGIOSO N°5

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Devo trovare il coraggio.

Devo farmi forza.

Devo concentrare tutte le energie che mi restano e dire a tutti che io quel film lì, quello che ha vinto l’Oscar e di cui parlano tutti non l’ho mai visto.

Devo raccogliere le forze e dire al mondo che non ho mai letto Shantaram o l’Eleganza del riccio o quel libro che ha vinto un sacco di premi e “Porca puttana ma che non lo conosci, ma dove vivi?!”

La prossima volta che mi siedo a cena con gli amici giuro che lo dico che non m’intendo un cazzo di vini biodinamici anziché guardare la carta dei vini con pollice e indice sotto il mento.

Non si può continuare così.

Mi vergogno.

Mi vergogno tanto ma non si può continuare così e devo dirlo.

E’ una sfida che ho con me stessa, ormai.

Lo dirò a tutti che quel gruppo lì che non mi ricordo come si chiama, quella band californiana che fa cross-over elettronico d’avanguardia e che tutti andranno a sentire a Los Angeles a Ottobre, io non l’ho mai sentita nominare.

E quando mi faranno ascoltare un loro pezzo, lo dirò senza indugi se mi ha fatto cagare.

E con l’occasione se mi girano, dirò che non ho sentito neanche l’ultimo album dei Radiohead, d’accordo?!

Io scoppio, non ce la faccio più ma devo dirlo: ignoro chi abbia vinto X-Factor quest’anno e Master-chef mi repelle.

Avrò il perdono degli amici?!

C’è qualcosa di molto rischioso che devo trovare il coraggio di ammettere al pianeta.

Qualcosa per cui tutti al vernissage di martedì mi schiferanno: io di arte contemporanea non c’ho mai capito un cazzo di niente.

E se non riuscirò più a controllarmi dirò a tutti che Marina Abramovich alle volte mi fa cadere gli zigomi.

E a proposito di arte, dovrò ammettere anche che si, è capitato anche quello.

E’ successo che sono andata a teatro e ho avuto tanta ma tanta voglia di gridare “Rivoglio i soldi del biglietto! Non ho capito un cazzo, che c’è troppa introspezione. Che va bene eh, ci sta nel teatro contemporaneo ma così è troppo!”

Può succedere, non c’è niente di male.

E’ mio diritto, sono il pubblico.

O no?!

Visto che sono in vena devo confessarvi anche questo altrimenti mi viene un brutto mal di stomaco: non ho mai fatto spinning in vita mia.

Poi: non so cosa penserà la gente di me però è giusto che tutti sappiano che il sushi non è mi ha mai fatto impazzire.

E la musica chill-out che mettono in certi posti a Ibiza mi ha sempre fatto orrore come anche l’applauso che fanno al tramonto.

Devo trovare il coraggio di dirlo.

Devo aprire il mio cuore e dire a quello che mi piace che non ho mai visto una serie americana e che Netflix per me potrebbe essere tranquillamente un adesivo per dentiere.

E che il vodka-tonic è una porcheria!

Voglio essere libera di dire a tutti che una volta ho messo il like sulla pagina di Tiziano Ferro ma poi l’ho subito tolto per paura di ritorsioni dei miei amici che ascoltano solo LCD Sound System, i Royskopp, gli Striztnich.

Mi sento già sola come un cane al pensiero di doverlo fare ma devo trovare la forza di ammettere al mondo tutto che anche se non faccio yoga e pilates, sto benissimo.

E, a proposito di benessere, l’ultimo film di Tarantino mi ha fatto star male con lo stomaco nonostante la sua incredibile fotografia.

Prenderò fiato e dirò che non mi è necessaria nessuna delle cose che dovrei apprezzare per forza.

Nessuna di quelle cose che “Ma dove vivi?!”, “Ma dici sul serio? Davvero non lo conosci/non lo hai mai visto/mai sentito parlare?”

Devo trovare la forza di ammettere che non faccio parte della maggioranza che compone l’opposizione.

Lo farò, eccome se lo farò.

Guarda il video di questo pezzo:

 

IL BUGIARDINO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dio ci protegga dal foglietto illustrativo dei medicinali.

Dal bugiardino.

Che poi se si chiama così, non è certo per rassicurarci.

Il motivo di periglio per gli esseri umani però, non si trova dietro a questo suo nome popolare così ridicolo e ostile, quanto nel suo contenuto che in maniera esplicita, ci piglia per il culo da secoli.

Compri un medicinale per curarti e dentro trovi un piccolo pieghevole che ti mette in guardia dalle mille insidie del mondo e ti catapulta in faccia una quantità di ansie così concrete e precise che quasi quasi il medicinale diventa ai tuoi occhi un metodo efficace con cui morire male, in poco tempo e oltretutto a pagamento.

Andiamo per voci, come fanno loro:

La composizione del farmaco è una delle voci che, se non sai un cazzo di formule chimiche, ti fa rabbrividire.

Sapere poi che qualcuno che non conosci, che non hai mai visto in vita tua e che, al contrario di te conosce perfettamente le formule chimiche, sia titolare assoluto dell’autorizzazione all’immissione in commercio di una roba farmacologica, è inquietante come ritrovarti in autobus con cinquanta arabi con lo zainetto Invicta.

Poi, se non bastassero i sintomi della tua patologia, il bugiardino ignobile ti propone un centinaio di controindicazioni che se ti beccano non lasceranno traccia del tuo albero genealogico.

Raderanno al suolo la tua specie e lo faranno per colpa tua che volevi curarti e invece hai ammazzato la stirpe.

Poi: esiste una differenza tra contro-indicazioni e precauzioni d’uso?

Non sono forse entrambe un unico, grande invito a cagarsi sotto? Almeno una di esse non si poteva evitare e omettere ?!

PictureofBrianChristie-PillHead

Non contento di averti fatto diventare verde vomito dal terrore più che dalla malattia, quello stronzo del bugiardino ti propone eventuali effetti drammatici in caso di interazione con altri farmaci o attraverso le avvertenze speciali che, in sostanza compongono un elegante puzzle delle ultime, extra-ordinarie possibilità di decesso in compagnia del tuo amico farmaco appena acquistato.

Le avvertenze speciali sono le patologie pirotecniche che puoi contrarre se sei uno dei dieci casi su cento ai quali, con l’assunzione della pastiglia in questione, può crescere la coda di carne tra le scapole, uscire la pipì fucsia come quella dei ballerini di Ibiza o si possono squagliare le dita dei piedi in una poltiglia purulenta come alle streghe sui roghi.

Le avvertenze sono dunque gli effetti speciali della medicina e il loro relativo presagio di morte.

Maledetto il bugiardino, il foglietto che ti rammenta che sei spacciato se ti pigli il farmaco e ci bevi sopra una birretta chiara o un caffè, se prendi la macchina per tornare a casa, se aspetti un bambino che quindi a causa della tua incuria nascerà ciclope o come Paolo Limiti.

Il bugiardino ti dice che ti verranno i brufoli nei polmoni se assumi il farmaco e poi fai attività sportiva, se sei celiaco, di Bari, se hai studiato filosofia o tuo papà è in pensione.

Il bugiardino lo sa che tu hai qualcosa che di certo non va e ti tiene d’occhio.

Ti avverte che se resti immobile, fermo dove sei, con le braccia alzate e impagliato come la testa di un orso, con la tua pastiglietta che ti tiene in ostaggio la trachea, non succederà (forse) niente di male.

Altrimenti sei pronto per i vermi.

Proseguiamo leggendo le voci del bugiardino: sovradosaggio, effetti indesiderati, scadenza (che sarà senza dubbio cancellata dagli agenti atmosferici coi numeri falsati e dunque morirai) e infine, ma non per ultimo per importanza, le norme di conservazione, senz’altro simili a quelle di un libro del 1200 a.C. scritto dall’ultimo proprietario del santo Graal.

Il foglietto illustrativo di un qualsiasi medicinale, se ti fermi a pensarci su un attimo, è un ottimo pretesto per farti desiderare di finirla lì, subito ed evitarti così tutte quelle probabili sofferenze eliminando i rischi elencati in modo perpetuo attraverso il decesso pro manu.

E visto che ce l’hai lì e ormai li hai comprati, perché non avvicinarsi alla morte con un bel cocktail di medicinali come fanno le rockstar?!

Adesso hai capito perché le leggende del rock si suicidano col mix medico?!

La rockstar, già di per sé paranoica, dopo aver letto il bugiardino e aver intuito che gli stessi effetti indesiderati colpiranno anche lei/lui, confermando il fatto che fisicamente è uguale a tutti gli altri comuni mortali del cazzo, sceglie di morire per mano chimica.

Alla rockstar e anche a te che scegli di farti fuori, il bugiardino gentile ricorda però di tenere il farmaco fuori dalla portata e dalla vista dei bambini.

Così ti piomba addosso anche il senso di colpa che se schiatti, i farmaci che non sei riuscito a ingerire resteranno lì, sul tavolo dove giocano i tuoi figli a “Uno”.

Allora ti sacrifichi e resti in vita, schiavo di un bugiardino di merda che ti sorride dallo scaffale col suo smile da farmaco senza obbligo di prescrizione mentre tu ora hai serio bisogno di averne una, di prescrizione.

Per questo raccontino ringrazio l’amico Stefano che mi ha indicato l’esistenza di un Contest, di una specie di concorso, dedicato alle diciture più del cazzo dei foglietti illustrativi di tutto il mondo:

http://www.mlaw.org/_pages/pastwinners.htm

 

JE SUIS LICIA

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

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Allora, stasera sono stata a cena nella mia osteria preferita.

Ho bevuto un buon rosato in buon compagnia di amici e mille zanzare.

Nella mia osteria preferita ci sono candeline dappertutto e i piatti del giorno sono sempre irresistibili.

La padrona è una ragazza con una risata che andrebbe brevettata e i suoi tavoli sono piccoli, accoglienti e pieni di fesserie di stoffa a forma di cuore che lei usa come sottobicchieri, sottopiatti, come sottotutto insomma.

Robina che può comprare solo una ragazza, di trapunta, cotone grezzo e lino bianco sporco.

Che poi amo il bianco sporco e non capisco perché non si possa indossare senza che la gente pensi che c’hai sudato dentro per settimane.

Il bianco sporco nel nostro emisfero funziona solo per le tovaglie, che idiozia.

Comunque la mia osteria preferita è piena di cosine che anche se sono fregnacce, a me rilassano tanto e quando mi siedo e guardo con quale cura sono state piazzate lì ad accogliere la clientela ridotta e naturalmente selezionata dai pochissimi tavoli a disposizione e dalle moltitudini di zanzare di merda, mi viene da dire che andrà tutto bene, che sono una ragazza fortunata e che il mare non è poi così lontano e che digerirò alla grande.

Mentre ce ne stiamo lì a gustarci il silenzio, senza nessun avviso entra Licia e cambia un bel po’ cose e impressioni.

Licia è una ragazza che si avvicina ai cento chili quindi per la società contemporanea è grassa eppure quei chili sono distribuiti senza dramma.

Solo che il dramma si consuma non appena Licia incrocia il mio sguardo e mi grida contro indemoniata “Maledetta bastarda, scusa, non ti spaventare!”, tutto di seguito, in un’unica formula velocissima, destabilizzante e condita da un paio di bracciate smaniose in aria.

Licia è vestita tutta di nero coi capelli rosso fuoco e gli occhi verde smeraldo vero.

Licia ha la sindrome di Tourette però non me ne rendo conto subito.

Devo prima passare attraverso molti stadi emozionali diversissimi tra loro: lo stupore di non realizzare bene cosa stia succedendo, la rabbia e l’indignazione di venire barbaramente insultata da una grassona sconosciuta (lì per lì ti viene da insultare per difesa), un imbarazzo borghese e infine l’emozione più dura da reprimere, il divertimento allo stato brado.

Il più spregevole e incontrollato guizzo che si presenta sotto forma di una grossa, gigantesca spinta che parte dalla bocca dello stomaco e si fracassa in gola facendomi capire che se non rido di qui a poco, morirò male.

Licia lo sa e quindi mi lancia uno sguardo per capire dove arriveranno le mie reazioni, se riuscirò a trattenermi o no le interessa poco, a lei preme avere la certezza di non avermi offesa.

E non mi offende affatto, anzi qui ci scappa che la offenda io col mio sghignazzo fradicio.

Inutile girarci intorno o fare etica spicciola: nel mio cuore alla ricerca perpetua di comicità cinica, ho sempre sognato di incontrare qualcuno affetto da questa sindrome, per poter fare un’analisi ravvicinata dell’unica malattia che un pochino, ammettiamolo, fa sorridere.

Nel mio caso, fa letteralmente mancare aria in gola dalle risate.

Se però vado oltre la mia testa di cazzo, mi rendo conto di come in un certo senso la Sindrome di Tourette sia oggi a proprio agio nella nostra epoca contemporanea fetida.

Rifletto che quasi la nostra umanità ha bisogno dei tourettisti, di quanto la Sindrome trovi finalmente un giusto posizionamento nel nostro mondo, se così si può dire nei confronti di una patologia.

Non esiste momento storico più perfetto di questo infatti, per liberarsi di tic nervosi in maniera sfrontata, soprattutto se essi sfidano (anche involontariamente ma lo fanno!) le leggi del buon costume sociale, della figura di merda da evitare a qualunque costo per risultare sempre sul pezzo, sempre fichissimi e inattaccabili a livello di stile e di rispettabilità, di ultima tendenza e di inavvicinabilità.

Quando Licia se ne va in giro e grida i suoi Figlidiputtana, i suoi pezzidimerda e i suoi bastardi, il suo disappunto anche se non reale e diluito da molti “Scusami!” , ti arriva dritto in faccia e ti prende a borsettate l’ego perché è un disappunto proclamato da una perfetta sconosciuta arrivata quasi come un oracolo, un segno dei numi celesti che vogliono dirti, attraverso un angelo, che il disadattato sei tu e sai perché e se non ci arrivi ti verrà in mente.

Licia, per quanto possa sembrare paradossale non se la prende mentre rido come una bestia perché lei lo sa che un po’ fa ridere e poi intanto, con questa scusa che ha una sindrome che fa sorridere, mi ha dato della testa di cazzo e questo è ciò che conta.

https://stilenaturale.com/sindrome-di-tourette/

LA CASA CHE NON CI VUOLE BENE.

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non puoi sbagliarti, la riconoscerai tra mille.

Se cerchi casa, magari in affitto e con l’unica pretesa di non farti tramortire il conto in banca, preparati a incontrarla.

E’ la casa che non vuoi ma che rischia di impossessarsi di te.

E’ la casa di nuova costruzione, la casa che le foto degli annunci non ti raccontano come dovrebbero ma che anzi, cercano di occultare coi filtri fotografici, il maledetto grandangolo o direttamente con l’assenza di foto per supposta mancanza di tempo per farne.

Mentre la supposta dovrebbe destinarsi a chi ancora progetta tali ripugnanti costruzioni.

Anche se ci stai attento la incontrerai e dovrai per educazione, costringerti a falsare le tue espressioni facciali almeno per rispetto nei confronti di un proprietario che c’ha speso soldi, tempo e disperazione pensando che possedere una casa sia ancora indice di benessere.

Il problema è sempre lì, tra la gente che ha soldi nel portafogli, tempo in tasca e gusto nel cesto della biancheria sporca.

E che magari affitta casa.

Ogni regione la identifica alla sua maniera: la casa del geometra, la casa della nonna morta, la casa della provincia malavitosa, la casa dormitorio, la casa della depressione.

 

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Tutte le regioni del mondo, a prescindere dalla creatività con la quale le nominano, ne riconoscono però gli stessi difetti comuni che ora scopriremo insieme per poterli riconoscere in tempo e fuggire coi razzi al culo:

I muri esterni della casa del geometra sono solo intonacati o peggio pitturati in rosso fuoco degli inferi, giallo limone acerbo, verde vomito di terminale, rosa polo Fred Perry e, se davvero vi è del marcio, in grigio malattia venerea.

Se è presente un giardino condominiale vi è proibito fare qualsiasi cosa all’interno, perfino calpestarlo.

Se il giardino è privato avrà i confini determinati da recinzioni in ferro nero con passeggiata sino al portoncino d’ingresso in mattoncini immacolati e atmosfera circostante da omicidio familiare di piccola città lombarda.

La casa del geometra di nuova costruzione è un tripudio di cellophane: dai sanitari ai mobili della cucina e ai battiscopa, tutto è avvolto in una spessa plastica trasparente che promette di regalare alla casa secoli di deodorazione al petrolio grezzo e, se ci si distrae un attimo, c’è il rischio che l’agente immobiliare avvolga anche noi nel millebolle come gesto compulsivo e di disinfezione dello spazio.

All’interno troveremo pareti di cartongesso, se si tratta invece di costruzione vecchia vien da sé che avrà i muri bisunti da cucina esagerata del parente deceduto e pavimenti in graniglia.

La graniglia è una delle principali cause di malattie psichiatriche e se ci si imbatte in un pavimento di questo materiale è meglio, con una qualsiasi scusa, allontanarsi immediatamente dall’abitazione e chiamare aiuto preparandosi anche alla colluttazione, in caso l’agente immobiliare impedisca l’uscita piazzandosi davanti alla porta.

Ripeto, la graniglia è il dimonio.

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La casa della nonna morta ha ovviamente tutto il mobilio rimasto intatto dal giorno del decesso, dalle foto di famiglia agli orecchini, dai cassetti aperti a trasudare naftalina, alle coperte in flanella piazzate sopra alle poltrone in modo da effondere un pesante effetto aldilà che nessun set cinematografico riuscirebbe a riprodurre meglio.

La casa del geometra e/o della nonna morta può avere tutti i confort immaginabili ma non lasciamoci fregare dal garage privato, dalla passerella per salire ai piani superiori con la sedia a rotelle, dal box degli attrezzi in giardino o dal set di pentole in rame perché il pericolo di vivere come se già morti e tumulati in uno spazio malsano è dietro l’angolo.

Il caminetto elettrico come le scale di marmo scuro, la credenza comprata al centro commerciale come i sottopentole all’uncinetto e ancora i leoni di ceramica a guardia del cancello così come le tende di pizzo rosa confetto o i battiscopa in ceramica laccata, sono tutti sintomi che siamo nel posto sbagliato.

Non importa che si tratti di nuova costruzione o di un immobile d’epoca perché una siffatta casa è sicuramente spregevole per il nostro quieto vivere dunque procediamo impavidi e decisi alla ricerca della casa giusta per noi, facendo ben attenzione a non sposare un geometra o a contrarre il virus del tipico design da defunto da trovarci intorno mentre siamo ancora in vita.

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L’IMPORTANTE E’ SEDERSI

SINFONIE

Ogni anno, nel mondo, circa ottocentomila persone muoiono a causa di un suicidio.

Nel 2012, il suicidio è stata la seconda causa di morte di giovani tra i quindici ed i ventinove anni.

Capisco che l’argomento sia più che delicato e dato questo per scontato poichè ormai nulla può esser dato per scontato, vorrei proporre un piccolo, umile inno alla vita.

Perché la vita è molto bella e magari andrebbe semplicemente detto, passando parola, condividendo questo punto di vista come si fa coi video cazzoni sui social.

La vita è molto più simpatica di quanto si pensi.

La possibilità immediata che stiamo avendo in questo istante è un privilegio.

Anche se vivi in un mondo in cui un uomo miserabile ed ignorante come Donald Trump è più ricco e potente di te e può permettersi di chiamare sua figlia Ivanka e di candidarla al vertice della banca mondiale.

Anche se oggi, dopo vent’anni, i tuoi compagni di classe hanno tutti la Lamborghini e l’attico in centro mentre tu vivi al sesto piano sulla tangenziale, coi buoni pasto di tua madre e la catena del cesso rotta, la vita è una chance che non si può rifiutare.

Anche se vivi in un mondo in cui la tenda della doccia ti si appiccica alla pelle, anche se Matteo Salvini vende più libri di molti importanti filosofi contemporanei, vale la pena continuare a lottare per far sì che il contrario finalmente accada.

Quando la cialda del caffè cade vergine nel cassettino insieme a quelle marce, quando l’unica soluzione del sabato sera è una bottiglia di vino o di qualsiasi altra cosa alcoolica, finanche del discount purché ti faccia dimenticare per qualche ora che razza di sofferenza ti si stia mangiando, sarà importante tenere a mente che la vita cambia può cambiare direzione in qualsiasi momento e che devi solo sederti ad aspettare un momento migliore.

Sederti anche sbronzo con la roba del discount, si.

L’importante è sedersi.

L’importante è rimanere verticale.

Quando ti rendi conto che ogni mattina ti aspetta l’ora di fila in autostrada per arrivare davanti a una scrivania che non hai mai voluto, quando il gatto ti caga sul cuscino perché non gli piacciono i nuovi croccantini che hai comprato, quando il biglietto dei Florence and the Machine costa settanta euro e tu non c’hai manco quelli per pagare la benzina per arrivare allo stadio dove suonano, lì arriva il momento di accorgersi che la vita, da qualche parte e senza che ciò sia palese, ti vuole bene, ti strizza l’occhio, aspetta una reazione.

Anche se i tuoi genitori voterebbero ancora Berlusconi.

Anche se tuo marito si è innamorato di un ragazzo minorenne.

Anche se hai mandato il curriculum pure nelle altre galassie e non ti hanno chiamato neanche dall’inferno per pulirne le porte, anche se lavori alla nettezza urbana di Città del Messico o al quarantesimo piano di un grattacielo sulla 5th e tutti i giorni vorresti decollare dalla finestra del tuo loft è giusto che tu sappia che la vita è molto bella, birbante, stupidina, impietosa e sempre pronta a sfidarti e tanto vale viverla perché magari, alla fine l’avrai vinta.

Anche se sei passata da una taglia 38 a una 54 in due mesi, anche se ti si è rotta la chiave nella toppa e sono le tre del mattino e sei di nuovo ubriaco con quella solita roba di merda del discount, anche se tuo padre è morto e ha lasciato l’eredità alla badante.

Anche se questa estate non vedrai il mare.

Anche se dalla banca ti chiamano tutti i giorni e non per chiedere come va a casa.

Anche se il film non è finito come volevi,  anche se l’autista ti ha visto che gridavi come un pazzo dietro al tram di aspettarti un attimo ed anzi ha accelerato, la vita può essere un gran bel piatto da mangiare, l’importante è non dimenticarsi di digerire.

Ogni anno, nel mondo, circa ottocentomila persone muoiono a causa di un suicidio.

Nel 2012, il suicidio è stata la seconda causa di morte di giovani tra i quindici ed i ventinove anni.

Capisco che l’argomento sia atroce e che non si possa sempre scherzare di tutto e dato questo preambolo per scontato poichè questa è l’epoca in cui, se dai qualcosa per scontato ti stroncano, altro che suicidio, vorrei proporre questo piccolo, demodè inno alla vita.

Perché la vita è una tecnologia che ancora nessuno è in grado di craccare e vale la pena scaricarla tutta e magari andrebbe semplicemente detto, passando parola, condividendo questo punto di vista come si fa con le ricette, col numero dello spacciatore, col nome del bed and breakfast più figo di Bali.

La vita è molto più vita di quanto si pensi.

Passaparola.

Italy, Sibillini Mountains, Castelluccio of Norcia, flower bloom

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IL GIORNO IN CUI I GIOCATTOLI MORIRONO

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI'

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Non dovrebbe arrivare mai quel giorno eppure in certe famiglie in cui la nostalgia non è un sentimento apprezzato o tenuto in vita con affetto, arriva il giorno in cui il genitore vuole disfarsi di tutti gli oggetti che i figli hanno abbandonato negli anni dentro agli armadi e nelle soffitte della casa padronale.

In effetti dev’essere fastidioso sapere che, quando i tuoi figli prenderanno il volo verso l’indipendenza, sia che la trovino in Costarica o in un monolocale a Cesano Boscone, lasceranno per casa molti oggetti pronti a rompere i coglioni alla tua ritrovata opportunità di arredare gli spazi liberati dalla loro (supposta) autonomia.

Racchette da tennis, ballerine numero ventinove, libri di algebra, diari segreti che non hanno più necessità di restare segreti ma soprattutto cataste e quintali di giocattoli accumulati in svariati Natali e moltiplicati per due o tre, a seconda di quanto vi sarete incautamente riprodotti, senza tralasciare quelli dei compleanni, a causa dei quali avrete negli armadi, facendo due conti elementari, almeno sessanta (nel caso in cui abbiate due figli di trentenni) ondate di gadget e altre cagate regalate e magari appena guardate e poi abbandonate in soffitta, in cameretta, in cantina, in giardino dai vostri adorabili cuccioli benestanti o pieni di nonni.

La vita, per chi resta sul territorio abbandonato da uno o più giovani diventati adulti è un inferno sicuro.

Mia madre però, come in tanti altri casi, sceglie di dire No.

Il suo NO è un inno all’assolutismo materno, una monarchia intransigente quella materna che da secoli governa il mondo senza essere legiferata o contenuta.

In questo caso e con non poco rammarico, devo ammettere però che mia madre ha tutto il diritto di rifiutarsi a fare di casa sua il magazzino delle stronzate di plastica dei figli.

Così un giorno, per l’ennesima volta dal 1982, si allea con mio padre e insieme decidono che i giocattoli accumulati negli anni da me e dai miei fratelli appartengono in un unico blocco alla sottoscritta soltanto perché sono la più piccola e dunque ho automaticamente ereditato tutto dai più grandi, senza esclusioni.

E’ un’ingiustizia che tanti figli minori comprenderanno.

Tuo fratello cresce, ti molla la sua bicicletta usata e quella diventa automaticamente tua nel bene e nel male.

E il male è qui, oggi pomeriggio, il giorno in cui mia madre e mio padre hanno condannato a morte tutti i giocattoli e spetta a me, dopo averli tanto amati, giustiziarli.

Esiste qualcosa di più dilaniante?

Mi presento a casa dei miei il giorno stabilito con una tuta di ciniglia marrone, la coda di cavallo e gli scarponi da trekking.

Mia madre dice severa a mio padre di consegnarmi le chiavi della cantina dove i giochi di me piccina riposano indisturbati da anni, catalogati dentro a scatole datate almeno un decennio a.I. (avanti Ikea).

Mio padre esegue e mi porge una chiave anonima penzolante da un laccetto rosso di quelli che ti regalano alle maratone.

Quando apro la vecchia porta di ferro li sento sussurrare tra di loro: hanno capito subito.

Perché i giocattoli, dopo aver convissuto con almeno tre generazioni di bimbetti riconoscono subito le bugie e la brezza frizzantina che le precede.

Sono certa che sentano che c’è qualcosa che non va ma credo non arrivino a pensare che moriranno per mano mia, la stessa manina che vent’anni fa li faceva cavalcare il cielo e solcare i prati.

La stessa voce che prometteva loro amore eterno.

Ma l’amore cambia.

E’ un software che si aggiorna anche se non vuoi.

Non esiste cristallizzazione, l’amore è un animale in continua evoluzione, non puoi sfuggire.

Anche per questo i miei giocattoli oggi muoiono: hanno creduto che per loro non sarei mai cambiata, che sarei rimasta fedele a me stessa per sempre invece sono cresciuta e ho cambiato casa, una casa piccola dove non posso portarli con me.

Mi avrebbero uccisa loro se fossi rimasta com’ero quindi oggi devo sacrificarli tutti.

Gli scatoloni esplodono sotto i tagli del mio coltellino svizzero: saltano in aria le Barbie coi loro vestiti da sposa, le Cherry merry muffins, i Polly pockets, i giochi del Sega Master system

Si risvegliano i pupazzi rappresi da mille lavaggi in lavatrice e gli eserciti dei playmobil gridano al ritorno in battaglia, alla trincea che io e mio fratello alzavamo da cameretta a cameretta, sfidandoci con navi giganti fatte di blocchi di legno colorato, portaerei che fluttuavano sul pavimento.

Ma oggi è disfatta.

Oggi è imboscata, tradimento e morte feroce dentro a enormi sacchi neri dell’immondizia e scatoloni destinati a una Caritas che di playmobil non se ne fa molto visto che la lotta è per il pasto caldo.

Oggi è il giorno in cui Barbie muore col suo sorriso al rossetto rosa fragola e il flauto che suonavo alle medie si spezza contro le mie ginocchia rabbiose mentre gli grido che mi ha sempre fatto cagare suonarlo.

Muore la scatola dei Lego, coi piccoli moduli che sembrano non accorgersi di niente invece, se potessero, si assemblerebbero in una gigantesca mitragliatrice e mi trivellerebbero col piombo.

Sola in cantina con i miei giocattoli, grido e uccido tutti e me la prendo con loro per le aspettative disilluse e i sogni di bambina infranti e metto nel bagagliaio anche tu Berto, peluche gigantesco dentro al quale mi sono accoccolata fino ai dodici anni a piangere o sospirare per il compagno di banco che mi snobbava.

Mi dispiace e grido con le lacrime agli occhi che devo farlo e apprezzassero almeno il fatto che lo faccia io, che li ho amati tutti e tanto perché potrebbe farlo la signora delle pulizie senza neanche sentire il loro dolore o il giardiniere, buttandoli sopra il pick-up insieme alle siepi potate oppure l’operaio che viene domani a spostare i mobili.

Quando finisco la strage sono sudata, sporca, piena di ragnatele e sangue invisibile di giocattolo.

Che il sangue invisibile è quello peggiore.

Il campo di battaglia è un garage ordinato: gli scatoloni aperti sono piegati e pronti per la differenziata, i sacchi neri chiusi e senza alcun movimento all’interno e il taglierino chiuso dentro al marsupio degli attrezzi di mio padre.

Dentro al mio cuore però, stamattina sono morte cinquemila bambine.

Carico tutto in auto e parto.

Guido veloce verso l’isola ecologica, scarico tutto, sistemo nei cassonetti giusti e risalgo in macchina salutando i signori rognosi che lavorano lì.

Un’operazione quella dello scarico, portata a termine in venti minuti col pilota automatico inserito.

La mia auto è davanti al cancello chiuso dell’isola ecologica e la radio manda un pezzo di Florence and the Machine.

Sono libera, finalmente grande e senza tutto quel carico infantile che mi ha perseguitata per tutti questi anni.

Andiamo via, Berto.

Ti porterò lontano dalla terra che ci ha fatti nascere e poi ci ha portato il conto.

E Berto, sul sedile del passeggero non dice niente ma si capisce che erano anni che aspettava questo momento.