LA LEGGENDA DEI CAVI US-B

FAVOLE DI MADAME PIPI'

Avevo aperto tutti i cassetti di casa e preso tutti i miei cavi usb.

Li avevo tirati tutti fuori, un giorno.

Ero stanca di tutti quei chilometri di cavi e una di quelle mattine libere in cui ti prende che vuoi cambiare il mondo iniziando da casa tua, li avevo snodati, lucidati, lisciati e allungati sul pavimento di casa.

Ero uscita in giardino a furia di metterli per terra, uno dopo l’altro.

Li avevo messi tutti in fila ma non finivano più e loro lo sapevano.

Continuavo a stenderli, sudando.

Pensavo di aver steso l’ultimo, mi giravo e vedevo che avevo ancora una matassa di fili bianchi aggrovigliati come serpenti mitologici.

Si contorcevano, chiedevano di essere usati una buona volta, m’imploravano di non lasciarli soli, di dar loro un senso.

Si chiedevano, i miei fili usb, perché fossero lì in così tanti, tutti uguali, da secoli e perché li avessi comprati a tonnellate, facendoli sentire così sostituibili e intercambiabili.

Mi chiedevano perché ero stata così infedele con loro.

Qualcuno si ribellava e provava a mordermi con la sua uscita metallica e tagliente, che sbucava come una testa di Medusa dalla matassa.

Io sudavo e scioglievo freneticamente i nodi, davo loro spiegazioni aleatorie, mentre dentro mi battevo il petto, insultandomi per aver comprato così tanti cavi usb nella mia vita, senza tener mai conto della loro dignità.

Avevano ragione.

Si faceva notte e non avevo ancora finito.

Sentivo le loro vocine orientali, mentre procedevo nel buio a dare una direzione al grande sentiero di cavi che non avevano mai avuto uso.

Non sapevo dove sarei arrivata e lottavo per non avere paura.

In mezzo al mare scurissimo e in mezzo ai campi di lavanda, a picco sulle rocce e poi rasente gli argini sabbiosi dei fiumi, stendevo i miei cavi nati e mai vissuti.

Sentivo di nuovo le vocine orientali: qualcuno di loro faceva hara-kiri e subito dovevo correre lì, a sostituire il cavo deceduto con un altro immacolato, triste e liberato dalla sua fettuccia di cellophane, dopo anni di mummificazione.

Prendevo il cavo defunto e lo mettevo nel sacchetto insieme agli altri fili morti, da portare a smaltire nel grande negozio di media, dove c’è il cimitero delle tecnologie dimenticate.

La notte arrivava e io mi accorgevo di essere arrivata a Boston.

Avevo freddo, ripiegata com’ero, in quel verde ordinato che costeggia l’enorme fontana del Public Garden, ma sentivo che finalmente avevo dato a ciascuno dei cavi una utilità.

Finalmente li avevo collegati a qualcosa.

Li avevo collegati ai continenti.

Erano felici, tutti tesi uno con l’altro, con le loro piccole uscite trasparenti che si penetravano a vicenda.

Mi guardavano come se aspettassero quel giorno da secoli.

Capivo che mi guardavano perché sentivo i loro occhietti orientali addosso.

Quel giorno scoprivo il motivo per cui i cavi si chiamano US-B.

Us Boston, evidentemente.

Quel giorno capivo che i cinesi avevano conquistato il mondo ancora una volta.

 

 

QUEL LIKE DI TROPPO GLI FU LETALE

COSE FASTIDIOSE

Se sono in una zona coperta da lussurioso wify, non riesco a starmene lontana dal mio smartphone neanche per otto, ridicoli minuti: devo cliccà.
Se so che ho linea internet gratis e supersonica, mi metto lì e non vado certo sul sito di Micromega, per leggere cosa succede nel mondo; mi tuffo su instagram e twitto un inferno di foto e stronzate.
Però al contrario di voi, io ho una giustificazione: vivo in un posto dove l’adsl è come l’acqua in Burkina Faso.
La fibra, nella mia casa in cima alle colline, è solo una che ti mangi la mattina per andare in bagno regolare, quindi è normale che quando vado in città e sul telefono appare la linguetta che segnala rete poderosa e gratuita, mi esalto e perdo di vista la mia dignità intellettuale.
Voi che invece avete internet facile, veloce e quotidiano, dovreste imparare a praticare la disciplina del digiuno telematico, che forse è davvero l’ultima tendenza in fatto di stilosismi: godersi otto minuti di vita senza dirlo agli altri è davvero da fighi.
Fotografare solo con gli occhi il presente, non sentirsi obbligati a taggarci sopra un amico, smettere di fare petting con l’ Iphone e non aspettarsi un centinaio di like, è la nuova, vera libidine. 
Ma forse è roba troppo d’avanguardia, il digiuno telematico, come un quadro di Fontana all’epoca in cui uscì.
Il like possiede ancora la nostra vita perché il social possiede le redini della costruzione di un’opinione che gli altri si fanno di noi.
Il like: uno strumento talmente potente che non puoi permetterti di utilizzarlo piacevolmente a cazzo come un tempo, ma devi farlo con giudizio, dopo un’analisi preliminare molto accurata, perché con un click puoi combinare un sacco di guai.
C’è chi per un like di troppo o uno in meno, ti cancella dalle amicizie, non vuole più vederti o ti tiene il muso.
C’è chi fa delle analisi statistiche sull’andamento della propria vita, basandosi sui likes e in base ad essi si deprime, si esalta, cambia la foto del profilo o stermina la famiglia.
Ci sono quelli che ti tengono d’occhio, che ogni mattina si svegliano e sanno che dovranno avere più likes sia del leone che della gazzella o almeno di tutti i colleghi, ma soprattutto sanno che dovranno controllare con ferocia e precisione se tra i tanti apprezzamenti che affollano il loro status, c’è il tuo o se ti sei dimenticato di loro.
E a quel punto è la fine. 
Tu pensi che il tuo like passi inosservato tra i cento presenti, pensi che non farà la differenza e invece loro sono lì, ad aprire la tendina per scrutare uno per uno, tutti i nomi della lista di mi piace che hanno collezionato e se il tuo non c’è, sono cazzi amari. 
I precisi del like io li immagino a produrre un report settimanale con la curva del loro gradimento, seduti ad un tavolo da architetto.
Me li immagino a compilare una ricerca accurata dedicata ai likes d’affetto, quei likes che non hanno niente a che vedere con la qualità o il gradimento di ciò che hanno postato, ma che fanno riferimento solo alla fedeltà di un amico.
Una specie di like a prescindere, dentro il quale è presente il sotto-testo: “ti voglio bene, qualsiasi cosa tu faccia, amico mio, anche se posti un brano degli Slayer, per me tu sei il migliore!”
 Per quanto mi riguarda, metto un sacco di like per timore di ritorsioni; ci sono però dei post davanti ai quali la mia mano si paralizza: quelli con le foto degli animali travestiti da neonati o di ragazze che guardano la luna con frasi poetiche in sovrimpressione, tipo:
”Il cuore di chi ama vive per sempre”, “La gelosia è la bellissima spina nella rosa dell’amore”, “chi mi ha mentito non mi merita”.
 Quando vedo immagini di questo genere vorrei che oltre al “mi piace” e “non mi piace”, ci fosse il bottone “va a farti fottere” .
Una emoticon a forma di catena di cesso, perché ormai il dito medio è troppo inflazionato: una bella catena che quando ci clicchi sopra ti fa anche l’effetto sonoro.
A quel punto, la si potrebbe adottare anche con quelli che ti mandano le catene su whatsapp: 
”Se invii questo cuore ad altre dieci amiche alle quali vuoi bene, tra tre ore e quindici si avvererà un desiderio! L’ho provato, funziona!!”
Te la dò io la catena, imbecille. 
- “L’amore è l’incontro tra due persone scritto nel muro del destino!”
- “Arianna ti ha inviato uno sciacquone!”
 Gli individui che cercano di abbordarti via social network sono un’altra categoria che annegherei nel mio sciacquone telematico. 
C’è un esercito di creature deplorevoli di tutti i sessi, che tenta approcci da elemosina con messaggi pieni di cuori, accompagnati solo dal miserabile testo: “CIAO”.
Ciao cosa?! Chi sei?
Insomma, un messaggi su facebook è gratis, perché non investi un paio di secondi e di pelle delle dita per scrivere almeno un “Ciao, sono Biagio e mi piacerebbe conoscerti”.
Perché solo questo CIAO che presuppone che io già sappia cosa vuoi? Un CIAO che include tutto un sotto-testo di sussurri che dicono “Mi annoio a morte, Ti va ti limonare in rete?”
Prima di partire con lo sciacquone, mi piace fingere di essere cordiale e di voler approfondire: 
-Ciao, ci conosciamo?
-No, piacere sono Biagio.
-Ciao Biagio, capisco che non sia facile intuire dal computer il tono della mia domanda, ma c’è un’altra possibilità di traduzione oltre al “Ciao vogliamo conoscerci?” ed è “Ho mai incrociato realmente il tuo muso purulento in giro, di persona?! Oppure la tua vita è così malmessa che fai un giro sui profili degli sconosciuti per mandare “ciai” a random, e vedere che si rimedia?”
-Non fare l’antipatica, dai. Possiamo vederci per un aperitivo se ti va, così ci conosciamo dal vivo e non hai più scuse!

(faccetta, faccetta, faccetta)

-Guarda Giacomo, ti ringrazio ma è da quando sono piccola che rinuncio con dispiacere alle caramelle drogate per la storia di non dar retta agli sconosciuti, figurati se mi accontento di un aperitivo. Se tu e la tua Alfa 133 che hai sulla foto del tuo profilo, siete in cerca, uscite. Andatevene ai giardinetti, al bar, all’oratorio o agli apericena, ma vi prego: abbiate cura di voi fuori dalla mia portata anche telematica.
Sciacquone.
Mi spiace ammetterlo ma trovo irresistibile certa umiliazione via cavo perché è nazional-popolare, puoi sfogarti senza sapere ceto sociale e professione, toglie ogni filtro di buon costume e puoi accanirti in maniera libera senza temere un sguardo che potrebbe farti tenerezza o compassione.
Così, un innocuo CIAO, un campione qualsiasi di umanità preso a caso e in contropiede, diventa l’agnello sacrificale di tutte le mie insofferenze sociali.
E il wify manco si paga.

Vuoi vedere il live del pezzo, dal reading tristocomico di Madame Pipì?