NON SONO PRONTA PER IL FUTURO DIGITALE

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Pezzo scritto per AFTER FESTIVAL – Futuri Digitali

Modena, 1 Ottobre 2017

Com’era la vita prima del digitale? Come facevamo a geo-refenziarci e a condividere? È proprio vero che oggi siamo diversi da prima? Ed è proprio vero che il digitale ci fa essere migliori, più capaci, più performanti, più tutto?

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Visto che in questi giorni di Festival avrete innumerevoli possibilità di capire come il digitale ha migliorato la nostra vita, ho pensato di darvi qualche veloce spunto su come il digitale abbia rovinato la mia di vita.

Sono convinta che i futuri digitali vi copriranno di vantaggi e progressi ma sappiate che io me ne starò qui a guardarvi, incazzata e malmostosa, combattendo contro certi strumenti invadenti e imbarazzanti, che vado ora ad elencarvi, prima che arrivi il servizio d’ordine del festival:

Prima di tutto mi sfogo con voi riguardo le basi, i rudimenti delle tecnologie.

Il telefonino.

Mi vergogno a chiamarlo così ma non ho mai iniziato a chiamarlo smartphone perché, secondo me, da quando gli abbonamenti telefonici dilapidano il mio conto in banca da sempre, a prescindere dalla compagnia, l oggetto di smart non ha un bel cazzo.

Se avessi risparmiato tutti i soldi delle bollette del telefonino, oggi sarei arrivata qui con la Jaguar coi sedili in pelle di giamaicano.

Invece sono arrivata coi punti della cartafreccia.

Inoltre non so come si chiami quella malattia per cui, se sono con gli amici o ad una riunione e qualcuno, ad un certo punto tira fuori per sbaglio il proprio telefonino, per una qualche sconosciuta legge gravitazionale, la mia mano inizia a muoversi verso la tasca della giacca e, senza che io possa oppormi a questa reazione che proviene dal mio corpo posseduto, devo per forza tirar fuori anche io, il mio telefonino.

Anche se non ci devo fare un cazzo, anche se nessuno mi scrive o chiama da una settimana, io devo prendere l’oggetto telefonico e sentire che ce l’ho, che ce l’ho anche io quel bene di lusso lì e inizio a smanettarci in maniera compulsiva e ad aggiornare le notifiche con la faccia impegnata.

A volte sbuffo per fare quella oberata dai contatti.

E poi il telefonino è un oggetto invadente e promiscuo ai limiti della legalità.

La sera riposa sul comodino accanto al mio letto a spiare cosa leggo, che musica ascolto, che fidanzato ho per le mani.

Se ne sta lì, con la sveglia a lancette che lo guarda in cagnesco sapendo che prima o poi mi deciderò a venderla al mercatino dell’usato perché a che cazzo mi serve la sveglia a lancette ormai, se ho il mio telefonino.

E poi in bagno.

Ho una pila di libri intellettuali e di giornali di arredamento che sono lì oramai solo per far scena con gli ospiti perché sulla tazza mi distruggo di social.

Sono solo io a sentirmi a disagio quando se apro un social mentre sono sul cesso?

Voi che siete esperti, lo saprete se esiste o no una app che ti spia mentre sei alla toilette e vede benissimo che non stai leggendo i giornali di design ma sei su twitter.

Sono ossessionata dal dubbio che qualcuno dal facebook faccia un post taggandomi, scrivendo cose tipo “Arianna, non vergognarti e fai check-in sul cesso che ti vedo, con la mia nuova app discovering-wc ”.

Mi sento così violata.

Con tutto l’impegno che applico quotidianamente per far credere ai miei contatti quanto sia figa, con un solo post i miei follower verrebbero a conoscenza del fatto che anche io defechi.

Andiamo oltre perché esiste un mare di tecnologie che mi rovinano la vita:

Le automobili automatiche, che non ho mai saputo guidare e che fanno mormorare alla gente dietro di me “Lo sapevo che era una donna a creare la fila” mentre io son lì, a capire che stracazzo voglia dire N.

Le videoconferenze: non sono adatta.

Passo tutto il tempo della call a controllare che effetto faccio in video, mi vengono i tic nervosi da insicurezza cronica, inizio a toccarmi i capelli, mi asciugo la fronte unta di crema e poi controllo la scenografia di casa mia che la gente vede dall’altra parte della camera, mi alzo per spostare lo stendipanni o la fila di bottiglie di birra vuote della sera prima, che non sta bene e così non sento mai un cazzo della call e risulto una perfetta inetta.

Poi, andiamo in ambito medico:

La macchinetta per la voce dei muti, il cosiddetto laringofono:

un’invenzione tecnologica straordinaria per permettere a chi ha perso le corde vocali di poter parlare.

Purtroppo però le tecnologie non hanno ancora dato la giusta evoluzione a questo strumento, che è rimasto un riproduttore di suoni artificiosi da Commodor64, con una sola tonalità di corda vocale a disposizione che mi mette a disagio perché non capisco mai cosa diamine dicano questi vecchietti e allora provo a improvvisare risposte per non offenderli ma chiaramente uno si offende per forza se, dopo avermi chiesto dove sia Piazza Grande e io gli rispondo che non sono sua nipote e che forse si è confuso.

Infine, per non tediarvi e terminare un elenco che in realtà non avrebbe fine, mi sfogo con voialtri citando Siri.

A proposito di laringofono.

Com’era bello quando Siri era alla sua prima, rudimentale versione.

Mi divertivo a dirle Vaffanculo e lei mi rispondeva “Non credo tu abbia una App chiamata vaffanculo ma se vuoi posso provare a cercarla sull’App store”.

Oggi la versione 2.0 di Siri è inquietante: le dico Vaffanculo e mi risponde “Non credo di meritare questo trattamento”.

Guardate che se le tecnologie ci tolgono l’umorismo, è finita per l’umanità.

Voi continuate pure a divertirvi con le tecnologie ma sappiate che c’è gente che soffre per non riuscire a stare al passo coi tempi, con gli aggiornamenti del software.

C’è gente come me, piena di complessi, nata nell’epoca sbagliata, che la tecnologia non ce l’ha nel sangue, non ce l’ha nel dna e non c’è niente da fare.

E non provate ad uscirvene anche con un vaccino per indurre la tecnologia, che ne abbiamo abbastanza.

 

https://www.afterfestival.it/

 

RIP

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

A volte apri facebook o semplicemente ansa (che ormai ha lo stesso valore mediatico di facebook ) e vedi che è morto un artista.
Lo vedi su tutte le bacheche degli amici, su tutti i titoli e in tempo quasi reale.
A volte non è neanche morto per davvero.
E’ assurdo ma esiste anche questo: esistono scoop su presunte morti che leggi sui muri dei tuoi amici.
Notizie prese da fonti di dubbia credibilità tipo illercio.it oppure noncipossocredere.com, fonti che ti costringono a dubitare non solo della veridicità della notizia, ma anche delle facoltà mentali dei tuoi amici che si servono di queste fonti di informazione.
Poi arrivano le smentite oppure non arrivano e ti resta il dubbio fino a quando la vedi in tv quell’attrice morta e dici, ma non era morta?!
E’ una sensazione simpatica in cui prendi poco sul serio perfino la morte che, evidentemente risulta poco credibile.
A volte ho la sensazione che siano i giornali a fare secco quel musicista o quel soprano perchè la notizia arriva quasi in anticipo o immediatamente dopo l’ultimo respiro.
O forse la stampa paga qualche giovane laureato per fargli fare un turno di presidio davanti agli obitori delle grandi città ed avere l’anteprima assoluta quando esce o entra una salma importante.
In questi giorni le bacheche, ad esempio, sono state terreno fertile per messaggi di affetto e stima a Giorgio Faletti, artista italiano completo, eclettico, versatile e purtroppo morto.
Sulla sua carriera artistica troverete di tutto, soprattutto in questi giorni e Giorgio questa settimana, avrà ricevuto un numero galattico di click di like e di shares sul suo sito;
Una pioggia di consensi che forse non ha mai ricevuto in tutta la sua carriera.
Carriera quella dell’artista durante la quale, nella maggior parte dei casi, passi la vita povero, facendoti un sedere di una dimensione che solo gli artisti possono immaginare.
Gli artisti passano la loro vita lottando contro la sindrome delle due “o”: in bilico tra ovazione e oblio.
In numerosi casi l’ovazione e l’oblio non dipendono neanche dalla qualità della loro arte ma da una temperatura che non ha nulla di ragionevole e che il pubblico elargisce in maniera poco intelligente e legata alla quantità di pubblico che la elargisce.
Cantanti come Lady Gaga che diventano divinità nonostante facciano musica discutibile e vadano agli eventi vestiti con pezzi di carne bovina appena macellata.
Attori dimenticati solo perché fanno scelte mediatiche sbagliate, tipo dichiarare una malattia o una tendenza sessuale.
Artisti diffamati da luoghi comuni e pettegolezzi mediocri diffusi da minoranze mentali, come “Masini porta sfiga” .
Certo, forse Masini come esempio non vale perché  con la sua musica non si è proposto proprio come icona dell’ottimismo.
Comunque, anche se non lo ammetterà, l’artista tipo non vede l’ora di morire.
Solo morendo infatti, entra senza fatica nel grande libro dei miti e ci entra a prescindere da successi e insuccessi.
Gli artisti rimasti in vita mandano un messaggino su twitter con “Io lo conoscevo/quando muore un grande amico/indimenticabile collega”.
E twittano per il gusto morboso di cavalcare l’accelerazione mediatica innescata dal collega schiattato.
Il pubblico, dopo aver letto la twittata, pensa che alla fine non era così malaccio quell’artista e corre a comprarsi il libro o il dvd.
I dipendenti delle produzioni e delle edizioni fanno le notti per ristampare, editare, pubblicare numeri speciali, omaggi e requiem platinum.
E l’artista nel frattempo da lassù (perché gli artisti col culo che si fanno in vita, sono certa che vanno in paradiso) vorrebbe prendere a sassate pubblico e colleghi, ma in paradiso non si può.
Però l’artista desidera in gran segreto di lapidarli tutti: pubblico, manager, giornalisti e colleghi artisti che quando era in vita, avevano un giudizio sulla sua vita privata e la sua arte estremamente inflessibile e forse proprio a causa di questo giudizio è schiattato.