MINDFULNASSHOLE

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho partecipato ad un gruppo di costellazioni familiari, presente?

Un ciclo di incontri in cui si fa un lavoro profondo di pulizia dell’albero genealogico, si tolgono i rami secchi, si va alle radici.

Il laboratorio dura tre weekend e si fa in un casale in Umbria bello, bellissimo.

Costa ottocento euro a weekend ma ti fanno un pacchetto.

Dopo tante sessioni mistiche è uscito fuori che ho avuto una famiglia di merda.

Devo dire che sono soddisfatta.

Siamo andate da una tizia che sa fare bene i tarocchi.

Ha vissuto quindici anni a Bali, ha sei mariti dai quali ha avuto sedici figli, fai tu la divisione.

Veste Alberta Ferretti e si fa inviare le Buddha Bowls da una fattoria appena fuori Manhattan.

Ha questo studio meraviglioso fatto tutto in bambù giapponese e ti fa un percorso personalizzato che dura tre ore; non col bambù, coi tarocchi.

Per una sessione siamo sui trecento euro ma spesi bene, guarda.

Mi ha detto che ho sempre avuto relazioni difficili per via del rapporto con mio padre, che dovrei evitare latticini, bere poco vino e che ho due magliette bianche di Zara, pensa che forte!

Dice che devo trovare il coraggio dentro di me, te la consiglio, guarda.

Per me è stata illuminante.

Mi hanno fatto la lettura delle ginocchia, conosci?

E’ una coppia omosessuale di peruviani che, con una specie di cannocchiale con le perline, tipo caleidoscopio, ti leggono la rotula, prima una e poi l’altra e ti dicono cosa non deve assolutamente mancare nella tua dieta, anche in base alla fase lunare in cui sei nato, che se non ce l’hai, te la tirano fuori loro, dalla tua data di nascita.

Costa cinquecento euro, la coppia di rotule.

Ed è compresa anche una dieta personalizzata.

Io, ad esempio devo mangiare tanta frutta e verdura.

Prossima settimana vado a fare l’ayahuasca.

E’ una liana sudamericana che paghi, bevi, vomiti, piangi e capisci tutto di te.

Anzi no, scusa: paghi, bevi, capisci tutto di te, piangi e vomiti.

Dice che hai una specie di risveglio ma io non so se me la sento a risvegliarmi, dopo che avrò capito tutto di me.

Sul perché il mignolo del piede sia sopravvissuto all’evoluzione.

FAVOLE DI MADAME PIPI'

Rispetto alle nostre depressioni, agli sbalzi d’umore e alle preoccupazioni, rispetto alle tante cose importanti che occupano spazio nella nostra vita rubandole tempo ed energia, rispetto a tutte queste cose, come deve sentirsi il nostro mignolo del piede?

Questo esserino nato spiaccicato ci ricorda quanto siamo fortunati.

Così insulso, apparentemente inutile eppure esposto, così vocato e predisposto al dolore: perché non si è estinto?

Perché un bel giorno, a scelta fra le migliaia che l’evoluzione ha messo a disposizione, non ha fatto il gesto coraggioso di cadere?

Mi pare che si tratti della stessa problematica che ha la coda.

La nostra coda, presente? Rimasta intrappolata in mezzo alle natiche, in quell’incipit di sedere che impiega pochissimi secondi a sudare, la coda è nella stessa, imbarazzante categoria del mignolo: quella delle reminiscenze anatomiche di cui ci vergogniamo.

A questa categoria appartengono anche gli orifizi, così selvaggi ed ostinati di fronte all’igiene che però non hanno un’anima, come il mignolo e coda.

Mi piace immaginare cosa potrebbero pensare e dirsi coda e  mignolo, nei nostri momenti di distrazione: “Che ci facciamo qui?”, direbbe la coda, “Io a puzzare di sedere senza averne colpa, come i dadi da brodo; e in più, non posso muovermi da migliaia di anni, sono incastonata come una gemma senza poter essere venduta a qualcuno che mi faccia brillare. E tu? Ti sei visto, si? Sembri fatto col didò color carne, sembra che ti abbiano manganellato alla nascita, sei più rattrappito di Cuccia, dai fastidio nelle scarpe e resti sempre appiccicato alle altre dita che però sono belle e affusolate ma soprattutto impegnate a fare un sacco di cose mentre tu non sei utile a nulla. Non dici niente? E’ questa la vita che vuoi?!”

E il mignolo risponderebbe: “Con franchezza, non ho mai avuto voglia di fare grandi cose e forse è per questo che mi sono rimpicciolito negli anni; però di una cosa mi sento grato alla vita: quando vedo uno spigolo del letto so che il mio destino è lì.

So che farò sentire, anche solo per pochi secondi, a quel figlio di puttana, il potentissimo peso che si nasconde nelle piccole cose.

E mentre si contorce e quasi sviene dal dolore, io il male quasi non lo sento, tanto godo nel venir finalmente considerato ed è per questo che quando vedo un letto, miro sempre lì.”

IL SALUTO CICLISTA

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Più o meno da un anno mi sono avvicinata al mondo del ciclismo.

Mi trovo quindi a dover a che fare, mio malgrado coi ciclisti, diciamo dilettanti, anche se personalmente non amo questo termine, mi sa di sinonimo di pippa mentre io me la cavo.

Possiedo una bella mountain bike elettrica della Bianchi, alla quale sono affezionata come fosse la sorella che non ho; se dovessi beccare in flagrante qualcuno in procinto di rubarmela, sarei capace di ferirlo a morte, non a mani nude ma col mio bullock di ultima generazione e di trenta chili che porto sempre con me, nello zainetto.

Con la mia bici vado prevalentemente nei boschi ma per le operazioni urbane mi capita di bazzicare la strada ed è lì che incontro gli altri ciclisti che, nonostante disprezzino quelli col motore, conservano comunque quel bizzarro codice comportamentale che li obbliga a salutarti.

Sia che stiano penando su una salita con la pendenza di una parete, sia che stiano scendendo in picchiata, con la pelle del viso che gli penzola come le code dei cappelli scandinavi, dai loro pori esce una specie di ciao fraterno che  significa cose oscene tipo “ Anche tu, eh?”, “Bello, vero?!”, “Siamo una squadra fortissimi, nevvero?!”, “Ciao socia!” .

A me il coraggio non mi manca ma c’è qualcosa che mi inibisce dal gridar loro, “Mi scusi ma chi è lei?”, direttamente dal manubrio.

Se li incontro faccio di tutto per non incrociare il loro sguardo perché non voglio avere amici vestiti in quel modo.

Mi vergognerei a fermarmi in qualche trattoria emiliana per entrarvi assieme a gente vestita con ripugnanti colori fluo, le tutine imbottite sul sedere, il logo del concessionario su quel sedere imbottito, i caschetti lucidi, le bandane sotto ai caschetti e gli occhiali da calabrone, no.

Chi vi conosce? Io no.

Tuttavia, la voglia di sbirciare verso di loro per vedere che modello abbiano vince sempre su tutto e quindi cerco di studiare il loro mezzo, mentre sono in velocità,  senza muovere collo e testa, spostando solo lo sguardo che penso protetto dagli occhiali da calabrone ma loro hanno il sesto senso del ciclista e mi gridano ciao.

Mi tirano il loro saluto come fosse un sasso, la pietra torna-indietro di Fantaghirò che mi si piazza sul manubrio e mi dice “Sei una di loro, capito?! Sei una ciclista!”

No.

Io non sono una di loro.

Non mangio barrette energetiche, pneumatiche, non mi vesto come Yuri Chechi, non ho le borracce infilate nella schiena e soprattutto non sono in grado di riparare la bici coi famosi coltellini tutto in uno.

Dentro a quegli attrezzi riposa il mio sangue.

Porto la bici in officina gridando, “Mi aiuti! Ho bucato!” ed il tizio mi ricorda stizzito che ogni tanto, le ruote bisognerebbe gonfiarle.

Non sono come loro.

Ho anche il cestino.

Quando ho comprato la mia potentissima MTB e ho chiesto il cestino, il ragazzo del negozio mi ha accompagnata fuori e ha abbassato la serranda.

Ho dovuto aspettare fuori più di un’ora, prima che capisse che da lì non me ne sarei mai andata senza cestino.

Così me lo ha messo.

Non in vimini ma me lo ha messo.

Sono andata a fare il giro dell’Etna col cestino e nei boschi, uno dei ganci si è infilato nella ruota posteriore e ho visto la morte in faccia.

Era lei, sull’Etna, con la falce, il mantello e tutto.

Mentre cadevo di faccia contro la radice di un pino, l’ho sentita gridare “Morirai da ciclista!”.

E invece no.

Sono ancora qui e pretendo di sapere se ci siamo già incontrati da qualche parte perché altrimenti, cazzo salutate?

NATALE ONESTO

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Caro Babbo Natale,

visto che quest’anno non potrai muoverti perché gli anziani sono categoria a rischio, vorrei cogliere l’occasione per chiederti finalmente un dono immateriale.

Da sempre, a Natale vengo sopraffatta dall’avidità ma siccome il bollitore da cinquecento cavalli che ho chiesto l’anno scorso si è già scassato, stavolta voglio tentare con doni emozionali.

Perciò mi piacerebbe tanto ricevere in dono un incantesimo o un miracolo per cui io possa svegliarmi il giorno di Natale e trovare, fra i miei colleghi ed i miei amici almeno tre persone in grado di avere il coraggio di dire chiaramente se qualcosa o qualcuno faccia loro cacare, di fronte al muso del diretto interessato, fossi anch’io.

Mi piacerebbe tantissimo, Babbo del mio cuore. 

Sarebbero belli gli amici, visti in questa nuova veste: coraggiosi ed immuni da quella strana patologia, tipica della nostra epoca che impedisce alle persone di lasciare un feedback negativo dal vivo o al diretto interessato anziché scriverlo su qualche portale o dirlo a terzi, in gran segreto, specificando “Mi raccomando, lo sai solo tu”.

Quando si poteva andare in giro, sentivo solo “Tutto squisito, ottimo lavoro”, “Non è il mio genere ma lo trovo bello”, “Ti trovo in forma”, “Sei dimagrito”, “Ti seguo”, “Parli bene l’inglese”.

Vorrei amici liberi dal virus “Siamo stati benissimo”.

Tutto qui.

Mi piacerebbe, la notte della Vigilia trovarmi in rubrica qualcuno senza il vizio delle recensioni usate come ghigliottine contro i ristoranti bazzicati, mi piacerebbe pranzare il giorno di Natale con qualcuno che mi faccia ascoltare cose tipo, “Ma sul serio vuole vendermi questo pane come fatto da voi, col lievito madre?”, “Sinceramente, non siamo stati bene: i camerieri non sono preparati, le materie prime sembrano comprate al supermercato ed i vostri vini non sono potabili ma rispettiamo il vostro lavoro e addio per sempre”.

Mi rendo conto che sia un regalo che abbia del miracoloso perché non è così banale ammettere che non possa esser tutto sempre perfetto e che non sia possibile star sempre benissimo altrimenti non saremmo tutti così annoiati, perché si vede che siamo annoiati anche se saltelliamo su noi stessi come degli esaltati, di fronte a qualsiasi esperienza.

Allora, questo Natale desidero levarmi di dosso questo entusiasmo finto, da yogi con la villa, da guru del trend e rimediare, se non ti è troppo d’affanno, tra qualche vecchio contatto fra i miei, senza andare a cercarlo chissà dove, qualcuno che non si vergogni di dire cose gagliarde tipo, “Non siamo stati bene manco per un cazzo, in casa vostra c’è puzza di muffa, di piedi, di gatti in lettiera, tuo marito è un pederasta, lo sanno tutti,  il tuo nuovo disco è comparabile alla carta da sedere solo che quella non graffia mentre il tuo vinile, si. Di fatti, sappiamo che lo hai pubblicato grazie a giuste amicizie”.

E ancora, Babbo, amerei sentir dire dagli amici che ti chiedo in dono, cose belle come, “Non sei in grado di approcciarti al sesso, tenta coi videogiochi, cucini come Caronte, ti trovo male, affranto, stanco, invecchiato, più povero del solito. Stasera, quando rientrerai a casa, non dimenticarti di bruciare questo vestito che ti dona come la rogna. Non credo che torneremo a trovarvi, ci avete fatto due coglioni così con la steineriana dei vostri figli: è stata una serata veramente del cazzo, ora capisco perché non vi abbiamo mai frequentati.”.

Vorrei sentire spesso frasi del genere che brillano di vera luce propria.

Certo non vorrei che le dicessero a me ma se deve andar così, se è giusto che accada, sarò pronta.

Vorrei soltanto questo dono, caro Babbo: vorrei un Natale di onestà degenerata.

Spero non costi troppo.

MESTIERI EROTICI E DOVE TROVARLI

SINFONIE

Dopo vent’anni passati appresso ad un taglio di capelli ispirato alle donne piangenti, al seguito di Gesù, ho deciso di abbandonare il sepolcro e di dare una sfoltita, un’alleggerita, in modo da smetterla di far paura ai bambini, ogni volta che esco dall’acqua e non si capisce dove abbia la faccia.

Così sono andata dal parrucchiere.

Mi piace far gli scherzi ai parrucchieri ed entrare con uno chignon tutto compresso, senza appuntamento, domandar loro se hanno posto per una rapida piega e, una volta seduta sulle loro poltroncine in acciaio, sciogliere i capelli e guardarli in faccia, con aria di sfida.

La categoria esprime con eccellente aderenza alla realtà, il dramma della vita umana, proponendo sempre le stesse, due reazioni: ci sono i parrucchieri ai quali si bagnano gli occhi di lacrime e tirano fuori frasi disperate, tipo “E adesso come faccio con la signora Bruni che arriva tra venti minuti?” e quelli che si sbrodolano e si esaltano davanti a quella massa informe di crine, in un mondo ormai posseduto dalle fiale anti-caduta.

Ecco, io preferisco questi.

Quelli che, nel momento in cui sciolgo i capelli, sentono ancora e fortissima la chiamata vocazionale alla loro professione e godono e mi danno consigli non richiesti e mi pettinano.

Ci vuole coraggio per ostinarsi a volermi pettinare.

Anche per questo motivo, non ho mai avuto un parrucchiere di fiducia.

Non capisco, come la maggior parte delle donne possano tradire svariate volte il proprio partner ma restare fedeli, per tutta la vita e senza mai annoiarsi, al proprio parrucchiere, senza mai un cedimento.

A me piace cambiare spesso parrucchiere e concedergli di esprimersi perché un artista frustrato è un soggetto potenzialmente cattivo e pericoloso.

Stavolta, il parrucchiere non era una parrucchiera ma proprio un parrucchiere e non accade così frequentemente.

Sempre, strizzando l’occhio alla moda di questa epoca, noi diciamo “Vado dal parrucchiere” ma poi, lo sappiamo, si tratta, il più delle volte, di una parrucchiera.

Invece, questa volta è un uomo, anche discretamente carino.

Direi proprio niente male e mi rendo conto che questo dettaglio non lo faccia essere un bravo parrucchiere ma farsi lavare i capelli da un bell’uomo, non è una delle cose più piacevoli che possano accadere?

La risposta è si, ma non se poi entra sua moglie in salone.

Bisogna imparare però a far tesoro di ogni esperienza, anche di quelle castranti poiché tutto può diventare spunto di riflessione.

La riflessione è che i parrucchieri fanno un mestiere che potenzialmente potrebbe essere molto più sexy, rispetto allo stato attuale delle cose.

Non è l’unico mestiere, ovviamente.

Vi sono tantissime professioni che non sfruttano questo potenziale, peraltro del tutto legale e senza il rischio di una deriva nella prostituzione.

Semplicemente l’erotismo è una sfera bistrattata della nostra esistenza.

Penso al fisioterapista che lenisce contratture legate allo sport e allo stress, penso all’arredatore d’interni che si occupa degli spazi così intimi della nostra casa, penso al fioraio, ai professori, ai pasticceri e a quelli che riparano le biciclette che ci salvano, nel loro piccolo, da traumi e figure di merda.

Ma nessun’altra professione come quella del parrucchiere riesce a raggiungere simili punte di romanticismo: grattare via le impurità dalla cute, massaggiare il retro del collo, tirare delicatamente i capelli, in modo che il cuoio capelluto si stacchi dalla calotta cranica, in maniera quasi impercettibile o, quantomeno dia l’impressione che ciò possa accadere.

E poi consigliare come valorizzare il proprio aspetto ed asciugare con un getto di aria calda la nostra fredda esistenza.

Queste e molte altre sono le situazioni che possono magicamente rivelarsi erotiche, nell’accezione più pura del termine: perché i parrucchieri non se ne rendono conto e non valorizzano questo pregevole aspetto?

Ma soprattutto perché non se ne rende conto il mio, porca malora?

Il mio, nuovo parrucchiere a cui sarò fedele per sempre.

STORIE DI MATTI / Il Fatto Quotidiano

STORIE DI MATTI

Racconto inedito pubblicato per il Fatto Quotidiano del 18 Luglio 2017

Almeno una volta a settimana in auto con i miei genitori, si era costretti a passare davanti al Santa Maria della Pietà, l’ospedale psichiatrico di Roma che all’epoca nessuno si vergognava a chiamare manicomio.

Per andare in centro, quella strada lì evitava di morire giovani nel traffico della Cassia quindi mio padre imboccava la Trionfale (che già all’epoca di trionfale non aveva più un tubo), e iniziava a lanciarci occhiate sfuggenti dallo specchietto retrovisore, come fanno gli agenti segreti nei film con le colonne sonore che sostengono le stesse, miserabili sceneggiature uguali da vent’anni.

E anche la mia famiglia, se non da venti, almeno da dieci anni, batteva il suo Ciak sempre in prossimità dello stesso incrocio.

Di giorno ma soprattutto di notte, dentro all’abitacolo s’innescava, proprio in quel punto e in maniera del tutto innaturale, un silenzio attento, concentrato, da chiappe strette, se dovessi descriverlo a un amico.

Qualunque fosse l’argomento nel quale si era tutti coinvolti o eccitati, quando la macchina entrava nell’area rossa del manicomio, ci si serrava la bocca e si guardava con la coda dell’occhio fuori dal finestrino cercando quale fosse il motivo in grado di zittire una famiglia in pochi secondi.

Il raggio dell’area rossa in cui ci si congelava era stato identificato dall’inconscio bizzarro di mia madre e nessuno, a parte lei, sapeva precisamente dove iniziasse e finisse, anche perché non c’erano dogane o cartelli segnaletici che sancissero il piccolo comune immaginario molto, molto pericoloso.

Ciò che si sapeva è che dentro a quel perimetro, il plot restava lo stesso: uno dei genitori prendeva coraggio e si girava, approfittando del semaforo rosso e appoggiando il gomito sul sedile accanto, fedele alla sceneggiatura da seguire.

Poi ci guardava dritto nelle pupille e diceva “mettete le sicure”.

Noi bimbetti si ubbidiva e si metteva tutti, in sincronia, la sicura. La faccenda, il più delle volte, finiva lì.

Poi però il tempo bastardo consentì a me e ai miei fratelli di crescere e sviluppare rudimenti di senso critico.

Sia maledetto quel momento in cui si diventa coscienti.

Sia maledetto quel momento in cui si innescò nei nostri cervelli, la voglia di domandare perché davanti a quel preciso incrocio, bisognasse sempre inserire la cazzo di sicura.

Sono l’ultima di tre fratelli quindi, al mio turno di perizia inquisitoria, la risposta aveva già fatto pratica e arrivò fresca a perfetta: “Perché ci sono i matti”.

Chi somministrò la risposta però, non tenne conto di quanto io, da bambina fossi già profondamente cacacazzi.

“E allora?”, chiesi come lanciando un sasso.

A casa mia infatti, i figli hanno meno diritti delle blatte dunque immaginare che dei minori s’arrischiassero a contestare risposte con altre domande era una prospettiva utopica.

Ma anche produrre un terzo figlio femmina era abbastanza irreale, prima che piombassi nelle ecografie così, anche per questo e con ancor più presunzione, pretendevo una risposta.

Eppure non è dei miei traumi familiari che voglio parlare.

Voglio parlare dei traumi familiari, punto.

Perché la famiglia è un luogo bellissimo ma se ne potrebbe fare a meno.

Essa può divenire un rifugio rassicurante come una tana di murene se non la si considera per ciò che è, ossia un salotto con persone che si vogliono bene a Natale, ma la si percepisce in base a ciò che la società perbene vi ha costruito intorno.

La famiglia ma anche il posto di lavoro, la location del matrimonio, l’autostrada o il centro commerciale sono alcuni dei contesti più adatti alla proliferazione della nuova follia.

Perché di società ci si può ammalare.

Dentro a quella macchina in cui si aveva paura delle antiche patologie psichiatriche, mi proposero una risposta di quelle che le dittature fanno scrivere ai loro intellettuali per accontentare i popoli.

Mi dissero che i matti uscivano in orari misteriosi per dar fastidio alle auto delle persone perbene.

Così, guardando fuori dal vetro ermetico e lucido di notte, promisi ai matti che li avrei vendicati.

Mi dissi che sarei andata alla ricerca dei veri soggetti pericolosi, di quella nuova inquisizione travestita da società rispettabile e che li avrei scovati uno per uno, i veri pazzi.

Avrei riscattato gli internati scrivendo cartelle cliniche universali e contemporanee di quei pazienti che non vogliono farsi diagnosticare nulla e che a casa hanno un sacco di tappeti Bukara dove nascondere orrori e insicurezze.

Quei professionisti, dottori, madri di famiglia e account che siamo noi, sempre rasenti sul filo della psicopatia condominiale.

Promisi questo agli angeli del manicomio.

Poi zitta zitta disinserii la sicura, per essere pronta a scivolare giù dall’auto, in caso di pericolo, in caso l’inquisizione mi avesse scoperta.

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Storie di matti

ALL THAT JAZZ

COSE FASTIDIOSE

Sento che nella mia vita è arrivato il momento di fare quella che s’intende di jazz.

Sento che il jazz più ostentato che mai, possa dare alla mia vita quel tocco interessante che piace.

Quel non so che di intellettuale, di bohémien, di spettinato, così richiesto in questa epoca underground.

Devo fare quella che di jazz ne capisce.

Sento che è il momento storico a richiederlo.

Sento di dover fare quella che il jazz ce l’ha nel sangue.

Ho già un piano: adesso che arriva la primavera io, sai che faccio?!

Spalanco tutte le finestre di casa e metto su una playlist di Spotify, tipo All that jazz, ecco.

Metto su la playlist e la sparo a tutto volume così si diffondono in giro per il quartiere quelle tipiche trombe jazz.

Quelle trombe così agitate.

Così i vicini sentono che ascolto roba chic.

Che m’ascolto tutti quei suoni scuri, selvaggi, negri, rudi.

Che tanto io poi sarò già in ufficio, che mi frega.

A me basta che si sappia che mi sento il jazz.

Poi Rihanna me la sento in cuffia.

A me basta che la gente pensi che sono una di quelle che s’ascoltano il jazz e che bevono il gin più costoso, accasciate sui divani di pelle nera dei jazz-club parigini.

Oppure sopra a quelli sgabelli in metallo.

Dovrò fare un po’ di pratica.

Dovrò capire come arrampicarmici sopra e restarmene lì in apnea per tutta la durata del pezzo jazz.

Che durano un sacco le canzoni di quel genere là e non sai mai quando finiscono.

Ma è tutta questione di pratica e abitudine.

Inizierò anche a fumare perché pare che quelli che si sentono il jazz, fumino a bestia.

Inizierò a dire che New Orleans è la città più figa del mondo.

Dovrò guardarmi qualche documentario su New Orleans.

Dirò a tutti che la figlia di Albano era una mia amica.

Che ascoltavamo insieme il jazz a New Orleans.

Che esiste anche una versione jazz di Felicità.

Sento che nella mia vita è arrivato il momento di far credere a tutti che a me il jazz mi cerca da quando son piccola.

E che comunque me la cavo anche a suonarlo.

Tanto che ce vuole?

Chi ci capisce davvero di jazz?!

Se mi dicono qualcosa, se non sono convinti, dirò loro che è una cosa nuova.

Che è un afro-jazz sperimentale.

Che me l’hanno insegnato i negri di New Orleans.

Che me l’ha insegnata Albano che, in realtà è un bravissimo jazzista ma in Italia fa altro perché l’Italia che ne sa di jazz?

A me basta che la gente sappia che io il jazz ce l’ho in tasca.

Mi basta che la gente pensi che io il jazz lo mastico.

A me basta che la gente mi pensi.

Sti cazzi del jazz.

LA LEGGENDA DEI CAVI US-B

FAVOLE DI MADAME PIPI'

Avevo aperto tutti i cassetti di casa e preso tutti i miei cavi usb.

Li avevo tirati tutti fuori, un giorno.

Ero stanca di tutti quei chilometri di cavi e una di quelle mattine libere in cui ti prende che vuoi cambiare il mondo iniziando da casa tua, li avevo snodati, lucidati, lisciati e allungati sul pavimento di casa.

Ero uscita in giardino a furia di metterli per terra, uno dopo l’altro.

Li avevo messi tutti in fila ma non finivano più e loro lo sapevano.

Continuavo a stenderli, sudando.

Pensavo di aver steso l’ultimo, mi giravo e vedevo che avevo ancora una matassa di fili bianchi aggrovigliati come serpenti mitologici.

Si contorcevano, chiedevano di essere usati una buona volta, m’imploravano di non lasciarli soli, di dar loro un senso.

Si chiedevano, i miei fili usb, perché fossero lì in così tanti, tutti uguali, da secoli e perché li avessi comprati a tonnellate, facendoli sentire così sostituibili e intercambiabili.

Mi chiedevano perché ero stata così infedele con loro.

Qualcuno si ribellava e provava a mordermi con la sua uscita metallica e tagliente, che sbucava come una testa di Medusa dalla matassa.

Io sudavo e scioglievo freneticamente i nodi, davo loro spiegazioni aleatorie, mentre dentro mi battevo il petto, insultandomi per aver comprato così tanti cavi usb nella mia vita, senza tener mai conto della loro dignità.

Avevano ragione.

Si faceva notte e non avevo ancora finito.

Sentivo le loro vocine orientali, mentre procedevo nel buio a dare una direzione al grande sentiero di cavi che non avevano mai avuto uso.

Non sapevo dove sarei arrivata e lottavo per non avere paura.

In mezzo al mare scurissimo e in mezzo ai campi di lavanda, a picco sulle rocce e poi rasente gli argini sabbiosi dei fiumi, stendevo i miei cavi nati e mai vissuti.

Sentivo di nuovo le vocine orientali: qualcuno di loro faceva hara-kiri e subito dovevo correre lì, a sostituire il cavo deceduto con un altro immacolato, triste e liberato dalla sua fettuccia di cellophane, dopo anni di mummificazione.

Prendevo il cavo defunto e lo mettevo nel sacchetto insieme agli altri fili morti, da portare a smaltire nel grande negozio di media, dove c’è il cimitero delle tecnologie dimenticate.

La notte arrivava e io mi accorgevo di essere arrivata a Boston.

Avevo freddo, ripiegata com’ero, in quel verde ordinato che costeggia l’enorme fontana del Public Garden, ma sentivo che finalmente avevo dato a ciascuno dei cavi una utilità.

Finalmente li avevo collegati a qualcosa.

Li avevo collegati ai continenti.

Erano felici, tutti tesi uno con l’altro, con le loro piccole uscite trasparenti che si penetravano a vicenda.

Mi guardavano come se aspettassero quel giorno da secoli.

Capivo che mi guardavano perché sentivo i loro occhietti orientali addosso.

Quel giorno scoprivo il motivo per cui i cavi si chiamano US-B.

Us Boston, evidentemente.

Quel giorno capivo che i cinesi avevano conquistato il mondo ancora una volta.