LO BEVE QUEL PROSECCO?

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Inutile fare quelli abituati: volare è una faccenda assurda.

Se ci si pensa bene, prendere un aereo è una di quelle cose sopravvalutano l’uomo.

In aeroporto, col trolley firmato e con gli inserti in pelle e le etichette bagaglio rubate al banco check-in della Emirates, siamo tutti fichissimi.

Gli occhiali scuri in aeroporto sono consentiti e i piloti hanno un fascino magnetico che, anche quando fai di tutto per non guardarli, rilascia un enzima nell’aria che ti fa girare verso di loro, per forza.

I negozi del duty-free sono un privè al quale hanno eccesso solo quelli con la carta d’imbarco, una ristretta selezione di fortunati che chissà dove se ne vanno.

In aeroporto siamo tutti fichissimi.

In aeroporto siamo tutti a nostro agio.

A parlare di viaggi si diventa internazionali, si diventa invidiabili.

A prenotare un viaggio ci si sente privilegiati.

Ma poi arriva il dunque.

Poi si sale in cabina.

Che abbia la vip, la business, la excellence, la six stars deluxe tu, essere mortale, quando sei in aereo, a traballare senza controllo, senti di esserlo davvero, mortale.

Arriva quell’attimo in cui, anche se sei membro di tutte le sale lounge, anche se hai le miglia che possono farti fare il giro del mondo gratis due volte tu, essere contemporaneo, devi ammettere che in aereo possa capitare qualcosa che ti suggerisca di riempire figuratamente le mutande.

Può essere un vuoto d’aria, l’ articolo che hai letto su quel disastro aereo di tanti anni fa, un rumore nella turbina che non avevi mai sentito e che ti fa realizzare che tu, la turbina non sai neanche che cazzo sia.

Arriva quella frazione di secondo in cui, lode a Dio, realizzi che gli umani non dovrebbero volare, che l’affare sopra al quale stai senza possibilità di poter cambiare idea e scendere, altro non è che una sofisticazione della tua destinazione naturale, la terra, al massimo il mare ma non l’aria, porca merda.

Ma ormai ci sei sopra, con la vita consegnata nelle mani a un figo, con gli occhi azzurri che però non conosci.

Che poi, perché i piloti hanno quasi tutti gli occhi azzurri?

Tra l’altro più sensibili alla luce del sole rispetto a quelli scuri quindi dovrebbero proibire le tratte al tramonto o contro sole ai piloti con gli occhi azzurri e forse non lo fanno perché quelli con gli occhi castani manco fanno il primo test, per diventare piloti.

Ci rinunciano.

Stanno più coi piedi per terra.

Comunque arriva un momento in cui te lo chiedi, se quello è uno di quei voli maledetti di cui parlano i giornali.

Arriva un momento in cui, tu non so, ma io me lo chiedo per davvero e quando l’aereo sta per alzarsi in volo, io mi giro in cerca del tuo sguardo, di un sorriso, di una battuta ma tu, maledetto, stai dormendo.

Io quelli che dormono già prima del decollo, li sveglierei a morsi in faccia.

Perché dormi, brutto stronzo?!

Non lo vedi sopra a quale diavoleria ci siamo accomodati?

E lei se lo tenga il prosecco, signorina, che non c’ha un’idea di quanto me ne servirebbe.

Non vi basterebbe la stiva per sedarmi, questo vorrei gridare alla hostess.

Invece non posso.

Anche sull’aereo devo continuare a fare quella fighissima, non posso sfogarmi con nessuno.

E’ proibito ammettere di aver paura, figuriamoci di volare, una cosa così bella che ci fa scoprire il mondo!

E’ proibito mostrare debolezze esistenziali.

Figuriamoci in aereo, in un posto dove, quando vieni preso per un disadattato come nel mio caso, hanno il diritto di isolarti e legarti alla poltrona.

E’ proibito dire al vicino che hai paura di morire perché ce l’ha anche lui ma se l’è messa nella tasca più profonda dell’anima ed è più bravo di te a controllare che resti lì, ben nascosta e borghese.

Volare è una faccenda assurda e io voglio dirlo a tutti.

Voglio stampare degli opuscoli clandestini con questo mio pensiero e distribuirlo in maniera carbonara, nelle tasche davanti alle poltrone, in mano ai miei vicini di posto, svegliando i bastardi che dormono, graffiandoli col bordo tagliente della carta per ricordare loro che dormire è da vili.

E che se il prosecco sul tavolino non lo bevono, ci penso io.

 

https://www.internazionale.it/notizie/2016/05/04/paura-volare-rimedi

 

FURESTA: UNA STORIA VERA.

FAVOLE DI MADAME PIPI'

“Ahhh l’amore!!”, stai pensando questo Ettore, vero?

Te lo leggo negli occhi, stai pensando all’amore, amico mio!

Mentre lucidi gli specchietti retrovisori della tua Honda Civic fresca di autolavaggio tu stai pensando proprio a questo.

Oddio, ma ti vedi?! Guardati: quarantadue anni, un buon lavoro e un principio di rincoglionimento che ti percorre la spina dorsale, i pensieri, la pancia e “la furesta”, come la chiami tu.

Danzi tra le macchine come fossi Pamela Anderson al car-wash show in qualche postaccio del Kentucky.

Che roba amico mio, come ti sei ridotto.

Insomma, sono felice per te ma guardati!

Dio santo, stai ballando intorno alla tua Civic con la pelle di daino in mano e sospiri guardando gli altri automobilisti anche se in realtà non li vedi neanche perché gli occhi ce l’hai da un’altra parte, amico mio.

Ce l’hai piantati ancora sulle foto-profilo della tua Bella, specialmente le ultime, quelle che hai visto ieri sera mentre eri al lavoro e sbirciavi felice come un ragazzino quando torna a scuola dopo il Natale e sta in classe a fantasticare sul parco giochi che lo aspetta a casa.

Ettore tu sei innamorato fracico.

“Viva l’amore! Ahhh, che sensazioni primitive, che sconvolgimento chimico, che dolce disordine che ti fa camminare storto ed essere buono con tutti”, mi rispondi.

Ettore c’hai l’amore dappertutto: hai scelto la tua sposa, sei andato.

Ma la cosa più bella, la cosa più Rock, come dici tu è che proprio ora, mentre stai controllando che ogni angolo della tua Civic sia più lucido del cesso di un magnate russo, l’amore corrisposto.

Non è così cazzo?! E’ quando tu guardi nelle pupille di chi ti piace e intravedi feeling.

E’ proprio così!

“L’ho capito subito, poi mi ha invitato lei al campeggio e ho pensato che Dio c’è sul serio”, mi dici.

Ettore, non è che sei al settimo cielo.

Puoi tranquillamente pisciare sulla nuca a quelli al settimo cielo, dal tuo loft al nono!

E poi sei all’antica come l’amore, amico mio.

Hai aspettato e dopo ben otto mesi di corteggiamento pudico e contenuto hai raggiunto l’obiettivo: una proposta.

La tua bella ti ha chiesto di andare in vacanza al campeggio!

Che strano, penso io.

Uno di norma prima si fa un concerto insieme, poi un week-end e poi si spara una settimana intera.

Così tutto insieme ti arriva una doccia di ghiaccioli alla fragola in testa!

“Ahhh, l’amore, cazzo!”, mi rispondi tu mentre il campeggio di Polignano a Mare che hai prenotato ti sembra meglio di uno Spa Resort a Honolulu.

“L’amore spreme ogni contrazione, ti libera la mente dalle sciocchezze, alleggerisce il peso corporeo di grammi e grammi.

L’amore drena, ti purifica, ti fa essere migliore.”

E’ proprio così come dici, Ettore caro.

Occhio che ti squilla il telefono!

L’amore è l’ultima particella di Dio ancora visibile sul pianeta terra che ti cancella qualsiasi bruttura dalla testa e ti fa diventare un principe anche se stai lavando la tua macchina per attaccarci dietro una roulotte e partire alla gitana, alla ruspante.

Ma che ti frega, c’hai l’amore Ettore.

Ma chi ti ferma?!

Nessuno.

Manco il fatto che la tua bella abbia avuto un bambino da un altro.

E allora?

Ormai è così: separarsi non è più un problema e poi se lei è una mamma, tanto meglio, è già sul pezzo con la storia della riproduzione e non te ne chiederà certo un’altra, di puzzola.

E qualora la volessi tu non ci sono problemi, Ettore!

E’ già programmata per produrne all’industriale.

Così domani partite e c’hai le mutande che cantano le melodie degli angeli e il meteo che ti assiste: cinque giorni di sole e due pioggia, ideali “Per fare furesta”, come dici tu.

Questo penso mentre tu dici “Si” al telefono.

Era lei?!

Che ha detto?! Dimmi, raccontami tutto che io sono femmina e queste cose le capisco!

Ti ha chiesto se può portare suo figlio?!

Ah.

Ma si, hai ragione! Ma che ti frega, giocherete insieme.

E poi c’è l’amore, Ettore, hai ricevuto?!

C’è l’amore, porco mondo!

Chi vi ferma?!

Farai i castelli di sabbia, scarterai gelati e merendine, gli farai un po’ da papà a tempo determinato e chissà che non ti si sveglia l’istinto, canaglia!

E poi alle nove i bimbi vanno a letto e allora… “Furesta!”.

Che? Chiama ancora?!

Eh, rispondi, rispondi pure.

Che ha detto?! Ti ha chiesto se paghi tu?

Va beh, ma è ovvio!

Non deve neanche chiederlo.

Mi raccomando Ettore, fai il gentleman eh.

Anche se lei insiste, guarda che noi insistiamo per mettervi alla prova, tu sii intransigente, neanche un caffè!

Ti si scioglierà sulle ciabatte.

Ahh, l’amore! L’amore Ettore è così, ti trasfigura.

Guarda che pelle che hai!

Sembri levigato dal Canova, c’hai i capelli lucidi come un levriero afgano appena uscito dalla toilette.

Ancora con ‘sto telefono?

E’ lei?! Ancora?! Beh ma allora è alle fiale.

E’ cotta sulla pietra.

Considerati già a cena dai suoi nonni a Natale.

Che voleva?

Dimmelo Ettore che io sono femmina, c’ho intuito per queste cose.

Se può venire anche sua madre?!

Oh.

Oh beh, forse è un po’ esagerato.

“Vuole mettermi alla prova, vuole vedere quanto ci tengo!”, mi dici convinto.

Eh si, hai ragione, senz’altro è così.

Tu non cedere al maschilismo e sii gentile, che ti frega.

Magari porta la nonna per fare un po’ di baby-sitting alla creatura così vi unite sugli scogli.

E poi se lei è splendida come dici, sarà caruccia anche la suocera, no?!

Dai, dai, bravo! Fai bene a prenderla così.

Già vi vedo a giocare a burraco insieme.

Conoscerai figlio e suocera in una botta sola, fico dai!

“Unico, direi”, mi rispondi, che ti trema quasi la voce.

Ahh l’amore, Ettore.

L’amore fa miracoli.

“Ne ha già fatti, lo vedi?”, mi rispondi tu con le guance rosa porcellino, “sto per fare una settimana di campeggio dentro a una roulotte condividendo quattro metri quadri e un solo cesso di plastica con lei, sua madre e suo figlio, hai voglia a miracoli! Sono felice, pieno, completo, mi sento un uomo”.

Hai ragione, amico mio, hai ragione!

Ahhh, Dio benedica l’amore e pure il campeggio.

Ma chi ti scrive, mica lei?!

Non ci posso credere.

Dio ti ama, amico mio. E anche lei.

E che dice ora?! cosa dice, dimmi!!

Che sono una femmina, c’ho intuito, ti do la soluzione come la settimana enigmistica senza manco aspettare il prossimo numero.

Suo fratello?

Perché anche suo fratello?!

No, dai.

Le hai detto che non c’è posto?

“Ma un lettino in più c’è, se si toglie il tavolo. Dice che è tanto che non lo vede, che vive ancora a Bari e che è a due passi”, mi rispondi, “poi se possiamo passare a prenderlo già che siamo giù ed eventualmente riportarlo”.

E io credo, sinceramente amico mio che ti stiano pigliando per il culo con la scusa dell’amore e delle farfalle nelle mutande.

Con tutta ‘sta gente te la scordi la furesta, da retta a me.

Ma tu già non mi degni di uno sguardo, amico mio.

Tu fai come vuoi perché sei scimunito dall’amore.

Ti vedo: c’hai l’occhio vitreo come gli squali mentre ti volti e dici che così ti offendo.

Viva l’amore, Ettore.

Che sensazioni primitive, che sconvolgimento chimico, che dolce disordine che ti fa camminare storto ed essere buono con tutti.

Che dramma sarà raccogliere le tue ceneri al ritorno.

Servirà una paletta di quelle per le stalle.

Saluti alla signora.

***

 Per gentile ispirazione del mio amico Ettore. Tratto da una storia vera.

IL CAR SHARING E LA CARAMELLA DROGATA

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho scoperto finalmente un modo per non usufruire mai più dei servizi di merda di Trenitalia.

Il bla-bla car, lo conoscete?

Praticamente, se devi andare da Roma a Milano hai due possibilità: puoi andare su trenitalia.it e spendere 100 euro solo andata per contrarre la sifilide nei cessi igienizzati del frecciarossa, oppure andare su blablacar.it e metterti d’accordo con un privato che fa il tuo stesso tragitto, per dividere le spese di viaggio.

Costo della faccenda, per un Milano-Roma: 30 euro.

Tra l’altro, per me che sono una maliziosa, il blabla car ha un’importanza semiologica storico-culturale enorme, perché è il primo metodo socialmente rispettato per accettare finalmente, passaggi dagli sconosciuti.

Meraviglioso.

Come se un giorno in rete uscisse il sito lacaramelladrogata.com, nel quale bidelli e bambini possono scambiarsi le caramelle, liberi dalle fastidiose proibizioni delle mamme.

Annie83 scrive

“Offro zuccherina all’lsd col pagliaccio sulla confezione”

Bidello74 scrive

“Cedo mou con la chetamina e il miny pony sopr, mai usata. Accetto anche paypal”.

 Un sogno.

Il bla-bla car ha però delle piccole controindicazioni: innanzitutto quando salgo in una macchina devo fare di tutto per non rilassarmi.

Infatti, quando sono in auto mi rilasso e inizio a guardare fuori dal finestrino, pensando agli affari miei, si creano le condizioni ideali affinchè ad un certo punto il mio inconscio di giovane donna, decida che è arrivato il momento di poter fare peti.

Questo imbarazzante rilassamento intestinale avviene perché l’auto è socialmente riconosciuta come un posto rassicurante, una piccola protesi di casa, dove portiamo i nostri oggetti, i nostri odori, appunto.

Anestetizzati dalle abitudini, spesso non facciamo caso alle situazioni di pericolo evidente che un determinato luogo, ha in sé.

In aereo ad esempio: quando la hostess viene da me a raccontarmi come si usa la maschera per la pressurizzazione, io la ascolto con dolcezza, mi appare come una figura materna ed elegante che mi coccola e non penso certamente al fatto che questa tizia mi sta mostrando un oggetto che dovrei usare nei miei ultimi istanti di vita.

Non ci penso, mi sento così al sicuro, sono abituata.

Non penso che, nel poco probabile ma comunque probabile caso in cui ci trovassimo insieme a dover usare la maschera, la stronza, che fa finta di maneggiarla con destrezza, la userebbe esattamente come me, cioè tremando e piangendo.

Ma in quel contesto di esposizione glamour della maschera, non ci penso, mi sento al sicuro.

Ed è proprio nel momento in cui ci sentiamo al sicuro che siamo fottuti.

C’è un altro dettaglio che può rendere l’esperienza di bla-bla car meno rassicurante di un aereo in discesa libera: l’esperienza di bla-bla car, resa nota ai propri parenti.

Se scegliete di informare i vostri cari che avete intenzione di accettare un passaggio condiviso, una settimana prima della vostra partenza, vi guarderanno tutti come fosse l’ultima volta che vi hanno davanti.

Sguardi pieni di pena e premura.

“Ma sei sicura?! Davvero ti fidi a fare 600km con uno sconosciuto? E se ad un certo punto ti mette una mano sulla coscia?!” .

Mamma, stai tranquilla. Vorrà dire che gli terrò un attimo il volante.

“Non scherzare! E se ad un certo punto, gira in una stradina e ti stupra?!”

Effettivamente la A1 è piena di strade bianche..

Dai mamma, piantala. E poi il tipo ha un fuoristrada, sulle stradine va senza problemi.

Tua nonna viene da te col sacchettino col pranzo e ti dice “D’accordo, hai deciso di partire, sei grande ormai.

Questo è il pranzo…se guardi bene, la schiscetta ha il doppio fondo, dentro c’è lo spray al peperoncino, per qualsiasi emergenza”.

Lo spray al peperoncino, quando viene il momento di usarlo, è esattamente come la maschera per la pressurizzazione dell’aereo.

Comunque, nonostante le raccomandazioni assurde, l’ansia, alla fine te la fanno venire.

Arrivi all’appuntamento col tizio del bla-bla che sei un fascio di nervi.

E anche il tizio del blabla è un fascio di nervi, perché non ci dimentichiamo che anche tu per lui, sei una sconosciuta.

Entrate in macchina e per i primi 6 minuti è tutto un guardarsi male reciprocamente e aspettarsi di tutto.

Come lui avvicina la mano alla manopola dell’autoradio per cambiare stazione, tu sussulti e affondi le unghie nella tappezzeria, iniziando a raccontargli che lavori in un istituto di correzione maschile minorile e che si, a volte dovete anche picchiarli quei ragazzi ma che, insomma, hai la professionalità per farlo.

Così il tipo va in tripla ansia iper-ventilata e inizia ad agitarsi seriamente e magari vi sfracellate giù dalla scarpata, a causa di questa stronzata delle paranoie dei familiari sul car-sharing.

Ragazze, fidatevi: non mi è mai successo assolutamente nulla con blabla car.

NULLA.

Ogni volta scendo dall’auto e penso “Ecco: un altro ricchione. Ma perché tutti a me?!”

 

Vuoi vedere il video del live di questo pezzo?

ELOGIO AL MERAVIGLIOSO MONDO DEI CAMIONISTI

SINFONIE

Solo viaggiando in autostrada in determinati orari si ha la possibilità di poter apprezzare il meraviglioso mondo dei camionisti.

Un mondo più affascinante di quanto possa pensare la povera gentucola che associa questo mestiere alle scritta al led sul parabrezza, alle madonnine sul cruscotto, al calendario con la donna nuda e alla canottiera bianca verdoniana.

Tralasciando la banalità su quanto i camionisti siano la categoria che viaggi on the road molto più di Jack Kerouac sarà utile ricordare quanto tale, delizioso microcosmo sia vario e colorito esattamente come l’umanità giacché la personalità della gente che guida i camion non si omologa al settore a cui appartiene, un po’ come avviene agli impiegati, ma si definisce in base a moltissimi fattori come la provenienza geografica, il materiale che trasporta, il proprio trascorso e la marca della motrice che guida.

Personalmente già vedere un uomo guidare una motrice con scritto sopra MAN mi diverte e quando invece è una donna a guidare, nella maggior parte dei casi proveniente dal Nord Europa, penso sempre che la speranza di gioire dell’emancipazione abbia molto più senso in queste circostanze che in quelle connesse ai mass-media.

Come siamo miseri a pensarci del social network quando da molti decenni i camionisti comunicano col baracchino con strafottenza e goliardia.

Ora, non so per quale bizzarro motivo, per un breve periodo della mia infanzia, a casa nostra girò un baracchino, uno di questi rudimentali strumenti per la trasmissione di messaggi radio così cari ai camionisti.

Era stato piazzato in soffitta da mio fratello ed era perfettamente funzionante, insomma non era disattivato per giocare a “facciamo finta che eravamo…”.

Spero che questo fatto non inviti la polizia postale a far visita ai miei genitori che comunque hanno abbandonato il vizio, da anni.

Il fatto è che tra i sette e i dieci anni imparai ad usare il baracchino insieme ai miei fratelli, nei sabati di pioggia o durante le feste natalizie ed ho un ricordo stupendo legato a lunghe conversazioni con questi signori del trasporto su gomma.

Ai camionisti chiedevamo di tutto: dove stessero viaggiando, cosa trasportassero, come si chiamasse la loro mamma, se avessero gatti o cani e loro erano dolci allo stato puro, sinceri e di ottima compagnia.

Visto che questo vuol essere un’ elogio alla professione vorrei che questo mio ricordo d’infanzia servisse a sfatare il mito del camionista che non perda l’occasione di parlare sguaiatamente di sesso: con noi non lo fecero mai.

Forse perché all’epoca non andava così di moda andare coi bambini o più ragionevolmente perché i camionisti sono dei corteggiatori gentili d’animo.

C’è tutto un linguaggio di stima e apprezzamento che io non prima conoscevo prima di percorrere l’A1 indossando, per sbaglio, un paio di pantaloncini corti.

Siamo al tramonto ed io guido col massimo gusto il vecchio, amato mio fuoristrada superando i camion, gli unici mezzi che riesco ad affrontare in sorpasso con la mia vecchia bestia di ferro; inizio a sentire i primi, discretissimi assaggi di clacson che si uniscono, man mano che il sorpasso prosegue, ad altre lievi trombe appena sfiorate e ad alcuni altrettanto minuscoli ma velocissimi colpi di abbaglianti, ad un’intermittenza perfetta di quattro secondi uno dall’altro.

Dopo venti tir superati è piena sinfonia ed inizio a preoccuparmi: penso che la mia auto appena comprata abbia già qualche problema di cui non riesco a rendermi conto…una gomma quasi a terra, un fanale rotto, una portiera aperta; mi fermo in varie piazzole ma sembra tutto ok.

Mi dico che magari il prossimo tir lo accosto e gli chiedo una mano perché forse c’è qualcosa di più tecnico sotto la macchina che non riesco a vedere, sai le donne sceme al volante, faccio questi pensieri qui.

E così faccio.

Il tir numero dodici che picchietta il clacson e lampeggia, provo ad accostarlo in sorpasso.

Il camionista fa la cortesia di abbassare il suo finestrino e grida a favor di vento ” A Fata!”

Questo evento che qualcun altro potrebbe considerare offensivo mi ha offerto l’occasione di viaggiare non soltanto più tranquilla dell’affidabilità della mia auto ma anche lusingata ed orgogliosa della mia avvenenza filtrata dai vetri del gippone che rendono tutto più bello.

Se non credo agli apprezzamenti per strada, così volgari e banali, mi addolcisco ai richiamini di fari e trombette di gente stanca ma che resta in pista e che sa apprezzare le specialità del posto; ogni gesto della persona che guida un tir, seppur spesso molto inquinante, è un inno alla sincerità, al comfort, alla leggerezza, al cotone, alla pelle ascellare libera, al pantalone con tante tasche, alla scarpa comoda e alla contemplazione del creato.

Non possiamo poi non celebrare i cosiddetti “trasporti eccezionali”, quegli eroi con la scorta dietro e davanti fino a dieci chilometri di distanza per avvisare noi miseri conducenti di scatolette di merda che più avanti c’è un signore degno di esser detto tale, alla guida di una bestia di venti tonnellate con sopra caricato un pezzo di pala eolica o di un ponte.

In conclusione, a beffa di tutte le guide enogastronomiche ridicole che raccolgono provvigioni dai ristoratori interessati ad aderire, mi pare doveroso ricordare che, molto tempo prima delle recensioni, furono i camionisti ad essere i giusti indicatori del mangiar bene.

Se dico camionista dico buona forchetta.

Tutti noi miseri automobilisti comuni, quando in viaggio, non diciamo forse con giustezza: “Fermiamoci qui che è pieno di tir, di sicuro si mangia bene e si spende poco” ?

Vorrei terminare l’elogio ma piovono virtù ogni volta che tento una chiusa: la spiritualità dei camionisti è risaputa e pregevole.

Se qualcuno di voi avrà voglia potrà sperimentare sulla propria esperienza ascoltando, a fini sperimentali le diverse emittenti di matrice cattolica per notare senza possibilità di rettifica che sono spesso i camionisti a telefonare in diretta per unirsi alla preghiera e questa, viaggiando sulle principali arterie italiane non è forse la più saggia consuetudine da applicare?

A conclusione e ad elogio imperituro cito il cruscotto.

Quanti oggetti meravigliosi, quanta inventiva e creatività, quante luci ma soprattutto, quali potentissimi nomi sui cruscotti dei camion del mondo?

Tony la lepre, Edoardo il magnifico, Max lo sclerato, Giulio il gladiatore.

E poi peluches a forma di barboncino per i più piccoli, Gesù di gomma a grandezza naturale per le signore, quattro metri di lucine di Natale in cabina che manco il bilico della Coca Cola, nelle pubblicità di Natale.

Viva i camionisti.

Senza di loro nessuno mi avviserebbe quando ho una ruota bucata.

 

Un bellissimo Reportage del videomaker Francesco Mattuzzi, sul meraviglioso mondo dei camionisti:
http://www.abitare.it/it/weight-of-dreams/online-editors-francesco-mattuzzi/

LA CATTIVA ABITUDINE ALLA FERROVIA ITALIANA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Certi impiegati che rientrano a casa al tramonto servendosi delle stazioni e delle locomotrici italiane, hanno intorno un’aurea eroica, una luce negli occhi che mi ricorda certi santini di San Sebastiano.

Le Grandi ma anche le piccole Stazioni rappresentano l’odierno supplizio di un poveretto che paga le tasse ma non sa come pretendere in cambio, servizi efficienti che gli spetterebbero.

Senza dubbio il treno è un mezzo di trasporto che viene subìto da tutte le etnie, in Italia ma, non so perché, l’etnia dell’impiegato italico mi provoca maggior tenerezza.

Sono tutti tra i quaranta e i cinquanta, grondano di sudore e di stanchezza mentre si arrampicano dentro a un vagone rovente o ghiacciato, a seconda della stagione.

I miei occhi ne hanno fotografati tanti nell’esatto momento in cui, dopo dodici ore di lavoro, la fila al bar per il panino a pranzo e i bimbi che li aspettano a casa col coltello tra i denti, ricevono la comunicazione dall’altoparlante che il treno è stato soppresso.

Quasi mai il maledetto altoparlante dice che fuori troveranno addetti preposti a somministrare informazioni rassicuranti o assistenza.

Quasi mai i diabolici megafoni dichiarano che gli sventurati potranno trovare sui monitor gli orari dei treni che sostituiscono la tratta morta o che semplicemente, se vorranno recarsi all’ufficio assistenza, rimborseranno a tutti il biglietto.

Il più delle volte, quella bestia di altoparlante dice solo che il treno è annullato e che ognuno deve cavarsela da solo, come meglio può.

E io me ne sto lì, seduta sulle piccole pedane delle passerelle che introducono i binari, a guardare la loro reazione facciale, così identica e identificabile nonostante la svariata moltitudine di pendolari: un tic che fa alzare loro un angolo della bocca in segno di disgusto e abbassare gli occhi in pesante, sonora dichiarazione di abbattimento.

Di abitudine a subìre la sventura pubblica.

E di abitudine si muore.

Quando la locomotrice entra in stazione, sia io che il dipendente martire, abbiamo il dejavù di aver già visto fotogrammi simili in quelle pellicole d’epoca girate all’epoca del vapore, dove tutti sventolavano i fazzoletti con le valigie di cartone e il fumo nero.

Al posto della nera locomotiva di ferro c’è un rottame verde pieno di cacche di uccelli, rovente come un elettrodomestico in tilt e in tragico ritardo.

Saliresti più volentieri su un carretto che entra in una miniera abbandonata, almeno ti lascia il brivido del Luna Park.

L’aria condizionata, su questi treni, cambia a seconda della carrozza passando da -26° a +45° e tu non hai scampo, devi adattarti come fece la tua razza, milioni di anni fa.

Il prezzo per un tragitto di quaranta minuti senza o con troppa aria condizionata, coi cessi serrati o da disinfestare e i sedili che trasudano sifilide, è di dieci euro, inclusa l’avaria consecutiva di due treni e il ritardo del mezzo sostitutivo.

Per me c’è una chance perché il treno è un’eccezione ma chi vi si lascia sodomizzare ogni giorno, come potrà difendersi?

I pendolari santi sono stanchi, sudati, col collo della camicia marrone e col capo che forse oggi li avrà redarguiti per un ritardo di cui sono vittime e non responsabili.

Ma la cosa peggiore è che questi agnelli al macello sono ormai abituati a questo non-servizio.

Quando l’altoparlante comunica che il treno è morto e si salvi chi può, loro non riescono a fare altro che non sia guardarsi a vicenda e dirsi “Eh, cosa vuole, siamo in Italia!”.

Così scendono stanchi come vitelli dopo un lungo viaggio che porta alla mattanza, in cerca di qualcuno che li aiuti o che canti insieme a loro lo struggente brano “Eh, siamo in Italia”, simile a quello che cantavano i raccoglitori di cotone qualche secolo fa.

Il mio di canto, s’intona coi Vaffanculo e vuole essere un canto epico che dia voce a tutti coloro che non ne hanno più manco un fiato perché l’hanno perso a causa della stanchezza secolare, del cartellino timbrato da anni, dei pochi soldi che non riusciranno a garantire la gita scolastica al figlio, della vita di provincia che li costringe da generazioni, ad affidarsi all’ingrato mezzo che non ha competitor sul quale un cittadino possa riversarsi speranzoso.

Peggio di noi, parlando almeno a livello di mezzi pubblici, miei devoti conterranei, forse restano solo alcune regioni della Cina, dell’Africa e dell’Europa dell’Est.

Peggio dei cessi di taluni treni regionali sui quali si viene duramente redarguiti perché non s’è timbrato il biglietto, dopo che si è cercata un’obliteratrice funzionante fino alla stazione successiva, peggio della sensazione che pervade la mia e la vostra persona quando si apre la porta del gabinetto ferroviario, non c’è nulla, a parte la morte sotto a quel medesimo treno.

Quando viaggio sulle affascinanti slitte di ferro che, a onore del merito, ci trastullano per tutta la penisola riuscendo a infilarsi tra le rocce liguri e le sabbie adriatiche, forse distraendomi col panorama, sono in grado di tenermi la pipì anche per dodici ore.

Forse dovrei informarmi se esiste un guinness a riguardo.

Oltre alla vescica contraggo anche i denti mentre penso ai miei cento euro che verranno evidentemente usati per pagare i cestini di Natale ai direttori e non per comprare nuovi gabinetti.

Di fronte a me c’è ancora l’impiegato stanco, salito finalmente su una carrozza sostitutiva e di fortuna.

Eccolo che prova a rilassarsi e si abbandona lentamente al sonno dei giusti, all’abbiocco scomposto che dimentica ogni dignità donando al dipendente affranto, pace apparente e i particolari sintomi della mestizia secolare che si merita: bocca aperta, mani lasciate libere di fare ciò che vogliono, borsa o zaino spalancati e disponibili ai ladri purché non creino problemi e occhi tremolanti che combattono contro il sonno eterno.

Il sonno che farebbe perdere al dipendente martire la stazione di casa, se non ci fosse ancora un altro altoparlante a silurare la carrozza con venti messaggi pubblicitari che proclamano quanto sia buono l’aperitivo italiano alla carrozza 6, che delizioso l’aperitivo alla carrozza 6 e che, qualora non avessi capito, alla carrozza 6 c’è l’aperitivo italiano, regalati l’aperitivo alla carrozza 6.

Se alla fine di un viaggio con l’alta velocità il nostro dipendente martire può trovarsi vicino alla dignità, sull’intercity o sul regionale non avrà né scampo né aperitivo.

Non ci sono taralli, non c’è costiera amalfitana né gelato, né tantomeno cannolo siciliano o camicetta di alta moda che basti a ridare dignità ad un paese dove uno paga e indietro riceve l’arrabbiatura del capostazione che dice alla folla in cerca di un treno sostitutivo, “Guardate, state chiedendo a quello sbagliato, io non so niente”.

I vini toscani, le fontane barocche e i musei vaticani non bastano a ripagare la pessima qualità di vita della giovane stagista che paga un abbonamento che non prevede garanzie come il suo posto di lavoro, che non eroga un filo di aria condizionata e un sedile con la tappezzeria pulita, non intrisa di acari dove la sua giovane gonna corta (perché così vuole il capo) possa esimersi da funghi della pelle o ancora peggio, dalla stessa malattia dell’impiegato martire: l’abitudine.