MORTE DEL CONSIGLIO ALTRUI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra le circostanze che mi rendono una donna fortunata, pur senza che io me ne accorga del tutto, c’è il fatto inconsueto di non avere necessità del consiglio altrui.

Mi dispererei all’idea di venir privata delle persone nelle quali ripongo fiducia, con le quali uso confidarmi; sarebbe doloroso non averle più accanto perché queste persone oggi mi restano accanto pur sapendo che poi, dopo il loro consiglio farò sempre e comunque come cazzo mi pare e piace; la loro opinione su fatti che mi riguardano mi trapassa con la stessa potenza di un alito di vento nel deserto, a mezzogiorno, lasciandomi indifferente dentro e fuori e questo fatto mi permette di amare sinceramente queste persone, a prescindere dall’opinione che hanno di me giacché essi sanno che per me, tale opinione andrà molto probabilmente tra i rifiuti organici.

L’indicazione affettuosa ad agire in un determinato modo, il consiglio spassionato di chi c’è già passato, la lungimiranza altrui offerta gratuitamente senza richiesta alcuna da parte mia m’infastidiscono quanto il volo di una mosca in piena faccia poiché tutto di me tende ed è proteso a far costantemente come cazzo crede.

Sono fortunata ad avere ancora la fedina penale pulita: vuol dire che la mia capacità di discernimento non è poi così male.

A pensarci meglio, la capacità professionale di dar retta solo a me stessa non nuoce la società ma solo a me stessa perché, non dando retta ai saggi che popolano il mondo, combino una dose massiccia di cazzate nella mia vita personale.

Ma si tratta comunque di cazzate homemade!

Ogni piccolo protone di una singola cazzata che compiamo scientemente è frutto di un nostro personale atto creativo mentre il consiglio altrui è un noioso prestampato a metà strada tra Osho e Lessico Amoroso.

Se vogliamo davvero far felice il prossimo mettiamoci a dieta dalle frasi che iniziano con “Secondo me…”, “Se fossi in te”.

Riponiamoci al nostro posto e nessuno si farà male, specialmente gli altri dietro nostro consiglio sbagliato.

 

Ps. Il disegno in copertina è colorato da me.

 

IL MESTIERE DEGLI SCARTAPACCHI

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Nella mia vita passata ho avuto spesso a che fare con la pubblicità nelle sue sfumature più turpi ma sempre all’interno di contesti dove al pubblico era chiaro che si trattasse di messaggi pubblicitari.

Mica come oggi che aprono le scatole.

Quale ingerenza economica e psichica porta una persona di bell’aspetto e in apparente buona salute, a farsi mandare dei pacchi dalle aziende produttrici di cosmetici, prodotti per la casa e per la cura della persona (ma evidentemente non dal punto di vista neuro-psichiatrico) e a farne pubblicità facendosi riprendere da qualcuno con una telecamera mentre apre la porta al corriere come fosse il suo amato appena tornato dalla guerra e poi, perfettamente truccata, pettinata, a suo agio e leggera fluttua e volteggia nell’aria verso il divano ove si tufferà mantenendo la piega dei capelli impeccabile e gridando cose tipo “Eccolo!”, “Finalmente è arrivato!” oppure, se parliamo di un testimonial americano, visto che certi focolai di germi nascono sempre lì, nelle Americhe, gridando cose tipo “I’m so excited!”, “Here we are!” ed altre cose da fangoso entusiasmo infantile, da faccende tipo “Scarta la carta!”

E noi, povero pubblico, restiamo ipnotizzati a guardare ma non certo perché ci interessi il prodotto bensì perché ci comanda l’antica piaga della curiosità, di sapere come finirà e cosa ci sarà mai dentro a quel cazzo di pacco che si sta scartando.

Ed è a causa di questo nostro insano comportamento che è nato il mestiere di quelli che scartano i pacchi e, di conseguenza è aumentato il mestiere di coloro che i pacchi li incartano non aumentando però il di loro stipendio.

Persone talmente esauste che a Natale, se per caso non fossero di turno e dovessero trovarsi a passare davanti ad un albero coi regali belli ed incartati che attendono lì sotto, rischierebbero l’attacco di panico per la paura di doverli incartare di nuovo, una volta scartati.

Etichettati, imballati e consegnati.

Bisognerebbe contattare qualcuno di qualche brigata, un esperto in ordigni postali, in modo da far terminare questa corsa spensierata verso il divano.

Si potrebbe fare una convenzione con quelli che imballano i pacchi affinché il siero detox venga sostituito con un più congeniale idraulico liquido, a disgorgare la massa informe di scartatori oppure affinché lo spremiagrumi di ultima generazione salti in aria alla prima accensione come attentato contro il personal shopper.

PURTROPPO IL COACH

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La dimostrazione di quanto l’istruzione al giorno d’oggi sia superflua è confermata dall’esistenza del coach.

Non c’è piccolo comune virtuoso che possa salvarsi e vantare, come fanno i comuni denuclearizzati, di non avere un coach all’interno del perimetro comunale.

Si tratta di un pericolo reale che ci riguarda tutti: a meno di cinque chilometri dal luogo in cui ci troviamo in questo momento, c’è un coach di sicuro.

Da qualche parte, là fuori c’è un trainer, un tutor, un esperto professionista nell’arte del vivere con successo che, anziché godere dei privilegi conseguenti al suo stato prestigioso, come, ad esempio del tempo libero che avrebbe per filosofare o semplicemente per godersi la propria superiorità, decide di mettersi al servizio degli altri, a pagamento.

Come fu bello il tempo in cui ci si poteva ancora arrangiare una vita fai-da-te, il tempo in cui si facevano cazzate che, tuttavia oggi si continuano a fare ma almeno un tempo le si poteva fare senza la consulenza del coach, senza un tutorial con un tizio somigliante ad un attore ma intelligente che ci dice cosa fare e come crederci mentre lo si fa.

Oggi sembra impossibile riuscire a sopravvivere senza le cinque pillole di verità del Guru, senza le tre C dell’amore, i quattro cardini dello stare in forma, i dieci comandamenti del bricolage, le sette bottiglie da stappare, le nove ricette da provare, le dodici bastonate da darsi per tonificare quel muscolo lì di cui non sapevamo l’esistenza ma si stava benone comunque.

Non bastasse già la sua versione base, il coach è diffuso nella più svariate versioni: c’è il coach sportivo, il tutor aziendale, quello universitario, c’è la fashion guru, il make-up master, l’archistar, c’è l’esperto di coppia, il tuo consulente d’impresa, l’amica dello shopping.

A malincuore, potremmo dire che c’è un coach che ci aspetta ad ogni angolo della vita.

Allora, organizziamoci per tempo, per quando arriveremo a quell’angolo della vita.

Organizziamoci ed aspettiamolo noi, il coach.

Anticipiamolo sul tempo e diciamogli che non c’è bisogno che inizi a parlare perché sappiamo già tutto.

Sappiamo già tutto di lui, di cosa abbia capito della vita sulle proprie spalle, sulla felicità, sul peso forma, sul trucco da star ed il rapporto perfetto, su come si faccia a raggiungere il Nirvana, sula giusta muscolatura addominale, l’aumento in busta paga, le magliette più trendy di questa stagione e, soprattutto, la stima in sé stessi.

Si, perché sappiamo bene che è proprio grazie alla stima in sé stesso che il coach ha raggiunto tutto, credendoci davvero, facendo squadra, team, clan ma anche pensando positivo, senza rimpianti, facendo i cinque esercizi tibetani ogni mattina, con coerenza, con soli dieci minuti al giorno, seguendo una dieta ricca di polifenoli, senza alcool e con uno yogurt a pranzo.

Diciamogli questo al coach in quell’angolo lì dove lo incontreremo: inondiamolo di massime, di aforismi e diciamogli che siamo venuti a saperlo senza il bisogno di vedere i suoi tutorial di merda o di partecipare ai suoi training perché sono almeno cinquant’anni che i suoi colleghi ci devastano i coglioni e ci fregano montagne di soldi con queste stesse stronzate.

Diciamogli quindi che, se davvero desidera farlo anche lui, i nostri soldi ed i nostri coglioni devastati se li dovrà davvero guadagnare ed anziché venderci i suoi miserabili dvd e le sue dispense sgrammaticate dovrà venire a vivere al nostro posto.

Diciamogli al coach che si trasferisca immediatamente a casa nostra e, se lo farà, manterremo le promesse e pagheremo perché ci sarà davvero stato utile: litigherà per noi con nostra madre, con l’amministratore di condominio, pagherà per noi le bollette insomma ci sostituirà in tutte le piccole, grandi beghe quotidiane.

Ma è altamente improbabile che il coach voglia farsi carico delle nostre problematiche e questo discorso dovrebbe bastare a farlo allontanare in pochi secondi dall’angolo in cui lo incontreremo.

Se però non fosse sufficiente avremo il permesso per dirgli di trovarsi un lavoro, che non si può mica fare un cazzo così, in maniera spregiudicata, che non c’ha mica più vent’anni e, a maggior ragione, se ha vent’anni, che cazzo di coaching vorrebbe fare?!

 

EVOLUZIONE STILISTICA DEL GRAFICO

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Breve trattato pseudosociologico sull’evoluzione stilistica del Graphic-designer, proposto al GRAnde Festival 2018, a Castelfranco Veneto.

Non volendomi accanire sulle mansioni tecniche di un grafico e su quanto esse siano spesso discutibili, ho scelto di accanirmi sulla sua evoluzione stilistica; non quella riguardante i suoi lavori, bensì quella del suo proprio stile personale, del suo abbigliamento e del simpatico processo che accompagna la sua persona, sin dai tempi dello studio, non lasciandolo in pace, neanche quando e semmai, il suddetto grafico diventi una superstar.

Anzi.

Quando un ragazzo si iscrive ad un corso di grafica, inizia la propria metamorfosi: il giovane assume, non troppo lentamente, i connotati e le linee di un perfetto babbeo.

Del prototipo della sfiga.

Non sarà difficile riconoscere un giovane grafico ad una fermata della metro: basterà individuare il soggetto con più brufoli, nonostante abbia ampiamente superato i vent’anni e con maggior malinconia in volto.

Quel soggetto che, ostinato ed imperterrito, continui ad indossare abbigliamento simile a certo punk dismesso persino dai tossici o dalle vecchie groupies dei Ramones: quello, non potrete sbagliare, è il giovane studente di grafica.

Per fortuna o purtroppo, man mano che la carriera del giovane grafico prende piede, si avvierà un curioso processo di pulizia di tale disagio stilistico, attraverso il quale, il designer in questione entrerà, esattamente come certi pittori d’avanguardia, nel suo periodo nero.

E tutto in lui sarà nero.

Possiamo identificare il periodo nero di un grafico con il periodo della sua prima assunzione in un’agenzia e forse, la scelta di questo pantone, ha in sé qualcosa di profetico che sembra presagire la maledizione della carriera futura che lo attende.

Se tornaste alla fermata della metropolitana, non vi sarebbe più così facile, identificare il grafico, in mezzo alla gente, soprattutto se la fermata fosse a Milano durante la settimana del Salone o a Roma, fuori da uno dei tanti noviziati vaticani.

Infatti, tra un prete, un architetto ed un grafico in quella fase lì, la differenza è impercettibile, se non rivelata dai rispettivi conti in banca.

Il periodo nero è comunque uno dei momenti stilistici considerati, dai giovani grafici, più interessanti.

Man mano che il grafico acquisisce consapevolezza, capacità e autorevolezza nel proprio mestiere, il nero del suo abbigliamento si definisce meglio, assumendo toni, se possibile, ancor più scuri ma soprattutto si perfeziona la scelta dei capi e, budget permettendo, il total black inizia la sua implacabile marcia verso la griffe costosa nord-europea.

Dio solo sa perché il grafico scelga di acquistare una t-shirt nera firmata da un designer omosessuale a tremila euro anziché optare per una cazzo di maglietta nera dell’ Oviesse visto che, la differenza tra l’una e l’altra si trova solo tra le pieghe dei tormenti dell’anima di colui che la indosserà.

Una volta che il grafico riceve il miracolo di diventare un’eminenza, esso, proprio come un Dio, egli può tutto.

Si tratta di un vero e proprio miracolo inspiegabile poiché non si capisce in che modo, uno studio grafico riesca a meritare tale, assurdo successo, rispetto ad un altro studio analogo che lavori altrettanto bene ma consideriamo l’annosa motivazione del contatto giusto, come influente.

Nel momento in cui il grafico assume le sembianze di Dio, automaticamente perde la denominazione umiliante di grafico e acquisisce quella più congeniale di Art Director.

A quel punto gli viene conferito il leggendario paio di occhiali da vista, con la montatura strana e colorata.

Anche se ci vede benissimo, l’occhiale colorato segna il battesimo, l’iniziazione al gotha della grafica.

Dal momento in cui l’Art Director assume tutti i poteri e gli onori, qualsiasi fregnaccia esca dal suo studio verrà valutata alta gioielleria, arte pura.

Panchetti sorretti da gnomi, sedie in cristallo che causano ragadi dopo pochi secondi di seduta, tavoli con una sola gamba che bisogna usare, restando immobili per otto ore, in modo da mantenere gli oggetti in perfetto equilibrio.

Ma anche la progettazione premeditata di marchi osceni come quello di H&M o di Kraft insomma, qualsiasi porcheria grafica esca anche dalle fogne dell’agenzia del Guru Art sarà considerata compendio alla Bibbia e alla Costituzione (di un paese nord-europeo, però).

Inoltre, da quel momento inizierà il processo stilistico a ritroso e l’Art Director Guru potrà finalmente iniziarsi a vestirsi come più cazzo gli piaccia.

Da quel momento potranno riemergere in superficie, reminiscenze dal passato e il total-black potrà subire discutibili contaminazioni con gli antichi dettagli adoperati nel look di gioventù.

Lo vedrete quindi arrivare in agenzia vestito da rocker di seconda categoria o da lettore di fumetti manga; lo vedrete, per la prima volta, sicuro del suo stile invidiabile, anche mentre tutti scappano gridando.

Concludendo questo nostro accurato studio potremmo dire che, più aumenta il fatturato e la credibilità dell’Art guru, più quest’ultimo può permettersi di tornare ad essere ciò che è sempre stato: un pezzo disadattato, come tutti noi, d’altronde, nonostante il design.

 

 

 

 

IL VENTISEIESIMO GIORNO

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“Il ventiseiesimo giorno” ovvero “L’Ansia è il mio strumento di lavoro” è un pezzo scritto e interpretato in occasione del Creative Morning di Roma.

Tema del mese: l’ansia.

Io sono assediata dall’ansia e, se non bastasse, non ho accesso all’ansia in maniera graduale; non ho gli stati d’animo intermedi, convenzionali: voglia di fare, stanchezza e poi, eventualmente, ansia.

Io no.

Io ho voglia di fare e poi, a distanza di pochi secondi, ho direttamente l’ansia, senza passare per la stanchezza.

La mia voglia di fare è una burrasca di idee, telefonate e centinaia di mail, inviate a qualsiasi ora e tutto intorno a questa bufera, quasi fosse un’isola, c’è un mare di ansia.

E questo “tutt’intorno” occupa una bella fetta di tempo.

Tempo che potrei usare per fare un sacco di altre cose più utili, come lavorare.

Non potendo disfarmene, ho deciso di lavorare a stretto contatto con lei.

Quando ho in programma uno spettacolo, generalmente vengo a saperlo quasi sempre con un mese di anticipo.

I primi venticinque giorni, io me ne frego.

Tutto di me se ne frega, del fatto che abbia uno spettacolo da preparare.

E’ una pulsione stranissima.

Nei venticinque giorni, su trenta, che ho a disposizione per preparare lo spettacolo, io ho una voglia di fare incredibile.

Una voglia di fare tutto, tranne che di preparare il mio spettacolo.

E subisco questa circostanza odiandomi, mentre mi tengo impegnata in mille e più stronzate inutili, pur di sedare la mia voglia di fare: pulisco casa da cima a fondo, come un’invasata, come se aspettassi gli assistenti sociali, in visita per togliermi la potestà, butto giù le librerie, le spolvero come fossi un archeologo e cambio posizione a libri ed oggetti.

Lavo, cucino, annaffio le piante.

La casa brilla e io m’insulto.

Mi dico “Cazzo fai, cretina! Molla la scopa e vai a preparare lo spettacolo, che sennò fai una figura di merda!”

Ma il mio corpo non risponde.

E’ come se fosse ipnotizzato.

Perché non sono ancora trascorsi i venticinque giorni.

Perché non è ancora venuto il giorno ventisei.

Poi arriva.

Arriva il ventiseiesimo giorno, improvvisamente e, insieme a lui, arriva anche l’ansia.

Mi dico “Guarda che cazzo hai combinato, mariuola merdosissima, ci risiamo! Con tutto il tempo che hai avuto e blablabla…” eppure, io continuo imperterrita a non preparare il cazzo di spettacolo e a tergiversare.

Giorno ventisette.

A tre giorni dallo spettacolo, di voglia di prendere in mano il fottuto copione dello spettacolo, non v’è traccia.

Continuo, in compenso, a maledirmi e gli anatemi si fanno sempre più diffusi e pesanti.

Giorno ventotto.

Quasi svengo dall’ansia e mi accascio sui mobili, chiedendomi quale altro rincoglionito, a due giorni dallo spettacolo, riuscirebbe a non aprire il copione per mettere il concime alle piante grasse di casa.

Giorno ventinove.

Ormai non c’è più speranza: è tardi.

Lo spettacolo sarà l’indomani, la figura di merda si avvicina prepotente.

Meglio non pensarci e uscire.

Meglio andare in gita, respirare, ventilare le idee, cambiare aria, mangiare in quella trattoria che mi piace tanto e così, il giorno prima dello spettacolo mi trovate in giro, a cazzeggiare per boschi con una zuffa di voci in testa che litigano e si alternano e dicono “Guarda che sentiero meraviglioso!” e subito dopo “Miserabile fancazzista, domani sarai punita”.

Così, rientro a casa un po’contrariata e poi arriva il giorno dello spettacolo.

Figuriamoci se ho il tempo di sfogliare il copione, nel giorno di viaggio: è tutta un’odissea di treni e valigie e ritardi e vaffanculi, la trafila per arrivare nella città dello spettacolo, da dove abito.

Quindi arrivo, mangio, dormo e faccio tutto ciò col sibilo dell’ansia in sottofondo che dice “Ssssssstronza”.

Arrivo nel retropalco, sono carina, col vestito buono, microfonata e magnata dall’ansia, visto che, per un mese intero, non ho aperto il copione dello spettacolo che dovrò fare di lì, a cinque minuti.

Così, ogni volta, salgo sul palco dicendomi sempre la stessa frase, la stessa frase che mi dicevo nel tragitto che andava dal banco alla lavagna: dico, “Bene, brutta stronza, adesso ce la dobbiamo cavare in qualche modo, non è vero?! Ma tu guarda se devi mettere a disagio perfino me, l’ansia! Adesso vediamo che t’inventi per salvarci da questa figura di merda. Vediamo che diamine gli dici a questi..”

Così saliamo sul palco, sempre sole, io e lei: me e una tripla, carpiata ansia in picchiata libera.

E ce la caviamo sempre.

Perché so che il problema non è l’ansia per lo spettacolo, ma il momento in cui bisognerà farselo pagare, lo spettacolo, tra novanta giorni.

E’ lì che deve venire l’ansia e glielo dico sempre a lei ma non capisce.

L’ansia non le capisce le ansie dell’Italia. E’ internazionale.

 

 

DIAGNOSI

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Come si chiama la malattia che prende quelli che comprano le Superga con la doppia suola?

Che malattia è quella che hanno i vegetariani che mangiano pesce?

Com’è che si chiama quel virus che attacca le persone quando si trattengono più di due secondi su Canale 5?

Che malattia hanno quelli che rubano gli accendini?

E quella degli attori famosi quando arrivano a fare le pubblicità delle merendine?

Da cosa precisamente sono affetti quei tipi che si fanno tatuare un bacio col rossetto sul collo?

Come si trasmette il virus di quelli che chiedono di parlare con un responsabile quando non la carta di credito gli rifiuta la transazione?

E’ contagiosa la malattia di quelli che suonano dopo un quarto di secondo che il semaforo è diventato verde? Si passa?

Come si chiama la malattia di quelli che ascoltano la partita chiusi in macchina, in un parcheggio?

Che malattia è quella che affligge le persone che inviano più di quattro emoticon in un sms?

Di cosa sono ammalate le persone che votano il meno peggio?

IL PECCATO ORIGINALE DELLE FAKE NEWS

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Riflettevo sulle fake news..

Chi ha inventato per primo l’arte di spacciare fregnacce non supportate da adeguato corredo di prove scientifiche?

Chi ha brevettato la cosiddetta stronzata pseudoscientifica per primo?

La pericolosa tendenza della bufala in rete è abbastanza recente ma in realtà, sono secoli che diciamo menzogne, con atteggiamento convintissimo.

Se c’è un genitore per ogni scienza, perché non dovrebbe essercene uno per la pseudoscienza?

Prima di insultare qualcuno, è mio costume insultare sempre me stessa, attraverso un accurato auto-esame, dando il giusto supporto e valore ai fatti, come dite voi, anche quando m’insulto e in questa specifica analisi critica, ho scoperto che chiunque sia stato l’inventore della prima fake new (orrendamente tradotta in italiano bufala, sempre per dare agli animali colpe che non hanno), ecco, chiunque sia stato il padre della divulgazione di fregnacce, proprio io sono stata a mio modo, fin da ragazza, una grande divulgatrice di fregnacce, di bufale.

L’origine di questa mia cattiva abitudine è il tempo della scuola.

Più precisamente le interrogazioni di matematica.

Tutti i miei più grandi traumi emotivi sono indubbiamente legati alle interrogazioni di matematica, fisica, chimica e tutte le materie scientifiche che ho dovuto subire negli anni duri della scolarizzazione.

Voi ricordate il volto della vostra prima insegnante di matematica?

Io me le ricordo tutte, con nomi e cognomi di quelle facciacce lì e sapete perché?

Perché quando incontri il volto del demonio, non te lo dimentichi più.

Come potrei dimenticare il volto di chi mi ha fatto sentire l’odore acre e pungente dell’imminente umiliazione, pronunciando il mio cognome per portarlo al patibolo, davanti a tutti i miei compagni?

PORCELLI, va bene 3?

Qual’è la differenza tra il patibolo e la lavagna?

Ed è proprio lì, alla lavagna, che ho valutato per la prima volta l’opzione delle fake news come un’ancora di salvezza.

Perché la matematica, oltre che ostile e maledetta, è una disciplina antica e primordiale e queste sono le condizioni ideali affinché ci si possa creare intorno un mistero o una cazzata.

Così, durante le interrogazioni iniziai a proporre nuovi teoremi inventati e a perorare la causa di nuove frazioni e radici quadrate che sostenevo mi dettassero gli alieni, di notte.

Era affascinante.

Ad ogni interrogazione ero così convinta da meritarmi una pioggia di oscar e i professori rimanevano quasi spaesati.

Tranne quello di fisica che, proprio come voi del Cicap, dopo avermi attentamente analizzato e appurato che lo stessi pigliando per il culo, mi mise 1 in pagella senza mai più interrogarmi.

Ma qualcuno sembrò davvero convincersi di avere davanti un giovane talento delle matematiche e mise in dubbio i suoi studi e questo avvenne perché io ero convinta come Razzi quando sostiene la sua amicizia fraterna con Kim.

E quando sei convinto fino all’ultima goccia di midollo e il tuo viso assume le sembianze di due natiche, è lì che puoi conquistare il mondo, fregando il prossimo.

E’ così che Trump ha vinto le elezioni.

Ed è questo il segreto delle fake news.

Di fatti, quando leggiamo una bufala, non è che scrivono “Non siamo sicuri ma l’esistenza del Dio Nettuno in Adriatico potrebbe essere un’eventualità che stiamo ancora analizzando”.

Scrivono “Avvistato Nettuno davanti alla spiaggia di Fano questa mattina. Era a cavallo di un materassino fucsia a forma di pellicano e si toglieva le alghe dai piedi. Lo si attende per questo pomeriggio allo stabilimento La Playa”.

E con questa stessa tecnica, anch’io sono colpevole di aver diffuso bufale alle interrogazioni di matematica.

E anche a mia madre, quando le dissi che in quel sacchettino non c’era marijuana ma erba gatta.

Oppure quando dissi al maresciallo del posto di blocco che mi avevano venduto un deodorante per auto al profumo di Amaretto di Saronno.

O ancora, quando dissi al mio fidanzato che in estate sarei partita con le orsoline per un ritiro femminile a Ibiza.

Insomma, se ci facciamo un esame di coscienza, ci renderemo conto che tutti i giorni utilizziamo le fake news per salvarci il sedere da qualcuno: dal terzo grado di nostro marito o di nostra moglie quando torniamo alle quattro del mattino tutti stropicciati, dalle domande scomode di nostro figlio di tre anni alla scoperta del pisello, da nostra madre che si autoinvita a pranzo tutti i weekend.

Ma soprattutto utilizziamo le fake news per salvarci da noi stessi.

Quante fake news ci siamo detti allo specchio?

Vedete, ci vorrebbe tanta misericordia.

Ci vorrebbe, si.

Ma se non ne hanno avuta con me i professori di matematica, perché dovremmo averne noi nei confronti di chi sostiene che esistano mostri marini nei laghi, medicine miracolose che vendono solo gli sciamani, fantasmi nelle case disabitate, multinazionali che fanno il bene del mondo, deputati che fanno il bene del paese, leghisti scolarizzati, fotomodelli intelligenti e altre stronzate del genere?!

Nessuna pietà per le pseudoscienze, dunque.

E neanche per i professori di matematica.

 

NON SONO PRONTA PER IL FUTURO DIGITALE

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Pezzo scritto per AFTER FESTIVAL – Futuri Digitali

Modena, 1 Ottobre 2017

Com’era la vita prima del digitale? Come facevamo a geo-refenziarci e a condividere? È proprio vero che oggi siamo diversi da prima? Ed è proprio vero che il digitale ci fa essere migliori, più capaci, più performanti, più tutto?

***

Visto che in questi giorni di Festival avrete innumerevoli possibilità di capire come il digitale ha migliorato la nostra vita, ho pensato di darvi qualche veloce spunto su come il digitale abbia rovinato la mia di vita.

Sono convinta che i futuri digitali vi copriranno di vantaggi e progressi ma sappiate che io me ne starò qui a guardarvi, incazzata e malmostosa, combattendo contro certi strumenti invadenti e imbarazzanti, che vado ora ad elencarvi, prima che arrivi il servizio d’ordine del festival:

Prima di tutto mi sfogo con voi riguardo le basi, i rudimenti delle tecnologie.

Il telefonino.

Mi vergogno a chiamarlo così ma non ho mai iniziato a chiamarlo smartphone perché, secondo me, da quando gli abbonamenti telefonici dilapidano il mio conto in banca da sempre, a prescindere dalla compagnia, l oggetto di smart non ha un bel cazzo.

Se avessi risparmiato tutti i soldi delle bollette del telefonino, oggi sarei arrivata qui con la Jaguar coi sedili in pelle di giamaicano.

Invece sono arrivata coi punti della cartafreccia.

Inoltre non so come si chiami quella malattia per cui, se sono con gli amici o ad una riunione e qualcuno, ad un certo punto tira fuori per sbaglio il proprio telefonino, per una qualche sconosciuta legge gravitazionale, la mia mano inizia a muoversi verso la tasca della giacca e, senza che io possa oppormi a questa reazione che proviene dal mio corpo posseduto, devo per forza tirar fuori anche io, il mio telefonino.

Anche se non ci devo fare un cazzo, anche se nessuno mi scrive o chiama da una settimana, io devo prendere l’oggetto telefonico e sentire che ce l’ho, che ce l’ho anche io quel bene di lusso lì e inizio a smanettarci in maniera compulsiva e ad aggiornare le notifiche con la faccia impegnata.

A volte sbuffo per fare quella oberata dai contatti.

E poi il telefonino è un oggetto invadente e promiscuo ai limiti della legalità.

La sera riposa sul comodino accanto al mio letto a spiare cosa leggo, che musica ascolto, che fidanzato ho per le mani.

Se ne sta lì, con la sveglia a lancette che lo guarda in cagnesco sapendo che prima o poi mi deciderò a venderla al mercatino dell’usato perché a che cazzo mi serve la sveglia a lancette ormai, se ho il mio telefonino.

E poi in bagno.

Ho una pila di libri intellettuali e di giornali di arredamento che sono lì oramai solo per far scena con gli ospiti perché sulla tazza mi distruggo di social.

Sono solo io a sentirmi a disagio quando se apro un social mentre sono sul cesso?

Voi che siete esperti, lo saprete se esiste o no una app che ti spia mentre sei alla toilette e vede benissimo che non stai leggendo i giornali di design ma sei su twitter.

Sono ossessionata dal dubbio che qualcuno dal facebook faccia un post taggandomi, scrivendo cose tipo “Arianna, non vergognarti e fai check-in sul cesso che ti vedo, con la mia nuova app discovering-wc ”.

Mi sento così violata.

Con tutto l’impegno che applico quotidianamente per far credere ai miei contatti quanto sia figa, con un solo post i miei follower verrebbero a conoscenza del fatto che anche io defechi.

Andiamo oltre perché esiste un mare di tecnologie che mi rovinano la vita:

Le automobili automatiche, che non ho mai saputo guidare e che fanno mormorare alla gente dietro di me “Lo sapevo che era una donna a creare la fila” mentre io son lì, a capire che stracazzo voglia dire N.

Le videoconferenze: non sono adatta.

Passo tutto il tempo della call a controllare che effetto faccio in video, mi vengono i tic nervosi da insicurezza cronica, inizio a toccarmi i capelli, mi asciugo la fronte unta di crema e poi controllo la scenografia di casa mia che la gente vede dall’altra parte della camera, mi alzo per spostare lo stendipanni o la fila di bottiglie di birra vuote della sera prima, che non sta bene e così non sento mai un cazzo della call e risulto una perfetta inetta.

Poi, andiamo in ambito medico:

La macchinetta per la voce dei muti, il cosiddetto laringofono:

un’invenzione tecnologica straordinaria per permettere a chi ha perso le corde vocali di poter parlare.

Purtroppo però le tecnologie non hanno ancora dato la giusta evoluzione a questo strumento, che è rimasto un riproduttore di suoni artificiosi da Commodor64, con una sola tonalità di corda vocale a disposizione che mi mette a disagio perché non capisco mai cosa diamine dicano questi vecchietti e allora provo a improvvisare risposte per non offenderli ma chiaramente uno si offende per forza se, dopo avermi chiesto dove sia Piazza Grande e io gli rispondo che non sono sua nipote e che forse si è confuso.

Infine, per non tediarvi e terminare un elenco che in realtà non avrebbe fine, mi sfogo con voialtri citando Siri.

A proposito di laringofono.

Com’era bello quando Siri era alla sua prima, rudimentale versione.

Mi divertivo a dirle Vaffanculo e lei mi rispondeva “Non credo tu abbia una App chiamata vaffanculo ma se vuoi posso provare a cercarla sull’App store”.

Oggi la versione 2.0 di Siri è inquietante: le dico Vaffanculo e mi risponde “Non credo di meritare questo trattamento”.

Guardate che se le tecnologie ci tolgono l’umorismo, è finita per l’umanità.

Voi continuate pure a divertirvi con le tecnologie ma sappiate che c’è gente che soffre per non riuscire a stare al passo coi tempi, con gli aggiornamenti del software.

C’è gente come me, piena di complessi, nata nell’epoca sbagliata, che la tecnologia non ce l’ha nel sangue, non ce l’ha nel dna e non c’è niente da fare.

E non provate ad uscirvene anche con un vaccino per indurre la tecnologia, che ne abbiamo abbastanza.

 

https://www.afterfestival.it/

 

GLI ODIATORI

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Grazie alla rete ho scoperto tante cose, questioni e categorie di persone unitesi nel macrocosmo virtuale come si fa con le religioni.

Tra queste categorie vi è l’immensa milizia degli odiatori.

Gli odiatori sono persone che hanno scelto di eliminare tossine in rete come se questa fosse un luogo dove chiunque digita una stronzata qualsiasi automaticamente la trasforma in Verità.

Ma la verità, per quanto la si pigli per il naso e la si manipoli come plastilina, resta identica e sé stessa e soprattutto è poco incline ad aderire al giudizio di qualcuno conferendogli autorità.

La verità non è amica di nessuno, è un tipo piuttosto solitario.

Pare invece che sull’internet questa faccenda di non essere presenti fisicamente ma con una propria personalità digitale, doni a certuni non solo la certezza di possedere la sapienza assoluta ma anche la capacità di mostrare la punta più alta del proprio lato peggiore, con la garanzia di non poter toccare mai simili altezze nella vita reale.

Mi pare di aver capito infatti che questa milizia si faccia forte del fatto che le discussioni in rete, per quanto prendano piega feroce, restino pur sempre dentro ad uno schermo che quando si vuole lo si può abbassare come la tavoletta, per tornare a vivere e che questo rapido processo on-off log-in/log-out, simile a quello dei videogiochi, incentivi la rabbia più canina.

Sapendo che chi insulta non potrà con facili metodi essere scovato a casa e picchiato insieme alla sua famiglia da chi ha subìto l’oltraggio, uno si scatena e insulta con maggior astio.

Che uno si scateni e insulti potrei anche capirlo, se restasse uno.

Ma tanti no.

Tanti è pericoloso.

E sono tantissimi a prendere il loro sacchetto di rabbia, a farcirlo con tutte le frustrazioni e i complessi dei tempi dell’asilo e a lanciarsi contro la rete come Pagliuca, come Don Chisciotte, alla ricerca della discussione ideale dentro alla quale introdursi con un commento, acquisendo ora le sembianze di Mosè, ora quelle di Garibaldi nella loro versione più incazzata.

La milizia della gente che odia a tempo indeterminato incendia i post come fossero campi coltivati in odore di mafia.

C’è chi insulta quello che ha sbagliato a scrivere un verbo, chi aggredisce il vegano, chi quello che ha postato la foto del salamino di cinghiale o una canzone dei Blur di quelle commerciali.

C’è chi si proclama contro l’aborto promettendo la morte a chi professa il contrario, chi si scaglia contro i razzisti, gli zingari e il governo, contro il ragazzo che pubblica i video con la sua musica che non è abbastanza indie, democratica, internazionale ma che faccia l’occhiolino al proprio paese, folk ma con accenni sfumati all’elettronica.

C’è chi odia quelli che non sono del suo partito politico e quelli che sono del suo partito politico ma non si applicano.

Ho scoperto che le persone che fanno di mestiere gli odiatori (nel senso che vi dedicano tempo e risorse come se si trattasse di un mestiere) hanno poca misura.

Se un odiatore non è d’accordo con uno che ha dichiarato sul web il proprio amore alla Juve, siate certi che non scriverà “Non mi trovi d’accordo, anzi, Daje lupi!” ma la conversazione telematica si concluderà con auguri di morte per scabbia a lui e a tutto il suo albero genealogico, che deve crepare peggio, avendo peccato nel partorirlo.

Di una cosa non si può di certo accusare la milizia degli odiatori: che te la mandino a dire.

La gente che odia in rete non solo dice ciò che pensa (il che già sarebbe grave se diamo ai loro post la dignità di pensieri), ma dice assolutamente molto di più di ciò che sarebbe consentito pensare.

Sono certa che conosciate qualcuno appartenente alla setta degli odiatori.

Gli adepti della stessa non scherzano coi sentimenti e, quando sono saturi di dolore perché non hanno insultato adeguatamente, tolgono l’amicizia.

E questa dell’amicizia tolta sarebbe davvero una delle cose più umilianti che esistono sulla terra se accadesse realmente, invece gli odiatori se t’incontrano per strada sembrano soffrire d’improvvisa amnesia e non si ricordano di averti maledetto ma ti abbracciano e ti baciano come se niente fosse.

Che Giuda arrossirebbe ma loro no perché la vita reale è tutta un’altra, ipocrita cosa.

Gli odiatori tolgono l’amicizia sul social convinti, con questo coraggioso gesto, di cooperare alle grandi rivoluzioni della storia dell’umanità, sicuri che tutto il loro odio cosmico sia utile al cambiamento sociale, soprattutto se tale odio è provocato dalla tua dichiarazione sul social che non ti piacciono i Queen.

Meriti la malaria se non ti piacciono i Queen, capisci?!

I Queen non possono non piacere quindi se non ti piacciono, i tuoi figli devono morire perché che se ne fanno di un padre che non si ascolta i Queen?!

Muori male, allora, secondo verdetto degli odiatori.

Oppure fai log-out prima degli odiatori, se capisci di essere sotto assedio.

Oppure, ancor peggio di ogni sorta di provocazione, non dar loro conto e prosegui il tuo peregrinare sul mondo virtuale e nella bella vita reale, con la stessa capacità da ginnasta artistico di sventolartene la minchia, di queste scemitudini.